In ambito esoterico il pagamento in denaro viene spesso demonizzato, ma è sbagliato, bisogna sempre dare qualcosa in cambio e saperlo ricevere.

In due dei passi più citati e interpretati del Pentateuco, in particolare nel libro del Levitico (17:11) e del Deuteronomio (12:23), possiamo leggere come si crei un fondamentale collegamento tra il sangue e l’energia vitale. Nel Levitico leggiamo: “Poiché la vita della carne è nel sangue. Per questo vi ho ordinato di porlo sull’altare per fare l’espiazione per le vostre persone; perché il sangue è quello che fa l’espiazione, per mezzo della vita”. Mentre nel Deuteronomio: “Guardati assolutamente dal mangiarne il sangue, perché il sangue è la vita, e tu non mangerai la vita insieme con la carne”.

Questi due passi, così cari alla letteratura vampiresca grazie a Bram Stoker, sono stati interpretati in molti modi e uno di questi è che il sangue è un’offerta che appartiene a Dio e che pertanto non può in alcun modo essergli tolta: se ce ne nutriamo commettiamo un peccato orribile e imperdonabile in quanto sottraiamo qualcosa di cui solo lui può disporre. In certi versi, quindi, bere il sangue è un mezzo attraverso il quale avvicinarci a Dio in una forma di impura imitazione, asserendo quindi che siamo disposti a distruggere e nutrirci del pasto a lui riservato per essere come lui.

Sangue e valore

Il sangue in antichità era l’offerta che stava a significare una presa di posizione chiara e determinata di quello che è il ruolo di una divinità in un culto: offrirgli ciò che c’era di più sacro e introduce un concetto importantissimo, che è esprimibile solo con un termine: il valore. Quando leggiamo libri di evocazione demoniaca e soffermiamo sull’offerta richiesta da un demone come Guland, per dirne uno, vediamo come si nomini “un pezzo di pane abbrustolito” in cambio della realizzazione di un desiderio. Se non contestualizzato, appare quasi ridicolo pensare che ad un demone possa bastare un’offerta così esigua. Eppure, come leggiamo nel Grimorio di Papa Onorio, è esattamente così.

Si potrebbe anche ridere di una cosa del genere, magari rifiutarla o classificarla, molto semplicemente, come un concetto strettamente legato a do ut des divino. Tuttavia se ci scostiamo dal concetto teurgico ed evocativo che ovviamente ha le sue leggi e le sue regole precise da rispettare e che, come tale, è opinabile anche e non solo per via di quelli che sono i suoi limiti (oggettivi e non), noi vediamo che in realtà questo processo è pienamente applicabile a molti altri contesti che gli sono anche solo corollari.

Provvidenza

Quando lessi i Promessi Sposi avevo quindici anni ed ero in prima superiore. Nonostante il primo, riduttivo rifiuto che provai, alla fine trovai l’opera piacevole. Dal momento, soprattutto, che Manzoni era un romantico, in tutto il romanzo permea, in diverse dosi, il senso della provvidenza che ci fa intendere come anche quando le cose vanno incredibilmente male (e diciamocelo, è raro trovare protagonisti così maledettamente sfortunati, al punto che un qualsiasi esoterista avrebbe cominciato a sospettare che ci fosse un intervento magico in corso per tenere lontani i due innamorati), tutti i torti e le ingiustizie prima o poi trovano comunque una soddisfazione. Tra tutti gli eventi della trama, quello che più mi incuriosì e di cui chiesi spiegazione alla mia professoressa di italiano fu proprio il momento in cui Renzo, dopo il rifiuto di Don Abbondio a celebrare il matrimonio, si presenta dall’Azzeccagarbugli con quattro capponi. La professoressa mi spiegò che si trattava di un pagamento per il consiglio che stava cercando. Manzoni non spiega perché Renzo non pagasse in moneta il lavoro dell’avvocato, ma è lecito supporre che la richiesta fosse “non ufficiale” e che pertanto richiedesse uno scambio energetico, altrettanto “non ufficiale”.

Scambio

Per chiunque abbia una certa esperienza del mondo della magia, sarà ben chiaro un concetto: ogni cosa è energia. Perché la magia funzioni è necessario che l’energia si metta in moto. Perché ci sia moto è necessario che ci sia uno scambio. O meglio, un prezzo da pagare. Sia il sangue biblico versato come patto di grazia, sia il tozzo di pane abbrustolito per Guland, sia qualsiasi altra forma di offerta o pagamento hanno lo stesso identico ruolo. Quando mettiamo in moto un processo energetico, sia magico che non, noi creiamo un paradosso di disequilibrio che cercherà sempre la sua soddisfazione in un ciclo di ripristino. La bilancia universale tenderà sempre a rimettersi in pari, qualsiasi cosa noi facciamo, con i suoi tempi e i suoi modi. Se non siamo disposti a pagare il prezzo alle nostre condizioni, l’equilibrio universale su cui si appoggia la magia per il suo stesso funzionamento lo riscuoterà. In un modo o nell’altro. A volte, per motivi che non sono sotto il nostro controllo, lo farà in metodi che non immaginiamo nemmeno.

Il prezzo corretto

Dal momento che è accertato che ogni cosa ha un prezzo e che questo verrà pagato, vuoi per le leggi del karma, del destino, per gli dèi o qualsiasi altra regola che vogliamo inventarci o trovare per giustificare questo processo, come possiamo stabilire qual è il prezzo corretto? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo tornare al medesimo proposito di cui sopra: il valore.

Esistono molte regole e leggi della magia e ogni tanto salta fuori qualcuno che se ne inventa un’altra, a volte per consolidare una presa di posizione in seno a dissidi (come avvenne nella Bricket Wood Coven), a volte per emergere e cercare notorietà, altre volte, più rare, per serio studio ed interesse (come ad esempio fece Isaac Bonewits). Alcune di queste leggi sono riconosciute e accettate come dati di fatto da pressoché qualunque praticante senza per questo averle scritte da nessuna parte, ma semplicemente passate come esperienza diretta. Altre sono grande fonte di discussione. Una delle regole più argomentate è quella che riguarda proprio il far pagare o meno per azioni magiche svolte per terzi.

Per quanto si accetti pressoché universalmente che la magia abbia un prezzo, il punto verte, prettamente su cosa sia corretto accettare o chiedere in cambio di un’azione magica e, per certi versi, anche a chi è corretto chiederla. Se esiste una buona percentuale di popolazione praticante che inorridirebbe di fronte ad un pagamento in termini puramente economici come scambio energetico alla magia, ne esiste un’altra che la accetterebbe senza problemi. Nel mezzo c’è chi asserisce che va bene accettare dei soldi, ma che non è accettabile che si faccia pagare un fratello o una sorella nell’Arte che ci chiede aiuto, soprattutto se è un membro della nostra congrega.

Soldi utili oggi

Ora, è lampante che i soldi siano un concetto simbolico. La pastastraccio, ossia il tipo di carta particolarmente resistente con cui sono fatte le banconote, ha il valore che gli viene dato in base a molteplici fattori. Il primo è la quantità che gira nelle nostre tasche, il secondo la quantità che gira nel paese in cui viviamo, il terzo è la capacità di acquisto che possiamo avere in base alle oscillazioni del mercato internazionale e all’inflazione. Tuttavia, nel mondo attuale, i soldi servono a chiunque. Se nel diciassettesimo secolo, come ci racconta Manzoni, l’Azzeccagarbugli avrebbe accettato quattro capponi, nel mondo attuale un avvocato si metterebbe a ridere se ci offrissimo di pagare il suo tempo con dei polli vivi.

Una cara amica, parafrasando Esiodo, tempo fa mi ricordò che “lo sciamano lavora bene solo quando ha la pancia piena” e nessuno, nel mondo attuale, regala cibo allo sciamano. Anche lui se lo deve comprare. Per quanto ci appaia così meschino e vile, i soldi sono parte della nostra vita e della nostra cultura. Noi tendiamo a riflettere sulla magia come se fosse qualcosa di assolutamente nobile, come se svolgerla senza ricevere un compenso ci renda in qualche modo “migliori” perché non chiediamo soldi e se, invece, chiediamo un compenso per quello che facciamo allora siamo automaticamente “dei truffatori”.


Denaro e magia

Tempo fa, su un forum che frequentavo, era diventata la norma giudicare la validità o la serietà di un qualsiasi operatore magico che offriva aiuto sulla base del fatto che chiedesse o meno dei soldi in cambio del suo lavoro e giudicarlo, soprattutto, prima ancora che fosse messo in pratica. Se una persona che sapeva leggere le carte svolgeva una cartomanzia o rispondeva a chi invocava aiuto e chiedeva denaro in cambio, rischiava di essere bannata. Le regole sono regole e in un forum le fa l’admin. Tuttavia curiosamente questa situazione andò avanti, per quanto mi è dato sapere, finché proprio i membri dello staff che tanto criticavano e attaccavano con ferocia e paladinismo questo comportamento, non si proposero, a pagamento, di offrire quei servizi proprio con lo scopo di “tutelare dai truffatori” chi aveva bisogno di aiuto. Ad un tratto, proprio come nel romanzo di Orwell, gli animali cominciarono a camminare e indossare gli abiti degli uomini che avevano cacciato dalla fattoria.

I soldi sono una valuta. Sarebbe diverso se in cambio di una prestazione magica per un estraneo, accettassimo solo fragole? No. Semplicemente costringeremmo quella persona ad andare a cercare e comprare delle fragole, pertanto a spendere dei soldi. Non avremmo della moneta in tasca da far circolare, ma un semplice bene di consumo.

Noi accettiamo il denaro come parte della nostra vita ogni giorno e per noi ha un chiaro valore, ma quando si parla di magia allora gli animi si scaldano. Eppure siamo in grado di comprendere che accettarli non è sbagliato di per sé, non di più di quanto lo sarebbe se facessimo gli idraulici e intervenissimo per riparare una perdita. Stiamo lavorando. Stiamo spendendo delle risorse, che siano energetiche o fisiche o anche solo temporali. Tempo che noi spendiamo a fare qualcosa per qualcuno invece che passarlo facendo qualcosa d’altro. Non è sbagliato chiedere un compenso come non lo è stabilire quello che è un prezzo onesto per la prestazione che offriamo. Paradossalmente conosco persone che sarebbero meno a disagio a versare del sangue come offerta per un incantesimo che pagare dei soldi.

Il reiki

Il punto non è il mezzo. Quello su cui bisogna focalizzarsi è la scelta.

Quando il Reiki è giunto qui in Occidente era insegnato gratuitamente. Era nato come una disciplina di guarigione che doveva essere alla portata di chiunque e non solo di chi se lo poteva permettere, proprio perché lo scopo era far sì che tutti potessero essere in grado di guarire sé stessi e gli altri. Dal momento che la trasmissione era passata a titolo gratuito ebbe una diffusione enorme tra persone di ogni tipo, che però poi non ne facevano alcun uso, rendendo l’insegnamento della disciplina e il nobile scopo per cui era stato ideato pressoché vano. Fu fatto un errore di fondo. Non era stato tenuto conto di un fatto determinante: ossia che in Occidente, le persone sono talmente assuefatte al rapporto tra qualità e costo da non essere in grado di comprendere, accettare e considerare quale sia il valore di qualcosa se non ha un corrispettivo in termini economici. È stato necessario creare una struttura di passaggio di informazioni sotto forma di seminari e corsi a pagamento per far sì che il Reiki fosse considerata come una pratica valida e utilizzata per lo stesso, identico proposito per cui inizialmente era insegnata gratuitamente. Come sempre capita dove regna l’incoerenza, ora le persone si lamentano di dover pagare qualcosa che doveva essere gratuito.

Gratuità

Osservando questo comportamento da un punto di vista logico è quasi ovvio che siamo di fronte ad un paradosso decisamente machiavellico. Perché preferisco pagare per qualcosa che posso avere gratis, ma quando mi trovo a dover pagare per qualcosa che ha un costo stabilito da chi la offre, mi sento offeso e ritengo che sarebbe corretto che fosse offerta gratuitamente? Devo pagare per apprendere il Reiki perché è l’unico modo che ho per comprenderne il valore, ma nello stesso tempo devo offrire le mie prestazioni gratuitamente o se no rischio di passare per un truffatore?  Se vado da un medico a farmi curare io lo pago. Se non lo facessi il criminale sarei io. Sarebbe diverso se andassi a sottopormi ad una seduta di riflessologia plantare? Pranoterapia? Massoterapia? Osteopatia? Qual è il confine per il quale alcune cose è corretto pagarle e altre invece no? Il fatto che non siano scienze riconosciute? Se fosse così non dovrei nemmeno pagare uno psicologo, dopotutto fino a prova contraria non è uno scienziato. Nel nostro paese, a parte per i mestieri per i quali esiste un albo cui è necessario essere iscritti, per essere chiamato “professionista” in alcuni molti campi, a prescindere dalle capacità, basta aprire una partita IVA. È un processo semplice e nemmeno così lungo. A volte ci sono dei corsi da seguire, ma non è niente di paragonabile ad una laurea. Dal momento che non esistono albi cui iscriversi per essere definiti operatori esoterici e non esistono nemmeno scuole che possano rilasciarti un qualche diploma o una laurea che attesti che siamo in grado di operare in questo campo, una persona qualsiasi può diventare un mago professionista ed essere autorizzato a chiedere e ricevere un compenso stabilito per quello che fa. Basta che spenda una mattinata in camera di commercio. Questo lascia aperta la porta ai truffatori allo stesso modo in cui lo farebbe in qualsiasi altro campo. Pertanto, quanto è scorretto accettare dei soldi in cambio di una prestazione energetica? Quanto è scorretto chiederli, soprattutto?

Che cosa paghiamo

Come dicevo prima, il punto non è il mezzo: è la scelta. Prima di decretare se una cosa è giusta o sbagliata dobbiamo capire, quando ci stiamo facendo pagare, che cosa ci stiamo facendo pagare: il tempo? Le risorse? La conoscenza che metto al servizio di un proposito? I rischi che corro? Solo allora potremo decidere se è giusto far pagare per quella cosa e comunque, in ogni modo, quella scelta, come tutte, sarà comunque arbitraria.

In magia, l’unica verità che bisogna tenere in conto a riguardo di questo concetto è sempre e solo la legge dell’equilibrio, ossia che ogni forza che viene messa in moto tenderà sempre a raggiungere un equilibrio se non sollecitata nuovamente. Di conseguenza stabilire una forma di pagamento, di qualsiasi tipo, che funga da forza contrapposta a quella che è stata messa in moto con un incantesimo, un rito, un’invocazione, un’offerta, una seduta di guarigione o qualsiasi altra forma di magia o pratica energetica, rende solo più sicuro il ritorno in asse delle forze che sono state chiamate in causa. Ci consente, in qualche modo, di poter controllare, anche se in minima parte, ciò che inevitabilmente avverrà.

Nonostante questo siamo convinti che i soldi siano qualcosa di sporco, prosaico, profano e non desideriamo includerli come forma di scambio? Non c’è alcun problema. Torno a dire che è la scelta quella che conta. Esistono molteplici altri mezzi che possiamo ideare o utilizzare per soddisfare lo scambio, purché non ci dimentichiamo che è una parte fondamentale dell’operazione magica.

Diverso per fratelli e sorelle

Pur senza demonizzare il denaro, molti di quelli che seguono una via magica non accettano soldi per aiutare chi ha bisogno, anche se si tratta di persone non definibili come fratelli o sorelle dell’Arte, proprio perché accettare un pagamento in termini economici nella via della magia, così come nella guarigione, diventa un dare un prezzo a qualcosa che non è quantificabile e si corre il rischio che ciò che si chiede possa essere interpretato come “troppo” o “troppo poco” o mettere una persona nella difficoltà di non essere nella posizione di poter pagare quando ha bisogno di un aiuto reale. Questo non significa, però, che si neghi alle persone la possibilità di rendere lo scambio. Si adottano dei metodi diversi.

Ad esempio nei rituali di Handfasting che sono stato chiamato a celebrare, per quanto mi riguarda ho sempre richiesto che gli sposi portassero un’offerta al sacerdote e alla sacerdotessa. Le uniche due regole in merito era che non fossero soldi e che avesse un valore simbolico o emotivo equivalente a quello che gli sposi stavano chiedendo fosse fatto per loro. Quello che è determinante, ancora una volta, è la scelta. In questo caso viene chiesto agli sposi di riflettere su quanta importanza danno al rituale di matrimonio e di ideare un modo per creare uno scambio adeguato. Così non è possibile quantificare un dono in termini economici e farlo in un modo che sia lapalissiano, come avverrebbe se si ricevesse del denaro, in quanto dietro all’offerta si va a costruire anche una stratificazione emotiva e simbolica di ampio respiro che può e dovrebbe essere considerata nel momento in cui gli sposi spiegano il motivo che li ha spinti, individualmente, a scegliere.

Un altro metodo che si può utilizzare è quello di lasciare che le persone possano scambiare ciò che ricevono con pratiche energetiche di altro tipo. Nel mio caso, ad esempio, questo approccio mi ha garantito una pletora di cartomanti pronte ad aiutarmi quando ho bisogno di una divinazione o consigli e informazioni per le mie ricerche o per svariati argomenti.

Offerte e aiuti

Alternativamente, se non accettiamo soldi, possiamo chiedere alle persone di fare delle offerte ad enti benefici o di chiedere loro di aiutare la prima persona che richiederà il loro intervento. È interessante notare come capiti che quasi sempre si verifichi una circostanza per la quale si troveranno a dover aiutare qualcuno in ambiti relativi a ciò che per cui hanno chiesto un aiuto: la legge dell’esperienza si metterà in moto senza remore.

Se la nostra via concerne il karma, possiamo tenere conto della legge magica secondo cui i debiti e i crediti karmici sono a disposizione per essere accumulati e consumati. Si tratta di un conto corrente magico che funziona come equilibratore delle azioni e delle reazioni. Accettando questa visione noi sappiamo che anche qualora non accettiamo un pagamento per un’azione che compiamo per aiutare qualcuno, l’equilibrio energetico si ripristinerà in questo modo.

Demonizzazione del denaro

Alla luce di tutto questo, la tendenza a credere che chi accetta soldi in denaro per la magia sia vile e chi non li accetta sia invece onorevole è pertanto una visiona parziale basata sulla demonizzazione del denaro che, a sua volta, è un punto di vista tendenzioso dal momento che, se facciamo parte di una società, tutti dipendiamo e siamo legati all’economia in modo indissolubile. Quello su cui dovremmo interrogarci prima di prendere una posizione che non ci riguardi in modo diretto ma che è solamente contestualizzata su chi agisce in un modo o nell’altro, è, ancora una volta il valore. Per certi versi e non per chiunque, non si tratta solo di monetizzare ciò che abbiamo appreso magari pagando seminari o facendo dei viaggi in luoghi remoti per incontrare insegnanti o fare esperienze sul campo, ma anche riconoscere in primis qual è il nostro ruolo, accettare e comprovare che tutto è esperienza e che ricevere un compenso in denaro è legato anche ad avere dei mezzi di sostentamento per costruire e poter continuare a fare ciò che facciamo, comprendendo qual è il nostro valore e quale significato gli diamo, anche separandoci da quello che è il concetto morale e sociale di giusto o sbagliato. Lo stesso si può dire, quindi, anche della scelta di non accettare che lo scambio si formuli in modalità economica. Consci di ciò che significa il muoversi su questi binari, se scegliamo di non accettare soldi ritengo che l’unica cosa che non possiamo, né dobbiamo dimenticare, è concedere alle persone di avere la possibilità di ripagare in qualche modo, anche solo con gesti piccoli e apparentemente privi di un corrispettivo adeguato e, d’altra parte, di accettare ciò che viene richiesto o manifestato come uno scambio e di far sì che sia ben chiaro sin dall’inizio qual è la nostra posizione a riguardo e di non manifestarla solo in seguito, a cose fatte, permettendo quindi a chi richiede un aiuto di potersi tirare indietro se non se la sente di accondiscendere al nostro metodo di scambio.

Noi valiamo

Il valore è un concetto astratto, soggettivo e individuale e soprattutto applicabile a qualunque circostanza in modo diverso. Prende un senso solo se inserito in un contesto già costruito, da un punto di vista sociale, personale, etnico e religioso. In questo caso il valore diventa un concetto costituito, definito, delimitato. Se possiamo trovare un modo logico per contestare chi non accetta i soldi come forma di pagamento questo è dovuto proprio alla responsabilità della scelta del prezzo e pertanto del valore. Ogni volta in cui ci troviamo a dover dare un’offerta libera per una qualsiasi prestazione ci troviamo nell’imbarazzo di non saper scegliere il giusto quantitativo. È il motivo che porta alle donazioni anonime. Allo stesso modo, secondo questo pensiero è corretto che la responsabilità di stabilire il valore di ciò che offriamo sia a carico dell’operatore magico e non del beneficiario, proprio perché non è nella posizione di comprendere cosa può essere equivalente. Siamo noi o sono altri a dover definire quanto valiamo e di conseguenza, quanto vale ciò che facciamo? Il valore di ciò che portiamo rappresenta un po’ anche noi stessi, ciò che siamo, cosa rappresentiamo, cosa pensiamo e in parte anche l’immagine che di noi rimane dopo che siamo andati via. Molte persone vivono in modo molto conflittuale questo aspetto, proprio perché a volte non sono in grado di autovalutarsi in modo competente e tendono a deprezzarsi e non riconoscere il loro potere sminuendolo o, magari, a lasciarsi dominare dall’ego e ritenere di essere comunque molto più valide di quanto in realtà non siano.

Il nostro valore

Considerare e conoscere il nostro valore è, invece, un grosso stimolo a ricercare e trovare il nostro equilibrio, definire i confini di come ci vediamo e come ci vedono gli altri: in sostanza prenderci del tempo per plasmare il nostro Super Io e non lasciare che sia il mondo a dire chi siamo. Per essere in grado di costruire e riconoscere il valore di ciò che siamo e ciò che portiamo è utile vincere la tentazione di lasciarci dominare dalla modestia, ossia una delle qualità che possono diventare dannose in quanto spesso ingigantiscono il nostro ego. Se riusciamo a vincere la sfida di riconoscere il nostro valore nel pieno rispetto di ciò che siamo e senza giudicarlo più o meno di quello che è in relazione anche al modo in cui intendiamo metterlo al servizio, allora non avremo alcun problema a fare una scelta, sempre ammesso che siamo disposti ad agire magicamente verso qualcun altro. Tuttavia dobbiamo avere chiaro che questa scelta riguarderà solo noi e non altre persone che, come noi, si mettono al servizio. In questo caso, quindi, stiamo segnando un confine tra chi siamo e chi vogliamo essere e fatto quello, tutto il resto viene da sé.