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La Stregoneria si trova nel mezzo

Seconda e ultima parte

 

di Alberto Paganini

 

L’approccio della differenza e quello della somiglianza

Arriviamo adesso al cuore di questo articolo (ma come, dopo tutto questo tempo ancora non siamo arrivati al punto centrale? Eh sì ragazzi, suvvia che leggere nutre la mente!). Leggendo le due (in realtà quattro) risposte principali al mio articolo, “Alla ricerca della stregoneria” e “La Stregoneria Ritrovata”, ho notato che i due approcci all’analisi del fenomeno erano completamente opposti. Confesso di essermi ritrovato stranito ad aver incontrato nelle prime repliche critiche di un tipo e nell’altra critiche del tipo opposto. Solitamente quando ricevi delle critiche queste sono concordi, in questo caso però non è stato così, al che ho riflettuto e mi sono reso conto che, più che critiche, dovevo vedere i due atteggiamenti come diverse visioni, diversi approcci alla Stregoneria, che ho chiamato rispettivamente “approccio della differenza” e “approccio della somiglianza”. Come al solito, veritas in medias res est, e quindi è opportuno bilanciare queste due tendenze in modo equilibrato. A tal fine, ho deciso di tirar fuori gli argomenti che sono usciti in modo da vedere le due posizioni in merito a ciascuno di essi e stilare poi una mia sintesi derivante da entrambe.

– Idromanzia e Magia Cerimoniale: E’ stato asserito che l’idromanzia fosse in realtà un approccio cerimoniale e che quindi il caso di Giuliano Verdena, tessitore mantovano processato nel 1489 che impiegava tale tecnica per mettersi in contatto con la Signora del Gioco, fosse una contaminazione cerimoniale con elementi stregoneschi. In verità, come rivela lo stesso Ginzburg, tale formula era usata in ambito popolare da classi sociali basse già da molto prima, difatti le stesse parole usate dal Verdena erano impiegate anche dalle classi meno abbienti per scoprire i ladri. La formula difatti non ha nulla a che vedere con gli angeli dei grimori, ma si trattava di una recitazione popolare che faceva più o meno così: “Angelo bianco et Angelo santo, per la tua santità et per la mia virginità [o, in alcuni casi, purità] mostrami il vero”. Un’altra versione, sempre usata in magia popolare per trovare i ladri, era “Angelo bianco, Angelo nero, mostrami il vero”. Lo stesso Luigi Zanazzo, autore di un libro favoloso sulle tradizioni di Roma, parla della tecnica della Caraffa, che “consiste in d’una bbottija che la strega ggiudìa, facenno un sacco de scongiuri, ve la prepara, ve la mette su la tavola, e vvoi a quanto drento a ’sta Caraffa ce vedete comparì’ e’ llombetto o la ladra che vv’ha rubbato.” Che fosse collegato alla Buona Società e al volo lo rivelano il processo contro Diell Breull dove una Domina Nocturna invita a guardare dentro catini d’acqua per avere visioni e quello riportato da Eva Pocs di una taltos che, fissando la vista in un catino d’acqua, si trasforma in animale e viaggia fuori dal corpo. Giuseppe Pitrè riporta poi (ne l’“Archivio per lo Studio delle Tradizioni Popolari” I, 327) che a s. Giovanni i contadini del Napoletano mettevano fuori una secchia d’acqua per vedervi riflesse Erodiade e sua madre, collegate alla Stregoneria, come abbiamo visto – questo tra l’altro mostra ancora di più come Erodiade fosse parte della tradizione popolare e non un’invenzione degli inquisitori. Inoltre l’uso di impiegare i catini o i secchi d’acqua per vedere la Processione dei Morti in determinate giornate è presente in Lucania, a Grumo Appula (BA), a Foggia e in molte altre parti d’Italia. A cosa è dovuta, quindi, questa arbitraria esclusione dell’idromanzia dal patrimonio della Stregoneria? Probabilmente a una visione della differenza: l’autore avrà sicuramente notato l’uso dell’idromanzia in ambito cerimoniale e avrà pensato che, essendo presente nella magia cerimoniale, non poteva sussistere anche in quella popolare o nella stregoneria della Buona Società. In realtà anche la magia naturale citata molto spesso dai maghi cerimoniali coincide in buona parte con la magia popolare propriamente conosciuta, perlomeno nelle procedure (molto meno per le formule). Quindi molte tecniche, su questo livello, rimangono comuni. L’idromanzia sarà sicuramente una di queste tecniche. Le procedure più complesse, che fanno solitamente capo alla magia evocatoria e/o richiedono conoscenze astrologiche o di linguaggi (come ad esempio l’impiego di sigilli con caratteri in ebraico), sono invece solitamente quelle che differiscono di più. In contrasto a questa visione, quella della somiglianza tende a vedere tutto come equamente possibile: il cerchio è parte della stregoneria così come lo sono gli scongiuri in dialetto. Tale visione non riesce a distinguere dunque le contaminazioni, che solitamente sono eccezionali e si contano sulla punta delle dita, dalle regole. Pertanto se è vero che talvolta la strega poteva avere un libro del comando, aprire il cerchio, usare sigilli, bisogna tener conto che si trattava di eccezioni. Questo nella pratica di oggi ci dice qualcosa? Assolutamente no, dato che si trattava di esclusioni non per principio, ma per pura mancanza di possibilità di venirne a contatto. Però tale assenza ci fa capire anche che molte di queste procedure, impiegate quasi come dogmi dai moderni esoteristi che non farebbero mai alcun rituale senza aprire il cerchio, chiamare i guardiani o avere tutti e centomila i loro strumenti perfetti, ordinati per elementi, purificati e consacrati, che agiscono con l’ora magica giusta seguendo il corso dei pianeti in maniera impeccabile, sono ben poco essenziali come si suole invece credere.

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– Benandanti e streghe: La visione della differenza fin da subito distingue tra streghe che vanno con la Signora dai benandanti e altri praticanti geograficamente vicini che lottano in spirito per la fertilità. In verità questa divisione geografica è fittizia, pensare che solo il mondo slavo e balcanico abbia il tema delle battaglie in spirito e che dunque i benandanti siano da attribuirsi a questa corrente e differiscano perciò dal resto della stregoneria del nostro Paese è errato: pensiamo ad esempio ai Mazzeri, che combattono anche loro in spirito, e si trovano in Corsica, quindi quasi attaccati alla Sardegna, ben lontano dall’area slava. La visione della differenza sottolineerà come i mazzeri lottino tra di loro, mentre i benandanti lottano contro streghe o spiriti maligni. In realtà anche nel caso dei praticanti centro-europei accomunati ai benandanti vi sono lotte tra gruppi appartenenti alla stessa tipologia. Ad esempio gli zduhaći (presenti in Montenegro, est Erzegovina, parte della Bosnia e nella regione di Sangiaccato della Serbia sud-occidentale) combattono contro altri zduhaći, così come anche – riporto da Shamanistic Elements in Central European Witchcraft (Gábor Klaniczay & Mihály Hoppál: 267-292) – “i táltos[, che] non combattevano le streghe per la fertilità; combattevano tra di loro”. Non solo, Burcardo di Worms scrive nel suo Decretum, già agli inizi dell’anno mille, assieme alle invettive contro il corteo della Domina: “hai creduto, come alcune donne sono abituate a credere, cioè che in virtù di altri arti fornititi dal diavolo di aver attraversato nel silenzio della notte quieta attraverso porte chiuse per volare tra le nubi, dove hai intrapreso battaglia su altri, sia infliggendo sia ricevendo ferite”. Questo ci fa ipotizzare che le leggende sulla Stregoneria fossero inizialmente composte da (almeno) due temi, il primo del corteo di casa in casa (che si stabilizzerà e diventerà il Sabba) e il secondo delle battaglie in Spirito (che via via scomparirà fino a restare solo in alcune aree geografiche, aree dove il complesso del sabba spesso non si svilupperà proprio se non direttamente in forma demonizzata). La visione della somiglianza utilizzerebbe questa scoperta per affermare che non vi fosse differenza alcuna tra le tradizioni stregonesche d’Europa, d’altra parte ciò non è così: nella pratica, essendo il sabba derivato dal corteo di casa in casa che compiva la Domina Nocturna, non ha motivo di esistere o di essere ripreso in molte delle tradizioni centro-europee, che avranno invece una spiccata attenzione sul viaggio in trance. Allo stesso modo, per le aree geografiche che condividono il corteo di casa in casa (e quindi anche il sabba da esso derivato), vi sarà una struttura comune ma molte differenze nella specifica Domina Nocturna omaggiata, nei giorni legati al sabba, nelle procedure e nelle formule impiegate a livello magico e divinatorio, e così via.

– Folklore vs Processi: Un approccio della differenza affermerebbe che bisogna fare affidamento esclusivamente sui processi perché solo in essi era presente direttamente la voce del praticante. Questa idea però è errata per un motivo molto semplice: non possiamo distinguere l’esperienza diretta dalla credenza popolare riportata in un processo. Per questo motivo, buona parte delle testimonianze degli inquisiti altro non è che folklore popolare riportato in aula. In buona sostanza possiamo sapere cosa si credeva, possiamo ipotizzare che venisse messo in atto, ma non possiamo sapere con esattezza da chi. Questo approccio inoltre non tiene conto che la maggior parte delle streghe altro non era che persone che avevano introiettato credenze folkloriche sulle streghe e le avevano rivolte a sé stesse. Che il folklore possa dare una conferma di ciò che troviamo nei processi è dimostrato dalla presenza della figura della Donna del Buon Gioco e di Perchta nelle proprie rispettive leggende popolari locali. L’approccio della somiglianza, partendo da ciò, tende però a esagerare, facendo collimare le date del sabba con le date di qualsiasi festa popolare. In realtà i sabba sono folkloricamente collegati alle streghe, e in particolari casi possono coincidere con le giornate legate al ritorno dei morti in virtù del collegamento tra Processione dei Morti, Caccia Selvaggia e Stregoneria.   L’approccio della differenza tende a essere processo-centrico, per questo motivo esclude che qualsiasi culto pagano sia rimasto ai giorni nostri o fino a un paio di secoli fa, dato che oltre un certo periodo non si riscontra più alcuna menzione di Divinità pagane nei processi. Tutto ciò è sconfermato da esempi lampantissimi che mostrano come episodi di culti pagani siano rimasti fino a pochi decenni fa, pertanto interi sistemi è possibile che siano sopravvissuti fino a un secolo fa: pensiamo a Maimone, celebrato in Sardegna fino a meno di vent’anni fa, al culto di Cupiddo che Aldo Onorati ha testimoniato esistesse fino agli anni ’60, o infine alle testimonianze di Gustav Henningsen che ha mostrato l’esistenza di Donne di Fuori siciliane ancora negli anni ’80. Con ciò non voglio dire che fosse tutto vispo come secoli fa, ma che alcuni focolai sono rimasti quasi fino a noi.

– Spiriti Familiari: sempre presenti e solo di un tipo?: L’approccio della differenza ritiene che i Famigli debbano essere sempre presenti, e che debbano essere presenti solo quelli di un tipo: quelli umani. L’approccio della somiglianza afferma invece che i Famigli non fossero necessari e che potessero essere di ogni genere, dalla pianta al minerale all’umano all’animale. Entrambe queste visioni sono limitative: non è vero che i Famigli fossero sempre presenti, dato che né le donne descritte dal Canon Episcopi, né le seguaci di Abundia del XIII secolo, né le conosciutissime Sibilla e Pierina ne avevano. Inoltre i processi, anche italiani, sono pieni di riferimenti a mutazioni in animale o a cavalcate di notte nell’aria sul dorso di animali. Che essi siano o meno considerabili famigli dipende solo da noi. Allo stesso modo, non è giusto dire che il famiglio fosse sempre assente, è presente in numerosi casi, e la stessa Domina Nocturna, se vogliamo, in quanto alleato, è un Famiglio, e non possiamo avere una Buona Società se manca una Domina Nocturna. Inoltre nonostante teoricamente sia possibile avere famigli di ogni tipo, storicamente alcuni sono più comuni di altri, pensiamo a quelli fatati (soprattutto le fate della casa, come il Browny, come ci dimostra Emma Wilby), umani trapassati (es. Tom Reid per Bessie Dunlop) e animali (pensiamo all’Imp o alle Gatte Masciare che si trasformavano proprio nel loro famiglio).

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– Domina Nocturna vs Dominae Nocturnae Se l’approccio della differenza asserisce che ogni tradizione è da considerarsi religione a sé, senza alcun legame con le altre, quello della somiglianza sembra invece voler affermare che tutte le diverse Dominae Nocturnae siano derivanti da un’unica figura. Che tale figura sia ora Epona, ora una Dea germanica, ora ancora Ecate o chissà quale, non importa. Non si capisce perché, ma la possibilità che le diverse Dee non siano sincretizzabili tra loro sfugge. Eppure, se si trattasse della stessa Dea, perché tutti questi nomi diversi? Che ci sia una base comune è giusto, ma se non riconosciamo la differenza delle varie tradizioni compiamo uno sbaglio.

– Caccia Selvaggia, Processione dei Morti e Stregoneria Spesso che Caccia Selvaggia, Processione dei Morti e Stregoneria siano collegate dà fastidio a chi sostiene la visione della differenza. Tutte fanno capo a un unico tema: quello del viaggio verso il regno degli spiriti. Eppure c’è chi distingue tra spiriti e spiriti: un conto è se gli spiriti sono vivi come le streghe, un altro se sono morti, un altro ancora se sono una muta di cani spirituali. Che i cani rappresentino da sempre le anime dei morti è cosa risaputa, ma tale collegamento spesso è sottolineato dalla presenza, nelle leggende, di cani o cavalli con tre gambe o da racconti in cui demoni e morti asseriscono di potersi mutare in animali. Che gli spiriti fossero tutti bene o male interscambiabili si nota poi da esempi palesi come la presenza di una Regina delle Fate a capo delle streghe che è collegata a Christsonday che viene descritto come un angelo e che manda ai suoi protetti (come ad esempio Bessie Dunlop) dei famigli. All’interno del suo corteo, secondo la leggenda di Tam Lin, e all’interno della sua corte, secondo quanto ci riporta Emma Wilby, si trovano persone morte. La stessa Regina di Elphame viene associata al Diavolo nel processo di Isobel Gowdie. Qui vediamo dunque in maniera quasi interscambiabile: fate, streghe, famigli, morti, angeli e demoni. I famigli stessi vengono descritti da un sacerdote scozzese del XVII secolo, secondo quanto ci riporta Emma Wilby, come dei “diavoli bianchi”, e vengono associati a loro volta a fate della casa come Browny e Robin Goodfellow. Juliana Winkerin, vissuta nel XVI secolo a Umes nelle Alpi Tirolesi, affermò allo stesso modo di far parte della Buona Società, la cui guida a capo di essa veniva chiamata “Regina della Terra degli Angeli”, “Regina degli Elfi” e “Regina degli Angeli”. Come vediamo, ancora una volta angeli, elfi e streghe (ovvero membri della Buona Società) sono visti come interscambiabili. In un clima di questo tipo come si può pensare che esistesse davvero, per la popolazione, una differenza tra classi di spiriti e quindi tra corteo delle streghe, corteo dei morti e corteo del Cacciatore Selvaggio? Senza contare che i tre fenomeni spesso avevano le stesse scadenze calendariali, tradizionalmente quelle deputate al ritorno dei morti: nello stesso periodo di tempo si diceva vagasse il Cacciatore Selvaggio, la Processione dei Morti e il Corteo delle Streghe. Vi sono esempi poi in cui tale collegamento è lampante, come nel caso dello Sluagh, che è connesso a tutti i fenomeni. Esso è composto da defunti morti durante una battuta di caccia, spesso accompagnati da cani ultraterreni detti Cu-sith. Lo Sluagh è una processione fatata, connessa alla caccia al pari del Cacciatore Selvaggio, e a capo vi è la Regina delle Fate, la stessa che governa le streghe. Jacopo Passavanti nel XIV secolo scrive che di chi “dice che vede morti e favella con loro, e che va di notte in tregenda colle streghe”. Quest’affermazione collega i due fenomeni: stregoneria e processione dei morti. Numerosi sono poi i casi, tra cui il più famoso è sicuramente quello descritto da Renward Cysat, cancelliere di Lucerna, dove i morti andavano di casa in casa e si lasciava loro da mangiare, da bere e il letto ben fatto. Questo comportamento era lo stesso che si teneva per il corteo della Domina Nocturna. Inoltre spesso il corteo di morti che andava di casa in casa includeva le anime di persone ancora in vita che volontariamente lasciavano il corpo per essere reclutate dalla processione. Il collegamento con le streghe è evidente. Johannes Mathesius nel XVI secolo parla de “la vecchia Percht con la sua armata furiosa”. Ciò collega la Caccia Selvaggia (chiamata anche armata furiosa) alle streghe, dato che Percht è una Domina Nocturna. Difatti numerosi sono i casi in cui le figure a capo della Caccia Selvaggia sono anche a capo delle streghe. La visione della differenza fa poi distinzione tra Caccia Selvaggia e Processione dei Morti vedendo quest’ultima come meno pericolosa della prima. In realtà è molto probabile che la processione sia stata cristianizzata e che in origine coincidesse con la caccia selvaggia. Questo si intravede in alcune leggende come quella per cui un novello marito, per giocare con i suoi amici, lascia la fede pochi minuti sulle dita di una statua, trovandola poi al ritorno con la mano chiusa. Spaventato, fa finta di niente ma lo spirito della statua lo tormenta la notte e l’uomo decide dunque di fare qualcosa per risolvere la questione. Chiede consiglio quindi a un frate, il quale gli suggerisce di domandare l’aiuto del capo della processione dei morti, ma facendo assoluta attenzione a non rivolgergli la parola per primo. Questo avviso, di non parlare per primo, fa dunque notare come dietro l’aria di innocuità anche la processione dei morti, se non si seguono le giuste regole, rischia di diventare fatale. Anche la Messa dei Morti, variante della processione presente nel sud Italia, è piena di rischi. La leggenda vuole infatti che, vedendo una chiesa illuminata, qualcuno entri a sentir messa, scoprendo poi che si tratta della messa che sentono i morti. Il rischio in questione è quello di rimanere uccisi se non si scappa in tempo. Molte volte ciò non basta e anche coloro che fuggono si ammalano comunque. Inoltre una leggenda sulla Processione dei Morti vuole che, chiedendo un lume alla Processione, quello che si riceve, tornati a casa, è un arto di cadavere. Questo elemento coincide con quello del bottino del Cacciatore Selvaggio di cui ho parlato prima, composto anch’esso da parti di cadaveri e donati a chi gli richiedeva parte della propria caccia. Tra l’altro tutto ciò che ha a che fare con l’Altro Mondo mantiene un’eterna condizione di ambiguità: le Fate, ad esempio, sono sia dispensatrici di doni che coloro che ti sostituiscono tuo figlio con un changeling che deperirà piano piano. La visione della somiglianza, in questo caso, però non deve farci confondere e far pensare che un’equità di significato implichi un’equità di apparenza. Sebbene il significato sia lo stesso, il Cacciatore Selvaggio solitamente si manifesta come un uomo (raramente una donna) guidato da una muta di cani, la Processione dei Morti come un corteo. Oltre a queste forme base, ve ne sono altre più specifiche, di cui parla abbondantemente Claude Lecouteux in “Phantom Armies of the Night”.

Questi sono solo alcuni dei temi tirati in ballo dagli articoli pubblicati, ma sicuramente mi hanno permesso di spiegare al meglio perché ritengo più valido un approccio mediano tra quello della differenza e quello della somiglianza. Questo approccio nello scoprire la Stregoneria mi permette di asserire con risolutezza che, in fondo, la Stregoneria non si deve ricercare tra i due estremi ma si trova nel mezzo. Ringrazio infinitamente gli autori che mi hanno permesso di riflettere in merito ai temi trattati e i gestori del blog per l’ospitalità in questa sede. Per quanto riguarda le fonti da cui ho preso le informazioni contenute in questo articolo, coincidono con la bibliografia citata nel mio articolo precedente: “Alla ricerca della Stregheria”, pertanto per questo dettaglio rimando a tale post.

 

 

 

La Stregoneria si trova nel mezzo

di Alberto Paganini

 

Questo nuovo articolo nasce per fare il punto della situazione a seguito delle risposte che il mio precedente post su Athame, “Alla ricerca della Stregheria”, ha ricevuto. Difatti vi sono state ben 3 repliche ad esso, ognuna per un motivo diverso: due sono state postate anch’esse su Athame e si tratta di “Alla ricerca della stregoneria” e de “La Stregoneria Ritrovata”, mentre un’altra è stata esterna a questo blog e si tratta di “Precisazioni su Striaria” di Dragon Rouge.

Risponderò prima di tutto a quest’ultimo articolo. In esso sembra che l’autore abbia sentito l’appellativo di “revivalista” quasi come se fosse un insulto. Voglio rassicurare che non si tratta assolutamente di un’offesa: io stesso sono revivalista e non ricostruzionista (shock!), d’altra parte ritengo che sia opportuna la più totale onestà intellettuale nell’affrontare l’argomento “stregoneria storica”. Molte volte, difatti, si tenta di usare il passato per validare la propria pratica. A mio avviso questo atteggiamento è sbagliato. A tal proposito, mi ha colpito molto il ragionamento contenuto ne “La Stregoneria Ritrovata”, che afferma la necessità di “un bisogno di validazione. Il bisogno di validare le proprie pratiche stregonesche è fratello della sete di conoscenza: in presenza di una moltitudine di rivendicazioni riguardanti la ‘vera’ stregoneria italiana, la strega spesso avverte la necessità di ancorare le proprie pratiche e credenze in una continuità storica che sembra fornire il certificato di autenticità che sancisce la legittimità della propria pratica. Entrambi questi sentimenti, da soli, sono ammirevoli.”

Eppure, secondo me, non si dovrebbe ricercare il passato per “bisogno di validazione” o di approvazione, non credo si debba aver bisogno di “sancire la legittimità della propria pratica” grazie alla storia, farlo, a mio avviso, sarebbe davvero un atteggiamento di svalutazione delle proprie capacità e della propria pratica. Equivarrebbe al ritenerla così priva di risultati dal doverla ancorare a una corrente. Sarebbe come dire “se non è stregoneria tradizionale 100% doc allora non ha alcun valore”. Il bisogno di validazione non deve esistere in questo campo: io non ricerco il passato perché solo se la mia pratica coincide con quella del passato ha valore, ma ricerco il passato perché voglio sapere cosa c’era. Nel caso in cui il mio sentire coincida con quello del passato allora prenderò la via del ricostruzionismo, se coincide solo in parte prenderò la via del revivalismo. D’altra parte, tale categorizzazione non è sprezzante, non si asserisce che una via sia meglio dell’altra, semplicemente occorre fare una simile divisione in modo per due ragioni: 1) Dare la possibilità a chi ha un sentire che coincide con il ricostruzionismo di aderire al ricostruzionismo e chi ha un sentire che coincide con il revivalismo di aderire al revivalismo, senza costringere i primi a seguire la seconda strada e viceversa. 2) Per onestà intellettuale, in modo che si possa davvero capire cosa fosse la stregoneria del passato senza finire nei mille e uno libri che spacciano una propria interpretazione della stregoneria per “la stregoneria storica”. A tal proposito chiediamoci: perché accade questa sostituzione? Perché la gente tende a sostituire la descrizione della stregoneria del passato con quella della propria stregoneria? Proprio per bisogno di validazione. Tale bisogno di validazione, secondo la mia onesta opinione, non è “ammirevole”, è anzi fonte di autoinganno: se siamo portati a dare maggiore valore a quanto vi è di più antico, tenderemo a spacciare il nuovo per l’antico in modo da autoconvincerci che la modalità di pratica che seguiamo coincida con quella del passato, anche se non è così. Questo bisogno di validazione, che l’autore de “La Stregoneria Ritrovata” sostiene non si debba mai combinare con la sete di conoscenza, viene invece soppiantato proprio da essa. Difatti più conosciamo, più siamo messi di fronte alla verità dei fatti. Più conosciamo più capiamo che non ha senso fingere che la stregoneria del passato coincidesse con quella che pratichiamo oggi. Più conosciamo e più possiamo essere oggettivi. Io stesso ho smesso di ricercare conferme della mia pratica nella storia proprio grazie ai libri, proprio grazie alla conoscenza. Non a caso per me gli Dei non sono semplici spiriti, per molti anni sono stato duoteista (ovvero credevo che tutti gli Dei fossero un unico Dio e tutte le Dee un’unica Dea), credo nella reincarnazione, tutte cose che assolutamente sono estranee alla concezione della Stregoneria Tradizionale che riporto. Dunque quando asserisco che la stregoneria storica fosse animista, che non credesse nella reincarnazione, ecc. sto andando contro i miei stessi interessi, pertanto non ho alcun secondo fine a dire ciò che era la stregoneria del passato, perché non baso la mia pratica o le mie credenze su ciò che era il passato.

Perché dunque credo che sia utile approfondire il ricostruzionismo se io stesso non sono ricostruzionista? Dato che scrivo in un blog wiccan, riformulo la domanda in maniera adeguata a questo contesto: in che modo il ricostruzionismo della Stregoneria Tradizionale è utile alla Wicca?

In primo luogo a livello di pratiche: le varie ritualistiche magiche, divinatorie, le modalità di trance, ecc. potrebbero essere riusate dai praticanti wiccan senza alcun problema.

In secondo luogo a livello di attenzione ad altre creature spirituali oltre agli Dei: il culto agli spiriti della Casa è una realtà nelle tradizioni europee pre-wiccan (pensiamo alle offerte al Browny o al Monacello), così come quello agli spiriti degli Antenati, dei Luoghi e al Famiglio. Considerando che in alcuni casi la popolazione faceva giornalmente offerte a tali spiriti, includere nella pratica queste devozioni potrebbe arricchire di molto la Wicca.

Infine, il punto più importante è sicuramente il pantheon: il ricostruzionismo della Stregoneria Tradizionale è importante soprattutto perché permette di scoprire figure rimaste nascoste finora, ci permette di ritrovare i nomi degli Dei che venivano venerati nelle diverse terre, pertanto permette agli stessi wiccan di arricchire il proprio pantheon. La Wicca ha difatti numerose forme, tra cui alcune tutelar-centered, ovvero in cui i praticanti hanno Divinità Tutelari. La maggior parte dei praticanti wiccan, oltre a ciò, sceglie di solito uno specifico pantheon con cui lavorare. Il ricostruzionismo della Stregoneria Tradizionale dà modo a tutti questi wiccan di poter scegliere, oltre Divinità nordiche, romane, celtiche, egizie, ecc. anche quelle a capo del Sabba nelle varie regioni, e addirittura figure a guida della Caccia Selvaggia o del Popolo Fatato quando Caccia Selvaggia e Corte Fatata si intersecano con il tema della stregoneria.

Non sarebbe stupendo per un praticante wiccan poter scegliere come Dio Patrono, oltre a Thor, Loki, Cernunnos, Pan, Dioniso, anche Hellequin o Christsonday? O come Dea Matrona, oltre a Iside, Astarte, Inanna, Brigid, anche la Donna del Buon Gioco, Madonna Oriente, la Regina di Elphame o Fraw Saelde?

Mi è stato risposto che trovare i nomi degli Dei non serve, che sono gli Spiriti a farsi vivi. Eppure in molti casi la sensazione che diversi praticanti hanno è di sentire la presenza di un’Entità a loro vicina, ma di non saperla concettualizzare, non sapere come approcciarla: ritrovare il nome che corrisponde a tale sensazione spesso permette proprio di passare dalla sensazione stessa alla pratica, dal “sentire” soltanto che quello Spirito c’è all’intessere un legame con lui. Ecco perché secondo me è importante. Questo è ancora più importante per gli Dei, in quanto molto meno legati a realtà prossime al praticante: nel caso di uno spirito della casa o dello spirito di un luogo, per quanto ciò possa essere suggestivo, riprendere il nome esatto in dialetto con cui tale spirito era chiamato non ci serve altrettanto proprio perché la nostra casa è quella, un luogo è quello, i nostri parenti defunti li conosciamo. Invece un Dio o una Dea non li conosciamo, possiamo dunque usare il nome come strumento proprio per conoscerli e concettualizzarli, come strumento di indagine sulla loro realtà, su chi sono e sul motivo per cui sono legati a noi.

 

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Sogno o iniziazione?

Come immaginavo, la mia asserzione per cui la stregoneria storica sarebbe un “sistema di credenze emulate” è stata vista come la negazione della componente fisica del sabba, come se il sabba fosse esistito solo nel sogno e nella visione. Ciò che volevo affermare è invece differente: il sabba non è solo in sogno così come non è solo fisico, è possibile osservarlo in entrambe le modalità. Moltissimi casi di sabba fisici poi si scoprono essere sabba in sogno per il semplice motivo che appaiono elementi contrari alle leggi di natura nei loro racconti. Ad esempio il caso di Madonna Oriente citato da Dragon Rouge nella sua risposta “Precisazioni su Striaria”, da lui considerato esempio di “stregoneria congregazionale”, ovvero di sabba fisico, in realtà è sicuramente una visione, dato che in essa appaiono anche morti che partecipano alla riunione. D’altra parte i casi di Milano sono due: Sibilla e Pierina, ed entrambe riferiscono la stessa visione. Come possono essere così simili? Evidentemente perché è stata interiorizzata la stessa credenza, la stessa leggenda sul sabba. Ciò ci fa capire perché è impossibile parlare della stregoneria come qualcosa di esclusivamente locale e iniziatico: se ciò che si fa in sogno è simile a ciò che avviene nel sabba fisico, vuol dire che ciò che è fisico è un’emulazione di ciò che avviene in sogno, dato che chi sogna sicuramente non ha partecipato fisicamente al sabba. Ciò che avviene in sogno, a sua volta, è influenzato dalle leggende e dalle credenze che sono condivise nella popolazione di cui fa parte.

Ergo è da escludere che la Stregoneria fosse iniziatica, come afferma invece l’autore di “Alla ricerca della stregoneria”: anche trovare esempi di sabba fisici non scuote in alcun modo questo punto, perché il sabba fisico non è prova che un culto iniziatico sia sopravvissuto, è solo prova che qualcuno ha messo in atto un tema che ha caratterizzato i sogni, le visioni e le leggende di moltissima parte della popolazione del passato.

Pensare poi, come fa tale autore, che la stregoneria fosse esclusivamente formata da distinti culti misterici mai mutati, nega inoltre che le leggende sulla Buona Società (ovvero che ci fosse una società segreta al seguito di una figura ultraterrena, che per comodità chiameremo Domina Nocturna, che in determinate notti sarebbe andata al suo seguito di casa in casa a mangiare e a danzare dispensando benedizioni – che successivamente diventerà un ritrovarsi in un luogo specifico a danzare e mangiare in onore della Domina stessa) siano penetrate all’interno dei vari culti locali. Queste leggende circolando per tutta Europa hanno costituito la “base comune” della Stregoneria Europea, mentre le rimanenze locali (quelle che l’autore chiama culti misterici – anche se non possiamo definirli così a priori, dato che non sappiamo se fossero culti misterici già in età romana o se si tratta solo di rimanenze di culti che erano ufficiali in età imperiale) hanno contribuito a creare differenze, ma non si può negare l’esistenza di tali rimanenze (e quindi delle differenze locali) né – come sembra invece fare l’autore – delle leggende (e quindi dell’unicità di fondo). Tale unicità non è ovviamente pre-esistente, non ha un’origine precristiana, sicuramente la Chiesa stessa ha messo il suo zampino nel diffondere, con i suoi preti, sermoni contro questa credenza, ottenendo l’effetto contrario di espanderla oltre i confini nazionali dove è nata e di renderla base comune europea della Stregoneria. Possiamo dunque dire che la Stregoneria come fenomeno pan-europeo sia nata grazie a un enorme effetto Streisand. L’effetto Streisand è un fenomeno per cui più si cerca di rimuovere un’informazione, più tale informazione viene invece pubblicizzata. Ginzburg stesso fa notare nei suoi libri questo effetto (sebbene non con questo nome), quando parla di come in molti processi per eresia si dovette correre ai ripari evitando di annunciare davanti al popolo le credenze eretiche del condannato perché in passato ciò aveva portato a far diffondere idee eretiche nella popolazione. D’altra parte è vero pure che le rimanenze locali rimasero, e difatti possiamo notarlo nelle piccole differenze tra una stregoneria e l’altra: sebbene il cuore del fenomeno rimanga lo stesso (in quanto basato sulla stessa leggenda), le date dei sabba differiscono a seconda dell’area presa in esame, così come anche chi è a capo delle streghe, abbiamo difatti diverse Dominae Nocturnae (e raramente anche Domini) a seconda della regione: Perchta ad esempio in Germania, la Regina di Elphame in Scozia e così via.

 

Leland o non Leland? Non è questo il dilemma

Il discorso sull’autenticità di Leland si lega molto a questo punto, dato che gli esempi che ho portato su figure simili ad Aradia sono stati scartati per una questione di prossimità geografica. Ho difatti portato come casi di figure simili ad Aradia e legate ad Erodiade: – Araja o Arada in Sardegna; – Arada in Romania; – Erodiade nelle leggende di Roma; – Aredodesa  o Redodesa in Veneto; – figure collegate ad Erodiade nel folklore dei Balcani.

Mi è stato risposto – ignorando, in verità, gli esempi italiani – che la Romania e i Balcani fossero troppo lontani geograficamente per costituire un’influenza. D’altra parte, io non intendevo assolutamente sostenere che vi sia stata un’influenza da parte dei Balcani o della Romania verso l’Italia, mostravo solo come determinate località che facevano parte – al pari dell’Italia – dell’area in cui le leggende sulla Buona Società si diffusero, ovvero l’Europa, avevano nel loro folklore legato alla Stregoneria la figura di Erodiade, tra l’altro alle volte con nomi molto simili ad Aradia.

Come replica si è asserito che la figura di Erodiade e quella di Diana erano creazioni degli inquisitori, quindi per definizione il testo di Leland non avrebbe potuto riportare un culto autentico, dato che tali figure non avrebbero mai fatto parte realmente di un culto popolare.

In verità, però, che Diana sia rimasta nel folklore locale è evidente – senza dovermi spingere a cercare molto in là – già nello stesso nome della Janara campana, così come in quello delle Janas sarde. E’ possibile poi pensare che – dato che il culto di Diana è storicamente legato ad Apollo – sia rimasto anch’esso, difatti il Lucifero dell’Aradia, Dio del Sole fratello di Diana, è chiaramente Apollo. Come detto nel mio precedente post, il tema di Diana e Lucifero ha un corrispettivo nel folklore romeno con Ileana Sânziana e Făt-Frumos, lei fata della Luna, il cui nome deriva proprio da Diana, e lui suo fratello rappresentante il Sole, che si innamorano. Questo, nuovamente, non per dire che la Romania abbia influenzato l’Italia, ma per asserire che sussiste un precedente. Che Apollo possa essere stato chiamato Lucifero non è una sorpresa, dato che è stato da sempre demonizzato, essendo stato uno dei principali Dei del mondo greco-romano: pensiamo al fatto che è stato molto spesso associato ad Apollyon, un demone distruttore dell’Apocalisse cristiana. Oppure rendiamoci conto che molti altri Dei sono stati demonizzati, collegati anch’essi alle rispettive Dominae Nocturnae proprio come loro paredri. Un esempio tra tutti è quello del Re delle Fate nel processo di Isobel Gowdie, che, come riporta la storica Emma Wilby nel libro “The Visions of Isobel Gowdie”, è stato poi associato al Diavolo.

Che la figura di Erodiade sia rimasta nella tradizione popolare è evidente, oltre che dagli esempi rumeni, veneti, balcani, sardi e di Roma, anche dall’evidenza che tale personaggio ha caratterizzato numerose leggende e influenzato addirittura capolavori letterari come l’Ysengrimus. Questa figura è così permeante addirittura da essere legata a un Cacciatore Selvaggio. Viene difatti trovata in forma maschile (probabilmente come forma allargata di patronimico) in tradizioni legate alla Caccia Selvaggia sia in Francia che in Germania: nella prima dà il nome al fenomeno, che così viene chiamato “Chasse Hérode”, mentre nel secondo caso il Cacciatore Selvaggio stesso viene chiamato Röds o Herodis. Questo, tra l’altro, collega la Caccia Selvaggia alla Stregoneria, come vedremo. Anche per Erodiade, dunque, possiamo dire con certezza che esiste ed è esistita nel folklore.

Ma prendiamo per buono che Diana ed Erodiade siano creazioni degli inquisitori. Queste creazioni non riuscivano forse a penetrare nelle tradizioni popolari? Sì che vi riuscivano. Difatti Ginzburg ci mostra che le pressioni degli inquisitori spinsero i benandanti a interiorizzare la concezione che fossero adoratori del diavolo. Perché mai dunque non è possibile che le figure di Diana e di Erodiade siano state interiorizzate nella cultura popolare? Difatti la stessa credenza nel corteo delle streghe è un’interiorizzazione della predicazione dei sacerdoti, che diffondevano la leggenda della Buona Società da una parte all’altra d’Europa. Quindi è possibile che, citando Diana come Domina Nocturna a capo della Buona Società, in alcune località Diana sia stata sostituita come guida delle streghe da una figura folklorica autoctona, in altre dove Diana veniva già adorata e vi era una rimanenza della sua venerazione tale culto abbia preso nuova forza e sia stata associata alla Stregoneria (magari assieme a figure vicine, di cui Lucifero-Apollo dell’Aradia potrebbe essere un esempio) e infine in altre ancora Diana ed Erodiade siano state assimilate senza filtro alcuno nelle leggende popolari locali sulla stregoneria.

Tutto questo discorso parte però dal presupposto che Leland debba essere autentico. Mettiamo pure che non sia autentico, che sia tutto inventato. Va benissimo, d’altra parte che la figura di Erodiade con un nome simile ad Aradia sia parte del folklore del nostro Paese è possibile vederlo dagli esempi che ho riportato in precedenza, di cui il più rassomigliante è quello sardo: Arada. Pertanto qualora fosse un falso, usando il testo di Leland riprenderemmo la stessa figura, Erodiade, impiegando un nome uguale a quello sardo con una lettera in più. Una “i” in più in un nome stramodificato nel corso dei secoli farà forse arrabbiare la Dea a cui è assegnato? Non penso proprio. Dunque anche qualora Leland avesse mentito, costituirebbe una perfetta base per il ricostruzionismo del culto di Diana ed Erodiade, che come abbiamo visto è storicamente accertato. Difatti il suo lavoro è perfetto sia nella struttura del sabba (coincidendo con l’idea popolare pre-wiccan del sabba costituito da danze, musiche, banchetti e rapporti amorosi in onore della Domina Nocturna), sia nelle offerte (citate nel capitolo “Diana e i bambini”), sia nel pantheon (come abbiamo appena visto) e sia, infine, nella ritualità (priva di ogni influenza cerimoniale od orientale comune negli attuali libri di esoterismo).

D’altra parte, una delle principali obiezioni all’autenticità del testo di Leland è che, dato che “in Aradia appare la Diana classica piuttosto che la “Domina Ludi”, la “Signora del gioco”, è un segno che sul Vangelo c’è stato un intervento di influenze “colte””. Ebbene, questa Diana descritta come classica non lo è affatto. Infatti cosa fa Diana in “Diana e i bambini”? Porta una parte della propria caccia al prete che la bestemmia. Questo potrebbe essere visto come il classico elemento di Diana, la caccia. Ebbene, invece il dividere il bottino di caccia è un tema legato al Cacciatore Selvaggio, figura questa storicamente connessa alla Stregoneria. Le leggende sulla Caccia Selvaggia raccontano difatti che al passare del Cacciatore Selvaggio, colui che gli avesse chiesto parte del suo bottino o della sua caccia avrebbe ricevuto un pezzo di cadavere. A seguito di ciò la persona poteva sentirsi male o addirittura morire. Questa vicenda correla perfettamente con Diana che dà come parte della sua caccia la testa di un condannato alla pena capitale, a cui segue la morte del sacerdote. Nonostante solitamente il Cacciatore Selvaggio fosse un maschio, un precedente femminile esiste ed è Percht, che tra l’altro è anche lei connessa a una leggenda sul bottino della Caccia Selvaggia. Il fatto che tale dettaglio non sia stato notato porta a sostegno una possibile autenticità del testo lelandiano, dato che un intervento colto non avrebbe avuto alcun motivo di essere così poco distinguibile e di passare inosservato. Allo stesso modo, non si spiega come mai il tema di Caino sulla Luna sia riportato da Giggi Zanazzo nel suo lavoro sulle credenze e gli usi del popolo di Roma un anno dopo la pubblicazione dell’Aradia, senza che abbia mai conosciuto Leland o le sue opere e senza che abbia mai ricevuto critiche in merito a quest’elemento. Se il testo di Leland è realmente falso, e se non poteva accedere a questa informazione perché successiva di un anno al suo lavoro, come mai essa coincide con quelle contenute nella sua opera?

 

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Le due stregonerie

Ne “La Stregoneria Ritrovata”, mi è stato detto di aver posto “confini arbitrari attorno a ciò che è o non è stregoneria” . Riporto: “Molte streghe, spesso quelle che si autodefiniscono ‘ricostruzioniste’, tendono a dismettere l’esperienza e le pratiche dei guaritori di campagna, dei maciari, dei ‘santoni’ delle nostre campagne. Agli occhi del ricostruzionista, sono questi rimasugli storici di poco valore. Queste persone non volano al sabba, di sicuro non sono streghe. […] il ricostruzionista spesso ignora l’esperienza vissuta degli operatori spirituali del territorio per rinchiudersi nell’esegesi di frammenti storici derivati da un passato remoto che ci è per lo più inaccessibile. […]Ci aspettiamo di trovare un culto stregonesco organizzato, e di conseguenza dividiamo i praticanti del passato in ‘streghe’ e ‘non-streghe’ – un’operazione che probabilmente deriva più dalle ‘witch-wars’ tra le diverse correnti della stregoneria contemporanea, che alla visione del mondo che quelle che chiamiamo ‘streghe’ del passato avevano. Secondo, depriviamo persone storicamente esistite di un’esistenza complessa e di interessi molteplici. Ci aspettiamo che queste persone rispondano alle categorie che abbiamo creato per loro, e quindi ne facciamo individui uni-direzionali, monolitici e incapaci di eclettismo.

Mi duole leggere queste parole, perché non è assolutamente ciò che intendevo comunicare. Nessuno ha intenzione di screditare l’esperienza e le pratiche dei guaritori di campagna, nessuno vuole dire che la loro non sia stregoneria. Non vi è alcun dubbio che la Stregoneria dei maghi popolari sia una Vera Stregoneria, nessuno dice il contrario. Ed è altrettanto vero che nessuno, ricostruzionista o revivalista che sia, può permettersi di screditare il lavoro di questi guaritori. D’altronde è ovvio che ciascuno si affaccia alla Stregoneria per motivi diversi, i principali sono due: religiosi e magici. Spesso le due cose si uniscono, ma altrettanto spesso no. Difatti è vero che la maggioranza delle persone che andavano con la Buona Società era anche praticante di magia, però è vero anche che la maggioranza dei praticanti di magia NON andava con la Buona Società. Si tratta di insiemi, l’insieme A che rappresenta la pratica della magia popolare include la maggior parte dell’insieme B che rappresenta il culto della Buona Società, ma la maggior parte dell’insieme A non si interseca con l’insieme B. Perché è accaduta questa divisione in insiemi? Storicamente parlando, perchè la magia popolare spesso è una rimanenza locale, quindi è iniziatica e ha la tendenza ad assimilare, mentre il culto della Buona Società è l’attualizzazione di una leggenda, diffusa dalle predicazioni dei sacerdoti, che si è unita alle rimanenze locali. Pertanto solo la parte della magia, che è ripresa dalle tradizioni autoctone, è iniziatica nel culto della Buona Società, mentre gli aspetti del Sabba e del viaggio extracorporeo sono semplici attualizzazioni. Non essendo iniziatica, l’aderenza al culto della Buona Società non veniva quindi trasmessa assieme al passaggio delle conoscenze magiche. Questa suddivisione in insiemi si nota anche nei processi: la maggior parte erano verso innocenti o coloro che avevano fatto una fattura o un incantesimo a qualcuno, solo pochissimi erano verso persone legate alla Buona Società, e si riconosceva notando che asserivano cose contrarie al “copione” degli inquisitori, riportando elementi che stonavano. Pertanto anche gli storici dovrebbero, in teoria, concentrarsi sulla stregoneria come magia popolare e non come culto della Buona Società. Allora perché lo fanno? Perché è un fenomeno raro. Esatto, sembra paradossale ma è raro trovare accenni alla Buona Società. Di pratiche magiche popolari ne siamo davvero pieni, non abbiamo bisogno di ricostruzionismo per quelle, perché abbiamo così tanto materiale da far impallidire la biblioteca di Alessandria. In confronto, il materiale che abbiamo sulla Buona Società è un granello di senape, è nullo, sembra quasi sparire alla comparazione. Ciò non significa che, perché più comune, possiamo allora discriminare la magia popolare, e mi dispiace se il mio post ha dato questa impressione. Piuttosto dobbiamo capire a quale stregoneria facciamo riferimento. Non è discriminazione o voglia di screditare quella di affacciarci di più alla stregoneria intesa come culto della Buona Società o alla stregoneria intesa come magia popolare. Sono due stregonerie, entrambe valide, che hanno entrambe motivo di esistere. D’altronde, se il mio scopo, il motivo per cui mi sono avvicinato alla Stregoneria, è quello di ritrovarmi in un culto, sentirmi a casa con una Divinità o con un pantheon, cercare di incontrarla in stato alterato di coscienza, è ovvio che avrò una spinta maggiore nella mia analisi al culto della Buona Società, che intenderò la stregoneria come culto della Buona Società. Il resto lo escludo non perché non sia valido, è validissimo, ma non è il motivo per cui cercavo la stregoneria, o magari lo è in minima o minor parte. Questo significa forse dire che le streghe della Buona Società non facessero uso della magia? Altroché se ne facevano uso. Magari però non abbiamo bisogno di ricercare in proposito per l’enorme quantità di materiale a nostra disposizione. Questo significa forse fare witch wars o screditare il lavoro altrui? Assolutamente no, non è una witch war concentrarsi su ciò che si apprezza di più nell’ambito esoterico. Fare una scelta non significa automaticamente screditare quella degli altri.

Un altro estratto da “La Stregoneria Ritrovata”, con cui mi trovo meno d’accordo, è:

“I praticanti delle campagne incorporavano nelle loro pratiche elementi del sogno, di magia simpatica, della tradizione dei grimori e della magia cristiana. E’ possibile che le streghe che si unissero al corteo della Signora del Gioco adottassero un approccio eclettico simile. Ne avremo difficilmente la certezza, ma escluderlo a priori per il nostro bisogno di semplificazione vuol dire privare le streghe del passato di intelligenza, iniziativa e curiosità, riducendole a personaggi che hanno un senso solo nella nostra versione della storia.”

Per quanto riguarda la pratica eclettica, è vero che la magia popolare se poteva faceva uso del cerchio e di altri componenti (così come anche la magia praticata dal culto della Buona Società), e che se non lo faceva così spesso è dovuto alla differenza di classe tra mago cerimoniale e contadina che ne impediva il passaggio di informazioni così stretto (oltre al fattore della segretezza per molti maghi cerimoniali, soprattutto se interni al clero). E’ anche vero che ha ben poco senso definire una strega per ciò che NON faceva come il cerchio, i guardiani, ecc. D’altra parte immagino che questa differenza abbia un significato preciso: se si leggono i libri sull’esoterismo oggi possono essere ridotti nel 99% dei casi a “Come fare un cerchio e chiamare i guardiani”. Dire che il cerchio non veniva quasi mai utilizzato, sebbene non per motivi di principio ma logistici, permette di non dare tutta questa attenzione a un dettaglio che sembra aver schiavizzato gli scrittori esoterici. D’altra parte concordo che anche l’”anti-cerchio” rischia di diventare un’ossessione alla pari del “fare sempre il cerchio” ed è sicuramente da evitare.

Per quanto concerne invece la magia cristiana, non concordo. Questa forse è la principale differenza che vedo tra magia popolare e prassi della Buona Società. Nel processo di Sibilla e Pierina vediamo difatti che confessano di non dover pronunciare il nome del dio cristiano durante il viaggio e arrivati al raduno. Quando si chiede loro il perché, rispondono che il motivo è quello di non offendere la Signora. Questo contrasta completamente con l’idea del chiamare cristo, la madonna, dio, i santi, ecc. tipico della magia popolare. Non a caso molto spesso si ritrovano rituali di dedica e di rinuncia alla cristianità nei processi, come il dare tutto sé stesso alla Domina da palmo a palmo, mettendo una mano sopra alla testa e una sotto i piedi. Il tema del non pronunciare il nome di dio nel sabba per non offendere rimane per molto tempo, appare in diversi processi anche in forma demonizzata, si darà infatti come spiegazione che il nome del dio cristiano farebbe dissolvere come un’illusione tutto il sabba, lasciando gli astanti soli e nudi nella natura selvaggia. Un altro elemento derivante, come demonizzazione, da questa attitudine è quella del calpestare la croce durante il ritrovo. Come vediamo sono temi molto molto presenti nella storia della Buona Società: è probabile dunque che inizialmente la cristianità e il culto della Buona Società (ma forse anche semplicemente la cristianità e il paganesimo locale) fossero antitetici, probabilmente si iniziò a fare qualche eccezione per la consuetudine sociale dell’andare a messa (ma anche lì, numerose leggende popolari parlano di streghe che, entrando in chiesa, prendono l’acqua dall’acquasantiera per pulircisi simbolicamente il didietro – sì, avete capito bene, Burzum ha tutto da imparare da queste simpatiche nonnine! –, probabilmente un “escamotage”). Sicuramente con il passare del tempo questo tabù svanì o si fece meno pressante, in alcuni casi probabilmente l’avranno fatto solo per il sabba per poi chiedere aiuto a qualche santo in altri momenti, ma questi sono tutti sotterfugi o contaminazioni successive. Sappiamo che la venerazione cristiana era vista come offensiva verso la Domina, sappiamo che per colpa delle necessità tale tabù venne meno, ma loro erano obbligati ad andare a messa, noi che possiamo evitare del tutto perché dovremmo riprendere proprio la parte temporale più corrotta del culto della Buona Società? Se loro hanno iniziato ad agire ipocritamente o con stratagemmi, perché mai dovremmo riprenderli in queste azioni irrispettose? Perché mai dovremmo riprendere l’ultimo periodo in cui tale tabù svanì ignorando il periodo precedente (nel quale ad esempio sono collocati i casi di Sibilla e Pierina) dove esso era importante? Ovviamente qui mi sto riferendo a chi riprende il culto della Buona Società, e non a chi è interessato alla magia popolare (come l’autore de “La Stregoneria Ritrovata”, se ho intuito bene), che ovviamente tali problemi non se ne fa. Anche per distinzioni come questa è opportuno distinguere tra le “due stregonerie”, sebbene distinguere non significa discriminare. Ad esempio in questo caso è ovvio perché in un caso tale comportamento è accettabile mentre nell’altro no: la Stregoneria intesa come culto della Buona Società pone attenzione alla venerazione della Domina e ha come momento di picco di tale venerazione il Sabba, mentre la Stregoneria come Magia Popolare chiama le entità per ottenere fini specifici, e solo poi, in caso, si concentra sul legame devozionale con l’Entità chiamata.

Un’ultima differenza è quella del lavoro con le visioni. Se è vero che anche la magia popolare talvolta impiegava strumenti per far andare in trance la persona (pensiamo alle ripetizioni di scongiuri, all’idromanzia per trovare i ladri, ai sogni, ecc.) queste tecniche venivano usate in un numero ristretto di casi e soprattutto per fini determinati, per ottenere informazioni, per ritrovare oggetti perduti, per guarire, ecc. mentre un approccio completamente differente è quello delle streghe scozzesi che usavano la trance per viaggiare fino alla corte di Elphame o delle seguaci di Abonde che la seguivano nel suo cammino. Ovviamente ciò è da intendersi in maniera simbolica, nel senso di usare la trance per scoprire l’Altro Mondo e la Divinità con cui si è creato un legame. Con ciò non voglio dire che un fine sia migliore o più profondo dell’altro: alcuni hanno semplicemente troppi problemi in questo mondo per curarsi anche di quelli dell’altro, altri ritengono che un contatto precoce con l’Altro Mondo non sia adatto agli esseri viventi, altri ancora non ne vedono l’utilità. Non vi è nessuna critica in questo: in diversi momenti della vita, in diverse situazioni, si avranno diverse priorità. Tutto qui.

Alla ricerca della stregoneria

Parte prima

 

di Mauro Ghirimoldi

 

 

 

L’articolo di Alberto Paganini, Alla ricerca della stregheria, di recente pubblicato su Athame, mi ha portato a voler mettere per iscritto alcune riflessioni che ormai da più di un anno mi sono messo a elaborare studiando la storia della stregoneria: vorrei che questo mio lavoro non venisse preso come una critica, ma più che altro come una correzione e un’integrazione, per fare ulteriore chiarezza sull’argomento.

Il punto dal quale vorrei partire è il riempimento di una lacuna all’interno dell’articolo in questione, il quale sembra dare per scontato che la magia medievale e la stregoneria coincidano perfettamente, e che dunque fa rientrare ogni genere di attività magica (dai riti divinatori, al volo notturno, all’evocazione degli spiriti, agli incantesimi sui libri) nell’ambito della stregoneria, il che però ha perfettamente senso solo nella mentalità di un inquisitore medievale, che come vedremo non riusciva a distinguere le varie sfaccettature della pratica in questione; fortunatamente per noi, che riusciamo oggi ad avere un quadro storico più ampio, possiamo dire che si trattava di due grandi ambiti, non sempre perfettamente distinti (e che potevano portare ai medesimi risultati, com’è logico), ma nella sostanza molto diversi.

Il Medioevo presenta essenzialmente due forme di magia, dunque: la cosiddetta negromanzia e la stregoneria vera e propria. La prima aveva perso il suo significato legato all’etimologia (divinazione tramite i defunti), approdando a quello generico di “magia effettuata tramite il potere dei demoni”[1]: i negromanti erano, a conti fatti, persone che operavano tramite incantesimi rituali (cerchi, candele, formule,…), spesso scritti su libri, e proprio per il fatto di saper leggere erano in genere persone colte, molte volte ecclesiastici (è dalla loro opera che si svilupperà la magia rinascimentale, e poi quella vittoriana). Viceversa, la stregoneria propriamente detta (quella dell’immaginario del sabba) era più legata alle classi sociali inferiori, e aveva un carattere estremamente più sciamanico e, per così dire, istintivo. Di seguito farò un breve sunto delle caratteristiche di ognuna delle due pratiche (per la negromanzia mi rifaccio in toto al Kieckhefer[2]), con tanto che ciò non esaurisce minimamente l’argomento, per molti versi ancora da esplorare.

 

 

LA NEGROMANZIA MEDIEVALE

 

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Stando alla testimonianza dell’inquisitore Nicolau Eymerich, che durante il XIV secolo ebbe ampiamente a che fare coi maghi (riuscendo anche a leggere dei loro testi, come il Tesoro di Negromanzia e la Tavola di Salomone), costoro imparavano dai libri numerose forme di magia proibita: battesimo di immagini, fumigazione della testa di un morto, evocazione di un demone per mezzo del nome di un demone superiore, iscrizione di caratteri e segni, invocazione di strani nomi, commistione di nomi di demoni con quelli di angeli e santi in preghiere blasfeme, fumigazioni con piante aromatiche, combustione di animali, getti di sale nel fuoco e molto altro. A suo avviso, questi comportamenti avevano sempre uno scopo di adorazione dei demoni: i negromanti promettevano loro obbedienza e si consacravano al loro servizio, cantavano salmodie in loro onore, e offrivano in sacrificio non solo animali ma anche il proprio sangue; nell’esercizio dell’arte magica praticavano ogni genere di ascetismo: digiunavano, si lavavano, si rasavano, si mantenevano casti e si vestivano di nero o di bianco (secondo alcuni per attirare i demoni, secondo altri per proteggersi). Alcuni libri di negromanzia, comunque, sono giunti fino a noi: il Manuale di Monaco, ad esempio, descrive una quantità di operazioni magiche (“esperimenti”), ma ne abbiamo testimonianza anche in altre parti della Germania, in Spagna, Francia, Inghilterra e Italia (il celebre “libro del comando” delle masche della tradizione piemontese potrebbe essere una derivazione del manuale negromantico).

In generale, gli scopi di questa magia rituale rientrano in tre categorie principali: influire sul corpo e sulla volontà altrui, creare illusioni e discernere le cose segrete, passate, presenti e future (tutti casi classici di magia, già presenti sin dall’Antichità). Le tecniche negromantiche possono essere molto complesse, ma si basano su pochi elementi principali: cerchi magici, scongiuri e sacrifici. Il cerchio si può tracciare a terra con un pugnale o una spada, o disegnare su una pergamena o un panno; a volte è semplice, poco più di una forma geometrica, altre molto complicato, con all’interno scritte e simboli di vario genere, siti per gli oggetti magici (spade, scettri, coppe, denari e altro) e un posto per il negromante stesso; persino i vari materiali vengono a volte specificati (ad esempio sangue di gatto, upupa o pipistrello per le scritte, pergamena vergine o pelle di leone per il piano su cui tracciare,…), e questo perché uno stesso cerchio può avere effetti diversi in base al materiale utilizzato nel crearlo. Il cerchio sembra aver avuto, per i negromanti, meno importanza in sé rispetto alle varie scritte al suo interno, in genere nomi di Dio e dei santi o parti della liturgia cristiana.

Lo scongiuro è la principale componente orale dell’atto magico: esso si impernia su un verbo di comando, come “io vi ordino” o “io vi impongo” di apparire e obbedire; in genere esso riprende parti dei salmi o delle preghiere cristiane, e su alcuni libri è detto di inginocchiarsi a mani giunte e col volto al cielo, e di ripeterlo un dato numero di volte. Nello scongiuro si chiede di solito al demone di apparire in forme che non facciano paura: per questo le manifestazioni degli spiriti sono in genere preordinate (re, servitori, cavalieri, animali, e via dicendo); l’apparizione di Mefistofele nel Doctor Faustus di Marlowe ne è un bell’esempio.

Importante era anche, come detto, il sacrificio: nel Manuale di Monaco, il negromante invoca i demoni a un crocicchio col sacrificio di un gallo bianco, che egli supplica di accettare; in un altro esempio, bisogna portare un’upupa prigioniera e, quando i demoni avranno giurato di obbedire al mago, questi gliela darà. Uno scongiuro del XIII secolo dice, per fare un esempio, di prendere un pipistrello e sacrificarlo con la mano destra, e con la sinistra cavargli il sangue dalla testa. Era infatti credenza diffusa che i demoni fossero attirati dal sangue, specialmente da quello umano; quindi, secondo Michele Scoto, i negromanti usavano spesso acqua mista a sangue, o vino somigliante a sangue, “e sacrificano carne di persona vivente, per esempio un pezzetto della propria carne, oppure di un morto […] sapendo che la consacrazione di uno spirito in un anello o in una bottiglia si può effettuare compiendo solo molti sacrifici.” Da notare che, in tutto questo, non si parla mai di un vero e proprio sacrificio umano. Si potevano comunque offrire anche altre sostanze: a volte si spargeva nell’aria latte e miele, oppure si mettevano farina, sale, cenere e altre cose nei vasi da collocare nel cerchio magico; il Manoscritto di Praga invita poi i negromanti a offrire ai demoni carbone, pane, formaggio, orzo, sale e tre chiodi da calzolaio.

La magia negromantica è in genere di tipo simpatetico, e quando non usa cerchi e cerimonie elaborate sfrutta immagini apposite: ad esempio, per far innamorare qualcuno si può scrivere i nomi dei demoni incaricati di indurre l’amore sulla statuetta di cera rappresentante l’obiettivo della magia; oppure si possono intagliare due statue, una rappresentante il negromante e l’altra la persona di cui si vuole ottenere il favore (magari incidendovi sopra una corona se è un re, per dire) e legarle assieme con una catena; oppure ancora si scaldano sul fuoco due pietre rappresentanti le vittime, le si getta in acqua fredda e poi le si percuote fra loro per indurre odio fra le due. In genere queste operazioni vengono comunque accompagnate da formule: una ricetta amorosa giunta fino a noi, ad esempio, recita che “come il cervo brama la sorgente, così NN brami il mio amore, e come il corvo brama i cadaveri, così ella mi desideri, e come la cera si scioglie sul fuoco, così lei desideri il mio amore.” Va da sé che questi effetti possono anche essere annullati: se si è sotterrato un panno per indurre una maledizione, lo si deve dissotterrare e bruciarlo, o comandare ai demoni di andarsene in quanto hanno adempiuto al loro compito, e così via. La cosa più importante, specificano i vari manuali, è che venga mantenuta la segretezza sia sui riti che sui libri che li contengono.

Si può in genere ritenere che questa forma di magia medievale derivi in parte dalla tradizione pagana tardoantica (soprattutto quella astrale e goetica), e in parte da quella esorcistica giudeo-cristiana: i rituali infatti hanno sempre, come visto, uno sfondo cristiano, e i vari manuali spiegano quando devono essere officiati (il sabato prima dell’alba con la luna calante, il giovedì con la luna crescente, e via dicendo); lo stesso confine tra spiriti astrali o elementali e angeli caduti è piuttosto confuso, e i negromanti si appellano ora agli uni, ora agli altri. Michele Scoto dice che le immagini astrologiche servono non solo a evocare le potenze che regolano le orbite planetarie e i demoni della luna, ma anche gli spiriti dannati presenti nel vento. Anche la pratica della fumigazione venne adottata dalla negromanzia: il Manuale di Monaco, addirittura, fornisce gli ingredienti per le fumigazioni adatte a ogni giorno della settimana (ad esempio di giovedì si bruciano incenso e zafferano per mettere d’accordo due nemici). Anche le fumigazioni comunque, come forse la pratica di sotterrare o nascondere le immagini magiche e le pratiche di sacrificio ai demoni, traggono origine dalla magia astrale, come si riscontra nel Picatrix arabo.

Per quanto riguarda invece l’aspetto esorcistico, il Libro delle Consacrazione parla dei negromanti come di esorcisti, poiché le formule utilizzate sono tutto sommato le stesse usate dai sacerdoti cristiani: la differenza, ovviamente, sta nel fatto che i secondi li costringono ad andarsene, i primi a sottomettersi al loro volere. Il negromante invoca i nomi di Dio, di Cristo, della Madonna e dei santi, a volte anche del sole e della luna, del cielo e della terra, tutti i caratteri di Salomone e le operazioni magiche di Virgilio (considerato nel Medioevo un grande mago); per fare un esempio concreto di preghiera esorcistica alterata, nel Manuale di Monaco è scritto: “Io ti comando, demone malvagio, per il potere del Signore, e ti ordino nel nome dell’Agnello immacolato che cammina sull’aspide e sul basilisco, che ha calpestato il leone e il drago, che tu esegua subito ciò che ti comanderò. Trema e temi quanto viene invocato nel nome di Dio, il Dio che l’Inferno teme, e a cui sono soggette le Virtù celesti, le Potenze, le Dominazioni e le altre Virtù, che lo temono e lo adorano, e che i Cherubini e i Serafini lodano con voce instancabile. Il Verbo fatto carne ti comanda. Colui che nacque da una vergine ti comanda. Gesù di Nazareth, il quale ti ha creato, ti comanda di adempiere subito a tutto ciò che ti chiedo, a tutto ciò che voglio avere o sapere. Più a lungo indugerai a fare ciò che io comando e ordino, più crescerà di giorno in giorno il tuo castigo. Io ti esorcizzo, spirito maledetto e mendace, con le parole della verità.” In effetti, l’atteggiamento dei negromanti davanti a Dio era diverso da quello che avevano nei confronti dei demoni: in genere essi si presentano come umili e indegni supplici davanti al Signore, implorando l’aiuto divino per ottenere potere sugli spiriti. Questo, a conti fatti, rende la negromanzia medievale una vera e propria forma di “magia cristiana”.

Riguardo la natura stessa degli spiriti in questione, il più delle volte i negromanti sono espliciti riguardo i nomi di coloro che vogliono chiamare, non solo Satana ma anche demoni con nomi e attributi specifici; dato che la negromanzia è comunque una commistione di cristianesimo e paganesimo, non è sorprendente trovare di quando in quando una certa ambiguità riguardo gli spiriti invocati: alcune fonti parlano di “spiriti neutri”, vuoi astrali o elementali, altre di esseri che sono “fra il bene e il male, né all’Inferno né in Paradiso”, e Cecco d’Ascoli parla di demoni associati ai punti cardinali, con al loro servizio legioni di subalterni. Il Manuale di Monaco asserisce che gli spiriti benigni sono chiamati per scopi buoni, e quelli maligni per scopi malvagi. In genere, comunque, molti manuali mettevano in guardia dalla capacità d’inganno dei demoni, e a volte si cercava di blandirli con formule come “Possa il Signore, nella sua misericordia, restituirvi al vostro stato di un tempo.” I testi negromantici inoltre riportavano a volte anche dettagliate informazioni sui demoni, su come apparivano e cosa potevano insegnare (tant’è vero che persino l’erboristeria venne malvista dai nemici della magia nell’epoca moderna).



[1]Ciò derivava dal fatto che, secondo la teologia cristiana, le anime appartengono unicamente a Dio, e dunque non possono essere richiamate sulla terra con la magia: quando ciò accade (a partire dal caso biblico della strega di Endor), è perché un demone rianima il cadavere o compare con l’aspetto del defunto.

[2]Richard Kieckhefer, La magia nel Medioevo, Laterza (2004), pp. 197-230.

Intervista con una strega americana

Intervista a Belladonna Laveau, strega americana e Arcisacerdotessa dell’Aquarian Tabernacle Church, una delle più importnati organizzazioni wiccan negli Stati Uniti

di Davide Marré, trad Valentina Ferracioli

10850655_10204616457723885_1817422113_nChe cos’è l’Aquarian Tabernacle Church?

L’Aquarian Tabernacle Church (ATC) è un collettivo mondiale di coven di gruppi wiccan che condividono un obiettivo e una serie di principi etici comuni. Persone che lavorano insieme per prestare servizio alla Comunità Pagana/Wiccan. Quella che chiamiamo Chiesa Madre (Mother Church), o l’Arcisacerdozio (Archpriesthood), è un organo che garantisce le risorse delle grandi chiese e anche protezione ai piccoli gruppi, perché possano avere successo nel loro ministero.

 

Quando è stata fondata e perché?

L’Aquarian Tabernacle Church venne fondata nel 1979 da Pete “Pathfinder” Davis. Era una congrega che si occupava di sostenere e garantire i servizi religiosi essenziali alla più vasta comunità wiccan. Nel giro di pochi anni è cresciuta ed è diventata la prima chiesa wiccan, con un pieno riconoscimento legale da parte del governo di tre nazioni. L’Aquarian Tabernacle Church ora ha molti gruppi affiliati che condividono i benefici e i privilegi della sua unica esenzione come gruppo 501 dalla U.S. Treasury.

 

Perché è stato scelto questo nome? Il riferimento alla “chiesa” non suona un po’ troppo cristiano? 

Pete è sempre stato molto cauto quando si trattava del dipingersi in faccia il marchio della stregoneria. Mi diceva spesso lascia che scoprano CHI sei prima che scoprano CHE COSA sei. Il nome The Aquarian Tabernacle Church suona meno losco alle orecchie dei fondamentalisti giudeo-cristiani. Nel 1979 l’America era molto più aperta alle energie metafisiche, a una concezione del divino in evoluzione rispetto al Cristianesimo, e a un movimento generale che ci portava verso una concezione del divino femminile. L’Età dell’Acquario stava rapidamente arrivando, ma sostanzialmente c’erano ancora due atteggiamenti molto diversi negli Stati Uniti. Da una parte si era pronti ad aprire il cuore, la mente e l’anima al cambiamento, dall’altra si cercava di piantare i propri piedi nel terreno, e aggrapparsi con forza alle proprie radici. Il Tabernacolo è un manufatto cattolico che contiene la cosa più sacra. “Chiesa” invece è un concetto universale in America applicabile a tutti i luoghi di culto. Quindi l’Aquarian Tabernacle Church può essere interpretata come il luogo di culto del sacramento nella Nuova Era. Pete sentiva che questo rispettava le radici astrologiche della Wicca, mentre ancora ci trovavamo “nel radar” di coloro che con pregiudizio ci avrebbero negato il diritto di praticare il culto.

 

Cosa significa “chiesa” per voi?

Una chiesa è un luogo di culto. È il luogo in cui si costruisce una comunità aperta, nel cuore di un gruppo di persone spiritualmente simili che praticano insieme. Una congrega è un gruppo chiuso di individui ritualmente legati, come dedicati o iniziati. Noi abbiamo sia una chiesa che è il tempio all’aperto dove tutti possono venire a praticare, mentre la congrega è costituita dai nostri dedicati e iniziati che sono il gruppo di sacerdoti che si occupa del tempio. La congrega scrive rituali, organizza eventi, etc. La chiesa è invece formata da membri che non vogliono dedicarsi a un cammino iniziatico e a un ministero formale.

Abbiamo notato che avere un’infrastruttura organizzata in questo modo è davvero d’aiuto, perché è un luogo aperto per la pratica a tutti i cercatori. Non tutti vogliono diventare sacerdoti o sacerdotesse, ma molti vogliono solo avere un luogo in cui trovarsi in cerchio con altre persone.

 

Avete anche un riconoscimento federale come organizzazione religiosa?10860452_10204616470124195_1713337980_o

Sì. Abbiamo una 501 Group Tax Exemption. Ci permette di incorporare le organizzazioni affiliate sotto il nostro statuto 505(c)3. Questo permette ai gruppi affiliati di essere immediatamente riconosciuti legalmente al pari di tutte le altre chiese senza dover intraprendere la lunga e costosa battaglia con il governo per dimostrare di essere realmente un’organizzazione religiosa e non semplicemente qualcuno che cerca di speculare sui benefici non-profit.

 

Quando l’avete ottenuto? Perché l’avete chiesto? Quali fasi avete passato per ottenerlo?

L’ATC si era schierata per far sì che la Wicca fosse riconosciuta come religione con tutte le protezioni e diritti civili che le religioni tradizionali hanno. Pete ha combattuto una battaglia molto intensa: hanno perso i documenti, li hanno inviati ad altri agenti. Pete è stato costretto ad inviare copie, su copie, su copie, su copie di copie, mentre l’Internal Revenue Service (l’agenzia per le tasse americane) faceva di tutto per fermare, bloccare e rifiutare i nostri diritti. Dopo un paio d’anni passati facendo diversi tentativi, inviando più documenti, facendo ancora altri tentativi, inviando più documenti ancora e con nuovi tentativi, la perseveranza di Pete è stata ripagata e l’Aquarian Tabernacle Church ha ottenuto il riconoscimento. Con grande stupore di Pete, venne chiamato per parlare con un Agente che approvò il suo caso. Scoprì che si trattava di una donna induista, che faceva parte anch’essa di una minoranza religiosa, e che sosteneva la nostra causa: colse l’attimo, e con una spinta in più ottenne anche l’esenzione.

A volte la Dea interviene e mette mano direttamente agli avvenimenti. Siamo l’unica Chiesa wiccan ad avere speciali esenzioni. Sono le stesse esenzioni che anche i cattolici, i mormoni e altre organizzazioni nel mondo hanno e che permettono loro di avere ufficialmente una chiesa. È quasi impossibile da ottenere in questo periodo e in quest’era, a causa dei nuovi regolamenti, e a causa delle tasse più alte. Il riconoscimento di questo speciale trattamento sulle tasse aiuta tutti i wiccan, ogni singolo solitario, congrega e chiesa. Il Governo in America riconosce la Wicca come una religione valida in parte proprio a seguito dello statuto 501 dell’Aquarian Tabernacle Church.

 

Cos’è il Woolston-Steen Theological Seminary?

Prende il nome da Mother Moth Jo Steen, e Patricia Holmes-Woolston, il Woolston-Steen Theological Seminary (WSTS) è l’unico seminario Wiccan negli Stati Uniti con il potere dallo stato di Washington di garantire titoli per il dottorato in Wiccan Ministry. È il college dell’Acquarian Tabernacle Church, concepito per aiutare la nostra gente a competere con i ministri di altre religioni come cappellani per esempio nel contesto delle istituzioni pubbliche e private. Siamo presenti a livello mondiale, con un campus virtuale 3D su Second Life, Wiccan Seminary EDU. Lì offriamo un addestramento magico dinamico e una formazione sacerdotale nelle scienze sacre sulle quali la Wicca si basa.

Wiccan Seminary EDU è concepito per raggiungere tutti quegli studenti, quei praticanti solitari che sono isolati e che non possono cercare un insegnante, e per essere un complemento all’addestramento formale in una coven, così che ogni piccola coven non deve continuamente ricominciare daccapo nella formazione dei propri studenti. Un tempo quando c’erano molte meno informazioni disponibili, era più facile addestrare gli studenti a casa. Ma nei gruppi wiccan al giorno d’oggi ci sono persone che vogliono solo praticare e trovare una congregazione, ma anche nuovi cercatori, studenti dedicati, iniziati di gradi diversi e infine un pubblico generale, tutti con esigenze e livelli di addestramento differenti, e che vogliono festeggiare tutti 13 lune e 8 sabbat all’anno, e anche partecipare ad attività divertenti nel frattempo. È difficile per un Gran Sacerdote e una Grande Sacerdotessa tenere questo genere di ritmi, soprattutto se si ha anche un lavoro a tempo pieno. Il Seminary è stato creato per garantire un insegnamento extra così che gli insegnamenti iniziatici possono focalizzarsi di più su specifici argomenti legati alla tradizione.

Non promuoviamo nessuna tradizione particolare nella scuola, ma il nostro staff ha un addestramento tradizionale e uno spirito di servizio. Incoraggiamo i nostri studenti ad imparare a rispettare la diversità e a bilanciare la creatività individuale con il lavoro di squadra e la comunità. Gli studenti del WiccanSeminary.EDU applicano ciò che imparano alla scuola servendo come sacerdoti e sacerdotesse per rituali, attività ed eventi organizzati per i pagani su Secondlife.com .

 

I ministri che vengono formati in questo corso sono riconosciuti a livello federale?

WSTS è un college regolarmente riconosciuto dallo stato che garantisce diplomi e abilitazioni come qualunque altra scuola. I nostri diplomi in Wiccan Ministry sono emessi dallo stato di Washington con specializzazioni in argomenti come Costruzione di Rituali, Mitologia, Erboristeria, Divinazione, Metafisica, etc, e sono assolutamente riconosciuti a livello federale. Una persona che esce dal Seminary può usare la propria qualifica per ottenere un lavoro come cappellano militare, ospedaliero o carcerario, come professore in studi wiccan, o in molte altre aree dove è richiesta la qualifica in teologia.

 

Qual è la differenza tra un sacerdote iniziato in una coven regolare e un sacerdote che esce dal vostro seminario?

Un laureato della WiccanSeminary.EDU ha le credenziali per poter ottenere un lavoro, o insegnare all’esterno. Un Iniziato ha le credenziali per poter avere un gruppo e addestrare altri nel cammino iniziatico. Quando ottieni un Masters Degree dalla WSTS, hai un Masters Degree in Wiccan Minstry. Puoi usarlo per ottenere un lavoro, con un certificato che puoi appendere al muro. È anche utile ottenere lo standard d’insegnamento dell’ATC, così conoscerai i tuoi pari, coloro che saranno sacerdoti con te in futuro, e saranno capaci di sviluppare relazioni nel mondo con altri ministri wiccan che sono al tuo stesso livello di formazione, e presumibilmente saranno leader e un giorno anziani che cambieranno il futuro della Wicca con te. Come alunno del Seminary, hai un forte supporto dal gruppo mentre diventi esperto nella tua propria fede. È specificatamente concepito per aumentare l’addestramento che stai eventualmente già ricevendo nella tua coven/chiesa locale. Non sarai un Iniziato. Non hai l’autorità per addestrare e iniziare altre streghe in una tradizione. I nostri diplomi sono scolastici e non iniziatici. Se senti che il cammino iniziatico è parte del tuo cammino spirituale, lo potrai trovare attraverso la scuola. Proprio attraverso gli insegnanti, spesso è possibile arrivare ad un’iniziazione, grazie a un mentore che ti segue. Oppure in altri casi è possibile assegnare un insegnante locale.

 

L’ATC pensa che la Wicca sia una tradizione iniziatica? Quale valore date alle coven?

Il Sacerdozio dell’ATC è una tradizione iniziatica. Sono stata addestrata come gardneriana, quindi cerco di tenere un equilibrio tra gerarchia, protocollo, iniziazione formale e un’apertura all’individualità, e fornendo al pubblico pagano delle occasioni di pratica. Penso non esista alcun sostituto all’addestramento in una coven. È difficile per uno studente imparare tutte le discipline o che sappia sempre dove guardare senza che qualcuno indichi il cammino. C’è molto più da imparare diventando Grandi Sacerdoti e Sacerdotesse di un ordine che nella conoscenza spirituale. La Dea non può insegnare il lavoro di squadra, la cultura pagana, la leadership, o come scrivere un rituale che coinvolga le anime di coloro che partecipano se non ricevi i servizi che un Gran Sacerote o Grande Sacerdotessa hanno da offrirti.

Mentre non penso che ogni strega debba per forza avere un’addestramento in una coven, l’addestramento tradizionale è vitale al nostro culto. L’addestramento nel seminario aiuta i nostri leader a considerarsi sullo stesso livello dei ministri di altre confessioni. Questo diploma in Wiccan Ministry garantisce un riconoscimento mondiale da parte di altri pari di altre confessioni. Una qualifica iniziatica garantisce un riconoscimento nella comunità pagana/wiccan.

 

L’ATC appartiene a una specifica tradizione della Wicca? Siete affiliati anche ad altre tradizioni del paganesimo?

L’ATC accoglie tutti i rami del Paganesimo a collaborare con noi. Siamo Wiccan, e come tali incoraggiamo i membri a seguire i principi base di questa religione. I patroni dell’ATC sono Pan e Hecate, anche se abbiamo altari per Diana, Dioniso, Afrodite, per il Greenman, e recentemente, trapiantata dalla mia casa in Georgia, Kwan Yin. Nel mondo i nostri gruppi si basano spesso sugli insegnamenti della wicca tradizionale britannica con molte influenze dal lavoro dei nostri elder, i Farrar e Doreen Valiente. Ma considerando la crescita della Wicca dalla fondazione dell’ATC, abbiamo dato spazio anche ad altre tradizioni wiccan. Il punto è: stai facendo il lavoro? Stai aiutando la società? Non riguarda ciò in cui credi o chi ti ha addestrato ma piuttosto come stai usando quell’insegnamento. In ogni caso, l’isolamento alimenta l’ignoranza, abbiamo bisogno di varietà per poter prosperare.

 

In quali paesi siete presenti?

Sto ancora cercando la nostra famiglia sparsa per il mondo. Attualmente ho incontrato affiliati negli Stati Uniti, in Canada, Irlanda, Australia, e ora Italia. Penso ci siano gruppi anche in Francia e Sud Africa, ma non ho ancora avuto il piacere di incontrarli. Vi sono molti resoconti che i volontari hanno fatto nel corso degli anni e le persone si separano, si spostano, fondano nuovi gruppi e diventano famiglie, senza parlarne con Mamma. Stiamo ancora cercando di elencarle tutte e cerchiamo di trovare un modo più moderno per tenere dei resoconti permanenti sulle selvagge e erranti streghe dell’ATC.

 

In Italia è molto sentita la differenza tra neo-paganesimo e vetero-paganesimo (come ricostruzionisti o tradizionalisti che praticano il la tradizione romana, ellenica o germanica o il ricostruzionismo celtico), com’è negli Stati Uniti ? Ci sono forti differenze tra neopaganesimo e ricostruzionisti?

Sono stata talmente impegnata nel prendermi cura dell’ATC e i suoi membri che non sono davvero riuscita ad aggiornarmi sul clima attuale del movimento pagano statunitense.

 

Come si entra a far parte dell’ATC, quali sono i requisiti?

Riconosciamo il diritto di ogni persona a identificarsi come membro della chiesa. Se senti di essere membro della chiesa, e supporti i suoi ministeri, allora sei membro della chiesa. Questo significa essere una chiesa pubblica, tutti sono i benvenuti a partecipare.

Grazie per avermi dato la possibilità di parlare dell’Aquarian Tabernacle Church e i suoi ministri. Sono molto onorata e contenta di essere capace di servire come Arcisacerdotessa e di creare e facilitare i benefici che l’ATC ti offre.

 

PER INFORMAZIONI SULL’ATC: www.aquariantabernaclechurch.org

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Stregoneria lucana: il mondo magico 2.0

Le pratiche di magiche, di stregoneria, di guarigione e il mondo che le circonda sono ancora vive in Basilicata, scandiscono le fasi della vita. Un mondo particolare, ancora vicino agli studi che fece Ernesto De Martino.

di Salvatore Fortunato

 

Ci sono cose che vanno raccolte prima che se ne perda la memoria

Isaac Singer

 

LEAD Technologies Inc. V1.01Quest’anno sono stato per la prima volta ad una manifestazione che fanno in un piccolo centro non molto distante da dove abito. Il paesino si chiama Colobraro ed in zona ha la fama di essere un paese che porta sfortuna, anche solo a nominarlo. Ancora oggi si usa dire “quel paese” per indicarlo. Appunto oggi ho sentito definirlo così anche dal prete del mio paese! Su questa leggenda, Colobraro ha creato una manifestazione teatrale itinerante, sicuramente con lo scopo di attirare turisti, ma che si basa (oltre che sull’esperienza e sui ricordi dei nonni) anche sugli studi di un celeberrimo etnologo nonché storico delle religioni: Ernesto de Martino. Nel 1952 lo studioso organizzò una vera e propria “spedizione” in terra di Lucania, esattamente come avrebbe potuto fare un esploratore tra gli indios dell’amazzonia. Egli utilizzò volontariamente questo termine per sottolineare, così come dice esplicitamente un bellissimo documentario audiofonico, che “gli italiani conoscono, qualche volta, il Congo o il Tibet meglio di alcuni aspetti della loro patria”[1]. L’intento era quello di raccogliere materiale sulla cultura tradizionale del mondo popolare di questa regione ed addirittura di dare un contributo al “riscatto delle plebi” meridionali (non dimentichiamo che il de Martino era uomo di sinistra ed impegnato politicamente) e non già quello di “andare alla ricerca del pittoresco”. Nonostante ciò questo studioso non lasciò contenti i lucani con i suoi studi. Si sentirono toccati nell’intimo e quasi si vergognarono di passare come quelli arretrati culturalmente. In questa stessa manifestazione a Colobraro, nel 2014, ne ho percepito il pregiudizio e la costante difesa della modernità, scandita da frasi esplicite tipo “queste cose sono fesserie” ed è “tutto nella tua mente” quasi come se quel grande patrimonio culturale, così a fondo studiato dall’equipe del de Martino, fosse un reperto archeologico da far visitare ai turisti per poi ritornare nella contemporaneità. Ma dopo sessant’anni quel “mondo magico” descritto dall’accademico è un reperto archeologico?

 

La fascinazione 

Il cuore di tutta la magia popolare lucana è la così detta fascinazione (dalle mie parte si dice “affascino”). Ernesto de Martino la definisce così: “condizione psichica di impedimento e di inibizione, e al tempo stesso un senso di dominazione, un essere agito da una forza altrettanto potente quanto occulta, che lascia senza margine l’autonomia della persona, la sua capacità di decisione e di scelta”. [2] E’ in pratica, il termine locale per definire quella forza maligna che in genere viene definita “malocchio”. Il termine ha una indubbia derivazione latina, da “fascinum” che indicava appunto, un maleficio, un mormorio incantatorio. Questa energia negativa (per dirla alla new age) ha un mezzo fisico attraverso cui esso si proietta sulla vittima ed una passione scatenante. Il mezzo sono, notoriamente, gli occhi, mentre la passione motrice è senza ombra di dubbio, l’invidia che nel dialetto delle mie parti viene definito “mirj “. Ricordo che quando ero piccolo alcuni della mia famiglia prendevano, bonariamente, in giro degli zii che stavano in campagna. Quando si faceva un complimento tipo: “come cresce bene tua figlia!” o “quanti bei conigli!” bisognava aggiungere la formula “for affasc’n” (cioè fuori dall’influsso malefico, che il fascino con ti colga perché non ti invidio), altrimenti questi zii si irrigidivano. L’affascino ha un sintomo molto peculiare: il mal di testa. Proprio per questo, pratica magica e terapeutica si intrecciano e si fondono. Colei (in genere è una donna anziana) che riconosce e toglie l’affascino è anche una guaritrice, sempre. Questa “operatrice” è depositaria di formule magiche di carattere sacro (cristiano ovviamente) atte a togliere l’affascino. Parlo al presente perché ancora oggi ci sono alcune di queste “operatrici”, a volte sono anche ragazze (o ragazzi) a cui la nonna o la zia ha passato queste formule (in un giorno santo), ma che su questa “cosa” mantengono il più assoluto riserbo. Nessuno sa, se non per vie traverse, che qualcuno sa togliere l’affascino. Anche chi lo dice in modo più esplicito, tiene sempre ad una certa riservatezza particolare, quasi come ci si vergognasse. Certo parlare di questi argomenti oggi suona sempre un po’ bizzarro, per lo meno. C’è quindi un freno sociale (chi se ne occupa passerebbe per il superstizioso e ignorante, a maggior ragione se si trova in campagna) ed un freno religioso: se sei un buon cattolico queste cose non le devi fare! Non si vive però, nella maggior parte dei casi un contrasto con la religione professata, in fondo le formule sono cristiane… è solo che il prete fa la predica e non è il caso. Meglio tenere “ammucciate” (nascoste) queste cose. Alla fine è sempre una forma di “occultismo”!

Tornando all’affascino. Ci sono vari modi di operare, ogni praticante segue uno o l’altro. Non si sa se per influenze locali diverse o per cos’altro. Un primo metodo è quello di spegnere in una bacinella d’acqua salata, tre tizzoni ardenti presi dal camino (accessorio indispensabile una volta). Si traccia per tre volte, con la mano sinistra, un segno di croce e per ogni volta si recita un Pater, un Ave e un Gloria. Una volta (adesso non so) si pensava che l’affascino fosse stato più forte se il soggetto che l’aveva scagliato avesse tenuto in mano un oggetto di ferro. In quel caso l’affascino era detto “f’rràt” (affascino ferrato). In questo caso ci voleva una formula più forte la quale presupponeva una sorta di dialogo tra l’operatrice che toglieva l’affascino ed il malcapitato che era stato affascinato. Questa la formula usata nel mio paese:

–           “Ch t’ar affascnat?”

–          “D’occhj, u cor ‘a mend”

–          “Chi t’adda sfasc’nà”

–          “U Padre, u Figghie e ru Spir’te Sande”

(-chi ti ha affascinato? –l’occhio, il cuore e la mente! –Chi ti deve sfascinare? –Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo)

Un secondo metodo di uso a Grottole è una sorta di autocura e si usa in casi particolari. Si versa una goccia di olio nella bacinella e si osserva se l’olio si spande o meno: se si spande è affascino e l’acqua (così come nel primo metodo, alla fine dell’operazione) va buttata ad un crocevia di modo che chiunque passi di la, prenda su di sé la forza malevola, liberando chi ha eseguito il rito. Quasi come se l’affascino fosse una forza indistruttibile, che può solo passare da un essere all’altro. Un terzo metodo che ho individuato è una sorta di rito terapeutico-empatico. Al mio paese si dice “ric a cap” cioè dire, nel senso di leggere, scoprire se il mal di testa è fascinatura.  L’operatrice segna sulla testa dell’affascinato (o addirittura su di un suo oggetto, per eseguire un’operazione a distanza) per tre volte il segno della croce e sente su di sé la forza dell’affascino. Nel mentre recita un Pater, un Ave e un Gloria e se l’affascino c’è, la guaritrice comincia a sbadigliare come se patisse su di se la forza malevola. Con questo metodo si capisce non solo se l’affascino c’è o non c’è, ma anche la tipologia di chi lo ha “fatto”. Se si sbadiglia durante il Padre Nostro è stato un maschio, se si sbadiglia durante la preghiera dell’Ave Maria, è una donna, se invece succede durante la recitazione del Gloria allora è stato un religioso. E già… anche preti e frati possono affascinare! Poi si recita una formula di scongiuro. Alcuni dicono che non si “dice la testa” a chi è nato di Venerdì perché, a quanto pare ne è naturalmente immune.  Bisogna precisare che non sono metodi canonici, ogni operatrice segue una o un mix di più metodi. Non so sinceramente perché, ma ho avuto esperienza di ciò. Cambiano anche le formule soprattutto da paese a paese. Se la fascinazione è la forza ostile contro cui si staglia la magia lucana, diversi sono gli ambiti della vita in cui la fascinazione può colpire. Sono quindi specifici i mezzi di difesa. Schematizzerò in questo breve articolo come ci si difende dall’affascino, ancora oggi, nelle fasi che scandiscono la vita.

 

Nascita 

Il momento della nascita è sicuramente, nella mentalità di tutti i popoli, un momento estremamente delicato in cui le forze malevole possono avere la meglio data l’estrema delicatezza e fragilità a cui la donna incinta e poi, il bambino, sono soggetti. Ancor di più qualche decennio fa quando i casi di morti per parto erano ancora, purtroppo, rilevanti. Ci sono delle vecchie superstizioni che perdurano ancora oggi. Certo nella forma del “non è vero ma ci credo” però… Alla donna incinta viene ancora tributata un’attenzione particolare, frutto di antiche credenze secondo le quali, se non viene offerto, un pezzettino di qualsiasi cosa si sta mangiando c’è il rischio che la cosa non data, ma desiderata, possa rimanere impressa là dove la gestante vogliosa si tocchi. Così se la donna incinta ha voglia di caffè perché magari le viene offerto e da lei viene per “cerimonia” rifiutato e in quel momento lei si tocca per esempio il braccio, il bambino nascerà con la voglia di caffè sul suo braccio (una macchia nera). Si raccontano casi in cui una certa donna abbia desiderato carne di cinghiale e toccandosi il volto abbia “m’rcat” (deturpato) il viso del figlio che sarebbe nato con un neo peloso sul volto. Per scongiurare questo rischio tutti sono ancora molto attenti e gentili nei confronti delle donne incinte. Una volta, quando non tutte le voglie potevano essere esaudite, la donna si toccava il fondoschiena di modo che la “voglia” rimanesse in un posto non visibile ai più. L’idea che tutto quello che possa patire la madre segni in qualche modo il figlio è ancora abbastanza diffuso. Se una donna incinta vede qualcosa di “brutto”, un essere deforme, un animale che suscita orrore o cose del genere, subito si segna il pancione e per rendere più efficace la “purificazione” dal cattivo presagio, sputa a terra. Altra superstizione è non dire, soprattutto agli estranei, di essere incinta fino a quando non è più possibile tenerlo nascosto. Questo proprio per evitare che l’invidia colpisca una situazione già precaria di suo. Spesso si nega questa causa e si giustifica il silenzio con un “non si sa mai!”, ma io sono convinto che la causa sia proprio la paura dell’invidia. Sono rimaste poi tutta una serie di mantiche per pronosticare il sesso del nascituro (se la pancia è a punta, ecc.) e la data del parto (calcolando le lune, si dice che se non cambia la luna la donna non può partorire). Ho visto con i miei occhi una signora calcolare il sesso del nascituro con un piccolo rito alquanto particolare: ha segnato la nuca del fratellino ed ha borbottato qualcosa esordendo alla fine con “je jommne” (è maschio!). Una volta nato, il pargolo veniva una volta protetto con uno speciale amuleto: una borsetta di stoffa a forma quadrangolare entro cui si deponevano un santino e dei nastrini. E’ il così detto abitino che ho visto portare anche a qualche mio amico (un po’ più grandicello). Il contenuto è variabile e “segreto” ma si conoscono alcune componenti il cui simbolismo non sfugge: sale per purificare, chicchi di grano per l’abbondanza ecc. Alla divertente manifestazione “Sogno di una notte a Quel Paese” che fanno a Colobraro lo danno come “pass” per l’evento con l’aggiunta di lavanda per rendere il tutto più profumato e gradevole. Un modo per commercializzare una vecchia “superstizione”!

 

Vita 

Volendo dividere il ciclo biologico dell’essere umano potremmo dire che esso sia scandito da una nascita, una morte ed una fase intermedia che rappresenta la vita stessa fatta di azioni quotidiane. Ci si potrebbe chiedere che cosa sia la vita, ma senza inerpicarsi in discorsi filosofici si potrebbe concludere che la vita è essere, essere nel mondo. Questa condizione viene, nella società del benessere, data quasi per scontato, ma in un mondo come quello contadino lucano del dopo guerra se ne respirava la precarietà giorno dopo giorno. La fame, la malattia dovuta a scarse condizioni igieniche, la pressione psicologica di una società patriarcale, rendevano l’essere una condizione che poteva finire da un momento all’altro perché la morte è concepita come un non essere. I nostri nonni, qui in paese, usano spesso una frase simbolica per restringere il campo della loro azione: “fin a quann ci sug” cioè fino a che sono in vita, quindi fino a che esisto. I riti, le tradizioni, le consuetudini, il ripetersi costante di gesti quotidiani sono una difesa contro le forze del caos che, senza di loro, potrebbero prevalere. Il de Martino descrive bene questa paura dell’uomo: “Un’angoscia caratteristica lo travaglia: e quest’angoscia esprime la volontà di esserci come presenza davanti al rischio di non esserci. La labilità diventa così un problema e sollecita la difesa e il riscatto: la persona cerca di reintegrare la propria presenza insidiata”[3]. La magia appare così come quell’insieme di tecniche che servono all’uomo per riscattarlo da questa crisi e rassicurarlo del proprio “esserci” di heideggeriana memoria, quel Dasein che è “progetto che ricade su se stesso”. Questa è per il de Martino la magia e cala il concetto nella concretezza umana, nella quotidianità, nel dramma dell’esistenza precaria. Questo concetto risponde anche ad altre definizioni che diversi etnologi prima di lui diedero al fenomeno. Lévy-Bruhl, per esempio, la definisce “partecipazione mistica” inquadrandola in un’ottica pre-logica, in cui l’uomo rimasto allo stato primitivo, non distingue tra naturale e soprannaturale. Ma merito del de Martino come riporta un altro grandissimo studioso Raffaele Pettazzoni è: “avere… richiamato l’attenzione sul valore etnologico delle esperienze magiche paranormali”[4]. Se si riconosce una forma di realtà in cui nel corso del dramma esistenziale emerge come riscatto di una presenza in bilico allora la magia è reale. Il de Martino si confronta con un grande pensatore: “Per Hegel la magia consta ancora di superstizioni e di aberrazioni di menti deboli: ma questa antitesi fittizia fra cultura e magia deriva appunto da una persistente limitazione dell’orizzonte storiografico, per cui si riconosce alla cultura, alla libertà e alla storia solo il dominio dei valori tradizionali dello Spirito… senza dubbio la liberazione che si compie attraverso la magia è assai elementare, ma se l’umanità non se la fosse guadagnata , non le sarebbe mai stato possibile porre l’accento sulla liberazione che oggi la affatica, la reale liberazione dello Spirito”[5]

 

Morte

Il ciclo si conclude con la morte che come detto in precedenza, qui, viene vista come annichilimento. Proprio in quanto tale fino a poco tempo fa in Lucania il lutto era strettissimo. Le donne si vestivano di nero per molto tempo, gli uomini non si radevano la barba per quaranta giorni e portavano una fascia nera alla manica sinistra della giacca. Durante la fase del lutto non erano ammessi eventi legati, in qualche modo alla gioia come fidanzamenti, matrimoni ecc. In casa si tappava il camino che all’epoca era la “vita” della casa perché esso non solo riscaldava, ma provvedeva anche alla cottura dei cibi. Data questa situazione di semi-abbandono dovuto al dolore, gli amici e i parenti del defunto portavano del cibo ai famigliari più stretti del defunto. Tale pasto era detto “u cunzl’ “, cioè una consolazione per il dolore subito. Le donne, erano “tenute” a delle lamentazioni funebri molto toccanti e spesso si ingaggiavano delle prefiche a posta. Oggi si è attenuato molto tutto questo insieme di consuetudini, ma in minima parte sopravvive. Si tende per esempio a non accendere la tv o a non fare l’albero di Natale per esempio. I manifesti appesi davanti alla porta del defunto si dice debbano consumarsi con il tempo senza essere strappati così come una volta si faceva per una sorta di cravattone nero che veniva messo sulla porta. Il cibo consolatorio rimane sotto forma di dolce ecc.  ma senza chiamarlo in quel modo perché richiamerebbe alla mente “tempi brutti”. C’è ancora qualche anziano che rende tutti partecipi del dolore con pianti struggenti, esprimendo magari anche il dolore di chi rimane composto, con una funzione stranamente catartica e “lenitiva”. Tutto questo rimane ancora oggi, più vivo in campagna. Sempre in campagna è rimasto anche un rito tenuto molto segreto, forse più per vergogna che per altro. Infatti le forze malevole, possono colpire anche la delicata fase che precede la morte, prolungando un’agonia insopportabile. Spesso queste strane forze erano legate alla stanchezza per la fatica insopportabile. Questo è confermato anche dai modi di dire “non ma fig mang a murì” (sono così stanco che non riuscirei nemmeno a morire, a fare cioè l’ultimo sforzo). In questi casi, si chiama una signora (le stesse praticanti che tolgono l’affascino) che ha il compito di accelerare la morte, ristabilendo l’ordine naturale degli eventi. La signora, arriva in segreto nella casa dell’agonizzante che nonostante le sofferenze non riesce a spirare serenamente. Prende una candela e la passa con formule che solo lei sa, per tutto il corpo del malcapitato. In questo modo è come se, con un gesto di magia simpatica, la vita del sofferente e la vita della candela diventino una cosa sola, di modo che al consumarsi della candela e con lo spegnersi della fiamma, si spenga anche la vita aggrappata, da qualche forza occulta, all’esistenza.   Dopo la morte e la consueta veglia si ritorna a casa ma non senza un gesto particolare che ancora oggi usano fare alcuni abitanti dei borghi lucani: lavarsi le mani. C’è ancora la credenza che il miasma, inteso alla greca come effluvio negativo ed oggettivo quasi di carattere materiale, possa contaminare chi vi viene in contatto. Quasi sicuramente nessuno (o quasi) sa cosa sia il miasma ma molti reputano di malaugurio andare al cimitero e poi andare in casa di qualcuno per una visita, ad esempio. Una volta mia nonna si arrabbiò molto perché una parente le portò le partecipazioni di matrimonio dopo essere passata dal cimitero. E fu proprio lei ad insegnarmi che prima di uscire dal cimitero ci si lavano le mani alla fontanella perché se no: “ports a mort a cas” cioè porti il miasma della morte a casa!

 

Memorie di una cultura popolare

 

Oggi molte sono le manifestazioni di così detto folclore. Tutte queste feste e festicciole non appartengono alla cultura popolare che dicono di rappresentare. Oggi il popolare è di moda, basti pensare agli innumerevoli ibridi di musica o alle più disparate sagre poco inerenti al luogo dove si svolgono. Il popolare è diventato marketing e l’evento sopra citato ne è l’esempio lampante. Questo processo ha probabilmente lo scopo di rendere, manipolandola, la realtà popolare piacevole, vendibile, presentabile. Realtà popolare che fu tutt’altro. Sicuramente difficile, complessa ed a lungo occultata. Oggetto di vera e propria vergogna per le realtà periferiche in cui il progresso è arrivato sotto forma di mito, forse un falso mito creato dalla borghesia per citare il maestro Battiato[6]. Il mondo popolare è fatto di profonda umanità cioè di vita reale di sofferenza, di espedienti, di voglia di sopravvivere alla precarietà della vita. I popoli lucani sono rimasti a lungo isolati dai grandi centri culturali e politici, probabilmente per questo si sono conservati tratti così antichi e così vivi. Infatti non vi sono grandi manifestazioni folcloriche e solo adesso iniziano a spuntare. Quest’anno è stata eletta Matera capitale della cultura del 2019 ma ci si dimentica forse che i Sassi così pubblicizzati recentemente sono stati recuperati solo alla soglia degli anni novanta. Negli anni cinquanta erano espressione di estremo degrado, spazi piccolissimi dove le famiglie coabitavano con gli animali da cortile anche per riscaldarsi. Fino agli anni Settanta nel mio paese si andava a lavorare i campi a dorso d’asino. Questo non è una denigrazione del mio stesso popolo, ma uno sprone a non dimenticare quello che è stato e nello stesso tempo un appello a non vergognarsi di quello che siamo. Il mondo magico fa parte di questo bagaglio storico-culturale e non dovremmo affrettarci a scrollarcelo di dosso o, di contro, sfruttarlo come se fosse una merce, ma conservarlo, almeno nella memoria. Io ho trent’anni e già conservo ricordi di storie e leggende locali come quella del famoso “monachicchio”.  Uno spirito dispettoso che, stranamente, nel mio paese ha una forma femminile (a monachedd). Mi hanno raccontato che in campagna si diverte ad intrecciare le criniere dei cavalli e che se si riesce a rubargli il cappello egli sia pronto a donare un tesoro come ricompensa. Ricordo la leggenda della maledizione del mio paese. Si dice che un monaco, che non ricevette accoglienza, se ne andò stizzito battendo uno con l’altro i sandali facendo volare la polvere e maledicendo in questo modo il paese che da quel momento sarebbe stato battuto dal vento. Sarà sicuramente una leggenda ma oggi, a Rotondella soffiano tutti i venti creati!



[1] Documentario audiofonico storico: la spedizione in Lucania di Ernesto de Martino 1952: http://www.youtube.com/watch?v=BpBeGTA1I-s

[2] E. DE MARTINO, Sud e Magia, Feltrinelli, Milano 1982, CAP I, pag. 8

[3] E. DE MARTINO, Il Mondo Magico, prolegomeni a una storia del magismo, “Universale Bollati Boringhieri” 2007, CAP. II, pag. 73

[4] E. DE MARTINO, il Mondo Magico, recensione al Mondo magico di Raffaele Pettazzoni, pag. 263

[5] Ibidem, CAP III, pag. 221 e 222

[6] FRANCO BATTIATO, Up patriots to arms: “le barricate in piazza le fai per conto della borghesia
che crea falsi miti di progresso”