Santo o Natura? Il Maggio di Accettura

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di Salvatore Fortunato

 

 

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Una gita fuori porta …

In questi giorni si sta svolgendo in un piccolo centro della Basilicata, immerso nei boschi, una festa patronale che perpetua antichi riti legati indubbiamente alla fertilità. Una fronda di agrifoglio trasportato a spalla per circa 15 km dalla foresta di Gallipoli, la così detta Cima incontra, in paese, il Maggio, un cerro di quasi trenta metri di lunghezza trascinato da coppie di buoi dal bosco di Montepiano. Inizia così una grande festa con il compimento del loro matrimonio. Con qualche amico quest’anno mi sono recato ad Accettura a respirare quest’aria di festa. Nell’attesa dell’arrivo del Maggio ci siamo recati nella chiesa di San Giuliano dove un lucido prete ci ha dato qualche informazione sulla festività. A quanto pare la Chiesa ad un certo punto si interessa a ciò che succedeva nel paesello lucano e manda qualcuno proprio per controllare cosa “si stava combinando” , come ci ha detto il prete. In effetti dall’archivio parrocchiale si rileva che il culto di san Giuliano è cominciato a manifestarsi dal 1725 ma il patronato ufficiale si ebbe solo nel 1797 dopo una disputa sull’autenticità delle reliquie. L’unione della festa precedente del maggio e la festa di san Giuliano trova la sua conferma nella celebrazione del Centenario nel 1897 anno in cui si posò per la prima volta il santo in largo san Vito.

Dopo la piacevole chiacchierata con don Filardi ci siamo recati al Museo dei culti arborei dove il preparatissimo naturalista Antonio de Bona ci ha spiegato un po’ le origini della festa. “Quando l’uomo vede un oggetto con un certo potere, se lo porta a casadice de Bona facendo l’esempio dell’agrifoglio la cui caratteristica difensiva data dalle spine l’uomo vorrebbe per sé. Partendo da questo concetto è facile capire come l’albero abbia sempre avuto un ruolo principe nell’immaginario dell’uomo. I frutti simboleggiano abbondanza, il legno forza, i rami flessibilità, i fiori bellezza e così via. Da qui il buon Antonio azzarda anche un estemporaneo oroscopo degli alberi riprendendo un po’ il folclore dei celti. Io sarei un castagno.il castagno” prosegue il naturalista “ha dato molto all’uomo quando non aveva da mangiare, pensate alla farina di castagne”. In effetti dai discorsi sull’importanza degli alberi nella storia dell’uomo non posso che fare una breve riflessione. Il grande “ossimoro simbolico” dell’albero. Esso infatti rappresenta la natura selvaggia eppure proprio da esso l’uomo crea la civiltà come ci fa notare il nostro esperto: “dal legno degli alberi l’uomo ha ricavato la ruota, le assi per la ferrovia, i primi aerei”. In effetti è proprio così.

 

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Il simbolo dell’albero

La celebrazione del Maggio di Accettura appare, nelle linee fondamentali, fedele ad uno schema che si ritrova nei culti arborei presenti in Europa. Il Frazer riteneva che questa usanza portasse nel paese “lo spirito fecondatore della vegetazione risvegliatasi con  la primavera”, mentre il Manhanardt vede nell’albero di maggio lo spirito della vegetazione che esercita “i suoi benefici anche sugli animali e sull’intera comunità”. Pochi oggetti sono stati così carichi di contenuti simbolici come l’albero. Esso è simile per certi versi all’uomo: piantato nella terra ma rivolto al cielo conciliando l’alto e il basso, il mondo celeste e quello terreno. L’albero quindi come immagine concreta della verticalità rappresenta l’axis mundi, l’asse del mondo attorno a cui è disposto gerarchicamente il cosmo: pensiamo all’Yggdrasil dei Germani o in maniera più intellettuale l’Albero della Vita della Qabbalah. Scrive Eliade: “Nei miti e nelle leggende sull’Albero della Vita abbiamo spesso trovato implicita l’idea che esso si trova nel centro dell’Universo e collega Cielo, Terra e Inferno. Questo dettaglio di topografia mitica ha valore particolarissimo nelle credenze dei popoli nordici, sia altaici che germanici e centro-asiatici, ma la sua origine è probabilmente orientale (mesopotamica). Gli Altaici, per esempio, sanno che sull’ombelico della Terra cresce l’Albero più alto, gigantesco abete, i cui rami si estendono fino alla dimora di Bai-Ulg„n¯, cioè fino al Cielo. Molto spesso l’albero sta in cima a una montagna, nel centro della Terra. I Tartari Abakan parlano di un monte di ferro sul quale cresce una betulla con sette rami, verosimilmente simbolo dei sette piani del Cielo (ideogramma di origine babilonese, sembra). Nei canti degli sciamani Ostiak Vasjugan, l’albero cosmico ha sette gradini, come il cielo; attraversa tutte le regioni celesti e affonda le radici nelle profondità sotterranee[1]

Per il cristiano l’albero della vita è la croce di Cristo e spesso essa è raffigurata con rami e foglie. Tutto il simbolismo dell’albero però si basano in fondo su di un residuo dell’antica religione “naturale”, per la quale gli alberi non erano soltanto fornitori di legno, ma entità animate e popolate da ninfe e spiriti con i quali l’uomo aveva qualche rapporto sentimentale. Ecco il tema del sentimento inteso come sentimento amoroso connesso quindi inevitabilmente alla fertilità.

 

 

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Matrimonio di fertilità

Il maggio di Accettura non è l’unico esempio di residui di culti arborei in Lucania. Sono però tutti riti “matrimoniali” legati ad un mondo contadino e prevalentemente animistico, tipici di pochissime altre località del Mediterraneo. Tra le località che celebrano i Maggi e i culti arborei in Basilicata oltre alla citata Accettura ci sono Oliveto Lucano, Pietrapertosa e Castelmezzano, inoltre nella zona del massiccio del Pollino a cavallo tra Basilicata e Calabria vi sono Rotonda, Viggianello, Terranova di Pollino, Alessandria del Carretto e Castelsaraceno. In quest’ultimo paesino viene sposata la Cunocchia cioè le fronde di un abete con il tronco robusto di un faggio, la celebre ‘Ndenna: anche qui è un rito d’amore in “onore” questa volta di sant’Antonio in occasione però del Solstizio d’Estate. A Rotonda è il faggio a fare il maschio: l’ A Pitu. Mentre la femmina è la Rocca la cui unione “omaggia” sant’Antonio da Padova. Si può notare che cambiano i Santi e cambiano i tipi di alberi ma rimane sempre una costante: l’unione del Maschile e del Femminile che è per tutta la comunità sicuramente benaugurante. Questo fattore è fondamentale per capire il senso e l’origine della festa. Due alberi si uniscono, la Cima viene innestata al Maggio: è palese l’unione fisica che spesso viene gentilmente definito matrimonio. Questo elemento esclude a parer mio, anche l’ipotesi della derivazione longobarda del Maggio. Il voto longobardo infatti consisteva in una sorta di “torneo” di stampo guerriero dove i cavalieri, a turno si lanciavano al galoppo e, giunti al limite stabilito, ritornavano verso l’albero, afferravano un brandello della cotenna precedentemente appesa tra i rami e mangiandolo esprimevano un voto. Nulla di paragonabile all’unione di due alberi ed alla relativa magia di fertilità. Quando il mio amico, preso dalla foga del “fotoreporter” voleva fare la foto sopra il Maggio, il pastore con il bastone gli ha intimato un secco no: “solo le femmine salgono sul Maggio”. È chiaro quindi che sia rimasta nella memoria collettiva il senso del rito e per quanto la diocesi si sforzi di ammantare di devozione verso un patrono piuttosto che un altro queste antiche celebrazioni, rimane ben chiaro l’intento magico-propiziatorio. In una brochure che don Filardi mi ha gentilmente regalato c’è scritto: “Qualunque sia stato il momento o l’occasione in cui ad Accetura il Maggio sia stato cristianizzato, notiamo che questo incontro ha fatto scomparire gli elementi magici e , conservando i valori buoni, che questa festa primitiva aveva per la comunità, li ha rinsaldati con la fede vivace nel Santo Protettore.[2]. Ovviamente basta recarsi in loco per capire che questa affermazione è palesemente falsa. Ho visto con i miei occhi gente che si portava a casa pezzi di Cima e ho saputo che il Maggio poi viene tagliato e addirittura venduto. Un po’ come al mio paese tutti vogliono portarsi a casa un po’ di brace del falò di sant’Antonio abate per portarsi a casa “la benedizione”. Tutto questo è ovviamente quella che viene definita azione magica per contagio.

 

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Paganesimo nascosto

Se la cristianizzazione risultò così parziale in Oriente e ancor di più in Occidente, a tal punto da richiedere nuove campagne di evangelizzazione, dal Medioevo fino all’età moderna (in alcune aree dell’ Europa fino allo scorso secolo), ciò fu a causa non di una minoranza “raffinata, colta ed influente”,  ma per la resistenza, spesso passiva, opposta dalla massa dei rustici, in altre parole di quei “miserabili strati del proletariato campagnolo” composti da piccoli proprietari, coloni, schiavi, che rimasero fedeli alla religione dei loro padri, sebbene al rango secondo alcuni studiosi “di culti grossolani e naturalistici, di vaghe superstizioni millenarie, di sopravviventi miti popolari[3].

Come sappiamo la cristianizzazione è consistita principalmente nel vietare i vecchi culti e cercare di trasferire, di canalizzare vecchie forme di ritualità verso le nuove figure cristiane: nascono quindi i Santi, figure intermedie tra Dio e l’uomo che a livello cultuale vanno ad intercettare le richieste un tempo rivolte agli Dei. In pratica sono cambiati i simboli, i nomi, ma non la sostanza. Cosa cambia tra un vecchio pagano che va ad abbattere un albero per i propri dei ed un pio cristiano che fa lo stesso per il proprio santo patrono? Nulla. L’unico appunto potrebbe essere che mentre è naturale il collegamento tra il dio X della fertilità e albero X che rappresenta visivamente la fertilità, più difficile è il collegamento tra un probabile martire di Sora ed un albero. Io penso che i nomi non siano importanti ma la voglia di purgare abbia raggiunto livelli contradditori abbastanza evidenti. Nel caso dei Maggi lucani spesso si dice che culto pagano e culto cristiano si sono fusi e questo è senz’altro vero ma, riconoscere le nostre vere radici (a proposito di alberi) significa anche accettarle per quelle che sono senza cercare di oscurare la realtà nascondendo la polvere sotto il tappeto.

Tornando a casa e spiegando lo svolgimento della festa a mia nonna (che non la conosceva)mi ha stupito la sua reazione:che c’entrano con il santo gli alberi che si sposano!?”. Ecco questo piccolo aneddoto fa riflettere sul fatto che, se anche una signora di quasi ottant’anni nata e cresciuta in un piccolo paese capisce il netto contrasto tra la parte cristiana e la parte non cristiana di una festa, forse dovrebbe essere chiaro a tutti che la cristianizzazione è stata solo superficiale e che la religiosità popolare e ancora, dopo tutti questi secoli, in nuce, pagana. Ovviamente è un’affermazione iperbolica la mia, intendendo con “pagano” il residuo magico-propiziatorio legato al mondo naturale che, come era secoli fa così è ora, pronta a rinfocolare la memoria collettiva con immagini suggestive.



[1]Mircea Eliade, Albero – “Axis Mundi”, in Trattato di storia delle religioni, Torino, Boringhieri, 1984, pp. 384 e ss.

[2] Accettura, il maggio di san giuliano – opuscolo a cura del comitato feste san Giuliano, testi di Giuseppe Filardi, pag. 19

[3] Paolo Portone, la strega e il crocifisso, gruppo editoriale castel negrino, pag. 56

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