L’individuo collettivo

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I paradossi nella Wicca sono molteplici, ma è proprio attraverso i paradossi  che possiamo comprendere il nostro ruolo nell’Arte e il nostro essere un individuo collettivo.

di Morgana- www.silvercircle.org

trad. Valentina Voxifera

Molti anni fa, discutendo con un caro amico, realizzammo che la filosofia dell’Arte era disseminata di paradossi. Erano talmente tanti che decidemmo di definire l’Arte “Religione dei Paradossi”. Nonostante il passare del tempo queste premesse rimangono ancora valide e dimostrano la natura fluida della Wicca e la sua struttura organica. Solo quando le persone capiranno che la Wicca non può essere spiegata con modelli intellettuali potremo andare avanti e comprenderla appieno.

In questo articolo mi piacerebbe prendere in considerazione due grandi paradossi – o concezioni erronee in questo caso. La prima è che la Wicca si concentri su un sentimento di “gruppo” quando si tratta fondamentalmente di un cammino di evoluzione individuale, e la seconda riguarda il suo essere un cammino misterico (esoterico) quando molti suoi aspetti sembrano essere diventati essoterici e pubblici. La domanda fondamentale è: possiamo lavorare con qualcosa che appare strettamente paradossale e renderlo invece un sistema coerente che possa essere usato da (molti) altri?

Iniziamo con il primo paradosso tra individualità e gruppo.

È evidente che, non solo per noi umani, ma anche per il regno vegetale, animale e minerale, il concetto di individualità debba essere inteso come unicità. Se accettiamo che ogni cosa abbia una propria unicità, allora l’idea di individualità può essere intesa in una prospettiva più ampia. Negli ultimi decenni ci è stato detto che noi, in quanto umani, siamo fondamentalmente gli stessi, uomini e donne. In effetti, questo concetto ci è stato propinato nel tentativo di appianare le differenze tra i sessi. Facendo questo però stiamo letteralmente ignorando la fondamentale bellezza dell’unicità e il vasto numero di combinazioni possibili in una specie.

Più diventiamo consapevoli delle differenze, e meno esse ci spaventano. Quante volte, per esempio, abbiamo temuto di sembrare strani solo perché vestivamo in modo diverso? O perché parlavamo con una cadenza diversa o, gli Dei ce ne guardino, perché avevamo un colore diverso di pelle o una fede differente? Siccome il mondo è diventato più piccolo grazie alle linee elettriche, siamo stati costretti a rivalutare la nostra visione e posizione nel mondo. Un mondo che riconosciamo, un mondo dove conosciamo il nostro spazio e dove ci sentiamo sicuri. Ci troviamo in un bozzolo imbottito di cultura – non dobbiamo pensare molto finché facciamo ciò che ci sia aspetta da noi e finché viviamo le nostre vite seguendo una qualsiasi personalità.

Basti solo osservare i paesi dell’Est per capire quanto siano diventate insicure le persone. I vecchi metodi forse non erano proprio ideali ma hanno funzionato per certi versi. Tutti avevano un posto, la disoccupazione era pressoché sconosciuta e vi era più sicurezza. Ora, l’Occidente, invece di accettare questa situazione e rispettare i nuovi cittadini per i risultati raggiunti, non ha fatto altro che farli sentire cittadini di serie B. Come successe, ad esempio, per i tedeschi dell’est che davano più importanza al riciclo rispetto alla loro controparte dell’ovest. Alla fine come sempre, la legge del più forte trionfa, e i più ricchi impongono il loro sistema senza tenere conto delle differenze culturali.

Una volta accettate le differenze, non solo nei grandi gruppi ma anche in quelli più piccoli, realizzeremo che la nostra individualità non è solo questione di fare le cose da soli, ma è un modo per realizzare il nostro potenziale. Finché ci dovremo conformare alle masse, non saremo mai capaci di esplorare i nostri talenti e le nostre idee!

Ma, ci si potrebbe chiedere, se alla fine tutti ci ritroviamo a fare le nostre cose non stiamo forse chiamando i problemi, creando una situazione caotica? Certo, se l’individualità viene intesa come egocentrismo allora le cose possono diventare caotiche. Dobbiamo capire che se le cose devono essere gestite, abbiamo bisogno di cooperare tra di noi.

Nell’Arte riconosciamo entrambi questi aspetti. Da una parte difendiamo l’evoluzione individuale, ma riteniamo l’esperienza di gruppo altrettanto importante. Nella sua recensione de “Le querce di Albion” di Marion Zimmer Bradley, Walter fece qualche commento riguardo all’individualità. “Le persone dicono che tutte le Dee sono un’unica Dea e che tutti gli Dei sono un unico Dio e che entrambi siano espressione dell’uno, dell’innominabile – mi chiedo se non avvenga la stessa cosa anche per le persone. C’è qualcosa che si erge al di sopra della cultura, forse qualcosa che si trova al di là di tutti noi. Non intendo le persone – le maschere – ma le persone in quanto individui. Possiamo quindi dire che tutti gli individui sono un unico individuo?”

Io penso di sì. Noi in quanto individui costituiamo, collettivamente, la razza umana. Ognuno di noi dà il proprio contributo alla specie e, facendo questo, facciamo la nostra parte nel processo evolutivo. In altre parole, tutti i 6 miliardi di individui sul pianeta Terra formano un concetto di umanità.

Noi tutti portiamo con noi l’impronta, o frattale, UMANA, che si viva in una villa costosa, nella foresta pluviale o in un appartamento. Questo aspetto dell’esistenza fa parte della nostra specie che rende tale la vita umana. In quanto specie, in molti casi abbiamo adattato l’ambiente circostante alle nostre necessità – in altri casi abbiamo imparato a vivere con la natura.

C’è sempre una vasta differenza tra i vari gruppi culturali e, non importa, per quanto diversi ci sono sempre similitudini. I nostri bisogni fondamentali sono molto molto simili. Tutti noi abbiamo bisogno di cibo, riparo e cure amorevoli e non importa chi o dove siamo: se non abbiamo queste cose fondamentali saremo disperatamente infelici.

Quando diventiamo consapevoli di questa semplice verità ci chiediamo come siamo arrivati a creare questo caos. Alcune persone diranno immediatamente che è a causa dei nostri bisogni individuali se le persone si feriscono a vicenda. Gli umani hanno un forte ego e conoscono tutti molto bene il potere che è possibile avere sulle altre persone, anche arrivando ad usare la forza fisica.

Ed è qui che risiede il paradosso. L’individualità ci permette di esplorare nuove strade e realizzare il nostro potenziale, ma a spese del benessere collettivo. Se invece iniziamo a vedere noi stessi, come Walter suggerisce, come un “individuo collettivo” allora forse saremo in grado di integrare i nostri bisogni personali con quelli del gruppo.

Tutto viene riassunto nel Rede wiccan “se non danneggia nessuno – fa ciò che vuoi”. Se tutto ciò che facciamo viene analizzato alla luce di questo assunto allora sapremo molto presto se la nostra decisione si basa solamente su un desiderio egocentrico, o se teniamo conto del gruppo, della famiglia o degli amici.

A volte dobbiamo scendere a compromessi – alcune persone sentono anche di dover fare dei sacrifici – per raggiungere un risultato equilibrato, ma penso che tutti noi in fondo sappiamo che la rinuncia a una parte dei nostri desideri personali è un piccolo prezzo da pagare per una vera democrazia e giustizia sociale.

Se siamo in grado di agire come individui liberi e di agire con questa consapevolezza, saremo in grado di prendere decisioni basate sulla forma più alta di quella che noi chiamiamo “intelligenza umana”. Il problema generale è che solitamente le altre persone sono molto più interessate a tenere le persone incatenate ai loro propri ideali e sistemi di leggi.

In altre parole, per essere davvero liberi come individui, dobbiamo essere in qualche modo più illuminati di quanto lo siamo adesso. E come possiamo diventare illuminati? Prendendoci la responsabilità delle nostre azioni. È giusto dire che sarebbe bello se potessimo realmente prendere controllo e organizzare noi stessi, ma molte persone rabbrividirebbero al solo pensiero. Non c’è nulla di più facile nel lasciare che il governo centrale o il capo organizzi tutto per voi!

Molte persone non sono semplicemente abituate ad organizzare la propria vita – abbiamo bisogno di modelli sui quali lavorare, modelli che possano ispirare le persone; non modelli promossi da partiti politici. Abbiamo bisogno di modelli che possano aiutarci a decidere cosa vogliamo e come portare questi ideali nella realtà concreta.

Nell’Arte abbiamo già visto come i diritti individuali siano molto importanti. Possiamo fornire modelli, anche se nell’Arte bisogna essere cauti perché, prima ancora di rendersene conto, si viene etichettati come dogmatici o autoritari, o entrambi! Basti guardare alle recenti discussioni sul ruolo degli uomini e delle donne nell’Arte per capire quanto possa diventare scottante un tema, specialmente quando uomini o donne si sentono attaccati personalmente.

Penso che dovremmo tutti ricordarci (costantemente se necessario) che siamo molte cose, ma la cosa che conta davvero è che siamo umani e abbiamo un ruolo da ricoprire nell’Evoluzione del Pianeta Terra. Siamo parte della Madre Terra e il nostro destino è il destino della Terra. Tutti abbiamo un posto su questo pianeta e dovremmo essere tutti consapevoli della nostra influenza, per quanto piccola.

In passato siamo stati presentati con vari modelli che ci hanno plasmato, a volte in positivo, a volte in negativo. Negli ultimi due millenni abbiamo visto l’influenza del modello patriarcale e dell’intellettualismo. Molti di noi sentono che è giunto il momento di accettare ampiamente le differenze culturali e sessuali che abbiamo, e il ruolo che l’intuizione può avere.

Nell’Arte c’è una generale tendenza a enfatizzare il femminile o la Dea come reazione alla dominante maschile. Penso però che questa sia una tendenza temporanea. Personalmente ritengo che dobbiamo muoverci verso un modello nel quale sia l’influenza femminile che quella maschile hanno uguale importanza. E aggiungo ancora che sia gli uomini che le donne possono provare la polarità maschile/femminile. Il modello stesso della ”polarità” serve solo a illustrare il potenziale di una particolare forza dinamica.

In una recente discussione dicevo che è possibile vedere le forze femminili e maschili lavorare insieme e usate in maniera efficace, per esempio, nel sistema giudiziario. Un insieme di leggi si articola secondo una serie di “tu devi” e “tu non devi” come avviene nel sistema patriarcale giudaico. Però sappiamo che è la giurisprudenza a determinare come una legge debba essere interpretata. Improvvisamente il bianco e il nero delle leggi diventano la dimora del “grigio” nebuloso della logica – “date le circostanze” etc. è un meraviglioso esempio di come due modi di affrontare un problema possano procedere mano nella mano per arrivare alla soluzione più giusta. E se ci pensiamo, ci sono altri esempi in cui queste forze lavorano insieme. Forse questo sarà argomento per un prossimo articolo?

Per rispondere a quanto detto sopra, Bran suggerì che l’uso delle parole maschile e femminile fosse fuorviante e forse troppo volatile emozionalmente. Tendo ad essere d’accordo e forse non dovremmo impantanarci in questi termini. Suggerì inoltre che parole come saggezza ed auto-sviluppo fossero meno emozionali e che potessero aiutarci a capire in quale direzione dirigerci per la nostra evoluzione personale. Disse inoltre che ci sono forse alcune cose che risultano “naturali” a uomini e donne, non solo come individui.

“Se vogliamo pensare in termini di “maschio/femmina” allora possiamo dire che la donna, in una coven, si concentrerà di più sul processo evolutivo dei membri individuali e dell’intero gruppo (la mente di gruppo, il clima del gruppo) e che l’uomo sarà quindi più incline a concentrarsi sulle finalità produttive. La GSs (Grande Sacerdotessa) si concentra sul benessere dei membri del gruppo e della stabilità della coven, la sicurezza all’interno del gruppo prestando anche attenzione ai processi evolutivi personali di ogni membro. Il GS (Gran Sacerdote) è più coinvolto nelle questioni organizzative, che niente venga dimenticato e che il programma venga seguito e implementato.”

Qui vediamo ben integrati i punti di forza “naturali” di ogni individuo. Ovviamente alcune donne sono fantastiche organizzatrici e alcuni uomini sono molto bravi a seguire l’evoluzione degli individui, ma molte donne tengono insieme un gruppo proprio come farebbe una madre senza neanche accorgersene e molti uomini organizzano le cose senza neanche realizzare di aver “fatto il lavoro”.

Ovviamente è importante imparare gli uni dagli altri e rispettarci. Solo allora potremo diventare persone complete. Il problema è che se siamo abbastanza fortunati da avere qualcuno nel nostro cerchio che sia davvero abile, abbiamo la tendenza a dare per scontati i loro talenti senza fermarci a pensare ai nostri. Questo fa parte della responsabilità finale – osservare il modo in cui qualcuno agisce (il modello) e vedere se possiamo usarlo, o migliorarlo, o persino scartarlo. In una coven un GS e una GSs presenteranno un modello di lavoro e, anche se ci possono essere degli alti e bassi, non è sempre saggio irrompere immediatamente e criticare. Ci devono essere ad ogni modo dei momenti per i commenti e le persone non devono avere paura di porre delle domande – non importa a che grado si trovano.

E qui entra in scena il secondo paradosso. Da una parte il Gran Sacerdote e la Grande Sacerdotessa presentano un modello, dall’altro cercano di mantenere il mistero dell’Arte. Ma qual è il mistero? Paul Breekveldt nel suo commento conclusivo in un articolo su Scientology sulla rivista “Onkruid”, scrive: “Penso che il tempo del nascosto, dell’esoterico, sia passato. Il punto di forza di questo secolo – XXI – è stata la rivelazione per tutti.”

La mia prima reazione è stata “tipico uomo, che ha sempre bisogno di spiegare tutto!” Ma sapevo bene che cosa intendesse – che il tempo per “il nascosto” è ormai passato; la segretezza come  strumento molto potente nelle questioni spirituali non è più necessario. Non dobbiamo però confonderlo con la conoscenza esoterica, il mistero, che dobbiamo sempre riverire come Mistero della Vita, il nostro mistero personale.

Il fatto è che possiamo, in quanto individui, decidere per noi stessi come sperimentare la nostra spiritualità. Per certi aspetti ci stiamo confrontando con ciò che è nascosto dentro di noi – l’area nebulosa e sfumata dove il tempo e lo spazio sono totalmente differenti dalla nostra esperienza cosciente. Ovviamente dobbiamo essere aperti verso il modo in cui agiamo – ma dobbiamo anche capire che, per quanto eloquenti si possa essere, non potremo mai descrivere appieno il nostro sentire riguardo il lato misterioso e misterico della vita.

C’è sempre più una tendenza nell’Arte che attesta questo fatto. Non c’è un vero modo attraverso cui il miracolo della vita possa essere insegnato “en masse”. Possiamo accennare a diversi momenti e dare qualche suggerimento, ma la vera “rivelazione” è così personale che sarebbe inappropriato condividerla con altre cento persone. Al massimo possiamo condividerla con poche persone e celebrarla così, ma anche in questo caso dubito che il momento illuminante possa accadere all’interno di una situazione di gruppo. Ma non lo escludo.

I momenti di ispirazione arrivano quando meno ce lo aspettiamo e il massimo che possiamo sperare è di poter ispirare altre persone grazie alle nostre esperienze. Solo allora l’esperienza di gruppo sarà fruttuosa. Possiamo condividere le nostre visioni con gli altri. E possiamo aiutare gli altri ad avere lo stesso tipo di esperienza grazie ad alcune tecniche.

In qualunque modo la si veda, rimane un percorso esplorativo personale e individuale. Una volta realizzato che tutte le esperienze individuali vanno verso la memoria evolutiva collettiva, allora realizzeremo anche che non è necessario organizzare grandi “eventi” e che i momenti della messa collettiva sono ormai finiti. Al giorno d’oggi siamo tutti connessi individualmente via internet – o no??

 

The Mara Papers; paper number 6: “The Collective In­dividual”by Morgana (1995, revised 2015)

 

References:

 

photo: http://www.tekensvanleven.nl/paradox.htm

 

http://www.quotessays.com/gallery/individuality-quotes-2.jpg.html

 

Samenvatting: “The Collective Individual”.

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