“Fratelli”: parola tremante nella notte?

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Il concetto di fratellanza nel neopaganesimo sembra del tutto diverso da quello delle altre religioni: i personalismi e la mancanza di momenti di confronto sono l’ostacolo fondamentale allo sviluppo di organismi rappresentativi.

di Erica Gazzoldi

 

paradisoDi che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata
Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli

 

 

 

Quella qui riportata è una nota lirica di Giuseppe Ungaretti: Fratelli (1916), appunto. Abbiamo voluto trascriverla per intero a motivo della sua brevità e della significatività di ogni singola parola. Il contesto a cui si riferisce è quello della Prima Guerra Mondiale; ma il riferimento all’uomo presente alla sua/fragilità ne allarga il riferimento al complesso del genere umano, a una situazione esistenziale che si può sperimentare anche in altre dimensioni storiche.

In particolare, il bisogno di sentirsi affratellati non può non riguardare le religioni. Rĕlĭgĭōnĕ(m) ha la medesima radice del verbo rĕlĭgo, “io lego”. (Vedasi l’etimologia proposta da Treccani.it: http://www.treccani.it/vocabolario/religione ). Le religioni sono dunque modi diversi di creare legami fra gli uomini, a partire da una comune rappresentazione simbolica dell’universo, un comune atteggiamento esistenziale e comuni archetipi. Non è dunque strano l’uso del concetto di “fratellanza” per chi condivide un determinato battesimo o i voti in un ordine monastico.
E in campo neopagano? Anzi: nel campo delle ortoprassi (= “pratiche condotte secondo una regola”) che insegnano metodi di conoscenza e trasformazione di sé, ma senza costruire sistemi dogmatici e istituzioni universali? È possibile un legame da fratelli, in questo tipo di contesto?

Il fatto di poter celebrare con pantheon e simbologie variegati e l’assenza di “repressione dell’eresia” è un incentivo in tal senso. Wiccan di diverse tradizioni, neodruidi, praticanti dell’Ásatrú, ecc. non vengono istigati a considerare l’altro un “nemico” o un “diffusore di errori”. Il “religiosamente diverso” è visto come una persona (o un gruppo di persone) che onora la Natura e disciplina la propria vita interiore secondo un metodo differente, più adatto alla sua sensibilità e alla sua esistenza quotidiana, né necessariamente di qualità inferiore. Possono presentarsi problemi di tipo “accademico”: ovvero, errate informazioni sulla Wicca o su altri neopaganesimi dal punto di vista storico e fenomenologico, carenze di studio in questo campo, eccesso di “fai da te” (“pesco questo aspetto che mi piace, ne tralascio altri, seguo ciò che mi aggrada trascurando il lavoro di superamento delle mie debolezze e convinzioni parziali”). Anche l’egocentrismo di chi mira unicamente all’iniziazione sacerdotale per creare una “corte” adorante intorno a sé si fonda su aspettative sbagliate circa la realtà di una coven: l’iniziazione, oltre a giungere dopo anni di attesa, si basa sull’esperienza di pratica e sulla formazione culturale, non su un “carisma personale indiscutibile”. Il successo “pop” e “commerciale” della Wicca e dell’esoterismo à la page non ha certo contribuito a risolvere questi due problemi. Una delle principali occupazioni dei sacerdoti neopagani (così come dei maestri zen e di altri che operano nel campo delle spiritualità considerate “alternative”) è proprio far fronte ad aspettative infondate, la cui delusione genera anche ostilità.

Sia una siffatta ostilità, sia il senso di “superiorità” rispetto a un altro cammino spirituale sono veleni dell’ego che insidiano spesso il percorso dei neopagani – anche se nulla, nella loro religione, sembrerebbe incoraggiare un atteggiamento simile. “Abbiamo sentito membri di un gruppo dire a quelli di un altro che ‘il vostro terzo grado è equivalente soltanto al nostro secondo’, o insistere su una ‘valida’ genealogia di iniziazione e simili” raccontano Janet e Stewart Farrar insieme a Gavin Bone (Il Sentiero Pagano, 2016, Anguana Edizioni, p. 190). Un questionario incluso nel loro volume dedica una domanda specifica alla questione dei rapporti fra i diversi gruppi presenti in una stessa zona. Il 39% di coloro che hanno risposto ha registrato sia armonia e rispetto, che conflitti e gelosie. Il 32% sta per conto proprio ed evita incontri/scontri. Il 17% vede miglioramenti, grazie a una buona comunicazione. Solo il 2% ritiene che i conflitti siano giustificati. “Ho incontrato delle cattiverie e, con mia vergogna, una volta ne sono stata anche complice: si basano su insicurezza e paura. Solo perché siamo Streghe e chiediamo così tanto a noi stessi, pensiamo di comportarci meglio del resto della società. Ma abbiamo pregiudizi, paure, ansie, esattamente come chiunque altro. Ovunque sia possibile, cerco di accettare le differenze negli altri e cerco di aiutare le persone a capire il perché del loro sentimento di antagonismo. Ho notato che le persone che sono maggiormente in pericolo sono quelle che sentono il bisogno di ‘insegnare’ agli altri, o i Pagani/wicca che non sono stati educati. Spesso è la mancanza di sostegno che crea queste situazioni. È molto doloroso per tutti noi sentirci come se il nostro credo e i nostri valori venissero contrastati.” (Deborah, Fleetwood, Regno Unito). (Janet e Stewart Farrar – Gavin Bone, op. cit., pp. 276-277).

Un vero e proprio “pomo della discordia”, poi, è costituito dai tentativi di creare forme di unità: come costruire organismi davvero rappresentativi del variegatissimo mondo neopagano? Come realizzare un’organizzazione che rispetti anche le costitutive differenze fra sentieri? Il succitato volume contiene anche un intervento di Davide Marrè, presidente del Circolo dei Trivi, su Wicca e Paganesimo in Italia. Esso menziona gli attacchi tramite social network rivolti all’Unione delle Comunità Neopagane, nata nel 2014. Le accuse erano quelle di voler creare una sorta di “Papa pagano”, per opera di “personaggi assetati di potere”. Accuse alquanto risibili, dato che i neopaganesimi (anche radunati) costituiscono una sparuta minoranza sullo Stivale e hanno risorse economiche esigue provenienti dall’autofinanziamento. La tesi di Marrè è che un’organizzazione formale garantisca meglio l’assemblearismo, rispetto al caos dei gruppuscoli coagulati intorno a “leader carismatici”, ostili a qualunque realtà “altra”. Per quanto riguarda l’ostilità all’UCN, Marrè la attribuisce soprattutto ad antipatie personali: fattore irrilevante nelle comunità vaste, ma decisivo in quelle minoritarie, in cui il contatto diretto fra i singoli membri è pressoché inevitabile.

Il fatto che tali scontri siano avvenuti in anni recenti non deve far pensare che, per gli occultisti delle epoche passate, i rapporti fra diverse correnti spirituali fossero più paradisiaci. La tendenza a scegliere, rifiutare e criticare sembrerebbe anzi costitutiva dei praticanti della cosiddetta magia.
Il Gruppo di Ur, sodalizio esoterico operante in Italia a partire dal 1927, più volte si preoccupò di distinguere i propri metodi da quelli di altre vie apparentemente simili. Così è riportato ne La via del risveglio secondo Gustavo Meyrink: “Tu devi distaccarti dal corpo, ma non come se tu lo volessi abbandonare. […] Chi si strappa dal proprio corpo per volare traverso lo spazio percorre la via delle streghe, che han tratto dal loro rozzo involucro terrestre un corpo di fantasma su cui esse cavalcano, come su di un manico di scopa, nella notte di Valpurga. Le streghe credono d’esser al sabba del diavolo, mentre il loro corpo giace in realtà privo di sensi e rigido nella loro camera. Esse scambiano semplicemente la loro percezione terrestre con quella spirituale; perdono il meglio per acquistar la parte peggiore; il loro è un depauperarsi, anziché un arricchirsi.” (Gruppo di Ur, Introduzione alla magia, Roma 1971, Edizioni Mediterranee, 4^ edizione, ristampa del 2012, p. 47). Oltre alla comprensibile preoccupazione di farsi comprendere correttamente, si legge la svalutazione nei confronti di un altro tipo di pratiche: quelle cosiddette di “stregoneria”. Vera o falsa che fosse l’affermazione all’epoca, sarete felici di sapere che le streghe odierne non sono così ingenue. E non c’entrano nemmeno col “diavolo”.

Il biasimo del Gruppo di Ur, però, non finisce qui. Abraxa ammonisce contro la tentazione di lasciar dissolvere la coscienza, per restare alla mercé del corpo e delle sue pulsioni. Questo, secondo lui, “farebbe decadere il mondo dei maghi nel mondo dei medium e dei visionari” (Il Caduceo ermetico e lo specchio, in: Introduzione…, p. 91). Insomma, invece di trovare la liberazione dalle pulsioni “basse”, ci si troverebbe invece in piena balia delle loro proiezioni psicologiche. Ancora una volta, si tratta di una preoccupazione comprensibile – ma venata da polemica nei confronti di altri gruppi e pratiche.

Aleister Crowley (Leamington Spa, 1875 – Hastings, 1947), invece, non moderò certo il linguaggio nei confronti del Buddhismo. Nel suo celebre volume Magick, accusò i seguaci di quest’ultimo di far confusione circa il significato di samadhi (in sanscrito: “unione fra meditante e oggetto della meditazione”), riducendolo alla “semplice facoltà dell’attenzione”. Un nota dello stesso Crowley a questo passo recita: “La volgarità e il provincialismo del canone buddhista ripugnano sommamente alle menti belle; e il tentativo di usare i termini d’una filosofia egocentrica per spiegare i particolari d’una psicologia la cui dottrina principale è la negazione dell’ego fu opera di un idiota maligno. Respingiamo senza esitare tali abominazioni, l’orrore dei mendicanti vestiti di stracci sottratti ai cadaveri, e seguiamo invece il significato etimologico della parola esposta più sopra!” (Aleister Crowley, Magick, Roma 1976, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini, n. 1 alle pp. 56-57). Inutile precisare che colei che scrive non è d’accordo con le affermazioni di Aleister. Ma una dettagliata difesa del Buddhismo toglierebbe spazio all’argomento presente.

Da tutto ciò, deduciamo che il quadro dei neopaganesimi e delle correnti esoteriche lascia spazio a una grande varietà di simbologie, pantheon, tecniche di meditazione. Non c’è posto, in questo campo, per l’imposizione di un’ortodossia o per la “guerra santa”. Allo stesso tempo, però, la pluralità diventa diffidenza, rivalità, ostilità – talora anche “anarchismo” in senso deteriore, come rifiuto aprioristico di qualunque organizzazione e argine al proprio ego. Ciò non è determinato, come abbiamo detto, da vero e proprio odio religioso, ma da comune fragilità umana (secondo le parole della summenzionata Deborah). E qui, circolarmente, concludiamo tornando a Ungaretti: la fratellanza può diventare una rivolta contro questa frammentazione e debolezza. Poiché nessuna ortodossia da difendere mette barriere preconcette fra un gruppo neopagano e l’altro, si può rispondere alla “notte” della condizione minoritaria dialogando in vista di una sempre maggiore tutela e visibilità sociale di queste forme di religiosità. Una volontà ingenua? Certo meno ingenua di quella di chi crede di sopravvivere a diffamazioni e ostilità dei non-pagani senza contare sull’aiuto altrui. O di poter maturare spiritualmente senza un minimo di studio e di consigli esperti.

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