Da Melusina al femminino castrato

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Fallogocentrismo e corpo della donna

di Pietro Colombo

 

 melusina 2

 

La corporeità femminile, l’identità della donna e la sua capacità di generare sono sempre state al centro del dibattito sociale. La femminilità è sempre stata inquisita dalla comunità politica, sociologica, medica e familiare. Ma nulla e nessuno può definire la donna, al singolare, a meno che la donna stessa. Questo è un breve articolo, un articolo scritto da un uomo, un pezzo non solo sulle e per le donne. Queste sono parole di auto-riaffermazione, per chi volesse, mettere in discussione e decostruire il fare societario e in maniera traslata, rivedere le radici delle proprie convinzioni.

 

Il serpentesco dalla doppia natura, la curiosità uccide il gatto

 

Il mito di Melusina[1] è una storia più volte rivisitata, presente in diverse culture, ricreata e narrata in differenti contesti[2] ma con una storyline dai punti comuni. Tralasciando l’origine del mito e le figure mitologiche ispiratrici della donna Melusina vorrei fare qualche riflessione sulla sua narrazione. Il protagonista del folklore sembra essere Raimondino che, mentre è a caccia nei boschi di Colombiers, uccide per errore suo zio. Sconvolto dall’omicidio si rifugia in una selva dove decide di compiere suicidio. Recandosi a una fonte, assetato, incontra tre giovani ma nel girarsi solo una si palesa. È Melusina. Gli rivela di essere al corrente dell’incidente e di poterlo salvare, ma a due condizioni vincolanti: lui la sposerà e non dovrà mai cercarla o guardarla il sabato. Data l’avvenenza della giovane, Raimondino accetta il patto. Il matrimonio porta felicità e prosperità: nascono numerosi figli e le ricchezze del giovane aumentano. Le assenze della fanciulla non passano però inosservate, la gente mormora, si sospetta dell’infedeltà di Melusina e Raimondino diventa sospettoso. Da qui la rottura del tabù. Raimondino si nasconde nella stanza da bagno e attende la moglie, tradendone la fiducia.  La sposa si muta così in una figura antropomorfa, metà donna e metà serpente, intrinsecamente dicotomica. Venuta a sapere del tradimento la giovane scompare, in alcune versioni con i figli, lasciando la superficie e il marito per tornare nelle acque.

Questo mito è stato più volte rimaneggiato, il carattere di curiosità del giovane rispetto alla fata-demone Melusina ha preso piede rispetto al mancato controllo dell’uomo della donna. Melusina non è solo donna, non è solo madre, non è solo fanciulla. Lei è “altro”. E solo lei, nella sua identità può autodeterminarsi e proclamarlo.  La sua corporeità è affar suo, unicamente lei ha il diritto di proclamarsi fata o demone o donna o madre. Il mancato rispetto dei patti, strizzando l’occhio alle Wunschelwybere tedesche, porta a una sola conclusione: l’abbandono dal campo di gioco. Un meccanismo tipicamente morale che porta il “protagonista palese” del mito a interrogarsi. E quindi riflettiamo.

 

Le politiche di controllo societarie nella modernità

 

L’italia è un paese fallocentrico. Basti pensare all’uso terminologico. Riguardate il titolo di quest’articolo, non l’ho scelto a caso. L’uso del maschile per definire la donna, la metafora fisica legata a doppio filo con i testicoli. Ce ne accorgiamo solo quando vi facciamo attenzione. L’utilizzo linguistico porta con sé il livello si significante. E fa cultura. Il movimento femminista nel nostro stato porta con sé un retaggio statale fallocratico, misogino, antropologicamente limitante.  Le politiche del controllo del corpo e dell’identità della donna sono all’ordine del giorno, pensiamoci: l’acceso dibattito sull’aborto, sulla maternità surrogata, sulle quote rosa, la grande narrazione sociale della sindrome premestruale (chi si ricorda la pubblicità delle famose pilloline con le impiegate d’ufficio?), la differenza lavorativa, la creazione della subcultura dell’otto marzo. Queste voci non sono spesso narrazioni dalle donne ma bensì racconti di uomini sulle donne. Apriamoci la testa, un passo culturale alla volta.  Lorella Zanardo, attivita e giornalista italiana, ha realizzato per esempio una serie di documentari[3] sull’utilizzo mediatico del corpo femminile. Per me, che non ho a che fare ne con un corpo ne con un’identità femminile sono stati un sorso di acqua fresca, un modo per osservare come si è creato un precedente ideologico senza precedenti.

 melusina

 

Le streghe, le donne e gli archetipi

 

E nell’universo del neopaganesimo moderno? In che modo emerge la donna, la sua voce, il suo corpo e la sua identità?  Parliamo di archetipi, ovvero: in ambito filosofico, la forma preesistente e primitiva di un pensiero (ad esempio l’idea platonica); in psicologia analitica da Jung ed altri autori, per indicare le idee innate e predeterminate dell’inconscio umano e per derivazione in mitologia, le forme primitive alla base delle espressioni mitico-religiose dell’uomo. In stregoneria è fin troppo noto l’archetipo della dea tripartita, legata alla generatività della donna, divisa da menarca e menopausa. Ma qui le voci delle donne sono diverse. La filiazione non fa parte di tutte le donne così come la maternità non fa parte di tutte le gravide. La voce di un concetto non sviluppa la vostra (di donne) identità ma la arricchisce. La divinità può essere guerriera, amante, madre, poliforme o indeterminata. È compito delle donne autodefinirsi, autorivendicare chi sono singolarmente e cercare di distruggere con un fulmineo colpo di coda sepentina la fallocrazia. E qui la stregoneria aiuta, libera, de-dogmizza. Da uomo, cresciuto da una fervente femminista, sono fermamente convinto come la vostra voce sia in grado di liberarvi, di autoriaffermarvi, singolarmente. La donna è. La donna sa. La donna crea e distrugge:

 

“Perché io sono la prima e l’ultima, Io sono la venerata e la disprezzata, Io sono la prostituta e la santa, Io sono la sposa e la vergine, Io sono la mamma e la figlia, Io sono le braccia di mia madre, Io sono la sterile, eppure sono numerosi i miei figli. Io sono la donna sposata e la nubile, Io sono colei che da’ la luce e colei che non ha mai procreato, Io sono la consolazione dei dolori del parto. Io sono la sposa e lo sposo, E fu il mio uomo che mi creò. Io sono la madre di mio padre, Io sono la sorella di mio marito, Ed egli è il mio figliolo respinto. Rispettatemi sempre, Poiché io sono la scandalosa e la magnifica”.[4]

 



[1] Il nome è per la prima volta presente nel folklore celtico, il termine Melusina, considerata fata nella mitologia è stata traslata grazie al romanzo Histoire de Lusignan (o Roman de Mélusine), scritto da J. d’Arras verso il 1390. Nel periodo medievale è stata inserita nell’araldica grazie alla sua iconografia di donna con doppia coda di pesce.

[2]The Fair Melusina (Albania, Horace E. Scudder). Legend of Melusina (France, Thomas Keightley). The Legend of Beautiful Melusina, the Ancestress of Luxembourg Counts (Luxembourg). Melusina (Soldiers’ Legend) (Luxembourg). The Mysterious Maiden Mélusine (Luxembourg). Melusina (Germany, Ludwig Bechstein). Herr Peter Dimringer von Staufenberg (Germany, Jacob and Wilhelm Grimm). The Water Maid (Germany, August Ey). Brauhard’s Mermaid (Germany, A. Kuhn and W. Schwartz). Melusina (Germany, Joh. Aug. Ernst Köhler).

[3] Visionabili attraverso la sua piattaforma web http://www.ilcorpodelledonne.net/

[4] Inno a Iside ritrovato a Nag Hammadi

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