Quando le lettere tornano a essere segni

Prima di essere materia da museo, le lettere furono gesto, memoria e potere. È da questa intuizione che prende avvio L’Oracolo dell’AEV, il nuovo libro di Ossian D’Ambrosio: un viaggio nell’alfabeto lepontico che non si ferma alla ricostruzione storica, ma prova a restituire ai segni una funzione viva.

Il punto di partenza è l’antico Alfabeto di Lugano, testimoniato dalle iscrizioni dei Celti cisalpini. D’Ambrosio segue il percorso di quei caratteri tra mondo etrusco, stele funerarie, oggetti rituali e paesaggi alpini, per poi trasformare la ricerca in pratica. Nascono così le Artuas: diciannove glifi sui quali è costruito l’AEV, un sistema oracolare originale che può essere impiegato nella meditazione, nella divinazione e nel lavoro magico.

Il merito della chiarezza

Il pregio maggiore del volume è la sua onestà metodologica. L’autore non presenta l’AEV come il recupero miracoloso di un oracolo celtico perduto, né confonde il dato archeologico con la rivelazione. Dichiara invece la natura contemporanea del sistema e mostra il terreno storico e simbolico dal quale prende ispirazione. È una distinzione importante, soprattutto in un ambito dove il desiderio di antichità può facilmente diventare una falsa patente di autenticità.

Questa chiarezza permette al lettore di muoversi tra due registri senza equivoci: da una parte le tracce documentarie dell’alfabeto lepontico, dall’altra la lettura spirituale che le trasforma in strumenti di consultazione. Non è un manuale accademico di epigrafia, e non vuole esserlo; è un’opera di pratica magica informata dalla storia.

L’AEV non imita un passato irraggiungibile: usa la memoria dei segni per costruire un linguaggio oracolare del presente.

Dalla teoria alla pratica

La parte operativa dà concretezza al progetto. Il libro accompagna nella creazione del proprio set di Artuas, propone diversi metodi di tiraggio e apre all’uso dei glifi per amuleti, talismani e rituali di consacrazione. Il simbolo non viene quindi trattato come una figura da contemplare a distanza, ma come una presenza con cui instaurare una relazione attraverso studio, esercizio e intuizione.

È qui che il volume trova il suo pubblico ideale: praticanti di arti divinatorie, persone interessate al druidismo contemporaneo, studiosi del simbolismo e lettori che desiderano avvicinarsi alle radici spirituali dell’Italia settentrionale senza rinunciare a una prospettiva creativa. Chi cerca soltanto una trattazione archeologica dovrà accettare il passaggio, dichiarato, dalla fonte alla rielaborazione esoterica. Chi invece cerca un oracolo già pronto all’uso dovrà dedicarvi attenzione: le Artuas chiedono tempo, familiarità e una partecipazione personale.

In conclusione

L’Oracolo dell’AEV riesce a occupare uno spazio raro. Non pretende che il passato ci consegni risposte intatte, ma ne ascolta i frammenti e li usa per formulare domande nuove. La solidità del libro non dipende da una presunta origine immemorabile dell’oracolo, bensì dalla coerenza con cui storia, immaginazione rituale e pratica vengono tenute insieme.

Il risultato è un’opera riconoscibile, radicata nel territorio e capace di ampliare il lessico della divinazione contemporanea. Un libro da leggere, ma soprattutto un sistema da sperimentare con pazienza, senso critico e rispetto per la distanza che separa l’antico segno dal significato che scegliamo di attribuirgli oggi.

La recensione è stata redatta sulla base del volume e dei dati editoriali pubblicati da Phanes Publishing. Il pulsante di acquisto conduce al sito dell’editore.