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Religione della natura: che cosa vuol dire?

Sentiamo molto spesso il termine religione della natura, ma non sempre abbiamo chiaro il suo significato, soprattutto nel mondo contemporaneo.

di Erica Gazzoldi

L’enciclica di Papa Francesco Laudato si’, datata al maggio 2015 (http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html ), riportò alla pubblica attenzione il  carattere sacro del rapporto con la natura. Una questione certo non recente, né limitata a una sola tradizione spirituale – anche se non tutte propongono il medesimo approccio.

 

La Natura nella religione

È famoso, per esempio, l’amore tributato dalla cultura giapponese alla natura, sotto gli stimoli dello Shintoismo e del Buddhismo zen. Come recita la corrispondente voce su Treccani.it (http://www.treccani.it/enciclopedia/shintoismo/ ), lo Shintoismo considera i fenomeni naturali come espressione di forze divine, dette Kami, presenti in ogni cosa esistente. Sicuramente, chiunque conosce il disco solare che campeggia sulla bandiera giapponese: da Amaterasu Omikami, dea del Sole, sarebbe discesa proprio la dinastia imperiale, secondo una credenza anteriore al 1946. (Vedasi anche, sempre su Treccani.it: “Shinto”, in Dizionario di storia (2011) http://www.treccani.it/enciclopedia/shinto_%28Dizionario-di-Storia%29/  ).

Il Buddhismo zen (www.monasterozen.it ), invece, non propone divinità. Questo, però, non significa che disconosca l’importanza centrale del rapporto uomo-natura. Daisetz T. Suzuki attribuisce all’ascetismo zen questa caratteristica: offrire alla natura tutto il rispetto che merita, in quanto compagna dell’uomo nel cammino verso la “buddhità”. Questo rispetto favorisce anche la salute umana, condizionata da quella dell’ambiente circostante. (Cfr.: Daisetz T. Suzuki, Lo Zen e la cultura giapponese, Milano 2014, Adelphi, p. 283. Traduzione di Gino Scatasta. Tr. it. di: Zen and Japanese Culture, 1959, Bollingen Foundation Inc., New York, N.Y).

La tipica traduzione letteraria di questo atteggiamento è lo haiku, che, per l’appunto, trae spesso ispirazione dall’osservazione di un elemento naturale.

Sull’altare zen, non ci sono immagini da adorare. Ma, fra le cose che non mancano mai, c’è un elemento naturale come i fiori freschi in un vasetto d’acqua. Non per abbellimento estetico, ma come simbolo della natura viva della quale si è parte integrante: così precisa Tetsugen Serra, aggiungendo che l’intero universo è il nostro corpo. (Cfr.: Tetsugen Serra, Zen, Milano 2005, Fabbri Editori, pp. 84-85)

Entrambi i testi citati vengono dalla penna di maestri zen contemporanei. Un’attenzione animata dall’urgenza è, per l’appunto, tributata alla natura proprio nel periodo storico attuale. Si tratta di cercare un equilibrio tra le conquiste tecnologiche e la preservazione dell’ambiente, senza il quale è impossibile la stessa vita. Si tratta anche di saper apprezzare la bellezza e la grandiosità intrinseca della natura, per cibarsi della meraviglia che parte della nostra psiche richiede, senza andarla a cercare in “dimensioni altre” di dubbia esistenza. Ecco che “religioni della natura” sono i neopaganesimi. Dai paganesimi antichi riprendono la ricerca del divino nelle forze naturali, dalla quali non è realmente disgiunto o distinto. Di odierno hanno (oltre alla conoscenza della psicanalisi junghiana e degli esperimenti sul cosiddetto biofeedback http://www.treccani.it/enciclopedia/biofeedback_res-1ea8bf48-98ea-11e1-9b2f-d5ce3506d72e_%28Dizionario-di-Medicina%29/ ) la preoccupazione per la sorte della Madre Terra.


Ethnos e Natura: la distinzione tra veteropagani e neopagani

Per amor di chiarezza, è ora bene distinguere questo tipo di indirizzo da quello detto “veteropagano”, maggiormente incentrato sulla ricostruzione delle religioni antiche e sul legame fra esse e l’ethnos di riferimento.  È tipico di taluni veteropaganesimi, come il Movimento Tradizionale Romano, porre l’accento su aspetti della spiritualità non legati al ciclo della natura: principalmente, la cosiddetta Pax Deorum (hominumque), il patto fra gli Dei e la comunità umana, stabilito con modalità giuridiche. (Cfr: Attualità e storia del M.T.R., su Saturniatellus.com – Sito ufficiale del Movimento Tradizionale Romano http://www.saturniatellus.com/storia-del-mtr/ ).

Altro esempio è quello della Religione Etnica Ellenica, o Ellenismo (https://hellenismos.org/2012/12/31/hellenismos-religion-of-the-ethnic-hellenes-and-hellenic-polytheists/ ) – giustamente, da non confondere con correnti neopagane dal nome simile. Il suo scopo è salvaguardare e riabilitare le tradizioni religiose dell’antico politeismo greco. (Cfr.: Consiglio Supremo degli Ellenici Gentili: https://www.ysee.gr/html/ital/index.html )

La Comunità Odinista, invece, mira alla rinascita della tradizione tribale longobarda, espressione religiosa di un Volk, ovvero di un popolo.  (Cfr.: Comunità Odinista – Chi siamo, Comunitaodinista.org http://www.comunitaodinista.org/chisiamopageco.htm )

Ciò non significa, però, che i veteropaganesimi siano tout court estranei all’amore per la natura. Diversi di essi (come il M.T.R. e l’Ellenismo) fanno parte dell’ECER, lo European Congress of Ethnic Religions – ex WCER, World Congress of Ethnic Religions. La sua Declaration si richiama agli antichi ethos, che valorizzavano e amavano la Terra, invitando l’uomo a trovare il proprio spazio nella vasta rete della vita. Anche questo fa parte della recupero delle radici religiose indigene.  (Cfr.: http://ecer-org.eu/about/declaration/ )
Il neopaganesimo come religione della Natura

Per tornare al discorso precedente, il mondo dei neopaganesimi è assai multiforme – sicuramente, non esauribile in questo luogo. Ci limitiamo a offrire alcuni spunti da autori wiccan noti alla sottoscritta:

“…l’uomo è l’unica specie ad aver cambiato la faccia di questo pianeta. […] crediamo che la scienza stessa debba offrire delle nuove risposte e insegnarci il rispetto per la complessità del mondo che ci circonda […] Tutte le scienze in realtà, nel tentativo di spiegare la natura, ci mostrano anche le sue meraviglie e molto spesso anche la delicatezza, la forza e il potere di quello che osserviamo.” (Cronos (Davide Marrè), Wicca. La nuova era della Vecchia Religione, 2015, Aradia Edizioni, p. 106)

“Una prima legge fondamentale della magia e dell’ecologia: tutto è interconnesso. […]

Se crediamo a questa frase in quanto gente magica e praticanti di un percorso spirituale che onora la Terra, allora dobbiamo rivedere il nostro comportamento. Se veramente crediamo che ciò che facciamo oggi, nel nostro appartamento o nella nostra casa, nei nostri giardini e vialetti, avrà un effetto sulla salute degli animali che ci vivono accanto, dei bambini che giocano nei vicini giardini e parchi, e persino degli animali e persone sull’altro lato del nostro Pianeta, allora vivremo in un modo più sostenibile. Per esempio dobbiamo riciclare di più, tagliare i nostri consumi in generale e il nostro uso di carburanti fossili; dobbiamo conservare (risparmiare) acqua ed energia nelle nostre case, e così via.” (Francesca Ciancimino Howell, Wicca e Natura: vera Spiritualità della Terra, trad. Maurizia Merati – rev. Davide Marrè, in: «Athame – I Principi della Wicca», a cura di Cronos (Davide Marrè) e Carmilla (Ines Tedeschi), Anno IX Numero 25, pp. 138-139).

 

Le conseguenze logico-pratiche dell’amore per la Terra, qui descritte dalla Ciancimino Howell, non sono le uniche attuate dai neopagani. Janet e Stewart Farrar, con Gavin Bone, suggeriscono un uso delle odierne tecniche di comunicazione per ridurre i viaggi giornalieri nelle città, laddove si tratta di lavori di routine gestibili a distanza tramite Internet (cfr. Il Sentiero Pagano, 2016, Anguana Edizioni, pp. 126-127). Ciò limiterebbe l’inquinamento causato dai mezzi di trasporto.

            Ma gli stessi autori menzionano casi di vero e proprio attivismo ambientalista in nome della spiritualità neopagana. Ciò avvenne durante le manifestazione contro la costruzione di una strada attraverso il sito di Twyford Down nell’Hampshire. Molti pagani (racconta la succitata opera) si ritrovarono a doversi sdraiare davanti ai bulldozer durante il giorno e a fare da sacerdoti e sacerdotesse di notte. La ditta di sicurezza privata incaricata di controllarli non si fece scrupolo di usare metodi crudeli, come versare acido sulle mani.  (Cfr. op. cit., p. 135).

Né il bisogno di spiritualità orientale, né le correnti occidentali che apprendono dalle religioni antiche possono dunque risolversi in una “fuga dalla realtà”. Gli esempi qui portati mostrano come la loro vocazione possa compiersi solo in un servizio al mondo, qui e ora. L’attenzione alla natura, oltre che essere dovuta al loro “senso del sacro”, è indispensabile per ogni uomo che voglia mantenere le basi della propria sussistenza fisica e psicologica.

            Quando non sono impegnati in proteste dure come quella di Twyford Down, gli adoratori della Madre Terra non sarebbero fuori luogo in servizi di pubblica utilità come la pulizia dei parchi. Ed è lecito sognare gli “scout pagani” – ma questa è un’idea ancora troppo ambiziosa, per le risorse organizzative ed economiche attuali. L’importante, oltre a realizzare concretamente la propria spiritualità, sarebbe sfatare il mito dell’ “inutilità” o dell’ “estraneità” alla società delle religioni minoritarie. “Inutilità” spesso dovuta, più che altro, a un’organizzazione non centralistica e alla limitata disponibilità di denaro da investire in iniziative. Ma questa è un’altra storia e andrà raccontata un’altra volta.

Il sacerdozio e la visione: il cammino della Wicca

Non tutti siamo nati per fare i sacerdoti della Wicca, ma non per questo la Wicca non può essere una religione anche per i profani.

di Davide Marrè

Se si diventa cattolici (o cristiani) col battesimo che avviene in uno stato di totale inconsapevolezza e ‘ignoranza’, infondo si può ben diventare wiccan con un libro e un’autodedicazione (o una dedicazione)… Un conto è essere wiccan, un conto è essere sacerdoti wiccan (per cui occorre un cammino iniziatico).


La definizione di wiccan
Mi rendo conto che esistono due interpretazioni distinte… quello di una minoranza, nella Wicca tradizionale europea si è wiccan solo dopo l’iniziazione, e tutti gli altri sono definiti ‘pagani’, e quello di una maggioranza, la Wicca americana, dove si opera la distinzione tra sacerdoti wiccan e l’ampio pubblico degli eclettici wiccan (D. Lipp).
Io ho sempre preferito questa seconda versione, anche se troppo spesso wiccan eclettici e solitari senza alcuna esperienza si arrogano il diritto di insegnare e pontificare, dando un’immagine grottesca di questa religione. Ma è un male necessario: che senso ha un sacerdozio senza una comunità di riferimento? Diventa un puro e semplice ‘cenobitismo’ (con tanto di regola presente nel Libro delle Ombre).

Il sacro e il profano
Non tutti dobbiamo diventare sacerdoti, ma a tutti deve essere permesso di avvicinarsi agli dei e alle festività stagionali in una forma ‘comunitaria’, religiosa e non semplicemente spirituale. La spiritualità è qualcosa che il singolo vive quando pratica per esempio un’autoconsacrazione, la spiritualità è qualcosa di libero ed individuale, un’esperienza che può anche essere particolarmente profonda. Quando sentiamo però il bisogno di condividere la nostra spiritualità e le nostre esperienze mistiche, entriamo nell’ambito del religioso, perché cerchiamo il legame con altre persone. Lucrezio, anche se in un’accezione negativa parla di religione come dei legami che uniscono gli uomini a certe pratiche (religare), mentre Cicerone afferma che  coloro che riconsiderano con cura e, per così dire, ripercorrono tutto ciò che riguarda il culto degli dei sono chiamati religiosi da relegere. Nell’una o nell’altra accezione il fenomeno religioso ha un carattere collettivo.
Se la Wicca è una religione, ancorché misterica, a tutti deve essere concesso di avvicinarsi a quelli che sono i più semplici di questi misteri: per esempio il ciclo della Ruota dell’Anno che illustra i misteri del ciclo vitale e della Natura a cui ognuno può accostarsi. Ma anche l’autoconsacrazione, cioè l’instaurare un rapporto personale con il divino, la ritualità personale, o la più complessa dedicazione che è iniziare a percepire una corrente magica e un flusso di energia, fanno parte di questi misteri minori, che possono essere colti da molti.

Il sacerdozio
Il sacerdozio non è per tutti. Significa penetrare misteri più grandi, spostarsi dall’essoterico all’esoterico, misteri che comportano più grandi sacrifici. Oltre ai diversi gradi di profondità in cui si esprimono con l’iniziazione che il sacerdote affronta, gradi di conoscenza di se stessi e del proprio rapporto con l’Universo e con gli Dei, un Sacerdote wiccan deve farsi carico di almeno uno di questi tre elementi: la liturgia (la celebrazione per gli iniziati o per i profani, o entrambe), il servizio (rendersi disponibile per la comunità, quella degli iniziati o quella dei profani, o entrambe), e il più ostico, l’insegnamento (agli iniziati e ai profani che lo richiedono). Non tutti i sacerdoti debbono essere versati in tutte queste attività e ognuno ha i suoi doni che impara a esprimere nel corso del tempo attraverso la conoscenza. Quella conoscenza che nella nostra tradizione è rappresentata dalla spade, l’elemento aria: ogni conoscenza comporta sempre un cambiamento e ogni cambiamento è sempre foriero di uno ‘stress’, di un’uscita dalla posizione di confort. ‘Per imparare devi soffrire.’ 

La via del dare

Ognuno dei tre elementi indicati, liturgia, insegnamento, servizio, comporta un’attitudine fondamentale, la propensione verso gli altri e verso il Cosmo. Amare la Natura può sembrare semplice (non lo è), ma aprirsi agli ‘altri’ è la cosa più difficile. All’inizio spesso si rivela uno scoglio insormontabile: molte persone credono che gli altri debbano risolvere i loro problemi e che la religione sia una facile soluzione alle crisi esistenziali o a problemi più concreti. Non comprendono la loro chiusura al Mondo: persi nelle mille voci dei loro problemi personali non si fermano mai a chiedersi perché il Mondo dovrebbe fare qualcosa per loro. Solo noi abbiamo la chiave dei nostri problemi, comprendere quello che possiamo dare e non quello che dobbiamo prendere, è un passo fondamentale verso l’altro. Una domanda che risolve molti problemi: quando si finisce di chiedersi che cosa può fare per me la Wicca e si passa al ‘che cosa posso fare io per la Wicca’.

Armonia
Stare insieme in armonia in una religione che muove i primi passi, è naturalmente impossibile… è come chiedere a un vulcano in eruzione di calmarsi un attimo. C’è troppa energia: l’energia degli inizi. Si creano gruppi, piccoli comunità in rapido cambiamento, luoghi di aggregazione, templi, gruppi di studio, coven, C’è bisogno di rapida selezione, di distinguo, di definizioni, di scritti, di pensamenti e ripensamenti, di scissioni, riavvicinamenti, anatemi, bandi, guerre e riappacificazioni. La storia delle religioni e costellata di questi ‘grandi’ momenti iniziali. Eppure dopo le esplosioni anche la lava segue i suoi fiumi e anche distanza di pochi anni è possibile scorgere delle correnti e dei flussi. Non è dato sapere quale di questi flussi spegnendosi darà origine a un bosco o quale accostandosi al mare dei gas venefici. Non ha importanza, in questa fase l’armonia è la consapevolezza che ognuno in questa esplosione ha un ruolo, che ognuno cerca di agire per il meglio… l’armonia allora diventa la visione di qualcosa di più grande ed è quando si riesce a tratti a condividere questa visione immensa che l’esplosione comincia a pacificarsi.

Occuparsi del presente

Tre volte in senso orario, nel mattino del mondo,

Giro in cerchio nei miei invadenti pensieri.

Un luogo di pace in fine –

Raggiungo il centro silenzioso.

– Vivianne Crowley (1993)

Siamo in transito nel ciclo solare dal segno del Toro a quello dei Gemelli, in equilibrio tra l’esperienza sensoriale taurina del mondo attraverso i sensi fisici e l’intelletto e il pensiero dei Gemelli. La divinità di Venere, associata all’amore fisico e al piacere sensoriale, che presiedeva nei cieli, cede il passo a Mercurio, divinità della comunicazione, del pensiero veloce, delle nuove idee e dell’innovazione. Stare in bilico tra due diversi tipi di influenze può essere difficile – è più facile seguire l’una o l’altra, ma i pagani non sarebbero pagani se non amassero fare cose difficili.

 

Sperimentare il mondo intorno a noi

I nostri sensi sono come strumenti finemente calibrati che vengono bombardati dagli input del mondo esterno. Per funzionare dobbiamo calibrarli in modo da non essere sopraffatti e dobbiamo creare spazio nella nostra psiche per concentrarci sui compiti della vita quotidiana. Ma la vita odierna ci insegna a dare priorità a quello su cui siamo focalizzati e troppo spesso queste priorità sono sbagliate. Ci concentriamo su sciocchezze – le più irrilevanti, le meno importanti – e questo può distorcere la nostra visione del mondo che ci circonda. Questa potrebbe sembrare una questione puramente psicologica o che ha a che fare con la salute psicologica, ma avere un focus distorto, guardare il mondo come attraverso una lente offuscata e distorta, può influenzare la nostra salute su molti livelli. L’effetto sulla nostra salute spirituale è comunque parimenti importante.

 

Trovare l’unidirezionalità

Il mio pensiero quando entriamo nei Gemelli, il più intellettuale dei segni, è che il non impegnare il nostro apparato sensoriale in modo ottimale influenza il nostro paganesimo. Al fine di apprezzare l’universo interconnesso in cui viviamo, dobbiamo prendere tempo per smettere di essere “nella testa” con i nostri pensieri ed emozioni frammentate, turbinanti, in competizione e indaffarate. Passiamo la maggior parte del giorno cercando di assolvere a compiti multipli. Pensiamo mentre guidiamo, cuciniamo, mettiamo a letto i bambini. Stiamo costantemente facendo una cosa mentre pensiamo a tutte le altre cose che competono per la nostra attenzione. Un momento in cui probabilmente siamo pienamente presenti è quando facciamo un rituale, quando siamo impegnati in atti fisici di venerazione delle divinità o di magia, la scienza e l’arte di trasformare uno stato di esistenza in un altro. Tutta la nostra attenzione e i nostri sensi sono concentrati su quell’atto di venerazione o trasformazione e diveniamo per una volta “unidirezionali”. I pensieri in competizione, le emozioni e le sensazioni che di solito girano vorticosamente nella nostra psiche sono unificati in singole azioni concentrate.

 

Consapevolezza dell’adesso

Consapevolezza significa prestare attenzione in modo particolare; di proposito, al momento presente, e senza giudizio (Kabat-Zinn 1994, 4).

C’è un ampio dibattito attualmente sulle tecniche di consapevolezza di derivazione buddista e i loro benefici. La neuroscienza ci dimostra che la consapevolezza cambia la nostra fisiologia cerebrale e da qui la nostra esperienza futura del mondo. Circa venti minuti al giorno dedicati alla consapevolezza mentale focalizzata cambiano la nostra percezione del mondo e ci permettono di vederlo di nuovo con rinnovata intuizione, come quella di un bambino che sta scoprendo l’esistenza. Questo “Yoga” del cervello migliora il nostro benessere e ci permette di apprezzare meglio la realtà in cui viviamo. Ma non c’è bisogno di rivolgersi al buddismo per trovarlo.

L’imperatore romano Marco Aurelio (interpretato da Richard Harris nel film Il Gladiatore di Ridley Scott) era un filosofo pagano, così come un generale e un imperatore. Dettava i suoi lavori filosofici di notte nella sua tenda, mente era in campagna militare. Non era un mistico, e non si poteva dire fosse altro che impegnato nel mondo reale. Egli raccomandava di trattare quel mondo con attenzione focalizzata, e per coloro che amano la legge del tre, questa era la sua triplice regola di vita:

Giudizio oggettivo, ora, in questo momento.

Azione non egoistica, ora, in questo momento.

Accettazione volontaria – ora, in questo momento – di tutti gli eventi esterni.

Questo è tutto ciò di cui hai bisogno.

– Marco Aurelio (121-180 EC), Meditazioni, 9.6 (Stephens 2012, 115)

 

Accettazione non significa consenso

Accettazione non significa che dobbiamo rinunciare alle nostre ambizioni di cambiare il mondo che ci circonda. La motivazione che muove molti di noi verso il paganesimo è quella di cambiare, se non il mondo, almeno noi stessi.  Le nostre tradizioni spirituali enfatizzano il cambiamento – il cambiamento stagionale e il cambiamento delle fasi della luna. Per capire meglio ciò che vogliamo cambiare, comunque, abbiamo bisogno di vedere chiaramente, senza la distorsione delle nostre speranze, paure, pensieri e ansietà. È come se avessimo bisogno di pulire le lenti dei nostri sensi, così da poter esperire con chiarezza il mondo circostante. Come i sommelier che sorseggiano un vino raffinato. Ne guardano i colori, ne annusano il profumo prima di assaggiarlo, lasciano che il liquido giri nella bocca per sentire le “note” del gusto. Possiamo imparare a notare e apprezzare di più di quello che ci circonda se ci prendiamo delle piccole pause durante la giornata, una volta al giorno, per essere totalmente presenti nel momento.

 

Consapevolezza sensoriale della vita di ogni giorno

Questo è un semplice esercizio che possiamo fare discretamente a casa o al lavoro per centrarci, focalizzarci e connetterci con il mondo intorno a noi. È particolarmente utile se si tende a essere troppo presi dal lavoro e si passano ore seduti in posizioni che sono deleterie per la schiena, o se ci si smarrisce nella fantasia o in schemi di pensiero negativi. Coinvolge la vista, l’udito, il tatto, l’olfatto e il gusto. Non preoccupatevi se uno dei vostri sensi non funziona. Usate quelli che avete.

 

Esercizio delle Cinque Cose

  1. Primo, fare 5 lenti, profondi respiri. Inspirare ed espirare. Spingere i muscoli addominali fuori per far entrare aria nei polmoni, e tirare i muscoli dentro per espellere aria, con un ritmo lento e regolare.
  2. Concentrarsi sul respiro per altri 5 respiri: notare le sensazioni dell’aria fresca che fluisce nelle narici e scende nei polmoni e dell’aria calda che fluisce fuori dal nostro corpo. Notare la cassa toracica che si solleva e si abbassa, il leggero movimento delle spalle, l’espansione e la contrazione dell’addome.
  3. Fare altri 5 profondi, lenti respiri volontari.
  4. Vedere: notare adesso ciò che ci circonda, iniziando da ciò che vediamo: notare 5 cose che possiamo vedere.
  5. Fare altri 5 profondi, lenti respiri volontari, notando il flusso d’aria in entrata e in uscita dal nostro corpo.
  6. Sentire: ascoltare attentamente i suoni intorno e dentro di noi: notare 5 cose che possiamo sentire.
  7. Toccare: notare 5 cose che possiamo sentire col tatto – i piedi sul pavimento, le cosce sulla sedia, gli anelli sulle dita, per esempio.
  8. Di nuovo, fare 5 profondi, lenti respiri volontari, notando il flusso d’aria in entrata e in uscita dal nostro corpo.
  9. Annusare ed assaporare: notare 5 cose che possiamo odorare o assaporare. Notare ora i diversi sapori nelle diverse parti della bocca e della lingua.
  10. Fare ancora 5 respiri e con la mente rifocalizzata dedicarsi al prossimo compito della giornata.

di Vivianne Crowley (trad. R. Di Vaio)

 

Riferimenti

Kabat-Zinn, Jon. Wherever You Go, There You Are: Mindfulness Meditation in Everyday Life. New York: Hyperion, 1994.

Stephens, William O. Marcus Aurelius: A Guide For the Perplexed. London: Continuum, 2012.

 

L’anima della psicologia o la psicologia senz’anima

[revisioni dell’introduzione del testo “La psicologia esosterica” di Davide Marrè -ed Xenia]

Negli ultimi cento anni il termine psicologia (dal greco psyché (ψυχή) = spirito, anima e da logos (λόγος) = discorso, studio), come studio dello spirito e dell’anima, è profondamente mutato, adeguandosi alle nuove prospettive scientifiche e alla loro metodologia. La psicologia nel mondo contemporaneo non è più lo studio dello spirito, ma piuttosto lo studio dei meccanismi che regolano le funzioni mentali, siano esse cognitive (memoria, intelligenza, percezione, ecc.), dinamiche (istinto, pulsione, attaccamento) o comportamentali. La psicologia non è più una disciplina dello spirito, ma della mente, intesa come il luogo dove questi fenomeni hanno luogo, mentre lo psicologo è colui che studia questi fenomeni applicando il metodo scientifico.

Non c’è dubbio che l’approccio scientifico alla psiche abbia dato frutti importanti, ma allo stesso tempo ha relegato un’intera disciplina nell’ambito di una prospettiva unica, appunto, quella della scienza che ha come oggetto ultimo il cervello, il suo funzionamento e l’espressione della sua attività, la “mente” appunto. I cosiddetti psicologi, quelli che si iscrivono al rispettivo albo, non sono affatto scienziati dell’ “anima” o studiosi dell’ “anima” (in greco psyché) essi sono piuttosto dei moderni frenologi (da phrén, mente in greco). Sfortunatamente questo termine è legato a quella pseudoscienza, la frenologia che ha costretto gli scienziati della mente ad appropriarsi di un termine psiche che nella tradizione classica corrisponde a un concetto di ‘anima’, più o meno smaterializzata. Per questo stesso motivo gli psichiatri sono piuttosto neuroiatri, essendo l’obiettivo odierno e costante della loro disciplina quella di associare le patologie della mente, del phrén, ad uno scompenso biochimico dei neuroni, come accade con patologie come la schizofrenia.

L’ambito naturale dove aleggia la psiche, infatti, non è la psicologia scientifica, ma piuttosto le religione, la spiritualità, le tradizioni misteriche ed esoteriche. Disquisizioni sull’anima e sullo spirito, non possono essere relegate nel buio. Il sapere simbolico e segreto degli antichi, che pure si occupavano dell’ “anima”, intesa diversamente da una “mente” prodotta dal cervello, ma come quell’essenza immateriale e numinosa che è il fondamento dell’essere umano e della sua consapevolezza, deve essere recuperato. Questo solo può consentire alla psicologia di sopravvivere come disciplina dei mondi interiori in cui l’anima è presente e compie il suo viaggio: un ambito della religione, della spiritualità e del sapere misterico, non certo una scienza. Questa psicologia ‘non scientifica’, questa psicologia della anima, è una delle basi della pratica del counseling che si nutre anche di altre discipline – quali la filosofia, la pedagogia, l’antropologia, la sociologia.

E’ quindi tanto più necessario tracciatre un distinguo tra la neuroiatria e la moderna frenologia che il mondo accademico e non chiama comunemente e rispettivamente pischiatria e psicologia scientifica e la psicologia, quella vaga disciplina dell’anima, che ha poco a che fare col metodo cartesiano e la res extensa.

La psicologia junghiana, la psicosintesi, ma talvolta anche anche la psicanalisi freudiana, la cui scientificità è messa spesso in crisi da tutti gli altri ambiti sperimentali della psicologia, ci mostrano molto bene come essi siano approcci diversi ad una materia che spesso è la medesima delle discipline spirituali ed esoteriche. Si tratta di uno sconfinamento della scienza nel campo dell’anima, qualcosa che per sua natura non può essere studio dell scienza. L’oggetto (o meglio il soggetto) delle filosofie occulte, che stentiamo a chiamare magia, visto il discredito in cui è caduta questa disciplina nel nostro tempo, grazie alla ciarlataneria di certi personaggi, è infatti il medesimo: l’anima, lo spirito. Cambiano le visuali e soprattutto i risultati. Se il risultato principale di una psicologia (frenologia) che si sviluppa in un ambito medico, cioè scientifico, è quello di dare vita ad una terapia, come la terapia psicanalitica, nel caso di Freud, una psicologia esoterica, una psicologia dell’anima e una relazione di ‘counseling’ che non parte dal progetto di verità proposto dal metodo scientifico, sia esso descrittivo o sperimentale, ha come obiettivo la guarigione spirituale, intesa come percorso soggettivo ed individuale che preserva oppure salva la persona dal malessere interiore.

Se da una parte abbiamo detto che la psicologia scientifica e la psicologia spirituale ed esoterica ci offrono interpretazioni differenti, schemi di lettura diversi, dobbiamo quindi anche dire che possiamo decidere quale di queste discipline sia più utile per la risoluzione dei nostri problemi, cercando però di non confonderle. Questo può avvenire solo se abbiamo ben chiaro che cosa sia la scienza e che cosa siano invece la spiritualità, la religione e l’esoterismo stesso a cui una parte della scienza ha cercato di sostituirsi con metodi che ricordano più le pratiche dei santuari pagani dell’antichità (dove i sacerdoti interpretavano i sogni) che la pratica del metodo scientifico.

Purtroppo la confusione dei termini e del linguaggio ha portato l’esoterismo a psicologizzarsi e una certa psicologia ad uscire fuori dal campo della scienza, rendendo a tutti gli effetti alcuni professionisti dei ladri d’ ‘anima’ e spesso di ‘anime’. Il ritorno a dei distinguo può essere auspicabile nel momento in cui esiste la consapevolezza della profonda diversità che passa tra un approccio spirituale / esoterico e un approccio scientifico all’uomo.

L’esoterismo è un termine che indica quelle dottrine di carattere segreto i cui insegnamenti possono portare non tanto alla “verità”, ma ad un’interpretazione personale di una verità che già sta in noi e che risiede in quella dimensione che noi chiamiamo spirito. Mentre la scienza diversamente si propone di giungere ad una descrizione precisa della realtà del mondo delle cose per giungere ad una verità che sia universalmente condivisa.

Una psicologia esoterica non si fonda certamente su quest’ultimo presupposto, quello dell’universalità, ma proprio sul contrario quello dell’infinita possibilità interpretativa rispetto alla verità del mondo interiore. Q differenza di una terapia psicanalitica essa non tenta una terapia dell’interpretazione, basata su un modello, ma un percorso di guarigione, in cui all’interpretazione è sostituita l’esperienza viva dei simboli che sono in definitiva impossibili da interpretare perché già immagini interiori di una dimensione che non appartiene al mondo delle cose, ma del soggetto che li incontra, per esempio in un sogno e in un rituale.

Chiederci se i demoni delle discipline esoteriche e della religione siano quindi complessi psicologici rimossi che fanno parte del nostro inconscio e che ci tormentano, o se gli angeli rappresentano i nostri ideali più alti, oppure se gli spiriti della natura siano rappresentativi di alcune nostre qualità, nell’ottica della psicologia esoterica non ha nessun senso, perché sarebbe già un atto interpretativo. Il demone o l’angelo sono già simboli (e persino l’uomo stesso è un simbolo), modi in cui la verità dello spirito, della nostra essenza ci si consegna, con un messaggio che non può essere decifrato attraverso il logos, la ragione. Allo stesso modo pensare che nevrosi e psicosi siano originate da entità nefaste, come propone un certo esoterismo di maniera, o che la percezione di forze spirituali avverse non sia niente altro che la manifestazione di una nevrosi, come fa una psicologia altrettanto di maniera, sarebbe come chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina.

Esiste quindi la necessità di determinare una psicologia che sia più affine al linguaggio esoterico,  ricondurre una certa psicologia alla casa dello spirito, che integri alcuni elementi della psicologia dinamica, senza tuttavia creare sovrapposizioni. Chiameremo questo terreno di confine, ancora interno in realtà all’esoterismo, “psicologia esoterica”.

Lungi quindi dal determinare quindi se uno “spirito”, sia un complesso psicologico, come lo intendeva Jung, o un’entità dotata di un’individualità e di un’autonomia come potremmo pensarla in un’ottica animista, la psicologia esoterica non può che rispondere al problema con un sonoro: non importa!

L’approccio in questo caso può essere squisitamente empirico, proprio come empirica fu la psicologia delle origini nella formulazione di William James. Ciò che percepisco è reale e il piano interpretativo deve essere, almeno inizialmente, accantonato.

Nell’esperienza spirituale e quindi anche nell’esperienza degli “spiriti”, delle energie, delle forze che animano il Cosmo, siano esse una sensazione, un segno, o una manifestazione tangibile, dobbiamo porre al centro l’uomo che fa questa esperienza e l’anima che di questa esperienza è oggetto, salvando innanzitutto la percezione dell’esperienza, sempre soggettiva. Integreremo questa percezione con un atteggiamento che più che psicologico in senso tecnico dovremmo piuttosto definire esistenziale. Cercare continuamente significati occulti o interpretazioni ai fenomeni in cui si entra in contatto esplorando il mondo interiore e che vengono a volte definiti, per certe caratteristiche, soprannaturali, non è produttivo. Al contrario spesso nel tentativo di interpretare non facciamo che ridurre l’esperienza, razionalizzarla, soprattutto perché la maggior parte di noi non possiede, almeno all’inizio, quei riferimenti essenziali che sono alla base dell’esperienza.

Ben prima che delle risposte infatti, il contatto con le forze sottili che ci circondano, suscitano altre domande. Queste domande sono la chiave per comprendere le esperienze interiori e per trasformare il persocorso di una psicologia di questo tipo anziché in terapia, in crescita personale e guarigione spirituel. Questa è “psicologia esoterica”, il portare ad una disposizione d’animo che sia simile a quella dell’iniziato che si trova davanti alla domanda. L’importanza non sta in realtà nel “pensare” la risposta, ma nel viaggio di ricerca. La ricerca del Graal conta ben più del trovare il Graal, e una volta compreso questo autenticamente, il Graal appare senza essere pensato.

Di fronte a un sogno o ad una visione, non ci dobbiamo chidere subito che cosa vuol dire, né perché questo o quel simbolo visto in sogno sono apparsi. La domanda fondamentale non è questa, ma è piuttosto perché ho fatto o ho cercato questa esperienza in quel dato momento. Non è detto che si trovi subito una risposta, ma certo è che non andrò a dare un significato immediato alle immagini e alle parole, semplicemente mi focalizzerò su di esse, le lascerò agire. I simboli hanno un loro potere indipendente dalla razionalizzazione, da qualsiasi interpretazione: questo, a differenza di quanto avviene in un’analisi, deve essere l’altro pilastro della psicologia esoterica che in questi anni ha dato prova di se in una serie di lavori di settore che si sono occupati degli ambiti più disparati dello spirito, dalla reincarnazione, al channeling, all’ecospiritualità.

Cosa fa la natura per noi?

di Vivianne Crowley
Trad. Valentina Ferracioli

Let the fields and streams be pure,
Earth and sky be clean once more,
Love and laughter long endure,
Let the Sleeper waken!

Doreen Valiente

(Lasciate che i campi e i ruscelli siano puri,
Che la terra e il cielo siano di nuovo puliti,
Amore e risate durino a lungo,
Lasciate che il Dormiente si svegli!)

Benedizioni di Beltane a chi di voi si trova nell’emisfero Nord del viso di Gaia
e benedizioni di Samhain a chi di voi si trova nel Grande Sud.

Brittany the winding path
Sentiero tortuoso in Bretagna – Vivianne Crowley

Ad ogni sabba celebriamo il ciclo stagionale e ogni sabba è un’opportunità per riconnetterci con la natura. In quanto pagani, il nostro amore per la natura ci può riunire, sia che ci consideriamo Wiccan, Druidi, Eteni, Panteisti o appartenenti a qualche altra categoria. La risposta alla domanda “Cosa fa la natura per noi?” sembra ovvia. Ci nutre, ci ripara e ci copre, ma essa fa molto di più. Essere nella natura e con la natura nutre la psiche e lo spirito. Abbiamo un profondo bisogno di immergerci nel mondo naturale degli alberi, delle piante, dell’acqua, del sole e delle rocce.

Per molti di noi, il viaggio verso il paganesimo è cominciato con alcune esperienze avute nella natura da bambini, lei ha risvegliato qualcosa in noi, una memoria nascosta fin nelle cellule del nostro essere, una chiamata alla quale abbiamo risposto quando giocavamo nei pressi di ruscelli e campi, quando ci arrampicavamo sugli alberi, quando nuotavamo nel mare o nel lago, quando campeggiavamo all’aperto e guardavamo meravigliati il cielo notturno stellato.

Gli alberi sono un bene per noi

Gli esseri umani sanno che la natura influenza il benessere psicologico e spirituale, ma la scienza ora può misurarne gli effetti sul corpo. Camminare è un beneficio per la mente e il corpo, ma dove camminiamo è importante. Le persone a cui vengono misurati il battito cardiaco, i livelli di stress ed le emozioni dopo una passeggiata nel bosco, risultano meno stressati e più felici delle persone che hanno camminato per lo stesso periodo di tempo in una città. Alcuni ricercatori in Finlandia hanno scoperto che camminare all’aria aperta per 20 minuti al giorno nella natura può fare la differenza. E non riguarda solo le emozioni, stare nella natura aiuta anche i nostri cervelli a lavorare meglio. Gregory Bratman e alcuni colleghi della Stanford University hanno scoperto che la memoria a breve termine migliora dopo che le persone hanno camminato nel bosco e, nell’Università del Kansas, David Strayer e alcuni colleghi hanno scoperto che la creatività nella risoluzione dei problemi aumenta in modo significativo dopo che le persone hanno passato alcuni giorni facendo escursionismo. E se non possiamo uscire, ci sono altri modi. Roger Ulrich e i colleghi della Texas A&M University, avendo chiesto ad alcune persone di vedere un film che induceva stress, hanno scoperto che quelle a cui successivamente sono state mostrate scene naturali si sono riprese più rapidamente rispetto a quelle alle quali erano state mostrate scene urbane. In qualche modo il solo fatto di guardare delle immagini naturali ci calma e diminuisce lo stress. E forse, più di tutto, la natura ci da un senso di prospettiva riguardo alle nostre vite. Le cose che ci preoccupano possono dissolversi quando contempliamo la bellezza di una foglia, il ritmo perpetuo del mare, la vastità del cielo.

Che il Dormiente si risvegli

A casa in Bretagna con le campanule - Vivianne Crowley
A casa in Bretagna con le campanule – Vivianne Crowley

In quanto pagani, i nostri rituali ci aiutano a connetterci con la natura, ma il rituale da solo non è abbastanza. Magari non possiamo celebrare rituali all’aperto, ma per comprendere il messaggio del sabba dobbiamo uscire nella natura per scoprire ed esperire in prima persona ciò che si trova lì.

Prima del sabba, prendetevi 15 minuti per stare all’aperto, anche in un parco cittadino, e rimanete semplicemente seduti. Lasciate che il dormiente interiore si svegli, che osservi ciò che solitamente diamo per scontato, che sia totalmente presente nel momento della marea stagionale che si sta rivelando.

Chiudete gli occhi, e fate alcuni respiri profondi. Ascoltate – cosa sentite? Potete trovarvi in un posto in cui non udite altro che il mondo naturale – vento, uccelli, acqua che scorre. Se siete in città dovrete ascoltare più a fondo per trovare la natura. Lasciate che il suono del traffico e delle voci umane diventino lo sfondo della sinfonia di rumori intorno a voi. Non provate ad escludere i suoni, lasciate che esistano. Anche se non vi piacciono, accettateli come parte della realtà della vita cittadina. E, una volta che vi siete abituati alla loro presenza, cercate di osservare altro. In molti panorami sonori cittadini, potete udire gli uccelli. Se siete in un parco, potreste udire anche il ronzio degli insetti, il suono del vento tra le foglie degli alberi. Ascoltate ciò che vi circonda.
Ora osservate, le vostre sensazioni. Il sole riscalda la vostra pelle, o il vento la rinfresca, o entrambi? Osservate dove i vostri piedi poggiano sulla terra, le vostre natiche poggiano sul terreno o su una seduta. Osservate ogni parte del vostro corpo in sequenza e tutte le sensazioni fisiche che avvertite e che sono associate con la vostra interazione con il mondo naturale.

Ora focalizzatevi sulla terra sotto i vostri piedi, anche se nascosta da uno strato di cemento. Sentite la vostra connessione con la terra e come essa sostenga voi e tutta la vita umana, animale e vegetale. Fate qualche respiro e, mentre respirate, siate coscienti della straordinaria complessità e bellezza di ciò che la Terra ci ha donato da ammirare.
Ricordatevi del potere vivifico degli elementi – aria, fuoco, acqua – che interagiscono per creare un’atmosfera che permetta alle forme di vita terrestri di vivere.
Infine, focalizzatevi sul vostro respiro, inspirate ed espirate semplicemente per alcuni minuti, osservando ciascun respiro. Siate coscienti dell’aria che entra ed esce dai vostri polmoni e di come anche gli alberi e le piante respirino, animali e vegetali in un’interazione che danno e ricevono l’uno dall’altro, voi e la biosfera in unità – Uno.
E, infine, ringraziate la natura, come Dea se la vedete così, o come spiriti del luogo, qualsiasi forma vi sembra appropriata in quel momento. Ringraziate la natura per averci dato la vita, per averci mostrato la sua bellezza e complessità, per la nostra coscienza che ci permette di essere consapevoli della biosfera attorno a noi. È questa semplice riconnessione che si trova al cuore del mistero del sabba ed è questo senso di interconnessione con tutte le cose che dobbiamo portare con noi nei nostri rituali mentre cerchiamo di connetterci con altre persone che condividono la nostra visione del mistero.

Wiltshire, Inghilterra, veduta da Stonehenge - Vivianne Crowley
Wiltshire, Inghilterra, veduta da Stonehenge – Vivianne Crowley

 

Alla ricerca della Stregheria

Ormai è obsoleto il dibattito tra Stregheria e Wicca, chiediamoci piuttosto  chi segua davvero la “Stregheria”.

di Alberto Paganini

Ovviamente “nessuno” è esagerato come termine, ma sicuramente non esistono (ancora) libri per praticanti di Stregoneria Tradizionale (che taluni chiamano “Stregheria”, parola che non ho mai apprezzato così tanto, forse per il legame che ha con l’autore italo-americano Raven Grimassi).
“Come”, obietterà qualcuno, “e tutti quelli pubblicati finora?”. Ebbene, tali libri, a cui molti praticanti si sono ispirati per istigare una vera e propria contesa tra correnti interna al paganesimo contemporaneo, non sono storicamente accurati. Quella dunque che rappresentano, piuttosto che Stregoneria Tradizionale (ovvero Ricostruzionismo della Stregoneria medievale e della prima età moderna), è Revivalismo. Per far capire cosa si intende per Revivalismo e Ricostruzionismo, facciamo l’esempio di un’altra corrente, quella celtica, che ha due modalità di ripresa, una Revivalista, il Neo-druidismo, e una Ricostruzionista, il Ricostruzionismo Celtico. La prima si ispira al paganesimo celtico ma ne riprende più l’atmosfera che i dettagli, è maggiormente influenzata dalla Wicca e da diverse forme di eclettismo, mentre l’altra è maggiormente focalizzata sulla ricostruzione esatta dei pantheon, delle modalità di culto, della storia e delle formalità del politeismo celtico nei vari Paesi.
A questo scopo, per far notare come sia assolutamente fuori luogo ogni forma di “guerra” interna al panorama pagano, sia da una parte che dall’altra, analizzerò ora i principali testi per praticanti di “Stregheria” e li metterò a confronto con testi storici sulla Stregoneria in età medievale e prima età moderna, che rappresentano il Ricostruzionismo come effettivamente dovrebbe essere progettato.
Premetto ovviamente che questa comparazione non vuole assolutamente criticare le modalità di culto di nessuno, tantomeno degli autori che citerò, semplicemente cerca di fare una distinzione tra Ricostruzionismo e Revivalismo. Ognuno è liberissimo di seguire quest’ultimo, ma ovviamente si è anche altrettanto liberi di far capire in cosa si distinguono e il motivo per cui il Ricostruzionismo non coincide con la forma di culto esposta nei libri per praticanti attualmente in commercio.
Tale distinzione porterà, a mio avviso, a far notare come sia inutile e vana ogni forma di rivalsa tra correnti su quale sia quella “vera”, non a ricreare la medesima lotta questa volta spostandola a scontro tra Revivalisti e Ricostruzionisti. Inoltre si spera che sproni coloro che sono interessati al Ricostruzionismo a impegnarsi a pubblicare testi orientati in tale senso, in modo che chiunque possa avere guide sia per un approccio revivalista che per uno ricostruzionista, a seconda di ciò che sente suo.
Fatte queste precisazioni, prendiamo in esame questi testi per praticanti:
– Il Sabba Italiano di Sheanan e Ardath Lili
– Fronde dell’Antico Noce di Ottavio Adriano Spinelli
– La trilogia de La Vecchia Religione e di Striaria di Dragon Rouge.
Confronteremo con i seguenti testi di storici della Stregoneria:
– Storia Notturna e I benandanti di Carlo Ginzburg
– La Signora del gioco di Luisa Muraro
– Who Was Aradia? e Aradia in Sardinia di Sabina Magliocco
– Caccia alle streghe di Giuseppe Bonomo
– Le “donne di fuori”: un modello arcaico del sabba di Gustav Henningsen
– La leggenda del cacciatore furioso e della caccia selvaggia di Karl Meisen
– Cunning Folk and Familiar Spirits, The Visions of Isobel Gowdie e Burchard’s strigae, the Witches’ Sabbath, and Shamanistic Cannibalism di Emma Wilby
– Pagan Traces in Medieval and Early Modern European Witch-beliefs di G. H. Castaldi
– La trilogia Demons, Spirits, Witches di Éva Pócs e Gábor Klaniczay
– Fairies and witches at the boundary of south-eastern and central Europe e Between the Living and the Dead di Éva Pócs
– Phantom Armies of the Night e Witches, Werewolves and Fairies di Claude Lecouteux.
Esaminiamo, dunque, gli aspetti in cui la “Stregheria” dei libri per praticanti differisce dalla Stregoneria ricostruibile mediante fonti storiche.

La stregoneria come insieme di pratiche ereditate VS come sistema di credenze emulate.

Mentre molti dei libri di praticanti della “Stregheria” affermano che vi siano state eredità stregonesche susseguitesi nel corso del tempo e situano l’origine della Stregoneria addirittura al neolitico, la storia effettiva della Stregoneria è molto più recente: solo attorno al X secolo iniziano ad apparire testimonianze sul corteo stregonesco (Bonomo, 1985), pertanto si può pensare che sia attorno a quest’epoca che le rimanenze di credenze pagane iniziano a condensarsi in un sistema univoco e a diffondersi in tutta Europa, amalgamandosi con le tradizioni locali e formando così le differenze nei nomi delle Entità a capo delle Streghe, delle date dei Sabba, ecc.
Inoltre, come ricorda la prof.ssa Sabina Magliocco, attualmente l’idea che la Stregoneria fosse un insieme di pratiche ereditariamente trasmesse è screditata, difatti si ritiene che fosse invece un sistema di credenze diffuso tra la popolazione. Tale sistema di credenze poteva, come fa notare lo storico Norman Cohn in Demoni Dentro, essere introiettato dalla persona, che così iniziava a credersi strega e a ottenere visioni in stati alterati di coscienza o in sogno che riguardavano appunto l’andare in spirito con la Compagnia delle streghe. La Magliocco riporta poi alcuni processi che mostrano come in casi ancora più rari di quelli precedenti, tale introiezione condivisa da più persone portava a emulazione delle visioni e delle credenze mediante l’attuazione di atti fisici. Per dirla in parole povere, il Sabba fisico in passato era l’emulazione della credenza nel Sabba diffusa tra la popolazione, e non un rito a cui si veniva iniziati per via ereditaria.
L’unico aspetto ereditario in tutta questa faccenda era la pratica magica popolare, ma i praticanti di magia popolare spesso non erano streghe e non tutte le streghe che avevano alleanze con Spiriti Familiari, andavano al Sabba, facevano voli in Spirito e/o lasciavano offerte alle Dominae Nocturnae (le figure femminili a capo della Compagnia stregonesca) praticavano per forza magia.

Dei e duoteismo VS Spiriti e animismo

Moltissimi libri di “Stregheria” riportano la credenza in un Dio e in una Dea. Ebbene, questa concezione Dio-Dea è il duoteismo wiccan, che in passato assolutamente non esisteva. Non esisteva più addirittura la concezione di Divinità non-cristiana, infatti Emma Wilby parla nei suoi libri di Animismo e non di Paganesimo. Se si nota, difatti, le figure a capo delle streghe nei processi sono chiamate Signora (es. la Signora del Gioco in Lombardia), Madonna (ovvero Mea Domina, mia Signora, es. Madonna Oriente a Milano), Re o Regina (es. Re e Regina delle Fate in Sicilia), ecc. ma mai e sottolineo mai Dio o Dea. Erano passati troppi secoli affinché potesse essere rimasta la concezione di Divinità in senso precristiano. D’altra parte vi era comunque una esplicita insofferenza tra cristianesimo e culto stregonesco, difatti le adoratrici di Madonna Oriente non dovevano pronunciare il nome del dio cristiano durante la celebrazione né quando percorrevano la strada per arrivare al raduno per non offenderla.

Dèi fissi per tutta Italia VS Pantheon di Spiriti diverso per ogni regione

Ancora una volta, i libri di “Stregheria” forniscono un pantheon unificato. Tale pantheon di solito è ripreso dal lavoro di Leland, Aradia o il vangelo delle streghe. Nonostante tale testo sia stato criticato io ritengo sia autentico (vi sono troppe coincidenze perché sia inventato: pensiamo al fatto che nomi simili ad Aradia per indicare Erodiade – il cui legame con le streghe è storicamente accertato nelle credenze europee dei secoli X-XV – si ritrovano in Romania con Arada e in Sardegna con Araja e ancora una volta Arada; la figura di Erodiade rimane fino a noi nel folklore dei Balcani, come riporta Éva Pócs, nelle credenze di Roma sulla notte di s. Giovanni, come conferma la Gatto Trocchi, e in quelle venete con il nome di Redodesa o Aredodesa; il lavoro precedente di Leland, Etruscan Roman Remains, molto più accettato dell’Aradia, riporta comunque la credenza che le streghe locali fossero connesse con Diana ed Erodiade; il tema di Diana e Lucifero ha un corrispettivo nel folklore romeno con Ileana Sânziana e Făt-Frumos, lei fata della Luna, il cui nome deriva proprio da Diana, e lui suo fratello rappresentante il Sole, che si innamorano; il tema di Caino sulla Luna è riportato anche da Giggi Zanazzo nel suo lavoro sulle credenze e gli usi del popolo di Roma, senza che abbia mai conosciuto Leland o le sue opere).
D’altra parte, anche se ammettiamo che sia autentico, non è rappresentativo dell’intera penisola, ma solo dell’area in cui l’ha ricevuto, ovvero Casole Val d’Elsa e dintorni.
Ciò che invece comprendiamo dall’analisi del folklore e dei processi è che ogni regione collegava una figura (solitamente femminile, che chiameremo per comodità Domina Nocturna) a capo delle streghe, e che quindi vi erano diverse Dominae Nocturnae a seconda della regione (ad esempio in Sicilia la Regina delle Fate – talvolta accompagnata da un Re –, a Rieti Befania, nel Veneto la Redodesa, a Roma Erodiade, a Milano Madonna Oriente, nel nord Italia la Donna del Buon Gioco, in Val di Fassa Richella, ecc.); inoltre ogni regione aveva differenti nomi per gli Spiriti della Casa (es. Monacello in Campania, Lenghelo nel Lazio, ecc.) e diversi Spiriti della Natura. Vi è quindi un pantheon di spiriti sproporzionatamente ampio che non può essere riassunto in pochi Dei appena accennati in un paragrafo di libro.

Cerimonialismo

Tutti i libri per praticanti riportano influenze cerimoniali, come:
– L’uso del cerchio, che solo in pochissimi casi è attestato nei processi e mai si è realmente imposto, dato che, anche nella magia popolare (che a differenza della Stregoneria è molto più sincretica), non si utilizzano cerchi per compiere segnature o scongiuri.
– Quattro direzioni: spesso si è cercato di mascherare tale influenza con l’impiego delle “marche”. Eppure a quanto mi risulta non esistono rituali magici popolari attestati che indichino l’impiego di marche per le quattro direzioni. Inoltre a differenza del cerchio la chiamata delle quattro direzioni, dei quattro elementi o quattro guardiani non ha potuto minimamente influenzare neanche un singolo praticante di Stregoneria del passato, per un semplice motivo: tale pratica, secondo quanto riferisce lo storico pagano Ronald Hutton, è stata introdotta nella magia cerimoniale da Eliphas Levi, ed Eliphas Levi è vissuto nel 1800 mentre la stragrande maggioranza delle correnti stregonesche sono morte attorno al XVIII secolo.
– Sigilli: mentre le marche sono state impiegate nel libro Il Sabba Italiano (sebbene la chiamata degli elementi, senza marche, sia presente anche in Fronde dell’Antico Noce), l’uso di sigilli è riportato in Striaria di Dragon Rouge. In questo testo si invita il praticante a utilizzare il sigillo di Diana Lucifera per l’evocazione. Ebbene, i sigilli delle Entità sono sempre stati il prodotto di una classe sociale, quella alta, che era legata alla magia cerimoniale e non alle credenze o alle pratiche stregonesche. Pertanto non è possibile ritenere che si tratti di una pratica di Stregoneria.
– Set di strumenti: praticamente tutti i libri per praticanti di “Stregheria” riportano lo stesso set di strumenti cerimoniale, a volte con tanto di athame e pentacolo, i quali, ovviamente, erano estranei alla pratica stregonesca e popolare. Tale set prefissato di strumenti è originario della Golden Dawn, poi passato a Thelema, quindi alla Wicca e infine molti libri moderni di “Stregheria” l’hanno – differentemente dalla realtà storica della Stregoneria medievale e della prima età moderna – ripreso anche loro. L’unica eccezione è Striaria, che ha rimediato all’errore che invece è presente nei testi dello stesso autore relativi alla trilogia de La Vecchia Religione.

Influenze esotiche ed orientali

Questo punto è presente principalmente in Fronde dell’Antico Noce, un libro davvero evocativo, che porta seco un’atmosfera realmente suggestiva e che (così come per gli altri libri) non per questo aspetto perde il suo fascino, semplicemente assume un fascino differente da quello Ricostruzionista.
Tornando a noi, nel testo si ritrovano spesso accenni a concetti e pratiche orientali, esotiche, e a volte vediamo comparire nomi come Ra, Hathoor, ecc. che appartengono al Kemetismo e di certo non alle tradizioni italiane.
Altri rituali, come l’incantesimo della fusione androgina, che “ha il potere di fondere una coppia umana in un’unica entità spirituale”, sembra un insieme di pratiche tantriche e cerimoniali. E’ certamente affascinante, interessantissimo e apre notevolmente le prospettive, ma non lo definirei mai materiale tradizionale italiano.

Date dei Sabba

Spesso i libri sulla “Stregheria” riportano un calendario identico a quello wiccan, cambiando, italianizzando alcune feste per renderlo differente. In realtà tale calendario con le nostre tradizioni c’entra molto poco (per quanto riguarda invece la Gran Bretagna, Isobel Gowdie, donna processata nel 1662 ad Auldern, che ci ha fornito una quantità di materiale come nessun altro processo mai prima di allora, una persona veramente coraggiosa e che stimo con tutto me stesso, accenna ai 4 Sabba maggiori ma esclude quelli minori, che probabilmente sono stati un’aggiunta esterna, e dunque lì riprendere metà della Ruota dell’Anno avrebbe molto più senso in un’ottica ricostruzionista che qui).
Un approccio ricostruzionista invece sarebbe quello di riprendere le giornate che la cultura popolare ha associato alle streghe, le quali, più di qualunque altra data, coincidono con i giorni dei Sabba che ritroviamo nei processi. Analizzando le date che ritornano più spesso nella penisola italica troviamo inoltre giornate molto differenti da quelle indicate dalla Ruota dell’Anno: i giovedì delle Quattro Tempora, le Dodici Notti tra Natale e l’Epifania, la notte di s. Giovanni, i Pleniluni (che non sono visti come “riunioni minori” rispetto agli altri Sabba né classificati differentemente da essi).
Le date, poi, spesso coincidono con quelle legate al ritorno della Caccia Selvaggia (ovvero la Processione dei Morti anzitempo che vagano sulla Terra in determinati periodi); ciò avviene perché questo fenomeno ha la stessa origine del corteo stregonesco, e infatti a capo dell’uno troviamo spesso capi anche dell’altro.
Talvolta, infine, come nel caso delle Donne di Fuori siciliane, tali date erano settimanali. Sicuramente un arco di tempo diverso da quello della Ruota dell’Anno.

Procedura del Sabba

La struttura del Sabba, ci riporta Éva Pócs, deriva principalmente dalle feste che si credeva svolgessero le fate. Non a caso, spesso streghe e fate coincidono, e ciò è ancora più evidente con la Donna di Fuori, figura folclorica siciliana che può indicare sia una fata, sia lo spirito di una strega.
Il Sabba era pensato originariamente come la “controparte” dell’offerta, è legato a doppio filo con essa. Per spiegarlo meglio prendiamo ad esempio Abundia, figura a capo delle streghe francesi e fata secondo il folclore: la gente solitamente lasciava cibo e bevande in casa come offerta a tale Entità e al suo seguito fatato. Dall’altra, per le seguaci di Abundia, il Sabba era andare di casa in casa ballando e mangiando… mangiando cosa? Le offerte lasciate in casa dalla popolazione!
Nel corso del tempo questo viaggio di casa in casa, questa processione, si è stabilizzata in un luogo statico e non più in un vagare di abitazione in abitazione, ma lo schema è rimasto lo stesso.
Infatti Henningsen, che concorda con Pócs nel vedere le feste delle fate, il “Sabba bianco delle fate”, come la matrice primaria del Sabba, riconosce che tale matrice è rimasta intatta, fuori dalla demonizzazione successiva del Sabba come classicamente lo intendiamo (ovvero fuori dalla descrizione che Jean Bodin ne ha dato nel 1580), all’interno della tradizione siciliana delle Donne di Fuori, e ha suggerito che lo schema primario del Sabba fosse:
– Inchino,
– Danza,
– Musica,
– Cibo,
– Rapporti amorosi.
E’ uno schema molto semplice, ma lo è anche perché si tratta, come è stato fatto notare nel punto #1, di una credenza attualizzata e non di un rito ereditato.
Tornando a noi, tutto ciò è completamente differente dall’approccio della “Stregheria” fornito dai libri di praticanti, che riportano rituali moderni per festeggiare come Sabba giornate diverse da quelle storicamente accertate.
Dragon Rouge poi inserisce, all’interno delle sue indicazioni sul Sabba, l’evocazione, pratica cerimoniale in cui si chiama lo Spirito di un demone o di un angelo mediante un sigillo, e questo Spirito si manifesta poi nel fumo dell’incenso o in uno specchio nero. Ciò è – storicamente parlando – assolutamente errato: le streghe non si servivano dell’evocazione anche perché gli Spiriti li potevano già vedere mediante tecniche di trance senza alcuna necessità di sigilli o di altri strumenti cerimoniali.

Tecniche di Trance

Nel passato la tecnica maggiormente usata (o perlomeno la più conosciuta) era l’unguento allucinogeno. A seguire vi era il sogno: pensiamo al Roman de la Rose quando, parlando delle streghe al seguito di Abonde, afferma che “escon dai corpi le anime,/e vanno con le buone dame/per luoghi aperti e abitazioni,/e ne danno queste ragioni:/che le varie cose vedute/non gli sono al letto venute,/ma son le loro anime che hanno/pena e che per il mondo vanno”. In questo senso il lavoro di Fronde dell’Antico Noce la fa da pioniere fornendo un metodo che, unendo sia sogno che unguento (usando fortunatamente erbe non allucinogene), riprende le due principali tecniche impiegate nella stregoneria storica e le riusa con maestria.
Un altro metodo molto diffuso in Europa, come attestato sia da Ginzburg in Italia che da Pócs in Ungheria, era l’idromanzia. Il processo di Giuliano Verdena riporta addirittura le parole utilizzate, quindi è completamente riprendibile.
Altri libri di “Stregheria”, al contrario di Fronde, riportano invece tecniche di visualizzazione guidata. Io capisco che sono intesi come modernizzazione e facilitazione rispetto alle tecniche tradizionali, ma tale facilitazione dovrebbe però basarsi sugli stessi principi delle tecniche tradizionali, come l’idromanzia, e non su altro. Tali tecniche non utilizzano l’immaginazione come via di accesso all’altro mondo, ma la fissità oculare. Una facilitazione più corretta avrebbe riusato lo stesso principio base.
Addirittura la stessa fissità oculare senza ulteriori tecniche, come riporta Emma Wilby in Cunning Folk and Familiar Spirits, era quella che aveva portato alcune persone ad avere visioni del Re delle Fate e che impiegavano gli stessi visionari scozzesi di cui parla Robert Kirk ne Il Regno Segreto.

Offerte

Nei testi di “Stregheria” vi è spesso una completa assenza di offerte. Tale assenza è considerevole vista l’importanza e la “complementarietà” che aveva inizialmente nel culto stregonesco l’offerta con il Sabba. Ma come avveniva l’offerta in passato? Jacopo da Varagine ce lo spiega raccontandoci di alcuni contadini che avevano ospitato San Germano e che subito dopo cena riapparecchiarono la tavola per “le buone donne che vengono di notte”. Sempre nello stesso periodo (XIII secolo), Guglielmo D’Alvernia, vescovo di Parigi, ammonisce contro chi lascia cibi e bevande come offerte ad Abundia (detta anche Satia).
Dragon Rouge è l’unico autore che riporta l’offerta e che le dà il giusto peso, anche se la pratica dell’offerta da lui proposta non sempre coincide con quella antica.
Ciò nonostante, bisogna riconoscergli il merito di aver inserito il rafforzamento del legame con gli Spiriti mediante l’offerta come un aspetto fondamentale da tenere in considerazione per ogni praticante.

Assenza di considerazione per i Famigli

I Famigli delle streghe spesso derivano dalle figure degli Spiriti della Natura (pensiamo al caso del 1615 a Coredo, vicino a Trento, dove Maria Polizan descrisse il demone a cui rendeva omaggio con il nome del folletto Salvanel, o al fatto che nei processi britannici il nome di una fata, Robin, fosse spesso citato nelle confessioni come quello di un alleato delle streghe) e dagli Spiriti della Casa (pensiamo al Martinetto nel nostro Paese, che è uno spirito domestico ma anche un Famiglio, o al Browny britannico che secondo Emma Wilby ha fatto da stampino per la figura del Famiglio in quei luoghi). Talvolta i morti stessi sono Famigli, come ricorda il caso britannico di William Sympson, defunto, cugino e Famiglio di Alison Pearson.
Infine il Famiglio Animale (che la Castaldi ritiene sia identificabile con l’anima stessa del praticante, manifestatasi in forma animale, e che altri studiosi ritengono derivi dal Fylgja nordico) era anch’esso molto presente nella Stregoneria antica, come riportano i processi.
Eppure i testi moderni di “Stregheria”, fatta esclusione per Striaria che però riprende esclusivamente il culto dei Defunti, non fanno minimamente menzione delle offerte ai Famigli, quando invece i processi ci raccontano che si offriva loro qualcosa di liquido come latte, sangue, acqua o addirittura birra e talvolta anche qualcosa di solido come pane bianco, tortine, ecc.

Conclusioni

Per finire, perché questo articolo? Per sminuire il lavoro prezioso di quegli autori? Assolutamente no, apprezzo quei testi, Il Sabba Italiano mi ha davvero incantato l’anima, mi ha preso dalla prima all’ultima pagina, ho percepito l’amore, la passione che chi scriveva ci metteva, ed è davvero un libro grandioso. Anche Fronde dell’Antico Noce è una meraviglia, il suo stile, la sua poesia, il suo fornire sempre nuove informazioni e spunti, il suo viaggio che l’autore ti porta a fare conducendoti passo passo, ogni passo riempito di meraviglia.
La Vecchia Religione è il libro che mi ha trascinato in questa esperienza, senza di esso io non starei qui a scrivere, questo penso possa far capire quanto sia impossibile che io possa odiare tali testi.
Non solo non li odio ma penso che chiunque dovrebbe leggerli almeno una volta nella vita.
Ho scritto questo articolo non contro di loro, ma semplicemente per due motivi:
– Il primo motivo è che spero che questi libri meravigliosi non vengano più usati come arma, come modo per dirsi “io sono più tradizionale di te”, “io seguo un percorso migliore del tuo”. Il discorso vale sia da una parte che dall’altra: la religione è un’esperienza personale, così intima che non può essere usata come mezzo di battaglia, la rovina, è come prendere delle rose e strapparne le spine per buttarle addosso a chi non le vuole: le distrugge, le uccide. Non dovremmo mai uccidere così le nostre rose della spiritualità.
– Il secondo motivo è che spero che si possa accogliere la richiesta di chi vuole anche altro. Volere anche altro non significa disprezzare ciò che esiste, disprezzare il lavoro grandioso e sudato di chi ci ha preceduti, non significa disprezzare il Revivalismo. Semplicemente non è giusto che un gruppo di persone che cerca approfondimenti per ricostruire si trovi attorno un muro di gomma, dove deve cercare fonti scavando negli archivi delle biblioteche, perdendo quel tempo che avrebbe impiegato per vivere la spiritualità. So che c’è molta gente che dice “come io ho trovato le cose da me, lo facessero tutti”, ma proprio perché io ho speso sangue e tempo per trovare ciò che cercavo spero che nessuno sia ostacolato così come lo sono stato io.
Ed è questo il secondo motivo: cercare, con questo mio articolo, di aiutare l’emergere di nuovi scritti, nuovi libri, nuovi articoli da parte di chiunque voglia ricostruire, non per sostituire gli altri libri già esistenti, ma per dare a tutti la possibilità di scegliere il proprio percorso e non di essere orientati a una strada, un libro revivalista che per quanto splendido non rappresenta il proprio punto d’arrivo. Avere la possibilità di scegliere senza dover perdere le giornate in biblioteca. Avere la possibilità di scegliere in un panorama pagano onesto, in cui chi sceglie il Revivalismo lo affermi chiaramente, senza far finta di essere Ricostruzionista, chi sceglie il Ricostruzionismo lo affermi chiaramente, chi sceglie la Wicca lo affermi chiaramente, senza che nessuna di queste tre visioni della Stregoneria si finga l’altra, senza che nessuna delle tre visioni della Stregoneria cerchi di ergersi come superiore rispetto alle altre, senza che nessuna delle tre visioni della Stregoneria possa essere trovata solo dopo anni di sforzi mentre le altre siano a disposizione immediata del ricercatore spirituale.

Il fascino del Bonzo

Phende

Dona a chi ami ali per volare, radici per tornare e motivi per rimanere

Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama

 

 di Salvatore Fortunato

 

 

Dukkha – la sofferenza

Esiste una religione che è anche filosofia e che è anche pratica spirituale: il Buddhismo. Esso si pone prima di tutto come farmaco, esattamente come l’Epicureismo antico ed il suo tetrafarmaco[1].  Questo può spiegare la grandissima attrattiva che il Buddhismo suscita in tutto il mondo neopagano (e su tutti i cercatori spirituali in genere). Se c’è qualcosa che unisce tutti gli esseri senzienti (per usare un termine adatto), è infatti la sofferenza, il dolore. Questo è sotto gli occhi di tutti e dall’alba dei tempi i saggi di tutto il mondo si interrogano sulla sua origine e sul modo di farla cessare. Per l’antica filosofia occidentale, in genere, è l’attaccamento alla materia che genera sofferenza, l’elevazione spirituale di contro la risana. Ma le antiche filosofie, che spesso tenevano fuori dalle loro grazie la stragrande maggioranza delle masse affamate, ha dovuto cedere il passo alla montante marea del nuovo messaggio: il cristianesimo. Anche il cristianesimo infatti si interroga sul dolore e, addirittura, lo umanizza, gli da un volto che diventa un archetipo ed un esempio per ogni fedele. A differenza delle complesse filosofie precedenti però il messaggio è chiaro e diretto e va a colmare uno dei più antichi bisogni dell’essere umano cioè il bisogno di essere salvati. La salvazione è un grandissimo tema portato alla ribalta proprio dal cristianesimo. Per la filosofia pagana infatti era l’uomo che doveva elevarsi al Divino. Per il cristiano è un Dio che si fa uomo e lo salva e lo fa proprio attraverso la sofferenza. È la croce infatti il simbolo della nuova fede ed indicherà da allora in poi che “ognuno ha la sua croce”, ognuno ha le sue sofferenze, che accetta come Cristo ha accettato le sue sul patibolo. È un messaggio semplice che, se non cura, almeno addolcisce l’animo umano. Ho sempre visto infatti il Cristianesimo, più che un farmaco, una sorta di caramella spirituale verso la sofferenza. Soffri? “Ecco, mangia un po’ di Gesù e tutto è più dolce”. Il Buddhismo invece si propone come vera e propria medicina. Si indica un metodo seguito ad un’analisi razionale. Ciò che colpisce in particolare è che questo metodo sembra funzionare! È quello che io chiamo “il fascino del bonzo”. Il monaco, colui che vive il dharma intensamente, dedicandovi la propria vita appare sereno, tranquillo, raggiante. La sua testa calva ed i suoi abiti particolari suscitano un non so che di luminoso. Forse è questo il segreto del fascino di questa dottrina. Ho infatti visto “nostre” sacerdotesse (di diverse tradizioni), struggersi per il Dharma (Dhammain Pali), prenderne come delle gazze ladre, pezzi di filosofia ed usarne gli oggetti di culto. Penso che sia altrettanto normale per un tipo spiritualmente inquieto, viste queste cose, rivolgersi direttamente alla fonte. Le vie neopagane infatti non si pongono assolutamente nessun problema verso i grandi interrogativi dell’essere umano perché sono per la maggior parte vie “defilosofizzate”. Questo naturalmente vale anche per la sofferenza. Nella Wicca si ha una concezione gnoseologica del dolore ma non ci sono certo trattati che affrontano il tema né esistono discussioni in merito. Spesso mi è capitato di parlare con i “colleghi” e la risposta più comune a riguardo è: “queste cose le lasciamo ad altri …”. Si, ma la riflessione sulla sofferenza? “ma sai, è un percorso pratico, certe cose le lasciamo ad altri …”.

 

Anicca – l’impermanenza

“Tutto scorre” come si suol dir, attribuendo la massima ad Eraclito, che probabilmente non la pronunciò mai. Questo è tutto ciò che un neopagano può dire riguardo ad un altro tema fondamentale dell’essere umano. Perché l’essere non è stabile? perché tutta muta la propria forma? Che cos’è il divenire? A cosa porta? In genere un neopagano, se proprio vuole discutere, va a pescare concetti teosofici che a sua volta sono stati estrapolati dalle filosofie dell’oriente, Buddhismo compreso. Nessuno si aspetterebbe un trattato di ontologia, ma sarebbe stato interessante partire da posizioni come quelle della “durata del tempo” di Bergson, ad esempio. Perché è importante speculare? Semplice perché la teoria aiuta la pratica e molto spesso la precede. Se sai come porti verso il divenire, allora saprai affrontare i cambiamenti della vita e saprai dare consiglio su come fare. Ma per quello ormai c’è lo psicologo che ti dice che sotto sotto te piace soffrì … di la verità Mr. Grey! Per la dottrina buddhista invece la speculazione sul divenire è utile a giungere alla conclusione che la pace deriva dal non attaccamento. Tutta la realtà fenomenica infatti sarebbe un insieme di aggregati che prima o poi si dissolveranno. “Proprio come una goccia di rugiada in cima a un filo d’erba si dissolve rapidamente al levar del sole e non ne rimane più nulla, così la vita degli uomini, come una goccia di rugiada, è di breve durata ed effimera[2] . Anche l’uomo è quindi un insieme di aggregati. I così detti cinque Khandha. Prima o poi questi aggregati si scioglieranno come neve al sole e di quello che noi chiamiamo Io, non rimarrà nulla. Ecco che l’attaccamento verso ciò che è impermanente, mutevole, destinato a dissolversi, reca sofferenza. La presa di coscienza del carattere impermanente di tutte le realtà fenomeniche e della propria individualità, è lo scopo della disciplina mentale, cioè della famosa meditazione buddhista, per raggiungere la liberazione. Moltissimi neopagani integrano la meditazione buddhista nelle loro pratiche, perché? Probabilmente perché l’incantesimo da solo non è in grado di donare quella serenità della mente di cui tutti oggi abbiamo bisogno. Così siamo Buddhisti di giorno, Pagani di notte e Hindu nei week end … o magari Cristiani, in fondo “Parigi val bene una messa.” Si, ma la riflessione sul divenire? “ma sai, è un percorso pratico, certe cose le lasciamo ad altri …”.

 

Anattā – il Non Sé

Secondo l’insegnamento di Buddha, non esiste né atman individuale, né atman universale. Ricordo che l’atman è un concetto vedico che indica il soffio vitale, il concetto che più spesso viene indicato con il Sé e che si potrebbe accostare a quello di Anima individuale. Ora secondo la filosofia Hindu vi è una sostanziale equivalenza tra l’atman e il Brahman cioè l’atman universale, il Divino. Questa teologia sottolinea l’immanenza del divino nell’uomo e quindi scopre la sostanziale divinità insita nell’uomo. Un concetto molto simile a quello della misteriosofia occidentale dopo l’orfismo. Il divino non può quindi essere concepito come altro da Sé. « Chiunque adori una divinità diversa dall’Immensità, pensando ‘Essa è uno, io sono un altro’, non sa. È come un capo di bestiame per gli dèi. »[3]. Ora il Buddhismo annienta questa concezione teologica. Come non vi è alcun Io (che in quanto aggregazione è impermanente) così non vi è alcun Sé né personale né universale. Questo perché tutto è impermanente e quindi non può esistere alcun “soggetto” sia in senso fisico che metafisico. Questa dottrina è veramente fondamentale: se non la si capisce è impossibile una vera conoscenza del Buddhismo perché l’Anatta (Anatman in sanscrito) è forse la sola dottrina specificatamente Buddhista. Tutto, per il Dharma, è un flusso senza un’esistenza indipendente.  Queste nozioni sono alquanto shockanti per un occidentale abituato a pensare ad ogni essere umano con una propria anima individuale. Pensare ad una persona senza anima è allibente eppure la riflessione buddhista è sempre soteriologica, mai pura speculazione teoretica. Ovviamente nel neopaganesimo non c’è né pura speculazione né un intento soteriologico per cui l’anima … C’è? Non c’è? Cos’è? Boh! Ci si affida a Platone, il padre dell’Anima ma poi non ci piace perché la separa dal corpo, allora ci affidiamo alla teoria olistica di derivazione ebraica ma con una spruzzatina di teosofia che non guasta mai … Perché nel Buddhismo si riflette sulla mancanza di Anima? Perché appunto il suo intento è soteriologico per cui si punta a salvare l’uomo, si punta alla liberazione. L’idea di Io, di anima, di Sé è falsa e immaginaria, non corrisponde a nulla nella realtà e , anzi, è la causa di pensieri pericolosi di “me” e di “mio”, di desideri egoistici e insaziabili, dell’attaccamento, dell’odio e della malevolenza, dei concetti di orgoglio ed egoismo. È  la fonte di tutte le difficoltà del mondo, dai conflitti personali fino alle guerre fra le nazioni. Togliendo tutto ciò che è personale il Buddha pensa di liberare il mondo. Sarà per questo che ogni ricercatore spirituale cade prima o poi in questa filosofia. Chi non vuole essere liberato? La stragrande maggioranza dei neopagani sono spiritualmente inquieti come biglie di metallo sul pavimento, pronti ad essere attratti dalla calamita a gambe incrociate. Credo che il neopaganesimo sia veramente e nuovamente pagano, nel senso che non riesce a dare delle risposte alle inquietudini dell’uomo, ma con una differenza rispetto al passato. In passato ci furono circoli culturali aperti alla riflessione e i cui frutti tutti mangiano, ancora oggi, in Occidente. Oggi non vi è più riflessione, per cui da una parte servono continue stampelle (dal Buddhismo, dallo Yoga, dalle tradizioni sciamaniche, dalla Qabbalah masticata male, un po’ da tutto … purché esotico!), dall’altra non ci si pone nemmeno il problema, tanto per chi vuole andarsene la porta è aperta. E la riflessione sull’Anima? “ma sai, è un percorso pratico, certe cose le lasciamo ad altri …”. Si, ma a noi cosa rimane!?

 


[1]La filosofia antica infatti non era pura chiacchiera come è oggi, ma era una vera e propria pratica spirituale che “adiuvava” il culto. N.d.A.

[2] Ariguttaro-Nikaya, VII, 70)

[3] (da Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, I, 4, 10; citato in Alain Daniélou, Miti e dèi dell’India, traduzione di Verena Hefti, BUR, 2008)

Rendere omaggio alle donne spirtualmente potenti: Jean Williams e Olivia Robertson

Jean Williams e Olivia Robertson sono state per decenni protagoniste del movimento neopagano d’oltralpe: onoriamo la loro memoria di donne che hanno conseguito un grande potere spirituale.

di Vivianne Crowley – trad V. Ferracioli

Gennaio è il mese del dio romano Giano, dio delle porte e dei cancelli, delle entrate e delle uscite. Anche se celebriamo una data diversa per l’inizio del nostro anno sacro, il primo di gennaio inteso come inizio dell’anno secolare è anche il momento in cui guardiamo avanti e indietro. Giano era un dio con due facce, una rivolta al passato e una al futuro. In questo periodo è naturale riflettere su cosa è stato e sulle speranze che abbiamo per l’anno che verrà.

Riflettendo sul 2015

Per molti di noi il 2015 è stato un anno di morti; a volte di persone vicine a noi, a volte di persone uccise dal terrore e dalla violenza. Pensavo che il tema della morte fosse culminato per me a novembre in Irlanda, con una visita alla tomba dei miei nonni e zii, e a quella di Olivia Durdin-Robertson (1919-2013) della Fellowship of Isis. Sfortunatamente, non è stato così. Alla vigilia di Natale è arrivata la notizia di una morte improvvisa in famiglia e poi il giorno di Natale la triste notizia della morte di una mia cara amica per più di quarant’anni, Jean Morton-Williams (1928-2015), Grande Sacerdotessa della Bricket Wood coven, fondata da Gerald Gardner, praticante di magia cerimoniale, autrice e per molti anni Segretaria e poi Presidente della Pagan Federation.

Vite spiritualmente ricche

Sia Olivia che Jean erano anziane quando sono morte. Olivia aveva 96 anni e Jean 87. Avendo vissuto così a lungo, può sembrare che le loro vite fossero state pienamente vissute. Certamente sono state entrambe donne dalla vita spirituale ricca e piena di dedizione e lavoro per la Dea. Sono state per decenni sacerdotesse, ma anche autrici, leader e amministratrici di molti importanti gruppi spirituali. Entrambe avevano una forte presenza rituale. Stare con Olivia nei suoi templi a casa sua al Clonegal Castle, Irlanda, quando la sacerdotessa oracolare parlava pronunciando le parole della Dea, era davvero emozionate. Altrettanto emozionante era anche vedere Jean come Sacerdotessa durante una della Messe Gnostiche che lei e il marito hanno celebrato per 25 anni o più, quattro volte all’anno nel loro tempio a Londra. Un invito a partecipare al gruppo della Messa veniva considerato prezioso dai pagani e occultisti britannici.

Entrambe le donne hanno saputo combinare con grazia il mondano e lo spirituale, che nel caso di Jean includeva anche una carriera professionale come psicologa culminata con la direzione di una delle più grandi organizzazioni inglesi di ricerca sociale indipendente, SCPR, più tardi rinominata NetCen. Entrambe le donne attraverso il loro lavoro hanno saputo superare i confini. Una della prime avventure magiche di Jean e Zach fu quella di creare una serie di conferenze “Bridges and Boundaries” (Ponti e Confini NdT) per riunire le persone di svariate comunità pagane ed esoteriche, e Jean sostenne l’ampliamento della Pagan Federation, da una predominanza Wiccan a una maggiore apertura verso il Paganesimo. La visione di Olivia per la Fellowship of Isis era anch’essa inclusiva. La Fellowship con la sua struttura e dottrina minimali venne fondata per riunire persone appartenenti a svariati percorsi spirituali, per onorare il Divino Femminile e per trovare un posto per la Dea nel santuario del cuore.

Vivere la vita al massimo

Sia Jean che Olivia hanno vissuto la vita pienamente durante i loro ultimi anni di vita. Nel caso di Jean, dedicò i suoi ultimi 25 anni di vita alla crescita della Pagan Federation. I suoi scritti a carattere accademico come, ‘The use of interaction coding and follow-up interviews to investigate comprehension of survey questions’ (Sykes and Morton-Williams 1997), diedero vita a scritti più esoterici ma altrettanto profondi. Dopo The Gods within (Williams and Cox 2008) è stato pubblicato quest’estate un libro di rituali The Play goes on (Cox, Williams and Friends 2015). Nonostante la loro longevità, entrambe ci hanno lasciato, in qualche modo, troppo presto. Furono due magiche donne forti ma umili, e libere pensatrici che ancora avevano un forte impatto sulle comunità spirituali, grazie ai loro scritti, alla loro presenza rituale, e alla loro vasta rete di contatti internazionali. Avevano ancora molto da dare.

Tutto ciò mi porta a una riflessione finale per il 2015, contemplando le vite di queste due donne straordinarie il cui spirito ha toccato la mia vita. Jean Williams è stata una figura meno pubblica rispetto ad Olivia Durdin-Robertson e ha pubblicato meno scritti, ma è stata una figura centrale nella comunità pagana ed esoterica in Inghilterra. Solo alcune sue rare interviste, come quella per Wiccan Rede (Russell 2004), sono reperibili online, ma appare quasi anonimamente nelle ricerche di molti accademici pagani: quelli che lavorano dietro le quinte sono importanti e influenti quanto quelli al centro del palco. Senza alcuna sorpresa, Jean non voleva diventare Presidente della Pagan Federation. Io e altri abbiamo dovuto discutere a lungo per convincerla che a quel punto avevamo bisogno di lei in un ruolo centrale. Con il suo compleanno nella cuspide tra Cancro e Leone, spesso preferiva guidare in maniera più discreta, ma ciò nonostante lo fece.

Una luce motivante

Olivia e Jean hanno ispirato gli altri nel trovare il loro ruolo all’interno della vasta comunità. Erano donne di potere che davano il potere agli altri. Erano donne che conoscevano perfettamente l’importanza di portare a compimento le cose e che sapevano che il tempo non si sarebbe fermato. E perciò furono capaci di dare un grande contributo.

Alla fine dell’anno, possiamo onorare le loro vite e ricordi facendo esattamente ciò che loro hanno fatto – mettendosi al servizio degli altri, non rimandando a domani ciò che potrebbe essere fatto oggi e riconoscendo che, per quanto a lungo possiamo vivere, per alcuni di noi non ci sarà mai abbastanza tempo per fare tutto ciò che bisogna fare.

Che questo 2016 sia un anno di creatività, durante il quale donare agli altri, facendo buon uso di ciò che abbiamo da dare al mondo. Attorno a noi c’è più oscurità, ma le vite di coloro che ci ispirano sono come luce nell’oscurità; una luce che ci dona gli occhi per vedere ciò che ognuno di noi può creare, fare e donare per la Dea, in qualunque modo la si chiami. Lei che è Iside dai Mille Nomi.

 

Il solo momento che è reale per noi è la morte,

perché solo adesso abbiamo il potere di usare la nostra libera volontà.

Il passato è un mondo fantasma immutabilmente fisso che scivola via da noi,

e il futuro, finché diviene il tempo per l’azione presente, non esiste.

(Olivia Robertson. Field of the Stranger, 1948, 70)

 

 

References

Cox, Zachary, Jean Williams, and Friends. The Play goes on: Rituals of the Rainbow Bridge. London: Starfire Books, 2015.

Crowley, Vivianne. “Olivia Durdin-Robertson: Priestess of Isis.” In Female Religious Leaders in New Religious Movements, edited by Inga Bårdsen Tøllefsen and Christian Giudice. London: Palgrave-Macmillan, 2017-in preparation.

Pagan Pathfinders. “Jean Williams and Zach Cox Activities: The Gnostic Mass by Aleister Crowley.” Pagan Pathfinders. 2011. http://www.paganpathfinders.co.uk/projectss.html (accessed December 27, 2015).

Robertson, Olivia. Field of the Stranger. London: Peter Davies Limited and The Book Society, 1948.

Russell, Ash. “Pagan Pathfinder Extraordinaire: An Interview with Jean Williams.” Wiccan Rede Online: Magazine for Wicca and Modern Witchcraft. 2004. http://wiccanrede.org/2014/07/pathfinder-extraordinaire-an-interview-with-jean-williams-part-1/ (accessed December 28, 2015).

Sykes, Wendy, and Jean Moreton-Williams. “The use of interaction coding and follow-up interviews to investigate comprehension of survey questions.” International Journal of Market Research 39, no. 1 (1997).

Williams, Jean, and Zachary Cox. The Gods within: The Pagan Pathfinders Book of God and Goddess Evocations. London: Moondust Books, 2008.

Il Signore degli Inganni

Nel momento della massima oscurità ricordiamoci di onorare le forze del Caos, il Signore degli Inganni, solo così potrà risplendere nuovamente la luce.

di Davide Marrè

 

Nonostante io sia un mago o un stregone, a seconda del momento della giornata in cui mi prendete (al mattino è più facile che emerga lo stregone, mentre verso sera sono quasi certamente un mago…), Yule, piuttosto che Samhain, è la mia celebrazione preferità.

Ovviamente Yule è in qualche modo connessa profondamente a Samhain, prima della rinascita della luce celebriamo infatti quel momento di Caos in cui regna sovrano il Signore degli Inganni. Questo Caos è già iniziato simbolicamente la notte di Samhain, quando spiriti, streghe e fantasmi sono liberi di attraversare il velo, ma in qualche modo è continuato fino a Yule.

I romani nel periodo che precedeva la rinascita del Sole, quando fu per decreto posta al 25 dicembre, già giorno di nascita di Mitra, celebravano i Saturnali, le feste in onore del dio Saturno. Saturno il dio dell’Età dell’oro, e una delle mie divinità preferite, era slegato dai fili di lana che lo tenevano imprigionato nel suo tempio. I ruoli sociali si sovvertivano, gli schiavi potevano fare le cose che facevano gli uomini liberi. Venivano festeggiate feste e baccanali e molte attività lavorative erano interrotte (così come si riposava la natura in qualche modo). I Saturnali hanno dato origine a quello che è per noi oggi il carnevale che ha subito però uno spostamento temporale per questioni legate alla liturgia cristiana.

Doveva essere molto divertente, ma queste feste dovevano suscitare anche un timore di fondo tra i romani che vedevano l’ordine civile in qualche modo sovvertito. Anche in altre culture appaiono gli agenti del Caos. Se prendiamo la cultura nordica ancora oggi come si vede ancora in tante località dell’Alto Adige, l’arrivo di San Nicola è accompagnato dai Krampus, uomini caproni scatenati, che nella mitologia del santo vanno a caccia di bambini cattivi. L’origine dei Krampus si perde naturalmente nella notte dei tempi ed è di quasi certa provenienza pagana.

Durante il rituale di Yule del Circolo dei Trivi, noi celebriamo proprio il Signore degli Inganni onorandolo come Krampus, ma anche come Re Agrifoglio e Principe dei Saturnali. Il Lord of Misrule accoglie gli astanti con il suo incarico, quello che chiamiamo l’Incarico del Caos, che recita così:

Io sono il difetto nel grande ordine cosmico, sono l’Ombra degli Dei, il Grande Buffone: la mia risata risuona di eone in eone perché io sono il Caos primordiale attraverso cui la luce poté risplendere. Danzo nel caso, mi balocco con le probabilità, creo tutto ciò che non deve accadere. Sempre in cammino, io valico ogni frontiera, oltrepasso ogni regola, figlio dell’inammissibile e padre dell’impossibile. Osserva la piccola macchia sul più candido velo io sto lì. Osserva i cocci di un vaso rotto: perché li mi troverai. In me ogni verità scompare, eppure io sono il più vero, poiché pur mentendo svelo.

Scrissi quest’incarico nel 2012, era un dicembre strano, di grandi cambiamenti: la fine del mondo appunto. Proprio sul rituale di Yule avevo avuto un pesante diverbio con una mia amica. Credo di essere stato in quel periodo un po’ posseduto dal Signore degli Inganni, che scherza gioca ed è davvero irrispettoso in questo periodo perché soffoca la nostra luce, ci impedisce di risplendere come vorremmo… ci fa vergognare di ciò che siamo. Io ero piuttosto irrispettoso e irriverente in quei giorni… un vero diavolo!

Questo non è completamente negativo naturalmente, a volte infatti la luce che emaniamo può essere quella di un Io accecante, di un Io geloso, allora c’è davvero bisogno di qualcuno che spenga quella luce per un po’. Che ci faccia inciampare e che in questo modo ci riporti nel mondo reale fatto di tante piccole nostre imperfezioni. Accade spesso che ci illudiamo di non avere difetti, magari a parole li riconosciamo, ma nel profondo ci sentiamo in qualche modo superiori, sentiamo di aver vinto le nostre battaglie: ecco che Krampus entra in scena. Lo può fare con uno sgambetto, con una figuraccia, ma anche in modi peggiori. In questo caso non ne siamo posseduti, ma lo subiamo (come accadde alla mia amica).

È per questo che nella Wicca onoriamo anche le forze caotiche, esse sono necessarie, anche se magari sono forze che ci fanno soffrire o che mettono in crisi ciò che siamo. Le onoriamo per placarle, per riconoscerle, per dargli il loro spazio ed esse ci ricordano, di solito gentilmente, se abbiamo fatto le nostre offerte, che esse sono sempre in agguato pronte a possederci e a renderci dei Krampus che creano caos nel mondo o pronte a sottometterci e  a farci scendere rovinosamente dal nostro trono.

Il Signore degli Inganni ci dice infatti:

Chi di voi non ho già sbeffeggiato? Le mie parole sono come una spada… chi di voi non teme la mia verità? Chi non sente nel profondo di sé la vergogna che gli so suscitare? Ho avvolto i vostri giorni e ne ho spento la luce, ho avvolto la vostra luce e vi ho attirati a me. Sono lo spettro del fallimento, il tramonto del Re, lo specchio deformante. Come puoi affrontarmi senza risolvere il mio enigma, come potrai vincermi se non comprendi la mia risata. Nella mia mano le vostre luci si affievoliscono, strette nella morsa del mio pugno di nero. E stanotte il mio dominio è totale: la notte più oscura e lunga dell’anno! Che il dominio delle tenebre e del caos possa infine trionfare!

Credo che tutti ci siamo sentiti preda del Signore degli Inganni nella nostra vita. Quando ci siamo sentiti sbeffeggiati, magari persino vittime di bullismo, o quando in piena secsa nella nostra carriera abbiamo fatto una di quelle pesantissime gaffe in cui vorremmo sprofondare sottoterra che hanno compromesso tutto, gli esempi sono tanti… Chi non sente nel profondo di sé la vergogna che gli so suscitare? Forse invece qualcuno di voi ne è stato posseduto e ha agito creando caos nel mondo intorno a lui, ferendo persone a cui teneva, distruggendo un po’ del suo mondo per poi ricominciare. Osserva la piccola macchia sul più candido velo io sto lì. Osserva i cocci di un vaso rotto: perché li mi troverai. Non si può vibrare a lungo di questa energia perché di solito si rivolta sempre contro se stessa.  Certo è che sia che la subiamo passivamente o la agiamo attivamente, proprio in questa oscurità che avvolge il nostro splendore, possiamo ritrovare una scintilla. Non si tratta della scintilla dell’Io, che è stato finalmente oscurato, ma della luce divina del Sé. La parte più autentica di noi. E’ in quel momento che si realizza pienamente la contraddizione del Signore degli Inganni: In me ogni verità scompare, eppure io sono il più vero, poiché pur mentendo svelo.

Così nella notte di Yule, sia che la passiamo con i nostri cari, con la nostra congrega, sia che attraversiamo questo momento da soli, onoriamo il Signore degli Inganni. Possiamo chiedergli di manifestarsi in modo lieto e scherzoso e insegnarci a prenderci sempre non troppo sul serio (prima di chiedergli una cosa del genere, cerchiamo di capire se siamo disponibili a farlo) oppure possiamo chiedergli di rendere un po’ meno pesante l’oscurità che ci avvolge e di mostrarci quello che contiene al suo interno, la scintilla luminosa del Sé divino.

È proprio il monito del Signore degli Inganni che ha ispirato questo Incarico che scrissi (arrabbiatissimo come un Krampus!) nel 2012. In quel momento un po’ del Natale mi è stato rubato naturalmente, perché anche le forze del Caos richiedono sacrifici, ma provo un senso di profonda gratitudine, perché il Caos è anche cambiamento, e nonostante il cambiamento sia difficilmente esente da sofferenza, quando accettiamo la notte del mondo e ci lasciamo cullare dal grembo dell’oscurità (ed è molto difficile che il nostro Io si arrenda a tutto questo senza lottare), allora siamo pronti per vedere la nascita di una scintilla. Perché bisogna avere questa notte e questo Caos dentro di Sé, per generare una stella danzante.  Mettendosi in ascolto di quella risata che risuona di eone in eone perché Egli è il Caos primordiale attraverso cui la luce poté risplendere.

Buon Yule

Restare forti

Essere forti è conoscere la propria vera volontà, trovare la vera voce interiore e distinguerla da tutte le chiacchiere competitive dei pensieri e dei desideri

di Vivianne Crowley

(trad. Valentina Ferracioli)

 

Ho il potere di mutare ciò che sembra immutabile;

Sono un Energizzatore nel mondo;

Ho la volontà di cambiare il mio schema dell’esistenza,

con amore e passione, posso controllare quella volontà;

nel mio profondo ci sono riserve di forza, energia e potere.

Vivianne Crowley (2003) The Natural Magician: Practical techniques for empowerment.

London and New York: Michael Joseph/Penguin.

 

Molti di noi lavorano con il concetto di Volontà – Vera Volontà, Volontà Magica, Atto di Volontà. Con questa parola non si intende la volontà di potere, o volontà come sinonimo di “volere”. Significa trovare la vera voce interiore e distinguerla da tutte le chiacchiere competitive dei pensieri e dei desideri, emozioni e speranze, paure e fantasie.

Mentre il Sole entra in Sagittario ci troviamo in un periodo in cui la Vera Volontà è di assoluta importanza. Siamo alle soglie di un periodo di crisi, di sconvolgimenti e cambiamenti globali. Le vecchie certezze vengono spazzate via, i nemici diventano amici, e si stabiliscono nuove difficili alleanze.

L’albero è stato scosso

Spesso il mondo delle politiche globali sembra remoto. Si ha la percezione che “non abbiano nulla a che fare con me”. Ma non c’è nulla di remoto nelle minacce che la società occidentale si trova ad affrontare ora. Sono vicine e personali. Ci sono persone là fuori che sono pazze, cattive, e pronte a prenderci, e feriranno e uccideranno per farlo. Feriranno e uccideranno noi e loro stessi.

In quanto pagani, sappiamo che l’essenza della manifestazione è il cambiamento. Viviamo i cicli e le stagioni. All’estate segue l’inverno. Al fluire segue il rifluire. Alla vita segue la morte. Intellettualmente conosciamo questo, ma la maggior parte delle volte è facile dimenticarsene. Siamo immersi nella vita di tutti i giorni e nella routine della sveglia, affrontare il lavoro, avere a che fare con colleghi di lavoro difficili – e tutte le quisquilie dell’esistenza quotidiana.

E poi qualcosa accade, che ci scuote al di fuori della nostra routine, della nostra noncuranza. È come se un velo di innocenza venisse lacerato e noi vedessimo la dura realtà dei desideri umani nascosti dietro alla sottile patina della civilizzazione. Alcuni di questi eventi sono personali. Viviamo rotture di rapporti, violenza, malattia, morte, e il nostro senso di sicurezza e invulnerabilità viene fatto a pezzi. Il nostro mondo personale va in frantumi ma in qualche modo la vita intorno a noi continua e troviamo del conforto in questo. Possiamo trovare conforto nella nostra vita magica e spirituale – nell’esperienza di essere con la Dea o il Dio, nella ruota delle stagioni e nello schema ciclico delle celebrazioni dei sabba.

Ma a volte il disturbo psicologico e spirituale non è personale ma collettivo. Viviamo un evento traumatico non in prima persona, ma attraverso l’empatia con gli altri e partecipando al dramma mostrato dai media mondiali. L’attacco di Parigi è stato un colpo psichico più forte per noi in Occidente rispetto ad altre atrocità a noi meno familiari. Parigi con la sua Torre Eiffel è un simbolo iconico di una città occidentale libera. Come le Torri Gemelle di New York, la sua immagine è immediatamente riconoscibile. Ci identifichiamo con essa. Quando Parigi viene attaccata sentiamo che anche qualcosa in noi viene attaccato – qualcosa di prezioso ma vulnerabile.

La libertà è preziosa – e facile da rubare

È facile dare per scontate le libertà che abbiamo nella società occidentale. Abbiamo la libertà di scegliere la nostra religione o credenza, o di non credere affatto; la libertà di votare i politici che ci rappresentano; la libertà di studiare; la libertà di decidere quali vestiti indossare, come vivere la nostra vita sessuale, cosa mangiare, e con chi mangiare; la libertà di camminare per strada senza coprire i nostri volti. Queste sono tutte scelte che rendono la vita umana degna di essere vissuta. Sono le scelte che ci permettono di essere le persone che dovremmo essere. E sono le scelte che alcuni uomini con odio e intenti criminali vorrebbero toglierci. Vogliono farci vivere nella paura e nel terrore, farci usare la loro stessa ideologia malvagia di odio contro di loro, ubriacarci con l’inebriante vino della rabbia, e farci abbuffare al banchetto della distruzione.

Ci rifiutiamo di diventare come i nostri nemici

E ci rifiuteremo. Non diventeremo come loro. Rimarremo fedeli ai nostri valori che parlano della ricchezza e dei pregi dell’umanità. Danzeremo per le nostre Dee e i nostri Dei e creeremo religioni e relazioni di amore e compassione, di gioia e libertà. Non sceglieremo di odiare o di acconsentire. Sceglieremo di opporci. Faremo esattamente come hanno fatto gli abitanti di Parigi uscendo per strada in segno di sfida. Faremo come i belgi e pubblicheremo foto di gatti su Facebook quando ci diranno di non parlare del terrore. Diventeremo forti giorno dopo giorno mentre lo shock della cattiveria messa in atto ci scuote dal nostro compiacimento, e ci fa rendere conto che non possiamo dare per scontate tutte quelle libertà e scelte che ci permettono di vivere come pagani in un mondo spesso ostile.

Rivolgendoci a Ma’at

In tempi come questi dobbiamo rivolgerci ai nostri dei per cercare forza, saggezza e una guida. Affrontando i cambiamenti e le difficoltà che sorgono in questo periodo e quelle che verranno, ci rivolgiamo a ciò che è eterno.

Ci sono molte divinità che possiamo scegliere di invocare in questo periodo. Possiamo rivolgerci a Sekhmet, la Dea egizia dei campi di battaglia. Ma è meglio invocare Ma’at, la Dea egizia della Verità e della Giustizia. Lei è Colei che Pesa il Cuore, la Signora del Giudizio Equo. La carta dei tarocchi della Giustizia la rappresenta – tenendo in equilibrio la spada della giustizia e la bilancia del giudizio. Può guidarci attraverso l’oscurità per mostrarci come rimanere fedeli ai nostri valori e alla nostra etica e, allo stesso tempo, mostrare la forza e la risoluzione necessarie per tenere alti i nostri valori contro coloro che vorrebbero distruggerci.

 

Grande Ma’at Signora dell’Equilibrio

mostrami la via della saggezza,

mostrami come posso comportarmi ed essere.

Che io non possa disperarmi nei tempi bui,

che io non provi paura nei momenti di pericolo.

Che le forze dell’odio non mi inquinino,

che il mio cuore e la mia mente siano saggi e forti.