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“Fratelli”: parola tremante nella notte?

Il concetto di fratellanza nel neopaganesimo sembra del tutto diverso da quello delle altre religioni: i personalismi e la mancanza di momenti di confronto sono l’ostacolo fondamentale allo sviluppo di organismi rappresentativi.

di Erica Gazzoldi

 

paradisoDi che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata
Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli

 

 

 

Quella qui riportata è una nota lirica di Giuseppe Ungaretti: Fratelli (1916), appunto. Abbiamo voluto trascriverla per intero a motivo della sua brevità e della significatività di ogni singola parola. Il contesto a cui si riferisce è quello della Prima Guerra Mondiale; ma il riferimento all’uomo presente alla sua/fragilità ne allarga il riferimento al complesso del genere umano, a una situazione esistenziale che si può sperimentare anche in altre dimensioni storiche.

In particolare, il bisogno di sentirsi affratellati non può non riguardare le religioni. Rĕlĭgĭōnĕ(m) ha la medesima radice del verbo rĕlĭgo, “io lego”. (Vedasi l’etimologia proposta da Treccani.it: http://www.treccani.it/vocabolario/religione ). Le religioni sono dunque modi diversi di creare legami fra gli uomini, a partire da una comune rappresentazione simbolica dell’universo, un comune atteggiamento esistenziale e comuni archetipi. Non è dunque strano l’uso del concetto di “fratellanza” per chi condivide un determinato battesimo o i voti in un ordine monastico.
E in campo neopagano? Anzi: nel campo delle ortoprassi (= “pratiche condotte secondo una regola”) che insegnano metodi di conoscenza e trasformazione di sé, ma senza costruire sistemi dogmatici e istituzioni universali? È possibile un legame da fratelli, in questo tipo di contesto?

Il fatto di poter celebrare con pantheon e simbologie variegati e l’assenza di “repressione dell’eresia” è un incentivo in tal senso. Wiccan di diverse tradizioni, neodruidi, praticanti dell’Ásatrú, ecc. non vengono istigati a considerare l’altro un “nemico” o un “diffusore di errori”. Il “religiosamente diverso” è visto come una persona (o un gruppo di persone) che onora la Natura e disciplina la propria vita interiore secondo un metodo differente, più adatto alla sua sensibilità e alla sua esistenza quotidiana, né necessariamente di qualità inferiore. Possono presentarsi problemi di tipo “accademico”: ovvero, errate informazioni sulla Wicca o su altri neopaganesimi dal punto di vista storico e fenomenologico, carenze di studio in questo campo, eccesso di “fai da te” (“pesco questo aspetto che mi piace, ne tralascio altri, seguo ciò che mi aggrada trascurando il lavoro di superamento delle mie debolezze e convinzioni parziali”). Anche l’egocentrismo di chi mira unicamente all’iniziazione sacerdotale per creare una “corte” adorante intorno a sé si fonda su aspettative sbagliate circa la realtà di una coven: l’iniziazione, oltre a giungere dopo anni di attesa, si basa sull’esperienza di pratica e sulla formazione culturale, non su un “carisma personale indiscutibile”. Il successo “pop” e “commerciale” della Wicca e dell’esoterismo à la page non ha certo contribuito a risolvere questi due problemi. Una delle principali occupazioni dei sacerdoti neopagani (così come dei maestri zen e di altri che operano nel campo delle spiritualità considerate “alternative”) è proprio far fronte ad aspettative infondate, la cui delusione genera anche ostilità.

Sia una siffatta ostilità, sia il senso di “superiorità” rispetto a un altro cammino spirituale sono veleni dell’ego che insidiano spesso il percorso dei neopagani – anche se nulla, nella loro religione, sembrerebbe incoraggiare un atteggiamento simile. “Abbiamo sentito membri di un gruppo dire a quelli di un altro che ‘il vostro terzo grado è equivalente soltanto al nostro secondo’, o insistere su una ‘valida’ genealogia di iniziazione e simili” raccontano Janet e Stewart Farrar insieme a Gavin Bone (Il Sentiero Pagano, 2016, Anguana Edizioni, p. 190). Un questionario incluso nel loro volume dedica una domanda specifica alla questione dei rapporti fra i diversi gruppi presenti in una stessa zona. Il 39% di coloro che hanno risposto ha registrato sia armonia e rispetto, che conflitti e gelosie. Il 32% sta per conto proprio ed evita incontri/scontri. Il 17% vede miglioramenti, grazie a una buona comunicazione. Solo il 2% ritiene che i conflitti siano giustificati. “Ho incontrato delle cattiverie e, con mia vergogna, una volta ne sono stata anche complice: si basano su insicurezza e paura. Solo perché siamo Streghe e chiediamo così tanto a noi stessi, pensiamo di comportarci meglio del resto della società. Ma abbiamo pregiudizi, paure, ansie, esattamente come chiunque altro. Ovunque sia possibile, cerco di accettare le differenze negli altri e cerco di aiutare le persone a capire il perché del loro sentimento di antagonismo. Ho notato che le persone che sono maggiormente in pericolo sono quelle che sentono il bisogno di ‘insegnare’ agli altri, o i Pagani/wicca che non sono stati educati. Spesso è la mancanza di sostegno che crea queste situazioni. È molto doloroso per tutti noi sentirci come se il nostro credo e i nostri valori venissero contrastati.” (Deborah, Fleetwood, Regno Unito). (Janet e Stewart Farrar – Gavin Bone, op. cit., pp. 276-277).

Un vero e proprio “pomo della discordia”, poi, è costituito dai tentativi di creare forme di unità: come costruire organismi davvero rappresentativi del variegatissimo mondo neopagano? Come realizzare un’organizzazione che rispetti anche le costitutive differenze fra sentieri? Il succitato volume contiene anche un intervento di Davide Marrè, presidente del Circolo dei Trivi, su Wicca e Paganesimo in Italia. Esso menziona gli attacchi tramite social network rivolti all’Unione delle Comunità Neopagane, nata nel 2014. Le accuse erano quelle di voler creare una sorta di “Papa pagano”, per opera di “personaggi assetati di potere”. Accuse alquanto risibili, dato che i neopaganesimi (anche radunati) costituiscono una sparuta minoranza sullo Stivale e hanno risorse economiche esigue provenienti dall’autofinanziamento. La tesi di Marrè è che un’organizzazione formale garantisca meglio l’assemblearismo, rispetto al caos dei gruppuscoli coagulati intorno a “leader carismatici”, ostili a qualunque realtà “altra”. Per quanto riguarda l’ostilità all’UCN, Marrè la attribuisce soprattutto ad antipatie personali: fattore irrilevante nelle comunità vaste, ma decisivo in quelle minoritarie, in cui il contatto diretto fra i singoli membri è pressoché inevitabile.

Il fatto che tali scontri siano avvenuti in anni recenti non deve far pensare che, per gli occultisti delle epoche passate, i rapporti fra diverse correnti spirituali fossero più paradisiaci. La tendenza a scegliere, rifiutare e criticare sembrerebbe anzi costitutiva dei praticanti della cosiddetta magia.
Il Gruppo di Ur, sodalizio esoterico operante in Italia a partire dal 1927, più volte si preoccupò di distinguere i propri metodi da quelli di altre vie apparentemente simili. Così è riportato ne La via del risveglio secondo Gustavo Meyrink: “Tu devi distaccarti dal corpo, ma non come se tu lo volessi abbandonare. […] Chi si strappa dal proprio corpo per volare traverso lo spazio percorre la via delle streghe, che han tratto dal loro rozzo involucro terrestre un corpo di fantasma su cui esse cavalcano, come su di un manico di scopa, nella notte di Valpurga. Le streghe credono d’esser al sabba del diavolo, mentre il loro corpo giace in realtà privo di sensi e rigido nella loro camera. Esse scambiano semplicemente la loro percezione terrestre con quella spirituale; perdono il meglio per acquistar la parte peggiore; il loro è un depauperarsi, anziché un arricchirsi.” (Gruppo di Ur, Introduzione alla magia, Roma 1971, Edizioni Mediterranee, 4^ edizione, ristampa del 2012, p. 47). Oltre alla comprensibile preoccupazione di farsi comprendere correttamente, si legge la svalutazione nei confronti di un altro tipo di pratiche: quelle cosiddette di “stregoneria”. Vera o falsa che fosse l’affermazione all’epoca, sarete felici di sapere che le streghe odierne non sono così ingenue. E non c’entrano nemmeno col “diavolo”.

Il biasimo del Gruppo di Ur, però, non finisce qui. Abraxa ammonisce contro la tentazione di lasciar dissolvere la coscienza, per restare alla mercé del corpo e delle sue pulsioni. Questo, secondo lui, “farebbe decadere il mondo dei maghi nel mondo dei medium e dei visionari” (Il Caduceo ermetico e lo specchio, in: Introduzione…, p. 91). Insomma, invece di trovare la liberazione dalle pulsioni “basse”, ci si troverebbe invece in piena balia delle loro proiezioni psicologiche. Ancora una volta, si tratta di una preoccupazione comprensibile – ma venata da polemica nei confronti di altri gruppi e pratiche.

Aleister Crowley (Leamington Spa, 1875 – Hastings, 1947), invece, non moderò certo il linguaggio nei confronti del Buddhismo. Nel suo celebre volume Magick, accusò i seguaci di quest’ultimo di far confusione circa il significato di samadhi (in sanscrito: “unione fra meditante e oggetto della meditazione”), riducendolo alla “semplice facoltà dell’attenzione”. Un nota dello stesso Crowley a questo passo recita: “La volgarità e il provincialismo del canone buddhista ripugnano sommamente alle menti belle; e il tentativo di usare i termini d’una filosofia egocentrica per spiegare i particolari d’una psicologia la cui dottrina principale è la negazione dell’ego fu opera di un idiota maligno. Respingiamo senza esitare tali abominazioni, l’orrore dei mendicanti vestiti di stracci sottratti ai cadaveri, e seguiamo invece il significato etimologico della parola esposta più sopra!” (Aleister Crowley, Magick, Roma 1976, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini, n. 1 alle pp. 56-57). Inutile precisare che colei che scrive non è d’accordo con le affermazioni di Aleister. Ma una dettagliata difesa del Buddhismo toglierebbe spazio all’argomento presente.

Da tutto ciò, deduciamo che il quadro dei neopaganesimi e delle correnti esoteriche lascia spazio a una grande varietà di simbologie, pantheon, tecniche di meditazione. Non c’è posto, in questo campo, per l’imposizione di un’ortodossia o per la “guerra santa”. Allo stesso tempo, però, la pluralità diventa diffidenza, rivalità, ostilità – talora anche “anarchismo” in senso deteriore, come rifiuto aprioristico di qualunque organizzazione e argine al proprio ego. Ciò non è determinato, come abbiamo detto, da vero e proprio odio religioso, ma da comune fragilità umana (secondo le parole della summenzionata Deborah). E qui, circolarmente, concludiamo tornando a Ungaretti: la fratellanza può diventare una rivolta contro questa frammentazione e debolezza. Poiché nessuna ortodossia da difendere mette barriere preconcette fra un gruppo neopagano e l’altro, si può rispondere alla “notte” della condizione minoritaria dialogando in vista di una sempre maggiore tutela e visibilità sociale di queste forme di religiosità. Una volontà ingenua? Certo meno ingenua di quella di chi crede di sopravvivere a diffamazioni e ostilità dei non-pagani senza contare sull’aiuto altrui. O di poter maturare spiritualmente senza un minimo di studio e di consigli esperti.

L’energia del solstizio con le benedizioni di Sekhmet

di Vivianne Crowley

Ave Sekhmet!

Leonessa del deserto,

Diletta figlia di Ra,

Regina protettrice del tuo popolo,

Fiera madre del principe Nefertem,

Figlio della prima luce del sole, Ninfea del Sole.

L’energia del solstizio d’inverno è un’energia che ci porta verso il basso e verso l’interno, al luogo di riposo e guarigione dopo il travaglio, un tempo in cui abituarci a una nuova vita, a nuove responsabilità, e focalizzarci sugli altri piuttosto che su noi stessi. Il momento della nascita è un tempo di radicale cambiamento e riordinamento. Tradizionalmente le donne dopo il parto avevano quaranta giorni di recupero prima di uscire di nuovo nel mondo. Nel ritmo delle nostre vite possiamo allinearci alle energie di ciascun sabba per creare un equilibrio tra l’essere e il fare, l’attività e la riflessione. In questo modo possiamo evitare di consumarci nella vita spirituale e nella vita materiale.

sekhmet-komombo-creative-commonsPrepararsi al cambiamento

Affrontiamo un periodo di radicali cambiamenti nel mondo. Le vecchie certezze sono spazzate via. Le culture dominanti non si ritrovano più al comando. Gli eventi del mondo fanno a pezzi le nostre illusioni e sfidano i nostri valori. In tempi come questi dobbiamo trovare la nostra fierezza interiore. Abbiamo bisogno di energia e di forza per essere preparati ad affrontare qualsiasi cosa la vita stia per lanciarci. Se dobbiamo proteggere tutto ciò che abbiamo e consideriamo sacro, abbiamo bisogno della fiera energia protettrice di una leonessa verso i suoi cuccioli, di un cervo che protegge il suo branco.

Il tempo tra Yule e Imbolc è un tempo in cui possiamo focalizzarci sul costruire la nostra forza, la forza di cui avremo bisogno per impegnarci col mondo nel momento in cui la marea del tempo ci spinge in avanti nel nuovo anno. Cosa possiamo fare? Gli elementi possono guidarci.

Terra – Mangiare

Mente-corpo-spirito-cuore  – il nostro paganesimo ci insegna che nessuna di queste cose è separata dalle altre. Ciascuna interagisce con le altre per apportare energia, chiarezza, risolutezza. Il cibo è il carburante del corpo e senza di esso non possiamo provvedere al veicolo che ospita la mente, il cuore e lo spirito. Possiamo rafforzarci mangiando bene, dando al nostro corpo il cibo migliore nelle combinazioni e quantità migliori per un funzionamento ottimale.  Non faremmo mai un rifornimento di carburante sbagliato per la nostra macchina, così dopo le feste natalizie diamo al nostro corpo il vero nutrimento. Sappiamo tutti quello di cui i nostri corpi hanno bisogno e quello di cui non hanno bisogno, perciò siamo buoni con noi stessi e nutriamoci bene.

Fuoco  – Movimento

Camminiamo, facciamo attività fisica, danziamo – il corpo umano non è mai stato creato per rimanere seduto per  lungo tempo. Ciò che non viene usato si atrofizza. Dobbiamo muoverci e usare i nostri muscoli se vogliamo essere forti.

Aria – Parlare

Le interazioni vocali e viso a viso ci fanno sentire valorizzati come il postare su facebook non potrà mai fare. Esse creano uno scambio energetico che contribuisce a formare la nostra elasticità emotiva. Siamo animali sociali e non siamo fatti per lunghi periodi di isolamento. Interagire con gli altri rafforza il sistema immunitario e ci dà la fiducia per andare avanti.

Acqua – Dormire

Molti di noi sono privati del sonno e pochi  godono delle otto ore di sonno che avevano le generazioni precedenti all’avvento della luce elettrica e gli apparecchi elettronici in camera da letto. La mancanza di sonno indebolisce il corpo, le emozioni e la mente, specialmente in inverno quando siamo fisicamente più vulnerabili. Abbiamo bisogno di dormire per recuperare e permettere ai nostri corpi di rinnovarsi. Abbiamo bisogno di dormire per rielaborare e digerire tutte le esperienze che si sono impresse nel nostro cervello. Nei nostri sogni troveremo la fonte di nuove visioni e ispirazioni.

Etere– Pratica spirituale

In tempi difficili e impegnativi dobbiamo rafforzare la connessione con i nostri valori più profondi e le nostre fonti di forza spirituale. La nostra pratica spirituale può essere sia solitaria che di gruppo, idealmente entrambe. Momenti di silenzio, preghiera, meditazione e interazione solitaria con il divino,  insieme a pratiche di gruppo che ci danno un senso di comunità e di sforzo condiviso.

sekhmet_statues_louvre-commons-wikimedia-orgEquilibrio elementale

Così, transitando nel 2017, cerchiamo l’armonia dentro noi stessi, l’equilibrio elementale. Facciamo a noi stessi un regalo in questa stagione di doni. Il regalo di prenderci sul serio, di pensare che il nostro corpo, la nostra mente, il nostro spirito meritano cure e attenzioni; prendiamoci cura di noi stessi proprio allo stesso modo in cui ci prenderemmo cura di qualcun altro che amiamo e coccoliamo. Quando siamo forti possiamo essere forti per noi stessi e per gli altri. Quando siamo forti abbiamo il coraggio di opporci a tutto ciò che non è giusto e vero.

Sekhmet

Sekhmet, la dea egizia dalla testa di leonessa, è una dea che potremmo associare più con l’estate che con il solstizio d’inverno. La sua energia però si può trovare al Nadir solare così come allo Zenith. Sekhmet è la patrona dei guerrieri. È anche madre e patrona della guarigione.  I suoi sacerdoti e le sue sacerdotesse erano famosi per i poteri di guarigione, ma era invocata anche dai faraoni per la difesa dell’Egitto, così come per l’allontanamento della peste e delle malattie.  Avvicinandoci al solsitizio, nell’emisfero nord come nell’emisfero sud, possiamo onorare e cercare la forza e la protezione della dea dalla testa di leonessa, la diletta figlia di Ra, potente madre del nostro guerriero interiore. Ascoltate quindi le sue parole:

 

Io sono colei che viene a voi con la chioma fiammeggiante,

Io sono colei che partorisce il Figlio del Fuoco,

Io sono colei che cura il Fuoco del suo perfetto amore.

 

Mia è la torcia del Fuoco,

Io sono la madre creatrice,

Io vengo a voi come la fiamma della vita,

Io sono Sekhmet.

 

I vengo a purificare ed epurare,

tutti i poteri di guarigione sono miei.

Il calore delle vostre mani viene da me per guarire;

il calore che perfettamente fluisce per purificare ed epurare

tutti i cancri e le malattie del mondo.

 

Ricevete la forza della vita,

la forza del sangue che scorre nel vostro corpo;

ricevete il respiro che non può vivere senza il Fuoco.

Ponete le vostre fondamenta sulla Terra.

Ricevete il Fuoco!

Da Alex Sanders, The Words of Sekhmet, revisione di  Vivianne Crowley

 

traduzione di Rossella Di Vaio

Auguri per l’Equinozio, dalla Primavera a Sud, all’Autunno al Nord

Il confronto tra due emisferi nelle celebrazioni dell’equinozio e nella ritualità pagana con una particolare prospettiva al paganesimo contemporaneo del Cile

di Vivianne Crowley

Nel tempo dell’equinozio,
benedizioni di Luce e Oscurità,
che i poteri della terra e del mare, del cielo e del sole,
benedicano il tuo viaggio.
Che tu possa navigare con gioia sulle acque agitate della vita,
che tu possa trovare pace nel pieno del cambiamento,
Benedizioni.

Come molti di voi sapranno, io e Chris siamo in Cile – la nostra prima visita in assoluto nell’America del Sud. Il Cile è un luogo di drammatici contrasti, di caldo e freddo, di temperature brucianti estive nei deserti del nord e la glaciale carezza delle acque antartiche nel sud. Siamo passati da Lammas in Europa all’Equinozio di Primavera e celebriamo il periodo dell’equinozio a sud dell’equatore.

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Una terra antica
Il movimento pagano contemporaneo in Cile è relativamente nuovo, ma esistono ancora resti di un Paganesimo precedente, antico di migliaia di anni. Lungo la costa del Pacifico andino centrale vi sono testimonianze archeologiche di insediamenti umani risalenti dai 13.000 ai 14.000 anni fa. Nel Cile settentrionale, 7000 anni fa, i Chinchorro mummificavano i loro morti per prepararli all’aldilà – due millenni prima degli Egiziani e in una società completamente diversa e meno gerarchica. Nella cultura Chinchorro la mummificazione non era riservata solo ai reali e alle classi d’élite più ricche. Bambini, donne e uomini – tutti i corpi umani venivano trattati con cura e dignità.

file-19-09-2016-22-31-58I serpenti della terra e del mare
Mentre ci connettiamo con questa terra, possiamo sentire l’antica presenza umana, ma quella presenza è sfuggente e incide molto poco sul territorio. Questa non è una regione del mondo come l’Europa, dove gli esseri umani hanno coltivato artificialmente e “addomesticato” la terra per eoni. Sui pendii delle Ande la nostra impronta umana è leggera e la terra non è sempre amichevole con l’umanità. Questa è una regione di terremoti, vulcani e tsunami. Nella cosmologia degli indigeni Mapuche, Trengtreng il serpente terrestre gigante, conosciuto anche come Xeg-Xeg filu o Ten Ten vilu, combatte con Kai-Kai o Caicai filu, il serpente del mare, e da questa lotta nacquero la terra (la porzione continentale) del Cile e le sue duemila isole. Quando Kai-Kai si agita sotto la superficie delle acque, le grandi onde dello tsunami divoratore arrivano ad inghiottire la terra. Trentreng porta i terremoti e le eruzioni vulcaniche, ma quando lo tsunami arriva i suoi pendii costituiscono un rifugio sicuro che protegge gli esseri viventi del territorio (del paese). Le pendici delle montagne andine sono guardiani che proteggono l’umanità, offrendo rifugio quando le onde fanno ritorno. Le loro cime divennero luoghi sacri.

file-19-09-2016-22-31-36Fuoco e Terra
Qui in questo territorio esplosivo, il potere della natura è evidente e forte. Il terremoto più recente e grande, 8.8 sulla scala Richter, avvenne nel 2010. Fu uno dei più grandi mai registrati su un sismografo e centinaia di persone persero la vita nel disastro provocato dal terremoto e dal conseguente tsunami. Nel 2015 e 2016 vi sono state violente eruzioni vulcaniche nel Cile meridionale. L’idea dei serpenti di terra e di mare in lotta fra loro ha perfettamente senso in questo territorio, dove sono avvenuti già sette terremoti nel breve periodo in cui siamo stati qui.
Il potere della terra è forte anche in altri modi. Prima del nostro primo rituale wiccan in un cottage di pietra nella campagna del Cile, abbiamo pregato gli spiriti della terra e di tutti gli esseri umani vissuti qui prima di noi affinché aprissero la via per riceverci, qualora lo volessero. La terra sembrò immediatamente svegliarsi, riempiendoci con un’ondata di energia pura e pulita. Energie diverse rispetto a quelle percepite in Europa, in Nord America, Asia, Nord Africa e Australia – diverse, ma non del tutto; perché l’energia che sentiamo qui sembra provenire da una stessa radice comune anche a quelle sperimentate in precedenza in altri luoghi. E, come in altre parti del mondo dove l’insediamento umano non ha inciso molto sul territorio, questa energia è pura, si ha la sensazione di essere in contatto con la Terra esattamente com’era migliaia di anni fa.

Sviluppare il Paganesimo contemporaneo
Vi sono tracce del Paganesimo antico nei ritrovamenti archeologici e le tradizioni delle popolazioni indigene del Cile sono ancora vive. Il Paganesimo occidentale moderno è una novità qui, ma vi sono ad oggi piccole comunità wiccan, dalle tradizioni iniziatiche all’eclettismo. Esistono gruppi della Dea derivati dalla Fellowship of Isis e dal Glastonbury Goddess Temple, così come Eteni, e altri. Il culto di Odino può sembrare strano in Cile, ma dal XIX secolo in avanti il Cile attirò molti migranti germanici che hanno lasciato il loro segno sulla cultura.
Come in tutti i paesi, i pagani cileni devono affrontare la sfida della creazione di un Paganesimo che possa mettere radici nella loro terra e fiorire. Noi non siamo i nostri antenati. Anche se fossimo in grado di ricostruire in modo esatto gli antichi rituali, non avrebbero di certo lo stesso significato per noi rispetto alle generazioni precedenti. I nostri stili di vita, il nostro senso di individualità, e persino il clima sono cambiati. E la sfida è ancora più grande, ovviamente, se siamo persone trapiantate, geograficamente lontane dal luogo in cui i nostri antenati veneravano gli Dei.
dangerous-volcanos-by-vivianne-crowleyLa via per andare avanti è secondo me quella dell’umiltà, dell’accostarsi lentamente e con rispetto alle energie della terra; del prendersi del tempo per vedere, ascoltare, e sentire come gli alberi e le rocce, i fiumi e il cielo rispondono quando comunichiamo con loro. Le nostre tradizioni pagane di derivazione europea hanno le loro divinità perciò, quando invochiamo i nostri Dei, stiamo dando nuova energia alla terra. Alcune divinità sembreranno più “a casa” e accolte qui rispetto ad altre. Nel tempo, la pratica del Paganesimo si evolverà mentre esploriamo con sensibilità ciò che ci sembra appropriato o meno.
Qui in Cile, i pagani affrontano la stessa sfida che altri paesi hanno affrontato in passato – un lungo e lento lavoro di rieducazione della società riguardo a cosa è e cosa non è il Paganesimo, così che i pagani possano praticare liberamente senza la paura del pregiudizio e della discriminazione. Ci sono alcuni segni che fanno sperare. Gli eventi del Pagan Pride si sono affermati e stanno crescendo e si percepisce un clima di cambiamento sociale. Questa settimana abbiamo partecipato alla decima edizione di un festival vegetariano e vegano che promuove i diritti degli animali. I diritti civili LGBT stanno procedendo e nel 2015 le unioni civili per coppie dello stesso sesso sono state legalizzate. Un clima sociale che rispetta i diritti degli animali e rispetta le differenze umane è un clima più favorevole allo sviluppo del Paganesimo.

Trapiantare la vite
Diverse forme di Paganesimo europeo si svilupperanno in maniera differente qui – ognuna a proprio modo. Trapiantare il Paganesimo è come trapiantare vitigni, il sapore del vino prodotto sarà leggermente diverso da quello della vite nella sua terra di origine; ma con tempo e pazienza, con adattamento e innovazione, con la cura e la coltivazione, e con il supporto di fratelli e sorelle nei paesi dove il Paganesimo si è sviluppato prima, il raccolto crescerà e sarà prospero. vivianne-crowley-by-chris-crowley-chilling-in-chile

Trad. Valentina Ferracioli

Mabon, la Mela, la Sorgente del proprio Potere Interiore

Riflessioni su Mabon, l’arrivo dell’autunno e i simboli legati a questa fase dell’anno che si accompagna a un momento di profonda introspezione.

di Carmilla

“…sentirsi vivi non è soltanto un fatto fisico; è un fatto psichico.

Siamo vivi quando ci sentiamo vivi.

Ciò che fa sentire vivi è il contatto con il fluire della psiche inconscia.

Per questa ragione i sogni sono così importanti.

Possiamo dire che ciascuno dei mestoli pieni di acqua della vita è un sogno.

Ecco che cos’è un sogno. Ogni notte ci viene offerto, per così dire, un sorso di acqua della vita, e se comprendiamo il sogno ne siamo vivificati. Ci sentiamo a contatto con la nostra profondità psichica, con la nostra vera e propria sostanza vitale e ognuno per conto suo sente che la vita sta fluendo;

si sente vivo.”

Marie-Louise von Franz

Mabon è il sabba che celebra l’equinozio d’autunno, in cui luce e tenebre si trovano in perfetto equilibrio. Da Mabon in poi le giornate andranno accorciandosi e il buio prevarrà sempre di più sulla luce. La natura in questo momento dell’anno ci ricorda quanto sia importante trovare l’equilibrio dentro e fuori di noi, per intrapprendere la discesa nelle buie profondità di noi stessi. Come fece Inanna, spogliandosi dei suoi sette veli, e come fece Kore, che nel buio degli Inferi scoprì il proprio dono e al contempo il proprio destino, trasformandosi nella regina del regno dei morti. Inizia quindi un tempo di raccoglimento, d’introspezione, di meditazione e di lavoro psichico per meditare su noi stessi e sulle nostre vite, per arrivare alla sorgente del nostro tempio interiore, per capire chi realmente siamo e cosa dobbiamo fare per realizzare noi stessi e il nostro destino.

A Mabon si celebra la seconda messe e fra i frutti protagonisti indiscussi di questo raccolto c’è sicuramente la mela: frutto magico secondo un numero imprecisato di leggende, miti e fiabe per svariati motivi. La mela per la Bibbia è il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, la conoscenza degli opposti, della luce e delle ombre. E’ un peccato mangiarla, perché la conoscenza rende liberi: liberi di essere se stessi, di conoscersi, di esplorarsi e di esplorare le proprie vite. Liberi di non essere rinchiusi in un magico giardino delle meraviglie, controllati da un dio padre e padrone che ci vuole burattini nelle sue mani, liberi di posare finalmente i piedi per terra e mettersi in gioco nella vita ordinaria, conoscersi e realizzare se stessi e il proprio destino (cosa che rinchiusi nell’Eden sarebbe poco fattibile). Nelle leggende arturiane la mela era il frutto sacro di Avalon (l’isola delle mele), che stava oltre i confini dell’ordinario, in uno spazio al di là delle nebbie. Un’isola fra la vita e la morte: una dimensione che ricorda moltissimo l’inconscio e il piano onirico. Là dove vita e morte, sogni e ordinario si intrecciano in un’Unità che risuona di echi antichi e parla al nostro cuore, svelandoci chi realmente siamo. La mela infatti non è solo il frutto della conoscenza del bene e del male, ma anche il frutto della vita e della morte. Frutto degli opposti, che in essa trovano la loro profonda unità. Biancaneve mangia la mela offertale dalla strega cattiva (ovviamente un archetipo trasfigurato della vecchia saggia) e crolla in uno stato alterato di coscienza, in un sonno onirico, da cui emerge trasformata. Credo che il bacio del vero amore non sia altro che la metafora dell’unione con la propria metà archetipica, che ciascuno porta dentro di sé. Mabon con i suoi silenzi e le sue ombre ci spinge all’introspezione, a ripiegarci su noi stessi, sprofondando nei nostri abissi. Là senza dubbio soffriremo, entreremo in contatto con aspetti di noi che vorremmo non ci appartenessero, sveleremo la nostra ombra e incontreremo gli archetipi che vivono nel nostro inconscio, fra cui la nostra Anima o il nostro Animus. Il viaggio sarà lungo e doloroso, ma ritrovare la nostra metà significherà ritrovare noi stessi e ci permetterà di risvegliarci nell’interezza di chi realmente siamo destinati ad essere. Biancaneve al riveglio non è più solo una principessa, ma si sposa con il suo principe e diventa la Regina del suo regno. Come Kore, che mangiando i semi della melagrana non vede più in Ade il suo aguzzino, ma lo riconosce come suo consorte e amante: nelle profondità di se stessa scorge finalmente il suo Animus, si unisce a lui e si trasforma nella Regina del suo Regno, come era destinata ad essere da sempre. Ciascuno di noi è chiamato a scendere nei propri Inferi, arrivando alla sorgente del proprio potere interiore, per capire chi realmente sia e per trasformarsi nel Re o nella Regina del proprio regno, ossia della propria vita.

Per realizzare il proprio destino è inoltre fondamentale scoprire quali siano i doni che ciascuno di noi possiede fin dalla nascita e di cui spesso, sfortunatamente, è completamente ignaro. Credo che i nostri talenti siano un po’ come gli strumenti magici, che vengono dati ai protagonisti delle fiabe per portare a termine le loro imprese: sono i doni che ci vengono consegnati alla nascita per realizzare le persone uniche e autentiche che siamo destinate ad essere. Picasso diceva: “Il senso della vita è quello di trovare il vostro dono. Lo scopo della vita è quello di regalarlo.”. Personalmente credo che queste parole risuonino di una verità potentissima. Scendendo negli abissi di noi stessi, la nostra vista si affina al buio e, in quelle tenebre, scopriamo risplendere nei forzieri di Ade i doni preziosi che ci appartengono. Una volta riconosciuti, dobbiamo affinarli con impegno e dedizione, per poi condividerli con il mondo. Molto probabilmente, inseguendo la nostra “vocazione”, attraverso l’uso dei nostri talenti nascosti, non aiuteremo più soltanto noi stessi nella ricerca della nostra armonia interiore, ma saremo di supporto anche ad altre persone in cammino come noi, arricchendo il nostro spirito di una gioia che le parole non sono in grado di svelare. Forse questo è proprio uno dei tanti misteri sul percorso iniziatico.
Il frutto sacro per eccellenza di Persephone è la melagrana, come la mela è sacra ad Aphrodite, signora della bellezza. La mela e la melagrana altro non sono che due volti dello stesso frutto, fra i cui segreti vi è celato appunto anche il mistero della bellezza. E’ noto che il pomo della discordia, dopotutto, fosse proprio destinato “alla più bella”. Aphrodite nell’ultima prova a cui sottopone Psiche, la manda proprio da Persephone con un’ampolla, dicendole: “Tieni questo vasetto e prendi subito la strada degli Inferi proprio alla casa ferale dell’Orco. Allora consegnerai il vasetto a Proserpina, e – Venere ti prega -, le dirai, – che tu le mandi un poco della tua bellezza che le basti almeno per un giorno.”. Psiche non avrebbe mai dovuto aprire l’ampolla, ma, si sa, la curiosità è donna…e sul far del ritorno cedette. Desiderosa di avere un po’ di quella bellezza per sé, così da piacere ancor di più ad Eros, scoperchiò il vaso venendo così assalita da un sonno infernale, che la fece crollare immobile sul sentiero del ritorno. Come per Biancaneve, anche in questo caso sarà l’amante a rivegliarla, non con un bacio, ma con la puntura di una delle sue frecce, dopo averla presa fra le braccia e aver riposto nell’ampolla il sonno che l’avvolgeva. Verrebbe quindi spontaneo chiedersi se la bellezza di Persephone sia dunque collegata al sonno, alla dimesione onirica e all’inconscio. Sinceramente credo di sì: si tratta di un fascino che non è la bellezza fugace portata via dal tempo, ma una bellezza eterna che sgorga dagli abissi della nostra psiche. Marie-Louise Von Franz scriveva che ogni notte noi accediamo alla sorgente della vita, perché i sogni sono sorsi di acqua di vita che ci vivificano, ci fanno entrare in connessione con noi stessi e ci aiutano a capire chi realmente siamo.

Nella mitologia norrena troviamo la bella Idun, quale Dea della bellezza e dell’eterna giovinezza. La sua peculiarità è che possiede un cesto di mele, che conferiscono agli Dei il dono dell’eternità, non facendoli invecchiare mai. Una delle storie più interessanti narra di come Loki glielo sottrasse, spargendo il panico fra gli Dei, che si videro lentamente invecchiare perdendo i propri poteri. Sarà addirittura Freya, la dea della bellezza per antonomasia, ad aiutare Loki, offrendogli il suo mantello, pur di riportare sana e salva ad Asgard la bella Idun con le sue magiche mele. Si pone dunque un’altra domanda: la bellezza è legata all’eterna giovinezza, che è legata al potere e alla magia? Basta tagliare una mela orizzontalmente per rispondersi. Le due sezioni riveleranno nel centro il delinearsi di un pentacolo, simbolo magico di potere e protezione da sempre. Collegato per altro a Venere, la dea della bellezza, in un gioco di echi e di corrispondenze infinite. Nel pentacolo le cinque punte della stella rappresentano i cinque elementi fusi in una perfetta armonia all’interno del cerchio, per ricordarci la necessità di trovare un equilibrio dentro di noi, nel nostro profondo, come in questo momento la natura ci sta mostrando il perfetto equilibrio fra la luce e il buio. Nel pentacolo ritroviamo l’uomo vitruviano inscritto nel cerchio, quale celebrazione dell’armonia dell’essere umano. Il Grande Rito ci svela che “// il luogo sacro era il punto al centro del Cerchio. Perché ci è stato insegnato fin dall’antichità che il punto al centro è l’origine di tutte le cose, per questo dobbiamo adorarlo; per questo noi invochiamo chi adoriamo.” Penso che il punto al centro del cerchio sia la sorgiva che si trova nelle profondità del mandala in cui è inscritta la nostra stessa esistenza, là dove gli opposti si sposano nell’Unità da cui può emergere l’uomo nuovo, ossia ciò che veramente siamo.
I miti velano e svelano antiche verità e io credo che la mela rappresenti una sorta di portale per l’accesso verso le nostre profondità, essendo il frutto dell’eterna giovinezza, della bellezza, della conoscenza del bene e del male, il frutto il cui albero cresce al limitare fra i reami della vita e della morte, dell’inconscio e del conscio, del sogno e della veglia. Un morso alla magica mela può aiutarci a sprofondare dentro noi stessi, avvolgendoci nella nebbia del sonno, per entrare nella dimensione dell’inconscio. Là dove poter scoprire i nostri doni, incontrare i nostri archetipi e raggiungere la sorgente del nostro potere interiore. Una sorgiva di acqua magica in grado di dissetarci, di mantenerci per sempre giovani, facendo riemergere il ricordo di chi realmente siamo destinati a essere da sempre. L’antica sorgente di Persephone, da cui sgorga limpida e luminosa l’alchemica Acqua della Vita.

Che le parole di Dion Fortune ci conducano quindi verso il mistero di questo affascinante sabba:

“Affonda, affonda, affonda ancora di più
nel sonno eterno e primordiale.
Affonda, dimentica, resta immobile e distaccato
affonda nel cuore più segreto della terra.
Bevi dalle acque di Persephone,
la fonte segreta accanto all’albero sacro.
Le acque della vita, della forza e della luce interiore,
gioia eterna, estratta dalle profondità della notte.
Quindi alzati, rafforzato, con vita e speranza rinnovate,
rinato dall’oscurità e dalla solitudine.
Benedetto dalla benedizione di Persephone,
e dalla forza segreta di Rhea, Binah e Gea.”

I misteri maschili

Diverse persone sentono l’esigenza di avere una maggiore presenza dei misteri maschili nella Wicca. Un argomento spinoso su cui si discute da molti anni. Diamo alcune risposte e poniamo alcune domande.

di Salvatore Caci

In quest’ultimo anno mi sono ritrovato spesso a riflettere sui misteri maschili all’interno della Wicca e del neopaganesimo in generale. Con sommo rispetto per tutte le tradizioni e per i giusti misteri al femminile, mi sono un po’ stufato di non riuscire a trovare un valido rispecchiamento del mio divino maschile nel ciclo della ruota, o nei rituali iniziatici, nei diversi gesti che accompagnano un rito, etc.  Ed ancora, sono stufo di sentire le solite solfe sul maschile. Se è vero, ed è vero, che la sacralità della donna è stata calpestata per migliaia di anni non capisco perché si debbano demonizzare adesso i misteri dell’uomo (qualunque cosa questo significhi). Non capisco perché debba sentire “Per migliaia di anni c’è stata una forte influenza maschile nella spiritualità, quindi adesso dobbiamo riparare e focalizzarci su quella femminile”. Scusate tanto, ma penso che lo spirito non sia una pianta. Per raddrizzarlo non c’è bisogno di passare all’estremo opposto dello spettro, altrimenti non si può imparare l’arte dell’equilibrio. Certamente non vogliamo ripetere gli stessi errori del passato, no? Cosa stiamo facendo? Abbiamo cambiato l’oggetto, ma il nostro atteggiamento resta invariato. E questo non è il futuro che un giorno voglio consegnare a chi verrà dopo di me.

Il volto che cambia

Il maschile cambia nelle ere e nei luoghi a cui facciamo riferimento. Questo vuol dire che è influenzato dalla società. Come ogni aspetto della vita non è possibile conoscere un mistero nella sua essenza, se non attraverso la personale esperienza. Se il maschile è costruzione sociale, allora la risposta a “cos’è il mistero maschile” non è così scontata. Aldilà di ciò che dovremmo fare in quanto uomini o donne (ruolo), siamo parzialmente definiti anche da altri fattori: identità di genere (mi sento uomo o donna), orientamento sessuale, atteggiamento di genere (mascolino, femmineo, etc), e sesso biologico.  Ognuna di queste variabili è slegata l’una dall’altra, per cui potremmo avere una persona nata uomo (sesso biologico), che si sente donna (identità di genere), che ama le donne (orientamento omosessuale), maschile (atteggiamento di genere) ma che adotta copioni comportamentali socialmente classificati come femminili (ruolo di genere). Il mistero del maschile è ricco di variabili e sfumature che non possono essere legate solo a poche divinità. Per questo motivo non trovo corretto ingabbiare il Dio solo negli archetipi del cacciatore, del padre, dell’amante e del saggio. E se io non “risuonassi” con nessuno di questi? Con quale Dio mi starei rapportando? Un Dio possibile, certamente, ma non il Dio dei miei abissi. Cosa accadrebbe se in me, invece, esistesse il Dio della tenerezza e della passione invece di uno votato alla forza? La conseguenza può essere quella di allontanarsi da un Divino percepito come alieno, nelle migliori delle ipotesi. Diciamolo chiaramente, non tutti hanno bisogno di un Dio Cacciatore o di uno che si auto mutila per la Dea Madre. Alcuni hanno la necessità di integrare nella propria vita determinati aspetti mentre altri no.

Misteri maschili… come?

Cosa rende allora i misteri “maschili” o “femminili”? E da qui la fatidica domanda, cos’è il maschile per me? Ho sempre percepito come violento il voler definire il trascendente, e l’immanente, con costruzioni sociali che ben poco hanno a che vedere con l’esperienza intima del numinoso. Il genere nasce dall’interpretazione sociale di ciò che si reputa essere adatto all’uomo ed alla donna. La visione dei misteri maschili (ed anche quelli femminili) nella Wicca sono stati influenzati eccessivamente dalla visione che le diverse società hanno avuto di noi. I misteri dei miei Dei non possono essere definiti da nessun tipo di potere sociale/economico/politico. Gli Dei sono ciò che sono, aldilà di quello che gli altri vogliono vedere in loro. E badate bene, questo vale anche al femminile. Perché dovremmo intendere il femminile in una ruota di archetipi culturalmente orientati dal passato? La nostra, come disse qualcuno, è una società liquida che necessita di nuovi miti. Credo sia importante per la nostra salute spirituale, e psicologica, cercare anche di capire le influenze culturali negative che gli antichi hanno impresso nel mito e nelle figure degli Dei. Il mito non è la parola rivelata del Dio, ma narrazione co-costruita utile per trasmettere un messaggio. È una fiaba, un simbolo. Stiamo quindi attenti a non confondere il simbolo con il significato che ci sta dietro.

GLI DEI (IM)MOBILI

“Essi la chiamano Nume. Non saprei altrimenti rendere in greco questa parola se non con Disse e fu fatto. Se gli Dei di Omero fanno tre passi e giungono nel luogo designato, questa parola trasmette in un istante nella tua mente tutta la forza del potere divino. Questo nume produce il Fato che altro non esprime che i decreti stessi della divinità, decreti immutabili, perché veri, eterni perché immutabili, buoni perché fatti.”

Platone in Italia, Volumi 1-2

Di Vincenzo Cuoco

di Pietro Colombo

 Re-ligione

Émile Durkheim, padre dell’antropologia religiosa francese, la considerava espressione della volontà sociale. Parliamo di religione, del concetto del divino e della formazione del pensiero della divinità in cui il sacro è definito come “sistema solidale di credenze e di pratiche relative a cose sacre, cioè separate e interdette, le quali si uniscono in un’unica comunità morale”.  Secondo Durkheim le raffigurazioni religiose costituiscono rappresentazioni collettive che esprimono delle realtà complessive; i riti formano modi di agire che sorgono in mezzo a gruppi costituiti e sono destinati a suscitare, a mantenere o a riprodurre certi stati mentali di questi gruppi.

 

Partendo da questa idea concettuale, che fonda la religiosità da parte della volontà comunitaria e i suoi usi e costumi interroghiamoci sulla rappresentazione della divinità e i valori che questo status porta con se: l’archetipo, base teorica del pensiero del sacro, la divinità, ente elevato, creatore o distruttore, onnisciente o palesato, presente o elevato e il suo stato di paralisi. Possono le divinità evolvere con lo stato sociale dei praticanti?  Mutare la loro “area di competenza” o le loro rappresentazioni?

 

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La maschera: ciò che è fissato

 

Il concetto di evoluzione socio-religiosa è presente in ogni cultura ma spesso questo carattere antropologico si sposa poco con l’evoluzione simbolica della divinità. Possiamo osservare come nelle culture antiche una divinità poteva essere adottata tramite quella che in antropologia era chiamata la teoria dello scambio. Se due tribù, per esempio si univano le due divinità principali si fondevano in matrimonio oppure se una popolazione conquistava l’altra la divinità “vincitrice” assurgeva a ruolo di bene supremo che schiacciava la divinità vinta, simbolo del male. Le adozioni leggermente risemantizzate di divinità si trovano spesso come scambio culturale; il culto mariano, per esempio, insediatosi in seguito nella teologia cristiana sembra derivare direttamente dalla figura di una Iside casta e castrata tanto che le sue prime effigi erano appunto statue egiziane. Il concetto di divinità patrona di un determinato ente, però, è concettualmente un elemento fisso e ricorrente nella storia di un culto a meno che questo non venga stravolto da religioni o popolazioni esterne ad esso. L’Immobilità della figura divina, a livello teorico e di elaborazione del culto, sembra derivare dal concetto di perfezione come meta fissa o finale e di impossibilità evolutiva. Ma pensiamoci, anche solo teoricamente: possono le divinità mutare la loro natura con l’evoluzione societaria di un gruppo religioso?

 

Proviamo a immaginare, in via teorica e usando solo la logica, come potrebbero definirsi l’evoluzione della percezione della divinità nel fare moderno. Partiamo da un’idea del tutto personale. Per me è poco sensato, e poco logico, assumersi sulle spalle una mera funzione ricostruzionista di qualsiasi culto pagano. Ciò, per me, cozza pesantemente con l’evoluzione naturale di un culto inserito nel fare societario e la mera conservazione teorica o meno di una religione ne svaluta il valore di credo. Da questo ho riflettuto: non è possibile la mutazione degli attributi e delle rappresentazioni della divinità secondo un contesto moderno? Se non praticamente ma dal punto di vista teorico?

 

Certo, pensare un Efesto con simbolo una pressa idraulica, una Atena rappresentata dal web 2.0, o un Marte armato di mitra o armi bilogiche sembra quasi un’aberrazione ma se ci riflettiamo, cos’è la forgiatura, la conoscenza o la guerra nella modernità? Se i patrocini della divinità, con attività prevalentemente sociali, rimangono identici qual è la naturale deriva di essi? Le rivoluzioni culturali di un culto lo tengono vivo e fertile per i partecipanti e se l’animismo permeante si esprime con rivoluzioni culturali quali considerare la divinità x rappresentata, per esempio, dalle fonti di energia rinnovabile tanto di cappello. Chapeau alle innovazioni, alle rivoluzioni culturali che si fondano su una riflessione sulle dinamiche religiose e sulla interazione di significanti e significato. Greimas scriveva infatti:

 

Determinare le molteplici forme della presenza del senso e i modi della sua esistenza; interpretarle come istanze (orizzontali) e livelli (verticali) della significazione; descrivere i percorsi di trasposizione e trasformazione dei contenuti: sono esempi di una semiotica delle forme. Questi campi d’indagine oggi non sono più utopici. Solo tale semiotica formale potrà apparire in un prossimo futuro, come il linguaggio che permetta di parlare del senso. Poiché, infatti, la forma semiotica non è altro che il senso del senso[1].

 

 

 


[1] Algirdas Julien Greimas, Del senso, traduzione di Stefano Agosti, Bompiani, introduzione, Milano, 1974

Mezz’Estate – la Fenice che rinasce

Le tradizioni del Solstizio, che da noi hanno il loro culmine nella Notte di San Giovanni, ci ricordano come il paganesimo contemporaneo sia una Fenice che risorge dalle ceneri.

di Vivianne Crowley

Phoenix 5Il Paganesimo contemporaneo viene spesso descritto come un’ortoprassia piuttosto che un’ortodossia. Riguarda una pratica comune piuttosto che una credenza comune. In questo non siamo molto diversi dai nostri antenati pagani.

I pagani facevano rituali ma non professavano alcun credo o dottrina. … non erano legati ad alcuna verità rivelata nel senso strettamente cristiano del termine. Non erano educati alla fede: … nessun gruppo pagano si è mai definito “fedele”: il termine rimane uno dei tanti modi per distinguere gli epitaffi giudaici e cristiani da quelli pagani.
Robin Lane Fox, Pagans and Christians, 1986, 31.

In quanto pagani, lavoriamo con simbolo e miti condivisi. Ognuno di noi interpreta i propri miti e simboli in modo profondamente personale e individuale, ma condividiamo uno stesso “linguaggio” non verbale. Ci sono simboli presi dal rizoma delle tradizioni misteriche e magiche occidentali che hanno un significato per noi, sia che definiamo noi stessi pagani, eteni, cristiani, ebrei, mussulmani, induisti, buddisti, o di qualsiasi altra tradizione.  Queste sono immagini archetipiche che risuonano attraverso le culture. Sono immagini che ispirano l’immaginazione, toccano i cuori, e stimolano la psiche creativa. Spesso simboli apparentemente semplici – il cerchio diviso in quarti, l’ankh, la spirale , il cerchio – veicolano in una singola immagine una serie di idee complesse che costituiscono una fonte inesauribile di significati e visioni.

Compremdiamo solo quel tipo di pensiero che è mera equazione … Ma al di là di questo vi è un pensiero fatto di immagini primordiali, di simboli più antichi della storia dell’umanità, che sono innati in noi fin dall’inizio e, eterni, sopravvivono alle generazioni, costituendo ancora un terreno di lavoro della psiche umana. È possibile vivere la vita fino in fondo quando siamo in armonia con questi simboli; la saggezza è un ritornare a loro. Non è questione di credere né di sapere, ma di accordare il nostro pensiero con le immagini primordiali dell’inconscio …

Carl G. Jung, The Stages of Life, 1930/1, para. 794.

Il Sole al suo zenit
Solar bannerDurante i nostri rituali di Mezz’estate, con il sole al suo massimo, lavoriamo con i simboli che richiamano il sole e il suo ruolo di forza dominante nei cieli. Usiamo simboli come il re e la regina solari, che per noi individui rappresentano quel punto nelle nostre vite in cui ci troviamo al nostro zenit – il nostro momento di successo, potere e realizzazione. Ma, mentre i rituali di Mezz’Estate celebrano lo zenit, accennano anche al declino che verrà. A volte questo viene rappresentato con un combattimento tra il re solare e il suo rivale, il re dell’oscurità. La Luce trionfa sull’Oscurità – ma solo momentaneamente. Durante questa battaglia la Luce viene fatalmente ferita e, nel tempo, quella ferita sancirà la fine della Luce.
Se meritiamo su questi simboli, cosa scopriamo? Possiamo scoprire che, per quanto potenti e forti noi siamo, nel tempo decadremo e affronteremo l’inevitabilità della morte. Possiamo imparare che nessun potere può durare incontrollato, che la volontà di potenza ha un tempo limitato, che la posizione economica e la ricchezza sono transitorie. Nel tempo tutte le cose passano; tutte le cose cambiano.

Il mito della Fenice
I simboli funzionano perché stimolano la psiche. Sono misteriosi e hanno molti livelli di significato. Noi cerchiamo di comprenderli. La mente umana ci ha comunicato i nostri più profondi desideri e aspirazioni spirituali in forma visiva molto prima dello sviluppo di linguaggi complessi.
La fenice è un’immagine archetipica associata al sole. Appare in molte culture diverse. I suoi miti possono variare, ma tutti ritengono che si tratti di un uccello raro, magnifico, magico, simbolo di un grande cambiamento. Dall’antica Grecia il mito dice che la fenice è un uccello leggendario dal piumaggio del colore del fuoco. Vive in Arabia vicino ad un pozzo di acqua fresca. Ogni mattina quando il sole sorge e l’alba splende, la fenice si bagna nelle acque fresche del pozzo e canta una canzone talmente dolce e meravigliosa che il Dio Sole si ferma nel suo carro per ascoltarla. La fenice si rinnova in eterno, ed esiste da eoni. Ogni 500 anni, costruisce un nido di cannella che bruciano e riducono la fenice in cenere. Dalle ceneri, una nuova fenice rinasce. La nuova incarnazione avvolge le ceneri del precedente corpo in un uovo di mirra e vola fino alla città egiziana di Helipolis o On, dove lascia l’uovo come offerta sull’altare del Dio solare Ra.

Quali significati possiamo trovare in questo mito?
Alla Mezz’Estate il re solare può essere visto come rappresentazione dell’ego nella sua posizione dominante nella personalità. Nella prima metà della nostra vita abbiamo bisogno di sviluppare un senso di identità, così che possiamo funzionare nel mondo e portare a termine le sfide dell’età adulta di guadagnarsi da vivere e creare relazioni. Nella seconda metà della vita abbiamo bisogno di lasciare andare e andare avanti. Non saremo per sempre capaci di continuare ad ottenere sul piano materiale. Invece di focalizzarsi sul fare le stesse cose, possiamo crescere e svilupparci in nuovi modi. Non possiamo abbandonare del tutto il materiale per lo spirituale, ma possiamo concederci di dedicare più energie al mondo interiore e al rafforzamento e sviluppo di un rapporto più stretto con il trascendente – quei valori ed esperienze che sono eterni e perpetui. Possiamo andare avanti cercando di vivere le nostre vite in accordo con i valori più vicini al nucleo dell’esperienza umana – il nostro sforzo di unirci con la coscienza che è oltre noi stessi, la coscienza che è Divino. Durante la seconda metà della nostra vita la nostra forza fisica viene meno, ma la nostra forza spirituale può rafforzarsi. Mentre una metà della clessidra si svuota, l’altra si riempie. Per fare questo, avremo probabilmente bisogno di sacrificare le nostre ambizioni materiali per gli obiettivi spirituali che possono estendere il nostro sè più interiore e aiutarci a continuare a dare agli altri e realizzare al massimo il nostro potenziale umano. Questo sacrificio viene accennato nel mito della Mezz’Estate – il re solare viene ferito e la sua energia deve concentrarsi all’interno per guarire se stesso prima che possa guarire il mondo.
La fenice è un simbolo del potere creativo. Ricrea se stessa dal fuoco; dal fuoco della sua stessa energia rinasce nuovamente. Alla Mezz’Estate il messaggio è quello di potenziamento, e della nostra abilità di trasformare noi stessi. È un messaggio per la maturità spirituale – nessun maestro, guru, sacerdotessa o sacerdote possono eseguire questo cambiamento per noi. È una trasformazione che non si ottiene senza essere disposti a lasciar andare il nostro vecchio sè; rilasciare il passato per creare una via per il futuro. La fenice offre se stessa a se stessa e rinasce; dalle ceneri del fuoco la nuova fenice spicca il volo, la Stella del Mattino di Ra.

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Vivianne Crowley è autrice di is Phoenix from the Flame: Living as a Pagan in the 21st century. Lei e Chris Crowley tengoni seminari sulla Fenice che sorge per connettersi e lavorare con le energie della fenice. Le prossime date del seminario sono : sabato 2 luglio 2016 a Helsinki, Finlandia, contatti: tiedotus@lehto-ry.org; e sabato 2 aprile 2017 a Roma, Italia, contatti: info@circolodeitrivi.com

Riferimenti
Crowley, Vivianne. 2000. Carl Jung: Journey of transformation – an illustrated biography. Wheaton, Illinois: Quest.
—. 1994. Phoenix from the flame: Living as a Pagan in the 21st century. London: Thorsons/HarperCollins.
Jung, Carl G. 1930/1. The Stages of Life. Vol. 8, in The Collected Works of C.G. Jung, Vol. 8, The Structure and Dynamics of the Psyche., by Carl G. Jung. 1969 ed. First published 1960. London: Routledge & Kegan Paul.
Lane Fox, Robin. 1986. Pagans and Christians: In the Mediterranean World from the Second Century AD to the Conversion of Constantine. London: Penguin.

Ode alla libertà: un’etica neopagana

Il neopaganesimo ha una sua etica possibile, si tratta di un’etica di libertà di cui dobbiamo farci portavoce  ed emissari.

di Davide Marrè

Esistono da sempre due idee di paganesimo che sono cresciute nel nostro paese. La prima è quella di un paganesimo “debole” che vede nella definizione di paganesimo (o neopaganesimo), l’ombrello che raccoglie qualsiasi cosa definisca sé stesso come pagano. La seconda è un’idea “forte” di neopaganesimo, come religione o insieme di religioni o insieme di correnti religiose, raccolte attorno a principi etici e spirituali. Questo neopaganesimo individua all’interno del paganesimo contemporaneo due correnti, indentificate come religioni o insiemi di culti, animati da valori molto diversi tra di loro. La prima corrente propriamente neopagana e la seconda veteropagana e/o tradizionalista.

È su questa seconda concezione di neopaganesimo con cui mi misurerò, una concezione che non accetta come neopagano tutto ciò che si definisce neopagano: parafrasando uno dei principi  del tanto contestato Concilio delle streghe di Minneapolis degli anni ’70,  “per essere pagani non basta definirsi pagani”, o se preferite mettere i puntini sulle i… per essere neopagani non basta definirsi neopagani.

La visione di un neopaganesimo forte si misura inevitabilmente con dei valori differenti dai valori tradizionali. In questo senso il tradizionalismo è visto di fatto, in una prospettiva realmente neo-pagana, come un nominalismo a cui non corrisponde un reale cambio di valori e di etica rispetto all’etica dominata dal cristianesimo: questi valori infatti si rifanno in un modo o nell’altro a quella civiltà dei “padri” (anche se sarebbe meglio dire di certi “padri” e certe “madri”), che si fonda sul sessismo, sulla divisione dei ruoli, sulla segregazione e sulla dominanza. Questo non significa che sia l’unica civiltà dei padri possibile o che sia determinata in modo esclusivo dal genere maschile (al contrario), o in cui il maschio abbia tante più colpe rispetto alla donna. Questa tuttavia è la civiltà che abbiamo conosciuto fino ad oggi.

La civiltà, per come la vedo io, è una configurazione di potere e di poteri a cui ogni essere umano collabora anche contro sé stesso. Questa civiltà, cosiddetta “patriarcale”, si fonda sulla schiavitù, sulla sottomissione, sull’odio per il diverso, sulla segregazione: oggi è la sottomissione tutta contemporanea al denaro, ma anche a un dirigente, a un presidente, a un re, a un imperatore e alla figura più astratta del Dio dei monoteismi o piuttosto ai suoi comandamenti. I padroni del mondo usano le religioni come strumento di governo o di terrore, per restare nell’attualità dei recenti attentati.

È l’omofobia e il razzismo. È la violenza di chi uccide chi non ha lo stesso credo, ma anche di chi vilmente entra in un locale gay e fa una carneficina di vittime innocenti solo perché “amano in modo differente”. È la meschinità di chi propaga le idee del Mein Kampf. È l’attitudine a trovare sempre un responsabile esterno ai nostri problemi, esterno e “alieno”: l’immigrato, lo zingaro, l’omosessuale, l’ebreo, l’appestato, la strega, ecc.

Questa fase della civiltà occidentale, per molti versi forse necessaria, sta tramontando. Il risveglio dell’etica neopagana, in tempi di globalizzazione, ne è un esempio. Perché l’etica neopagana ha il suo cardine nella libertà, una libertà che si oppone urlando silenziosamente alla sottomissione, al razzismo, all’odio nei confronti del diverso.

L’etica della libertà

Questa libertà è espressa, nella Wicca, nella massima: “Fa ciò che vuoi se non danneggia nessuno.” Ma tutto il neopaganesimo condivide un principio simile. Da questa libertà individuale, che in quanto tale deve essere uguale per tutti gli esseri umani, discende il principio di uguaglianza, e dal principio di uguaglianza quello di fratellanza. Tutti noi siamo in grado di riconoscere quei tre valori, liberté, egalité fraternité che hanno animato la rivoluzione francese e che derivano probabilmente da alcune frange di una tra le “prime” tra le associazioni esoteriche e segrete, la massoneria.

Questo principio di libertà viene elevato a legge del nuovo eone da Aleister Crowley nel Liber Al vel Legis: “Fa ciò che vuoi sarà tutta le Legge. […] Amore è la Legge, amore sotto la volontà.”

Fa ciò che vuoi: ogni essere umano ha diritto all’autodeterminazione, alla propria realizzazione e alla propria personale evoluzione. Questo principio è stato elevato a principio etico della Wicca e reso in qualche modo più esplicativo, essoterico, da Gerald Gardner, il fondatore della Wicca, “fa ciò che vuoi se non danneggia nessuno”, per diventare un riferimento dell’etica neopagana.

Si tratta di un principio etico che tuttavia non ha bisogno di un Dio, né tantomeno di Dei. Esso è semplicemente autofondante. Se io riconosco di poter essere libero, riconosco questa libertà possibile a tutti i miei simili. Nel momento in cui non rispetto questa libertà, come valore umano assoluto, divento io stesso uno schiavo. La sopraffazione è una catena circolare, se non riconosco il principio di libertà, mi inserisco nella catena dove per sopraffare qualcuno, prima o poi sarò io stesso sopraffatto da qualcuno. Naturalmente ho la libertà di accettare o rifiutare la libertà stessa, o meglio, nascendo in catene, ho la possibilità di spezzare la catena: questo è ancora un mondo di schiavi. Essere poi al servizio della libertà è la cosa più difficile. Perché l’uomo non nasce libero, ma deve conquistare la sua libertà.

Nell’Incarico della Dea, il principale testo della Wicca, la possibilità di essere liberi e il dovere di liberarsi, è espresso magnificamente nelle frasi tratte da AradiaIl Vangelo delle streghe: “Voi sarete liberi dalla schiavitù!” Ma la Dea ci dice anche che la libertà si conquista, essa è assoluta, ma non è data: “Io sono ciò che è conquistato alla fine del desiderio.” Per un wiccan la libertà è quindi l’essenza del suo percorso: essa è data come possibilità ed è una missione conquistarla.

Nessuna realtà superiore (sia essa lo Stato o la Religione) avrebbe il diritto di interferire in questa realizzazione. L’unica limitazione posta dal “se non danneggia nessuno” è che la tua libertà finisce dove inizia quella dell’altro e che questo altro è da intendersi sia come “tu” che come “esso”, altro essere umano e altro essere.

Principio laico

La libertà come principio radicale sta anche nel cuore della fondazione delle moderne democrazie laiche. È un principio che noi, come neopagani, consideriamo in qualche modo religioso, ma che è parte dell’etica laica. Anche se spesso lo stato in quanto nazione ha limitato i diritti delle persone, questi sono stati via via conquistati grazie alla possibilità di azione, di protesta, di libero pensiero e libera parola, impossibile in qualsiasi totalitarismo. Pensiamo al suffragio universale, alle pari opportunità, al divorzio, alla depenalizzazione dell’omosessualità, alla revisione di leggi coercitive contro i malati psichiatrici, al rispetto delle minoranze che è il fondamento di ogni società civile e democratica. Un neopagano avversa qualsiasi tipo di totalitarismo che limiti, in nome del bene superiore della Nazione, la libertà individuale.

Si tratta di un principio che non ha origini nel cristianesimo, come spesso si cerca di far credere, ma che ha origine proprio in opposizione ad esso. Prima nel Rinascimento, con la rinascita degli ideali classici, poi con l’Illuminismo, poi nel neoclassicismo e nel positivismo che ha visto la nascita dell’Italia come nazione attraverso il risorgimento in opposizione alla Chiesa.

Questa laicità è neopagana perché accetta tutte le religioni, ne garantisce l’esistenza, così come nell’antichità si garantiva la pluralità di dei e in alcuni periodi storici la pluralità di culti, come fanno del resto diverse scuole esoteriche o spirituali (non solo la Massoneria, ma anche la teosofia, la Goleden Dawn, ecc.) Non c’è niente di più errato di quanto dichiarato da Papa Francesco: “O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi in coloro che vogliono toglierti dai luoghi pubblici ed escluderti dalla vita pubblica, nel nome di qualche paganità laicista o addirittura in nome dell’uguaglianza che tu stesso ci hai insegnato.” La laicità pagana non toglierebbe mai alcun “idolo” da alcun luogo pubblico, al massimo vorrebbe aggiungere delle divinità. Non è infastidita da una croce appesa, ma al massimo dal fatto che ci sia solo quella. La laicità che vuole il vuoto è invece proprio la laicità nata nell’ombra dell’ideale cristiano, solo che all’”unica” croce sostituisce un “unico” vuoto.

Il bene e il male

Sul cardine della libertà si instaura anche un diverso concetto di bene e di male. Per spiegare questo concetto di bene e di male, mi viene automatico fare riferimento alla visione tradizionalista del bene e del male come è espressa da Elemire Zolla, che io trovo aliena, come quella di un inquisitore. Elémire Zolla, fa parte di quella che si suole chiamare “Scuola tradizionalista”, tra cui si annovera anche Evola, e sul cui pensiero si fonda un certo veteropaganesimo.

Nel commento al Signore degli Anelli, Zolla individuerebbbe una differenza “sottile e radicale, come fra la notte e il giorno” che discriminerebbe Tolkien, da Graves e Williams e Powys. Ammesso e non concesso che questa differenza esista, secondo Zolla essa sta nel fatto che per l’autore in Tolkien non si trova la mediazione tra bene e male: “i suoi draghi non sono da assimilare, da sentire in qualche modo fratelli, ma da annientare.”

Ecco per un neopagano i draghi, che pur rappresentano le forze ctonie (e oscure) della Terra, non sono mai da annientare. Secondo Zolla, in Graves, su cui tanto si basa la rinascita del neopaganesimo, “sempre si torna a venerare una Madre Bianca che è sorgente di energia tutta terrestre. In breve, ci si ritrova nell’atmosfera consueta, moderna, erotica, intrisa di confusione, androgina, che fu inaugurata da Blake, che è stata nella scorsa generazione formulata da Jung.”

Ebbene l’etica neopagana è proprio moderna ed erotica, intrisa di confusione, androgina. L’eroe di quest’etica è spesso “goffo, violento, puerile, svergognato, oltraggia l’ordine dei sessi, della religione e della famiglia stessa.” Bene e male in quest’etica appaio “intrecciati in modi inestricabili.” Non tanto per desiderio di “collaborazione” con il male, quanto per l’inevitabilità dell’Ombra che è già dentro di noi. Questo non significa che non si debba ingaggiare la battaglia con l’Ombra, ma che anche l’Ombra possa essere oggetto di compassione. È questo che Zolla, in un cieco manicheismo, non comprende.

Ma il suo parallelo, nel citare una famosa opera contemporanea, è assolutamente corretto. Parlando della protagonista di Rosemary’s Baby di Ira Levin, la definisce misera perché “guardando il mostricino partorito dopo il connubio con Satana, il cui occhio felino è esattamente uguale a quello del Male assoluto di The Lord of the Rings, sussurra: «Non può essere tutto malvagio, non potrebbe esserlo. Anche se mezzo Satana, era pure per metà suo, per metà un essere umano decente, ordinario, sensato… Se ella avesse operato contro di loro, esercitando un’influenza buona per contrastare la loro, maligna…».” Misera è la sua ricerrca di umanità nel figlio di Satana. Egli non comprende invece che è ben misera sua visione manichea, mentre una madre, o se preferiamo la Madre, levandosi davanti al Male, riconosce sempre un qualcosa di buono ad ogni creatura, soprattutto quando esprime solo potenzialità e nessun atto, come un infante. Non c’è dubbio che qualora questa Madre avesse sentito la necessità di lavare i peccati dell’umanità, avrebbe certamente trovato una soluzione differente che quella di sacrificare suo figlio. Per Rosemary, una madre umana, si tratta di un atto eroico e allo stesso tempo folle: scorgere il lato umano della Bestia. Perché la Madre può.

Perché in fin dei conti… il male assoluto non esiste. Di questa rivalutazione del mostro è intrisa tutta l’arte pop contemporanea, un’ininterrotta celebrazione dell’Ombra, che non risparmia nemmeno la più famosa saga di Guerre stellari. Ha rivisto Dracula e il mito del vampiro. Da Penny Dreadful ad American Horror Story per finire con Game of Thrones, ecco la sequela di eroi goffi, violenti, puerili e svergognati. Ecco questi eroi che non sono paladini del bene o del male, ma della vita. Eroi che governano draghi, che dubitano, dall’etica dubbia e incerta, quando non completamente ribaltata. Eppure anche nel più tenebroso si scorge una luce. In AHS Hotel il manipolo di fantasmi, serial killer, vampiri, ma soprattutto madri (ce ne sono tre) afferma con orgoglio e rivendicazione: “We are family.”

La sensazione, ma è una sensazione che non ha nulla di logico, è che questa famiglia dalle dinamiche così distruttive e fagocitanti, è meno pericolosa per il mondo di quella famiglia per bene, piccolo e medio borghese che nei decenni dopo il II dopoguerra ha messo a rischio con le politiche della Guerra fredda il mondo intero. È l’etica della famiglia Addams, quella della totale alterità / diversità, contro il modello della famiglia Bradford, la normalità, che è il vero mostro: la banalità del male. Quella fatta di campi di concentramento, manicomi / lager, rifiuto del diverso. Mi viene quindi più naturale sentirmi molto più figlio della famiglia Addams.

Una visione neopagana della famiglia

Cambia la famiglia e cambierai il mondo. Senza entrare nel merito della storia della famiglia, che non mi compete, è evidente che la crisi del concetto di famiglia borghese sta cambiando profondamente la società. Questo modello di famiglia, molto giovane peraltro, con cui si fa coincidere la famiglia tradizionale, esiste da relativamente poco tempo e si è delineato come il modello padre e madre e figlio / figli.

La famiglia rurale e quella preindustriale erano molto diverse. Soprattutto la prole era per lo più forza lavoro all’interno di una società molto rigida.

Oggi noi seguiamo quel modello di libertà per cui l’individuo persegue la sua realizzazione, una realizzazione in cui la famiglia di origine e i genitori dovrebbero intervenire il meno possibile o quel tanto che basta. Perché l’unica famiglia naturale è quella dove c’è amore e l’amore è imperfetto e umano, talvolta generatore di mostri.

Mentre la famiglia della tradizione è la fucina dove si fanno i figli, per Dio o per lo Stato non ha differenza e dove si trasmettono i valori (quelli di Dio e dello Stato), la famiglia del nuovo paganesimo non può fondarsi su questo. Essa è il luogo dove le persone esprimono per la prima volta la propria libertà e i suoi confini. È la palestra di ogni relazione che si fonda sul rispetto della libertà dell’individuo. Essa è il luogo (o dovrebbe esserlo) dove gli individui si valorizzano gli uni con gli altri, dove l’Uno diventa i molti.

Esistono poche parole chiave che possono qualificare la nuova famiglia. La prima è scelta, non perché in qualche modo la famiglia si scelga, ma perché essa dovrebbe essere il luogo dove si impara a scegliere. E nonostante la famiglia tradizionale sia lontanissima da tutto questo, sempre più la famiglia contemporanea si trasforma da luogo delle aspettative dei genitori verso i figli (e dei figli verso i genitori), a luogo delle scelte della vita: voglio o non voglio essere come te, voglio o non voglio seguire il tuo modello, voglio o non voglio che tu sia questo o quello. Perché a genitori e figli spetta in qualunque caso la necessità di scegliersi o di non scegliersi. È su questo che si instaura la relazione: una relazione piena di se e di ma, perché sono cadute le figure tradizionali che sono stati i capisaldi di questa relazione… ma piena di possibilità, dove le figure genitoriali e quelle dei figli si ridefiniscono costantemente.

In questa ridefinizione dei ruoli, l’assenza di aspettative gioca un ruolo fondamentale nella libera espressione di sé. È evidente che ogni termine della relazione ha sempre delle aspettative, ma queste aspettative si devono misurare con la persona per lasciare spazio all’espressione autentica di se e dell’altro. In questo modo le aspettative, i desideri, i sogni si trasformano nella quarta parola chiave… quando le aspettative vengono meno appare l’accettazione.

Accettazione non è una supina presa d’atto che “sei così e io non posso fare nulla”, accettazione è prendere atto che la persona è un tu che si forma nella relazione e che questa relazione se si fonda nell’amore è imprevedibile: ama e fa ciò che vuoi diceva Sant’Agostino che non a caso nel De Magistro si è occupato proprio di educazione.

L’insegnamento

I genitori insegnano attraverso quella particolare relazione che si svolge nella famiglia e che dovrebbe essere un “lasciar essere”, una delle cose più difficili perché implica un’attenzione totale all’altro e alla sua manifestazione e una “cura” dell’essere che convinca e non costringa.

Ma c’è un insegnamento che viene da coloro che si offrono come guide (maestri, insegnati, tutor, counselor, guide spirituali, ecc.). La questione posta da Sant’Agostino è ancora tipicamente pagana perché si incardina nei temi del neoplatonismo: c’è una vera natura dell’anima? Come partecipa quest’anima al mondo della verità che però non appartiene al mondo che viviamo ogni giorno? L’insegnamento è quindi la capacità di far sì che la mente dell’uomo possa accedere alla più intima verità di sé stesso, che in realtà lo trascende. Si ritorna al Sé di Jung, alla funzione trascendente.

Nell’ottica neopagana della libertà, non esistono maestri, almeno non come nell’intendimento delle altre religioni. Nel neopaganesimo non ci si consegna ad un maestro per apprendere. Si può decidere se cercare una guida che ci aiuti ad apprendere. In molte coven tradizionali gardneriane l’apprendimento era affidato all’aspirante e all’iniziato che semplicemente guardavano ciò che facevano gli altri.

Nei misteri di Iside accadeva la stessa cosa, i sacerdoti sono esecutori della volontà della Dea, mentre l’iniziativa prima spetta all’iniziato. Manca l’affidamento al maestro / sacerdote perché prima di tutto l’iniziato si affida alla Dea, i sacerdoti sono a volte degli interpreti, a volte dei “facilitatori” della volontà degli dei, cioè di ciò che viene dal profondo dell’iniziato. I sacerdoti non danno permessi, parlano chiaro rispetto al lavoro da fare, al sentiero da compiere. Punto. Tutto ciò che l’iniziando / iniziato fa oltre al lavoro spirituale che gli è dato è un problema suo: è la sua vita. Il sacerdote ne parla se interpellato, ma non ha alcun diritto a intervenire se non offrendo dei consigli e facilitando il lavoro spirituale relativamente agli impegni della vita.

Questo può disorientare il praticante che spesso si aspetta che siano gli altri a compiere il cammino per lui o che arrivi dalla guida un aiuto che è impossibile dare.  La guida, l’insegnante non è quindi che un alleato del maestro interiore. Offre una preparazione a comprendere la sua lezione, ad ascoltare la sua voce. È così che l’insegnamento dovrebbe sempre trasformarsi in una via verso il divino, verso gli dei, verso la pluralità della manifestazione che conduce ad un’unità trascendente. La scelta sempre possibile, la porta di uscita sempre aperta, il cammino da percorrere, ove possibile, almeno idealmente, chiaro.

La guida è colei che accenna, come fanno gli oracoli: il Signore che ha l’oracolo in Delfi non dice e non nasconde, ma accenna. Accenna al Sé, se lo ha trovato o se lo sta a sua volta cercando, all’unità trascendente dell’essere, a quell’idea di unità che è anche la fonte dell’integrità individuale.

Unicità e pluralismo

Questo concetto di unità trascendente è stato spesso fuorviante. È chiaro innanzitutto che esso è per lo più un concetto, un’idea appunto, la prima idea quella dell’Uno. Ma noi facciamo costantemente esperienza di un mondo molteplice. Parlando dell’Uno, il filosofo pagano Plotino afferma che esso è al di sopra dell’essere, pertanto è ineffabile e impredicabile ed è un limite per la ragione. Chi conosce il taoismo avrà in mente la frase: il tao che si può dire non è l’eterno tao. Essendo l’Uno non oggettivabile e non conoscibile, Plotino non può pensarlo come realtà statica senza entrare in contraddizione. Lo concepisce quindi come libertà infinita o assoluta potenza: ecco che ritorniamo al concetto di libertà. Una realtà che non ha mai conclusione e che quindi genera continuamente sé stessa, solo così si oggettivizza e crea il mondo. Lo fa perché la sua abbondanza trabocca perché nell’estasi autocontemplativa esce appunto fuori di Sé, non perché ne abbia necessità, ma perché donarsi è la sua natura e così si disperde nel molteplice.

La concezione dell’Uno di Plotino, come nel Taoismo, non nega affatto gli Dei. Le divinità negli sviluppi successivi del neoplatonismo sono il modo in cui l’uno si fa comprensibile, ma la molteplicità delle divinità non nega l’Uno.

Questa filosofia che si sviluppa con Porfirio pone al vertice dell’ordine universale una triade primordiale, cioè un dio assolutamente trascendente (ἅπαξ ἐπέκεινα, fr. 169 Des Places), cioè l’Uno plotiniano, una divinità femminile intermedia o «Potenza» (δύναμις, fr. 4), che viene identificata con Ecate, intesa come Anima del mondo, e infine un Intelletto demiurgico rivolto sia al sensibile sia all’intelligibile. È questo Demiurgo che è l’Architetto del mondo. La Wicca offre una visione molto simile: questa triade superna è rappresentata (sebbene in modalità diverse) dalla Dea e dal Dio e da un divino ineffabile, inteso a volte come forma di energia, come mana, potere magico, essenza primordiale e varie concettualizzazioni.

Al di sotto di questa triade suprema esistono altri dei, ma anche esseri divini con la funzione di mettere in contatto uomini e dei, di premettere l’armonia dell’universo, e infine di favorire l’ascesa delle anime individuali.

Le divinità sono ora mediatori con l’ineffabile, altre volte guide, mentre il destino delle anime è quello di liberarsi dal mondo raggiungendo una purificazione completa che le elevi al rango di compagne degli dei.

Per Giamblico la mediazione tra molteplicità e unità si attua attraverso la teurgia: un sistema di riti, preghiere, evocazioni, invocazione alle divinità, divinazione tramite sogni, oracoli, ispirazione e simboli che rappresentano la mediazione fra il mondo materiale dell’umano e quello trascendente del divino. Il neopaganesimo è un tentativo contemporaneo che riflette l’esigenza di mediazione tra il divino interiore, tra quella parte ineffabile che è in noi, e la molteplicità in cui siamo immersi.

Nonostante siamo molto lontani dai rituali teurgici di Giamblico la filosofia che anima i rituali pagani è la stessa: connessione del microcosmo con il macrocosmo. Il problema è che per lungo tempo siamo stati immersi in un finto richiamo all’unità come se essa potesse esistere nel mondo.

Quante volte siamo stati abituati all’idea che esista un solo lavoro adatto a noi, una sola fede, persino un solo uomo o donna nella nostra vita. Questa sorta di monismo oggettivato è quanto di più lontano dalla filosofia neoplatonica che insegna che l’Uno, ineffabile e intelligibile, è libertà. La civiltà ha pensato invece di ordinare così il molteplice, non avrai altro dio, altro lavoro, altro compagno, ecc. I rituali neopagani tendono quindi piuttosto a ristabilire un rapporto corretto con la molteplicità in primis, rappresentata dalla Natura, dagli dei, dalla varietà degli esseri, piuttosto che con l’Unità che è stata erroneamente oggettivata, nel Dio unico per esempio, nella fede unica, nell’unica verità, e che ha piegato il mondo a questo modello. Uscire dall’idea dell’unità oggettivata è difficilissimo perché l’uno oggettivato ci perseguita in ogni ambito della nostra vita come abbiamo visto. Il Dio unico ha in qualche modo soggiogato la verità dell’Uno, ineffabile, inintelligibile e soprattutto infinitamente libero.

Quest’idea di unità si è talmente oggettivata da diventare egotismo, culto dell’uno me. Culto della mia unità, eppure se guardiamo all’Io, il cui simbolo è spesso indicato con il simbolo solare, il cerchio con il punto al centro. Quell’oscurità centrale non è altro che il punto dove si manifestano la molteplicità degli archetipi. L’Io, ben lungi dall’essere unico, è solo un teatro dove si manifestano le istanze più svariate.

Natura

Per uscire da quest’idea di unità oggettivata che perseguita l’uomo occidentale, le religioni neopagane si sono rivolte in primo luogo a quella dimensione di molteplicità e teatro della diversità che è la natura, anzi la Natura. Armonizzarsi con la Natura diventa riconoscere la molteplicità quella propria interiore e quella esteriore. Perché la Natura è il teatro dell’accadere molteplice, della diversità, dell’eccezione. Mai espressione fu più contraddittoria che “contronatura”, in linea teorica nulla è contronatura, a parte forse la tecnica. Tuttavia produrre tecné è parte della natura umana, esattamente come è naturale che il ragno produca la tela.

Nel rapporto tra tecnica e Natura, si giocherà nei prossimi secoli il divenire stesso dell’umanità. Dominare la tecnica o farsi dominare da essa. Integrare la naturalità in uno schema più ampio che si complementi con la tecnologia in un’evoluzione continua. Oppure tentare il dominio totale della Natura spogliandola di ogni attributo divino che è l’istanza a cui si oppone fortemente il neopaganesimo contemporaneo.

Al centro di questa battaglia che nel neopaganesimo vede il recupero della Natura come teatro del molteplice, ma anche come luogo del divino, dove è possibile primariamente scorgere l’anima del mondo, l’Ecate dei neoplatonici, che vede come attributo naturale dell’uomo quello del “fare anima” esattamente come del produrre tecnica, c’è il “corpo”.

Corpo

Perché il corpo è il mezzo e il teatro in cui tutto si produce. Esso può essere il luogo della naturalità, perché è ciò che più ci fa comprendere la nostra vicinanza al mondo dei viventi, con le sue funzioni e i suoi cicli. Può essere il luogo della tecnica perché ci viene naturale espanderlo con gli strumenti della tecnica (sia una forchetta o un cellulare). Può essere infine il luogo del divino perché è nell’essere nel mondo con il nostro corpo che possiamo cogliere quelle aperture del sacro dove il divino si manifesta a noi, nella forma del dio che portiamo dentro.

Il corpo è quindi il tempio del fare anima, del dare anima alle cose, del ridare vita al mondo, è il tempio abitato da simboli e archetipi, per cui una rosa non sarà mai soltanto una rosa quando vista con gli occhi di questo corpo che sono si occhi fisici, ma anche occhi dell’anima. Il corpo è anche l’altare dello spirito, perché è attraverso l’unità del Se corporeo che ogni esserci sperimenta l’unità originaria e quella scintilla che brilla sull’altare che è il Se, l’idea di uno ineffabile, inconoscibile, eppure presente. Il corpo è anche l’inferno della materia, della degenerazione e della morte a cui l’Io si oppone desiderando la sua immortalità attraverso la tecnica che sfidala degenerazione e ha dichiarato guerra alla morte.

Il corpo è quindi valore assoluto: Michelangelo lo aveva compreso perfettamente. Basta dare uno sguardo a quell’immenso inno al corpo che è la cappella sistina per rendersene conto. È in questo tempio che si attua ogni cosa, è da questo tempio che l’Io muove i primi passi verso il simulacro dell’anima (la Dea) e dove riconosce l’altare dello spirito (il Dio). Due sono le colonne che alle porte del tempio sono erette, la forma e la forza, divine e perfette, dice il Credo delle Streghe della Valiente. Questo tempio dell’anima e dello spirito è pervaso da una luce, un mana, un’energia che è il riflesso del divino inintelligibile. Il corpo rappresenta infine la libertà originaria, la dualità di anima e spirito, di Adamo ed Eva, del Dio e del della Dea. Perché in questo tempio splende la libertà infinita dell’Uno che noi possiamo cogliere e ammirare. Fa ciò che vuoi sia la sfida, così nell’amore che non danneggia nessuno sia compiuto ogni atto, continua il nostro Credo.

Opporsi alla fondamentale libertà che l’individuo esercita entro il suo tempio, attraverso l’espressione di Sé e della sua anima, soffoca il divino stesso. E quando quest’espressione sarà realmente autentica essa sarà davvero libera e incapace di nuocere al mondo e agli altri. È a questo ideale di libertà assoluta e quindi consapevole di tutte le “altre libertà” che deve tendere un’etica veramente neopagana.

È un’etica che mette nelle mani della persona innanzitutto la gestione del Suo tempio e che rende il tempio del corpo vincolato alla volontà di chi lo abita, a questa volontà che agisce tra le mura del tempio nessuno può opporsi: essa decide entro di sé del suo essere e del suo non essere più. Guai a chi interviene nel limitarne le possibilità.

Quando si confronta con le altre volontà nella valle dei templi del mondo, lo fa ispirandosi alla propria natura di essere libero e pertanto, ne coltiva e ne rispetta la libertà in un ideale di comune fratellanza. E vigila affinché le leggi di un popolo siano garanti della massima espressione della libertà di ciascuno.

Fatto salvo questo principio di inviolabilità, non dovrebbe essere difficile aderire ad un comportamento etico anche nei confronti anche di esseri diversi da noi e della Natura stessa che ci ha fornito i mattoni di cui il tempio è costituito, che il Demiurgo ha innalzato e che risplendono della luce dell’Uno.

Così ecco il fine etico fondamentale del neopaganesimo: formare individui in grado di reclamare la propria libertà.

Di Peni sacri e divine Vagine

di Pietro Colombo

La riesumazione timica del sentire ierogamico

 

 

“Sex and magic are intertwined experiences—sex is one kind of magic, and magic can be, while erotic and arousing, not necessarily sexual in the way that is often understood”.

Phil Hine, Sex Magic, Tantra & Tarot: The Way of the Secret Lover

 

Ancora ricordo le risatine delle giovani generazioni quando si approcciano per la prima volta al significato del “Sesso Sacro”. D’altra parte, tristemente, noi italiani siamo cresciuti in un contesto sociale dove la religione viene completamente desessualizzata e in cui la corporeità è considerata “bassa”. Il cristianesimo ha data buona lena al fenomeno, l’immacolata concezione per esempio; la risemantizzazione del corpo e la sessualità solo e unicamente vista per finalità riproduttive. Abomini della storia al fine della politica del controllo del corpo. Cerchiamo però di definire cosa è adesso e per noi la sessualità legata alla stregoneria. Ma non è colpa del gender, sia chiaro.

 

Quando gli Dei si sposano

 

Viene chiamata ierogamia e ci viene da lontano. Il concetto di hieros gamos (dal greco ερς γάμος o matrimonio sacro) si riferisce ad una ritualità sessuale che simboleggia l’accoppiamento tra divinità; spesso rappresentato da un rito simbolico i cui partecipanti al rito o  la classe sacerdotale si assumono-assumevano il ruolo delle rispettive divinità. Simboleggia l’unione fisica coadiuativa alla fertilità naturale di uomini e animali in cui l’atto sessuale diveniva entità sacrale, passaggio stagionale, unione tra l’umano e la divinità, creazione di “vita” intesa nel concetto di bios greco. Le cerimonie ierogamiche, presenti in diversi contesti sociali e culturali, si ritrovano in tutte le forme religiose, castrate della sessualità o meno. Dalla prostituzione sacrale di differenti religioni ai Veneralia romani fino a giungere ai riti orgiastici in onore di Dioniso. Il corpo e la sessualità sono sempre stati al centro del sentire religioso, la via dell’estasi, le unioni sacre. L’orgasmo si risemantizza e diviene unione con la divinità.

 

Il corpo sacro: l’organo sessuale come archetipo divino

 

 Tutti noi abbiamo presente le raffigurazioni delle prime veneri preistoriche, la corporeità sfumata, i fianchi evidenti, la vulva esposta, grottescamente ingrandita rispetto alla figura. È il primo esempio di sacralizzazione dei genitali. Questo concetto si sussegue per tutta l’arte antica, si conserva nelle religioni orientali e viene ripresa anche dalle prime forme cristiane con, per esempio, il termine “testamento” inteso come “atto del giurare tenendo i testicoli del giurante nel palmo della mano”. La corporeità si rimpossessa del contesto moderno con la svolta politico-sociale degli anni 60-70 e la riaffermazione del proprio corpo inteso come libertà individuale; torna nei contesti religiosi, si riafferma in forme diverse. E da qui riflettiamo.

 

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Le forme attuali della sessualizzazione sacrale

 

Noi streghe ormai siamo troppo avvezz* alla pratica rituale della ierogamia, l’athame e la coppa, la simbologia innata della penetrazione e benedizione. Ma questa è una pratica, e una sola, che viene eseguita all’interno del contesto religioso della Wicca, dell’intero panorama magico-religioso moderno. L’Ars Sexualis, in un contesto più ampio, è intesa come quella pratica della magia sessuale che si focalizza generalmente sull’energia scaturita dall’orgasmo o quella in latenza presente nello stato di eccitazione sessuale al fine di raggiungere il risultato magico desiderato. Uno degli esempi più prominenti di questa via è Aleister Crowley. The Beast 666 scriveva infatti “Ogni individuo ha il diritto assoluto di soddisfare il proprio istinto sessuale come è fisiologicamente più corretto per lui. L’unica ingiunzione è quella di trattare tutti gli atti come dei sacramenti. Non si dovrebbe mangiare come bruti, ma per consentire ad ognuno di realizzare la propria volontà. Lo stesso vale per il sesso. Dobbiamo usare ogni facoltà per favorire quell’unico oggetto della nostra esistenza”.[1]

 

La libertà del singolo, sia sociale che religiosa, deve quindi divenire fondamento per la presa in conoscenza della liberazione del proprio corpo e della propria sessualità. Il dogmismo culturale che ci portiamo dietro non deve frenarci qualora volessimo capire meglio e senza moralismi castranti la concettualità sottostante le ritualità ierogamiche. Oppure, concettualizzando il cambiamento con le parole di Albert Mohler:

 

Moral change generally takes a rather long period of time, and in a way that is consistent with a culture’s moral commitments. A moral revolution represents the exact opposite of that pattern. What we are now experiencing is not the logical outworking of the West’s Christian-influenced teaching on human sexuality, but the repudiation of them.”[2]

 

 

 



[1] Crowley, Aleister (1970). The Confessions of Aleister Crowley, ch. 87. New York: Farrar Straus & Giroux

[2] Albert Mohler, We Cannot Be Silent: Speaking Truth to a Culture Redefining Sex, Marriage, and the Very Meaning of Right and Wrong​ (Thomas Nelson, 2015)

Santo o Natura? Il Maggio di Accettura

di Salvatore Fortunato

 

 

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Una gita fuori porta …

In questi giorni si sta svolgendo in un piccolo centro della Basilicata, immerso nei boschi, una festa patronale che perpetua antichi riti legati indubbiamente alla fertilità. Una fronda di agrifoglio trasportato a spalla per circa 15 km dalla foresta di Gallipoli, la così detta Cima incontra, in paese, il Maggio, un cerro di quasi trenta metri di lunghezza trascinato da coppie di buoi dal bosco di Montepiano. Inizia così una grande festa con il compimento del loro matrimonio. Con qualche amico quest’anno mi sono recato ad Accettura a respirare quest’aria di festa. Nell’attesa dell’arrivo del Maggio ci siamo recati nella chiesa di San Giuliano dove un lucido prete ci ha dato qualche informazione sulla festività. A quanto pare la Chiesa ad un certo punto si interessa a ciò che succedeva nel paesello lucano e manda qualcuno proprio per controllare cosa “si stava combinando” , come ci ha detto il prete. In effetti dall’archivio parrocchiale si rileva che il culto di san Giuliano è cominciato a manifestarsi dal 1725 ma il patronato ufficiale si ebbe solo nel 1797 dopo una disputa sull’autenticità delle reliquie. L’unione della festa precedente del maggio e la festa di san Giuliano trova la sua conferma nella celebrazione del Centenario nel 1897 anno in cui si posò per la prima volta il santo in largo san Vito.

Dopo la piacevole chiacchierata con don Filardi ci siamo recati al Museo dei culti arborei dove il preparatissimo naturalista Antonio de Bona ci ha spiegato un po’ le origini della festa. “Quando l’uomo vede un oggetto con un certo potere, se lo porta a casadice de Bona facendo l’esempio dell’agrifoglio la cui caratteristica difensiva data dalle spine l’uomo vorrebbe per sé. Partendo da questo concetto è facile capire come l’albero abbia sempre avuto un ruolo principe nell’immaginario dell’uomo. I frutti simboleggiano abbondanza, il legno forza, i rami flessibilità, i fiori bellezza e così via. Da qui il buon Antonio azzarda anche un estemporaneo oroscopo degli alberi riprendendo un po’ il folclore dei celti. Io sarei un castagno.il castagno” prosegue il naturalista “ha dato molto all’uomo quando non aveva da mangiare, pensate alla farina di castagne”. In effetti dai discorsi sull’importanza degli alberi nella storia dell’uomo non posso che fare una breve riflessione. Il grande “ossimoro simbolico” dell’albero. Esso infatti rappresenta la natura selvaggia eppure proprio da esso l’uomo crea la civiltà come ci fa notare il nostro esperto: “dal legno degli alberi l’uomo ha ricavato la ruota, le assi per la ferrovia, i primi aerei”. In effetti è proprio così.

 

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Il simbolo dell’albero

La celebrazione del Maggio di Accettura appare, nelle linee fondamentali, fedele ad uno schema che si ritrova nei culti arborei presenti in Europa. Il Frazer riteneva che questa usanza portasse nel paese “lo spirito fecondatore della vegetazione risvegliatasi con  la primavera”, mentre il Manhanardt vede nell’albero di maggio lo spirito della vegetazione che esercita “i suoi benefici anche sugli animali e sull’intera comunità”. Pochi oggetti sono stati così carichi di contenuti simbolici come l’albero. Esso è simile per certi versi all’uomo: piantato nella terra ma rivolto al cielo conciliando l’alto e il basso, il mondo celeste e quello terreno. L’albero quindi come immagine concreta della verticalità rappresenta l’axis mundi, l’asse del mondo attorno a cui è disposto gerarchicamente il cosmo: pensiamo all’Yggdrasil dei Germani o in maniera più intellettuale l’Albero della Vita della Qabbalah. Scrive Eliade: “Nei miti e nelle leggende sull’Albero della Vita abbiamo spesso trovato implicita l’idea che esso si trova nel centro dell’Universo e collega Cielo, Terra e Inferno. Questo dettaglio di topografia mitica ha valore particolarissimo nelle credenze dei popoli nordici, sia altaici che germanici e centro-asiatici, ma la sua origine è probabilmente orientale (mesopotamica). Gli Altaici, per esempio, sanno che sull’ombelico della Terra cresce l’Albero più alto, gigantesco abete, i cui rami si estendono fino alla dimora di Bai-Ulg„n¯, cioè fino al Cielo. Molto spesso l’albero sta in cima a una montagna, nel centro della Terra. I Tartari Abakan parlano di un monte di ferro sul quale cresce una betulla con sette rami, verosimilmente simbolo dei sette piani del Cielo (ideogramma di origine babilonese, sembra). Nei canti degli sciamani Ostiak Vasjugan, l’albero cosmico ha sette gradini, come il cielo; attraversa tutte le regioni celesti e affonda le radici nelle profondità sotterranee[1]

Per il cristiano l’albero della vita è la croce di Cristo e spesso essa è raffigurata con rami e foglie. Tutto il simbolismo dell’albero però si basano in fondo su di un residuo dell’antica religione “naturale”, per la quale gli alberi non erano soltanto fornitori di legno, ma entità animate e popolate da ninfe e spiriti con i quali l’uomo aveva qualche rapporto sentimentale. Ecco il tema del sentimento inteso come sentimento amoroso connesso quindi inevitabilmente alla fertilità.

 

 

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Matrimonio di fertilità

Il maggio di Accettura non è l’unico esempio di residui di culti arborei in Lucania. Sono però tutti riti “matrimoniali” legati ad un mondo contadino e prevalentemente animistico, tipici di pochissime altre località del Mediterraneo. Tra le località che celebrano i Maggi e i culti arborei in Basilicata oltre alla citata Accettura ci sono Oliveto Lucano, Pietrapertosa e Castelmezzano, inoltre nella zona del massiccio del Pollino a cavallo tra Basilicata e Calabria vi sono Rotonda, Viggianello, Terranova di Pollino, Alessandria del Carretto e Castelsaraceno. In quest’ultimo paesino viene sposata la Cunocchia cioè le fronde di un abete con il tronco robusto di un faggio, la celebre ‘Ndenna: anche qui è un rito d’amore in “onore” questa volta di sant’Antonio in occasione però del Solstizio d’Estate. A Rotonda è il faggio a fare il maschio: l’ A Pitu. Mentre la femmina è la Rocca la cui unione “omaggia” sant’Antonio da Padova. Si può notare che cambiano i Santi e cambiano i tipi di alberi ma rimane sempre una costante: l’unione del Maschile e del Femminile che è per tutta la comunità sicuramente benaugurante. Questo fattore è fondamentale per capire il senso e l’origine della festa. Due alberi si uniscono, la Cima viene innestata al Maggio: è palese l’unione fisica che spesso viene gentilmente definito matrimonio. Questo elemento esclude a parer mio, anche l’ipotesi della derivazione longobarda del Maggio. Il voto longobardo infatti consisteva in una sorta di “torneo” di stampo guerriero dove i cavalieri, a turno si lanciavano al galoppo e, giunti al limite stabilito, ritornavano verso l’albero, afferravano un brandello della cotenna precedentemente appesa tra i rami e mangiandolo esprimevano un voto. Nulla di paragonabile all’unione di due alberi ed alla relativa magia di fertilità. Quando il mio amico, preso dalla foga del “fotoreporter” voleva fare la foto sopra il Maggio, il pastore con il bastone gli ha intimato un secco no: “solo le femmine salgono sul Maggio”. È chiaro quindi che sia rimasta nella memoria collettiva il senso del rito e per quanto la diocesi si sforzi di ammantare di devozione verso un patrono piuttosto che un altro queste antiche celebrazioni, rimane ben chiaro l’intento magico-propiziatorio. In una brochure che don Filardi mi ha gentilmente regalato c’è scritto: “Qualunque sia stato il momento o l’occasione in cui ad Accetura il Maggio sia stato cristianizzato, notiamo che questo incontro ha fatto scomparire gli elementi magici e , conservando i valori buoni, che questa festa primitiva aveva per la comunità, li ha rinsaldati con la fede vivace nel Santo Protettore.[2]. Ovviamente basta recarsi in loco per capire che questa affermazione è palesemente falsa. Ho visto con i miei occhi gente che si portava a casa pezzi di Cima e ho saputo che il Maggio poi viene tagliato e addirittura venduto. Un po’ come al mio paese tutti vogliono portarsi a casa un po’ di brace del falò di sant’Antonio abate per portarsi a casa “la benedizione”. Tutto questo è ovviamente quella che viene definita azione magica per contagio.

 

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Paganesimo nascosto

Se la cristianizzazione risultò così parziale in Oriente e ancor di più in Occidente, a tal punto da richiedere nuove campagne di evangelizzazione, dal Medioevo fino all’età moderna (in alcune aree dell’ Europa fino allo scorso secolo), ciò fu a causa non di una minoranza “raffinata, colta ed influente”,  ma per la resistenza, spesso passiva, opposta dalla massa dei rustici, in altre parole di quei “miserabili strati del proletariato campagnolo” composti da piccoli proprietari, coloni, schiavi, che rimasero fedeli alla religione dei loro padri, sebbene al rango secondo alcuni studiosi “di culti grossolani e naturalistici, di vaghe superstizioni millenarie, di sopravviventi miti popolari[3].

Come sappiamo la cristianizzazione è consistita principalmente nel vietare i vecchi culti e cercare di trasferire, di canalizzare vecchie forme di ritualità verso le nuove figure cristiane: nascono quindi i Santi, figure intermedie tra Dio e l’uomo che a livello cultuale vanno ad intercettare le richieste un tempo rivolte agli Dei. In pratica sono cambiati i simboli, i nomi, ma non la sostanza. Cosa cambia tra un vecchio pagano che va ad abbattere un albero per i propri dei ed un pio cristiano che fa lo stesso per il proprio santo patrono? Nulla. L’unico appunto potrebbe essere che mentre è naturale il collegamento tra il dio X della fertilità e albero X che rappresenta visivamente la fertilità, più difficile è il collegamento tra un probabile martire di Sora ed un albero. Io penso che i nomi non siano importanti ma la voglia di purgare abbia raggiunto livelli contradditori abbastanza evidenti. Nel caso dei Maggi lucani spesso si dice che culto pagano e culto cristiano si sono fusi e questo è senz’altro vero ma, riconoscere le nostre vere radici (a proposito di alberi) significa anche accettarle per quelle che sono senza cercare di oscurare la realtà nascondendo la polvere sotto il tappeto.

Tornando a casa e spiegando lo svolgimento della festa a mia nonna (che non la conosceva)mi ha stupito la sua reazione:che c’entrano con il santo gli alberi che si sposano!?”. Ecco questo piccolo aneddoto fa riflettere sul fatto che, se anche una signora di quasi ottant’anni nata e cresciuta in un piccolo paese capisce il netto contrasto tra la parte cristiana e la parte non cristiana di una festa, forse dovrebbe essere chiaro a tutti che la cristianizzazione è stata solo superficiale e che la religiosità popolare e ancora, dopo tutti questi secoli, in nuce, pagana. Ovviamente è un’affermazione iperbolica la mia, intendendo con “pagano” il residuo magico-propiziatorio legato al mondo naturale che, come era secoli fa così è ora, pronta a rinfocolare la memoria collettiva con immagini suggestive.



[1]Mircea Eliade, Albero – “Axis Mundi”, in Trattato di storia delle religioni, Torino, Boringhieri, 1984, pp. 384 e ss.

[2] Accettura, il maggio di san giuliano – opuscolo a cura del comitato feste san Giuliano, testi di Giuseppe Filardi, pag. 19

[3] Paolo Portone, la strega e il crocifisso, gruppo editoriale castel negrino, pag. 56