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L’esoterismo protegge se stesso

La maggior parte delle correnti misteriche come la Wicca e altre forme di neopaganesimo, ma anche le correnti esoteriche più diffuse, nonostante la disponibilità di testi, rimangono inaccessibili.

di Davide Marrè

Nonostante la moltitudine di libri che oggi si può leggere su qualsiasi argomento di stampo esoterico, la maggior parte dei principi che vengono espressi da qualsiasi corrente che possa definirsi realmente esoterica rimangono inaccessibili. La Wicca stessa, se intesa come religione misterica, è spesso una pratica (se pratica c’è) lontanissima dalla Wicca che viene praticata dai cosiddetti eclettici o solitari.

La segretezza

Può essere che molto sia dovuto al fatto che molto del materiale di alcune tradizioni, sto pensando alla Wicca, sia sostanzialmente ancora segreto. Può essere che molte tradizioni e correnti si sono sviluppate in anni recenti e hanno accumulato un bagaglio di conoscenze da trasmettere che ancora non è stato reso noto. Eppure,  quello che salta all’occhio in tempi di facebook è che la maggior parte delle persone che si accostano ai sentieri esoterici, semplicemente, non siano in grado di penetrarli.

Il rituale

La cosa più tipica è la ‘comprensione’ dei rituali. Molti rituali nella Wicca sono stati resi pubblici, tra cui il rito del Cerchio, che è il rituale di apertura del ‘tempio’, ma al di là del fatto che molti praticano versioni semplificate rispetto alla forma tradizionale gardneriana, nella maggior parte dei casi, alla persona che si accosta al rituale, la padronanza dei simboli utilizzati sfugge, assieme ovviamente alle necessarie istruzioni pratiche.

Anche in altre correnti la cui ritualistica è pubblica, mi sembra che molti si fermi solamente alla superficie, perché non interessati a integrarsi nel rituale. ‘Comprendere’ un rituale infatti, non significa semplicemente afferrarne l’aspetto simbolico (i simboli tra l’altro sono espressioni di archetipi inesauribili), ma entrare in esso. E per ‘entrare’ in un rituale occorre farne parte. Questo avviene spesso solo dopo lunghi anni di esercizio e di ripetizione: non a caso nelle tradizioni originarie si insiste sulla memorizzazione del rituale. La memorizzazione è infatti ciò che aiuta a gettare le fondamenta di quel tempio astrale che contribuisce alla creazione del rituale stesso.

Ma al di là della memoria, nel tempo si crea una riproduzione mentale dove i simboli si integrano in qualche modo nella stessa personalità, soprattutto quando si ha il privilegio di poter vivere il rituale in ogni sua parte, per esempio quella dell’iniziato e dell’iniziatore.

La filosofia rituale

Giamblico più di ogni altro autore, mettendo l’accento sulla corretta osservanza del rituale, chiarisce come esso sia la rappresentazione di una forma divina che sfugge alla mera comprensione razionale. È effettivamente così ed è in questo che risiede una parte degli anticorpi delle dottrine esoteriche che restano impenetrabili. Anche nelle correnti più speculative esiste un’operatività che richiede la stessa applicazione che richiede una qualsiasi Arte.

Barriere

Gli ostacoli naturalmente sono molti altri. Alcuni sono di ordine meramente psicologico: l’avanzamento in molte correnti esoteriche tra cui la Wicca tradizionale, richiede una trasformazione interiore. Non voglio usare la parola ‘psiche’, orrendamente profanata e troppo fuorviante, che ci indirizzerebbe nelle pastoie psicologiste a cui si abbeverano alcuni degli addetti ai lavori della cosiddetta ‘psicologia scientifica’, dimentichi delle loro razzie in ambito religioso, esoterico e persino alchemico. Non tutti sono in grado di operare questa trasformazione che richiede tempo e soprattutto molta fatica: ecco un primo muro spesso insormontabile.

Lo studio è invece il fossato che precede questo muro e dove ancor prima cadono la maggior parte degli aspiranti neofiti: è indubbio che una qualsiasi pratica legata alle religioni misteriche o all’esoterismo richieda una basilare capacità di lettura di alcuni testi fondamentali.

Prima del fosso troviamo quella fitta boscaglia misteriosofica, completamente essoterica, dove i profeti degli annunaki, si aggirano assieme agli sciamani urbani, ai complottisti e ai biblisti della domenica. Una moltitudine di anime gira in questa selva alla ricerca di risposte… che nella maggior parte dei casi non arriveranno.

E questi sono solo gli ostacoli più evidenti.

La volpe e l’uva

Ostacoli che danno origine a quel fenomeno dei critici del lunedì. Coloro che non riuscendo a penetrare in una tradizione, ne parlano male. Nella Wicca è un grande classico: adesso seguo gli ‘questo’ perché la Wicca è troppo semplici e nella maggior parte dei casi scopri che hanno letto un libro, mai praticato nulla, mai frequentato nemmeno una conferenza sul tema.

Altri agitano lo spauracchio della setta a cui sono scampati, ma la verità di solito è un’altra: il fenomeno sette (da cui peraltro non è immune nemmeno il cristianesimo) è relativamente circoscritto in questo paese, mentre son molto meno circoscritti i sociopatici. Del fenomeno dei fuoriusciti, ha a lungo parlato Introvigne, mentre questo è il fenomeno di quelli che non sono mai nemmeno entrati. Si tratta delle volpi che non potendo raggiungere l’uva dicono che è acerba.

Prima ancora del bosco infatti c’è un’ampia radura, quella dove possiamo conoscere delle persone, stringere delle alleanze farci degli amici… oppure stare per i fatti nostri. Qui sviluppiamo una capacità che ci aiuterà nel cammino esoterico a comprendere il senso della fratellanza / sorellanza e che sarà un domani quel principio che ci consentirà di armonizzarci agli altri nel rituale e nel gruppo e più in generale ci regalerà quella rara capacità che ha un vero esoterista di ‘stare’ nel mondo, amandolo.

ALLA RICERCA DELLA STREGONERIA

Terza e ultima parte

di Mauro Ghirimoldi

ALTRE FORME DI MAGIA MEDIEVALE

 

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Come possiamo vedere, dunque, distinguere la stregoneria e la negromanzia è piuttosto semplice. Va comunque specificato che esistevano anche pratiche che non rientravano propriamente in queste (o meglio, è difficile trovare loro una reale posizione).

1) La magia naturale. Una tipologia magica che già i colti dell’epoca distinguevano dalla negromanzia o magia cerimoniale (Vincenzo di Beauvais, Alberto Magno, Ruggero Bacone, e il già citato Giovanni di Salisbury) è quella “naturale”, ovvero quella basata sulle proprietà di pietre ed erbe, e il cui scopo era sostanzialmente quello di guarire. Pur essendo apprezzata, essa era appannaggio sia delle classi colte che del popolino, e spesso veniva unita a pratiche rituali: si trattava, a conti fatti, di un insieme di nozioni provenienti in parte dal folklore locale, in parte dalla classicità, a metà strada tra negromanzia e medicina, a volte persino accostata alla stregoneria[1]; questo mi indurrebbe a pensare che una simile distinzione esistesse più nella mente dei colti dell’epoca che nel vissuto della gente comune. I Lapidarii di Marbodo di Rennes e di Ildegarda di Bingen sono ottimi esempi di compendi di magia naturale, ma che queste pietre venissero usate per le loro proprietà senza una ritualistica è qualcosa di attestato solo nelle ristrette cerchie delle corti nobiliari o comunque degli ambienti altolocati (dove, come abbiamo visto, bazzicavano i negromanti).

2) La segnatura. Anche qui ci troviamo davanti a pratiche magiche border-line, che spesso usavano sì una certa conoscenze delle erbe e delle pietre, ma la univano a una magia istintiva (spesso innata) di tipo chiaramente simpatetico: nella sostanza, il mago può scoprire lo stato di salute o comunque ciò che riguarda un soggetto analizzando qualcosa che è entrato in contatto con lui, e sempre in questo modo agire magicamente su di esso. Il caso più eclatante è quello di Gostanza da Libbiano, processata a San Miniato al Tedesco nel 1594: quando la nipote di questa viene interrogata, l’inquisitore chiede “se quelli che venghino per le medicine portano panni come calzoni, camicie et altro, dixe messer sì, et delle cuffie portano, et calze et delle camiciuole rosse et bianche, et ancora camicie. Interrogata quel che fa di tali panni, dixe li guarda et li misura et poi rende loro et dice che piglino de’ garofani et noce moschade et li diano alli amalati.”[2] E altri begli esempi sono quelli valdostani di Anthonia Dollina di Perloz e di Beatricia de Meyllerio di Champorcher, entrambe processate nel 1420 in quanto praticavano la segnatura con le medesime modalità; tuttavia, nel processo della seconda si scende più nei dettagli della pratica, asserendo che la donna scopre sì i mali delle persone di cui le vengono portati gli abiti, ma lo fa perdendo conoscenza e traendo a seguito di questo evento le formule di guarigione, che spesso comportano preghiere e messe, oltre che rimedi veri e propri. La strega conosce anche molte formule, come ad esempio per proteggere le mandrie dai lupi[3]: tutto questo, e in particolare la trance di chiara natura sciamanica, mi portano a pensare a una stretta correlazione con la stregoneria, che andrebbe approfondita con studi specifici. Sta di fatto che la segnatura è la pratica popolare più diffusa nell’Italia centro-meridionale, mentre la stregoneria propriamente detta sembra essere un fenomeno per lo più settentrionale[4].

3) I Benandanti. Portati alla ribalta da Ginzburg, i Benandanti friulani si configurano come degli uomini che, durante le quattro tempora, si recano in determinati luoghi armati di bastoni di finocchio e combattono contro le streghe, per impedire loro di rubare i germogli dei campi e permettere dunque l’abbondanza delle coltivazioni: anche in questo caso, gli inquisitori non sembrano essersi accorti di avere a che fare con qualcosa di diverso da negromanti e stregoni (seppur la cosa venga esplicata dai Benandanti stessi), e per tale ragione col passare dei secoli questo gruppo diventa uno stereotipo stregonesco, con l’adorazione del Diavolo e la partecipazione al sabba. Non è mia intenzione trattare nel dettaglio dei Benandanti in questa sede: voglio solo far notare come questa forma di magia, di chiara natura sciamanica, non abbia in realtà le stesse caratteristiche della stregoneria italiana vista finora, e che dunque non possa essere considerata una sua variante. Il celebre esempio del “lupo mannaro livone”[5], come anche la menzione di altri gruppi simili ai Benandanti, ovvero i Kresniki della ex Jugoslavia e forse i Taltos dell’Ungheria, indurrebbero a pensare che essi siano una tradizione magica del mondo slavo, piuttosto che una qualche variante locale (ma di questo parleremo più dettagliatamente a breve).

 

PROBLEMI STORIOGRAFICI: GINZBURG E L’UNIVERSALISMO

Il lavoro di Ginzburg del 1989, Storia notturna, ha dato estremo lustro alla problematica della stregoneria, e ancora oggi risulta essere un compendio di tantissime testimonianze sull’argomento; pur tuttavia, nel corso degli anni altri documenti sono venuti alla luce, e altri studi sono stati fatti: queste nuove uscite, spesso edite da case editrici minori o locali, non hanno mai raggiunto la visibilità adatta a integrare lo studio su vasta scala, anche solo a livello degli appassionati. Per tale ragione, Storia notturna è ancora oggi la “bibbia” degli studi di stregoneria, per quanto la sua visione risulti a me personalmente piuttosto datata.

Il punto centrale sono i tratti comuni delle stregoneria: si parte infatti dal presupposto che la visione degli inquisitori sul fenomeno fosse corretta su un particolare, ovvero che “la stregoneria” esistesse come corrente religiosa a sé stante, con tratti comuni (la cerimonia orgiastica, il volo notturno, la presenza di figure soprannaturali, l’esercizio di poteri magici) che la configuravano come un unico fenomeno esteso su scala europea, tutt’al più con varianti locali. Ciò si vede bene nel già citato caso dei Benandanti, che vengono poi ridotti a stregoni stereotipici, all’aggiunta del Diavolo nel processo alla milanese Pierina de’ Bugatis nel 1390, alla demonizzazione della Signora del Gioco in Val di Fiemme, e così via. Ginzburg si adatta a questa mentalità su un concetto molto importante: è vero che egli cerca di ricostruire i culti pagani che avrebbero dato origine alla stregoneria, ma lo fa ritenendo che vi sia un’origine comune di tutta la stregoneria, ovvero una divinità femminile collegata alla processione dei morti e al volo notturno, la stessa citata dal Canon Episcopi del X secolo; pur tuttavia, un intero capitolo della sua opera è dedicato alle “anomalie”, ovvero a quelle tradizioni stregonesche che non rientrano in questo schema, le quali non sembrano avere alcuna continuità logica fra di loro, ma di contro il loro numero è piuttosto elevato. Già questo fatto basterebbe a mettere in discussione la liceità della sua teoria.

Ginzburg sembra lasciarsi spesso andare a voli pindarici, cercando di collegare le tradizioni siciliane con quelle nordiche, quelle iberiche con quelle slave, per giungere alla conclusione che sì, ci sono tante anomalie, ma la sostanza è che la stregoneria altro non sarebbe che la sopravvivenza del culto di una dea preistorica di vita e di morte. In realtà, ipotizzando che la cosiddetta “stregoneria” degli inquisitori altro non fosse che l’indebito accostamento di culti e tradizioni locali dalla natura più disparata, si potrebbe sistemare il problema, in maniera molto più logica e semplice: l’ecclesiastico dell’epoca accomunava tutte le forme di magia (usando questo termine assieme a stregoneria e negromanzia, in maniera equivalente), ed esse venivano riconosciute spesso e volentieri perché le streghe propriamente dette compivano atti magici di natura sciamanica. Questo però non significa che una strega slava avesse qualcosa in comune con una strega lombarda, o una inglese, non più di quanto possano accomunare forme di magia sciamanica o indoeuropea sviluppatesi in maniera differente in epoca antica. Non è questa la sede per trattare diffusamente degli errori di Ginzburg, ma basterà citare quello che trovo essere il più grave, a titolo di esempio: il corteo di Diana o Erodiade altro non sarebbe, secondo lui, che la processione delle anime dei morti, da accostarsi quindi alla Caccia Selvaggia delle tradizioni germaniche; per questo esisterebbe la stretta correlazione fra le streghe e i defunti, la qual cosa non è però presente sul suolo italiano, se non sporadici casi nei quali compaiono alcune anime di morti, ai quali non viene data molta importanza (il che, per una processione che dovrebbe essere composta da spettri, risulta piuttosto strano). L’intera stregoneria italiana, da quella piemontese a quella siciliana, un insieme di tradizioni molto variegato, è dunque un’unica grande anomalia sul suolo europeo? O forse è lo schema ginzburgiano a non reggere?

L’universalismo di Storia notturna condiziona ancora oggi la maggioranza degli studiosi, che parlano di un “fenomeno della stregoneria”, e cercano di tracciarne le motivazioni psicologiche, politiche e sociali; la comodità della teoria di Ginzburg porta anche molti appassionati a riconoscerne la liceità, fermo restando che la stessa Wilby, parlando dei cunning folks, distingue nettamente le tradizioni inglesi da quelle scozzesi[6], e risulta dunque improponibile citare assieme queste tradizioni accanto alla Madonna Oriente milanese e alla Regina delle Fate siciliana, come fa Paganini; ha dunque ancora senso, nel 2016, ritenere che esistesse un’unica, grande corrente stregonesca diffusa in tutta Europa con varianti locali, piuttosto che pratiche locali di tipo sciamanico poi indebitamente accomunate?

 

PROBLEMI STORIOGRAFICI: LELAND E IL VANGELO DELLE STREGHE.

Negli ultimi anni, la stregoneria romagnola e toscana è stata studiata in più di un testo, e si sono dunque potute trarre alcune caratteristiche comuni della stessa, che pare rientrare nell’ambito della segnatura, dunque una pratica a metà strada tra la magia sciamanica e la medicina: in alcuni casi essa ricorda la stregoneria norditaliana (come nel caso di Camilla di Montalcino, inquisita nel 1590, la quale asseriva di poter guarire e far ammalare col tocco in virtù di un patto demoniaco[7], o ancora di Diamantina Ramponi di Forlì, che nel 1603 venne processata per motivi simili[8]), in altri la negromanzia e la magia naturale (soprattutto, com’è logico, in ambienti cortigiani). La distinzione tra le due grandi categorie della magia medievale è qui più sfumata che altrove, eppure sempre ben presente. In Romagna e in Toscana dunque, come anche in Emilia e altre zone limitrofe, la magia che dava problemi agli inquisitori non era tanto quella delle evocazioni demoniache o dei sabba orgiastici, ma quella che prevedeva una pratica medica illegale, cioè fuori dall’ambito universitario (un problema che iniziò a riscontrarsi già tra XII e XIII secolo).

Questa era dunque la situazione. E in questo contesto (o per lo meno, nella Romagna e nella Toscana di fine Ottocento) sarebbe stato scritto Aradia o il vangelo delle streghe di Leland, giornalista americano che avrebbe ricevuto da una tale Maddalena, di origine romagnola ma residente in Val d’Elsa, le credenze e le formule delle streghe, tutte scritte su un libro che poi egli avrebbe tradotto dall’italiano all’inglese[9]. Il mito iniziale parla di come Aradia, figlia di Diana e Lucifero, sarebbe stata mandata sulla terra per insegnare le arti magiche alle donne, di modo da liberare gli schiavi dall’oppressione uccidendo i padroni; seguono poi tutta una serie di formule, scongiuri e rituali della natura più disparata. Vediamo brevemente nel dettaglio cosa non funziona in tutto ciò.

1) Diana, Lucifero e Aradia. Nel Vangelo, Diana ha nella sostanza il ruolo che spetterebbe a Dio nel cristianesimo, ed è una sorta di “grande dea madre” creatrice, che avrebbe ammaliato suo fratello Lucifero (la luce) generando dunque Aradia. Questo mito non solo non è mai accennato in nessun processo tosco-romagnolo, ma non ne abbiamo riscontro in nessun’altra parte d’Italia. Si potrebbe tuttavia obiettare che in effetti il testo era una cosa molto segreta, ma non è solo questo: il fatto è che dell’esistenza di Diana e della sua identificazione con la Signora del Gioco si sono sempre fatti promotori gli inquisitori, non il popolino, e allo stesso modo l’ultima menzione di questa figura risale al 1519, in quel di Modena[10], dopodiché scompare del tutto. Allo stesso modo va tenuto presente che la stessa figura del Diavolo, a partire dal XVII secolo, inizia a scomparire, quando (stando alle testimonianze processuali) i sabba si trasformano in ritrovi goliardici che non hanno quasi più nulla di strettamente diabolico[11]. Dunque, se dobbiamo accettare che la mentalità ecclesiastica abbia modificato le credenze stregonesche (la qual cosa Leland sembra voler far passare riportando questi miti che commistionano paganesimo e cristianesimo), non possiamo in nessun modo pensare che a fine Ottocento ci fossero streghe che adoravano Diana e Lucifero (la qual cosa poteva però apparire lecita a una persona dell’epoca, che aveva a disposizione solo alcuni testi di mano inquisitoria, e non gli atti dei processi, e probabilmente conosceva il folklore di altre parti d’Europa, come la Romania). Infine, su Aradia si dice o che sia una corruzione del nome Erodiade (anche qui, termine sempre usato dagli inquisitori e mai dalle streghe processate), oppure una derivazione dell’Arada della tradizione slavo-balcanica; in quest’ultimo caso, però, non mi sembra poi molto plausibile che la correlazione tra figure così distanti (senza contaminazione storiche) sia genuina (e stesso discorso vale per la coppia Diana-Lucifero, che deriverebbe dalla stessa cultura slava).

2) Formule negromantiche. Il testo in questione sembra poi essere in tutto e per tutto un manuale di magia: non si parla di contattare spiriti famigliari, non si fa cenno a capacità innate, iniziazioni a un gruppo e a ogni altra cosa che riguardi la stregoneria così come sopra descritto; in compenso, le formule sono squisitamente negromantiche, seppur prive della componente rituale (o, laddove vi è, risulta essere molto semplice). In tutto questo occorre però citare i vari seguaci odierni di Leland, primo fra tutti Dragon Rouge, che nei suoi libri non fa altro che esasperare la ritualistica negromantica della cosiddetta “stregheria italiana” (attingendo a piene mani dall’esoterismo vittoriano), con tanto di fumigazioni, apparizioni negli specchi di angeli e demoni, e così via, tutte cose ben lontane dalla stregoneria tradizionale.

3) Impostazione politica. Leland era un anarchico e un insurrezionista, e pare difficile che l’impostazione così apertamente anarchica del Vangelo risulti essere un caso: passi come “tu [Aradia] insegnerai l’arte di avvelenare, di avvelenare tutti i signori, di farli morti nei loro palazzi, di legare lo spirito dell’oppressore. E dove si trova un contadino ricco e avaro, insegnerai alle streghe tue alunne come rovinare il suo raccolto con tempesta, folgore e baleno, con grandine e vento”, oppure Sarete liberi dalla schiavitù! E così diverrete tutti liberi! Però uomini e donne sarete tutti nudi, fino a che non sarà morto l’ultimo degli oppressori” mi sembrano piuttosto esplicativi, e lontani da una qualunque mentalità pre-rivoluzionaria (mentre lo stesso Leland asseriva che si sarebbe trattato della “traduzione di un qualche testo di epoca latina più o meno tarda”). Aradia stessa è l’esatto contrario di Cristo: donna, strega, ribelle in maniera violenta, e figlia di una divinità femminile.

Occorre inoltre ricordare che alcuni contemporanei di Leland (McPherson, Carmichael e Sharp) avevano scritto libri di folklore, contenenti formule magiche da loro stessi rivisitate e poeticamente mescolate ad altre, spacciandoli poi per manoscritti originali delle isole Ebridi (Sharp si era addirittura firmato come Fiona McLeod, e facendosi passare per una strega della tradizione celtica locale). Tutto questo dovrebbe in sé bastare a dimostrare che è nettamente più probabile (se non certo) che il Vangelo delle streghe altro non sia che una creazione di Leland, peraltro perfettamente immersa nell’epoca nella quale venne scritto, ma con nessuna reale correlazione con la stregoneria italiana.

 

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CONCLUSIONI

Il fenomeno della stregoneria (soprattutto quella del nostro Paese) è un campo di studio affascinante e per molti versi ancora inesplorato, oltre che immensamente complesso: per tale ragione ogni banalizzazione e ogni semplificazione possono risultare deleterie alla serietà dello studio. Non mi riferisco certo qui alle lacune dell’articolo di Paganini, quanto alle pretese dei già citati seguaci della “stregheria italiana” o “vecchia religione”, i quali non fanno altro che aggiungere materiale preso da altre fonti al testo di Leland, già di per sé non genuino, e dimostrando quindi di non avere idea di cosa fosse realmente la stregoneria di epoca medievale e moderna.

Ognuno è libero di credere in quel che vuole, e di praticare ciò che preferisce, certo: esiste però una linea di confine, sottile ma ben evidente, che separa credenza personale da credenza storica. Ovverosia, dire “io adoro Diana come dea della forgia” è una faccenda puramente personale; ma dire “io adoro Diana come dea della forgia, esattamente come facevano i Romani” va oltre la sfera del personale, perché entra in quella storica, e risulta dunque essere errata. Il secondo caso è, appunto, quella della stregheria italiana di Dragon Rouge e altri (ma non solo loro), i quali sostengono, senza prove alla mano, che la loro religione è quella stessa che veniva praticata dalle streghe medievali (ma, come abbiamo visto, le fonti dell’epoca smentiscono tutto questo sistema di credenze “storiche”).

Personalmente la reputo un questione di sincerità: o i seguaci della stregheria lelandiana ignorano totalmente gli studi sulla stregoneria, la qual cosa non fa loro molto onore, visto che sarebbero i continuatori di quella religione, oppure li rigettano, la qual cosa li inserisce in un sistema di credenze laddove il Vangelo delle streghe e le parole dei maestri diventano dogma. In entrambi i casi, credo che ci troviamo davanti a una religione che non è né revivalista né ricostruzionista, ma semplicemente un sistema di magia rituale molto minore che riprende ciò che gli serve da altri sistemi, spesso senza preoccuparsi di celare la cosa o di rendere coerente il proprio insieme di credenze.

 



[1]Ibid., pp. 119-124.

[2]Franco Cardini (a cura di), Gostanza, la strega di San Miniato, Laterza (1989), p. 139.

[3]Silvia Bertolin – Ezio Emerico Gerbore, La stregoneria nella Valle d’Aosta medievale, Musumeci (2013), pp. 149 segg.

[4]Non è questa la sede per fare una digressione in merito: basti comunque ricordare che la figura della strega, particolarmente in Meridione, ha nella maggioranza dei casi tratti in comune col popolo fatato, più che con la persona che pratica magia; in altre parole, nel Nord Italia la strega poteva essere la propria vicina di casa, al Sud era una figura vaga e dalle caratteristiche molto più soprannaturali. Per uno studio a riguardo, si veda Cesare Bermani, Volare al sabba. Una ricerca sulla stregoneria popolare, DeriveApprodi (2008).

[5]Carlo Ginzburg, I Benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Einaudi (1966), pp. 47-51.

[6]Emma Wilby, Cunning folk and familiar spirits. Shamanistic visionary traditions in early modern British Witchcraft and Magic, Sussex Academic Press (2005), part. I.

[7]Oscar Di Simplicio, Inquisizione, stregoneria, medicina. Siena e il suo Stato (1580-1721), Il Leccio (2000), p. 119

[8]Giuliana Zanelli, Diamantina e le altre. Streghe, fattucchiere e inquisitori in Romagna (XVI-XVII secolo), MET (2001), pp. 35-77.

[9]Per una più esaustiva analisi sull’argomento, rimando a Robert Hutton, The triumph of the moon. A history of modern pagan witchcraft, Oxford (1999), pp. 141-148.

[10]Dinora Corsi, Diaboliche, maledette e disperate. Le donne nei processi per stregoneria (secoli XIV-XVI), Firenze University Press (2013), pp. 104-105.

[11]Giuseppe Farinelli – Ermanno Paccagnini, Processo per stregoneria a Caterina De Medici (1616-1617), Book Time (2011), pp. 97-98.

SHOCKER: NELLA WICCA NON C’È LA LEGGE DEL TRE

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SHOCKER[1]: NELLA WICCA NON C’È LA LEGGE DEL TRE[2]

 

di Seamus McKeon (traduzione di Rossella Di Vaio)

 

Il diffuso equivoco sull’esistenza di una Regola Wiccan o Legge del Tre o Legge del triplice ritorno proviene da un’errata interpretazione di un passaggio in un romanzo scritto da Gerald Gardner, il nonno della Wicca moderna. Il libro era intitolato High Magic’s Aid, e fu scritto da Gardner con il permesso della sua Gran Sacerdotessa. Dovette essere un libro di fiction, perché a quel tempo la stregoneria era ancora illegale in Inghilterra. Nella storia il protagonista si sottopone ad una sorta di rito di iniziazione, in cui gli viene insegnato “mark well when thou receivest good, so equally art bound to return good threefold” tradotto con “fai molta attenzione quando ricevi del bene, perché sei tenuto a restituire ugualmente il bene tre volte”.

 

Questo significa che quando qualcuno fa del bene ad una strega, secondo l’insegnamento stregonesco di questo romanzo assolutamente di fantasia, la strega è tenuta a restituire quel bene in triplice misura. Ben altro rispetto a: “qualsiasi cosa che s’invia nel mondo tornerà a voi triplicato“. Significa in realtà che tutto ciò che si fa ad una strega deve essere restituito dalla stessa strega tre volte, in special modo le buone azioni. Il che significa che è molto, molto vantaggioso per voi benedire, aiutare o sostenere una strega. L’idea è che sia la strega a restituire le cose per tre volte, non l’universo. È la strega stessa l’agente di una risposta triplice, non l’universo. Quindi, se io come strega compio un lavoro magico positivo per un amico che non è una strega, non vi è alcun triplice ritorno, perché alla persona non-wiccan non è mai stato insegnato a rendere le buoni azioni in triplice misura. Se io come strega compio un lavoro magico positivo per la mia vicina di casa non-strega, non vi è alcuna legge del triplice ritorno. Ma se io strega compio un’opera buona per un mio compagno di congrega o un mio amico praticante di stregoneria, allora sia il compagno che l’amico dovrebbero restituire quell’opera buona in triplice misura. D’altro canto se io strega lancio della merda contro la mia vicina stronza, detta vicina non la farà tornare a me, e anche se fosse una strega, me la restituirebbe tre volte soltanto se avesse in qualche modo scoperto che qualcosa è stata fatta contro di lei, e chi è stato, il che significherebbe che ho fatto male il mio lavoro e merito la cattiva retribuzione.

 

È possibile trovare una copia di High Magic’s Aid, che è un romanzo con la funzione di insegnare alcuni principi generali della stregoneria in forma di fiction, qui[3].

 

La parte che abbiamo citato si trova a pag. 188. Si consiglia a chiunque abbia familiarità con l’espressione Legge del Tre di dare una lettura e riflettere su cosa realmente dice e cosa no. Tenete a mente si tratta di un romanzo che Gerald Gardner scrisse per condividere alcuni principi molto generalizzati della stregoneria, insegnatigli quando la stregoneria era ancora illegale in Inghilterra (1949).

 

Il numero follemente alto di voci ignoranti su Internet che strillano “Legge del Tre!” ogni volta che qualcuno parla di magia negativa, tende a gettare la vera fonte nell’oblio in favore di una versione falsa ed edulcorata di questo principio, che viene applicato indistintamente a tutte le opere magiche in un modo piuttosto ignorante e totalitario. Perciò la prossima volta che qualcuno urla questa fasulla fesseria contro di voi ed il vostro operato magico, informateli con molta classe di farsi una cultura e linkategli questo blog.

 

Blessed Be,

Un gardneriano

 

 



[1] Shocker si riferisce ad una pratica erotica svolta con tre dita. Il gesto della mano sta qui ad indicare qualcosa di particolarmente “shoccante” N. d. R

[2] Testo tratto dal blog ‘Gardnerians. No one speaks for all of us, but some are louder than others’: https://gardnerians.wordpress.com/2014/09/28/there-is-no-universal-threefold-law-in-wicca/

Traduzione su gentile concessione dell’autore.  Seamus McKeon è un gardneriano che vive in California e che ci porta il suo tipico e simpatico punto di vista di americano della West Coast su molti temi tipici della Wicca. N. d. R.

[3] http://stoa.usp.br/briannaloch/files/2564/16309/High+Magic%5C’s+Aid+-+Gerald+Gardner.pdf

Pop Witches

I consumi identitari delle streghe digitali.

 

 di Pietro Colombo

 

«Tremate, tremate, le streghe son tornate!» urlavano le femministe degli anni 70 in difesa del sacrosanto diritto decisionale sul proprio corpo. Ma qui, adesso, le streghe rinate; o meglio nate pochi anni fa, sono di un’altra natura. Pagane e pagani, ragazze e ragazzi delle nuove generazioni, italiane o americane, pasciute sotto la grande rete crossmediale del Web. Sembra assurdo pensare come, rispetto a pochi anni fa, la comunità neopagana sia cresciuta e abbia fondamentalmente aperto il proprio target grazie alla comunicazione mediale e si sia consolidata o frammentata grazie allo schermo televisivo o ad un palpito di tastiera. 

 

Io faccio parte di quella generazione italiana ibrida, nata a cavallo tra gli immigrati digitali, ovvero coloro che hanno appreso dopo l’adolescenza l’uso delle tecnologie non analogiche e i nativi digitali, termine nato in seno al sociologo Marc Prensky in riferimento a coloro che sono cresciute con l’evoluzione del mobile e la connessione wifi. In questi anni si è assistito ad una graduale ma significativa modificazione della figura della strega nel contesto  socioculturale occidentale e con essa, di conseguenza, ad una differente percezione e costruzione identitaria del singolo neopagano. Il processo d’identificazione, individuazione, imitazione e interiorizzazione risente e ricalca quindi delle costruzioni mediali del contesto moderno. Ma quindi cosa ci dobbiamo aspettare? Un abbandono dei tipici cappelli a cono, mantelloni neri e scope di saggina? Facciamo un passo indietro.

 

Il paradosso del pixel

 

L’avvento del media televisivo decretò un’esplosione dei consumi del singolo, della frammentazione e specificazione degli interessi, della vera e propria creazione di un audience bidirezionale e interessato a tematiche comuni. Le “streghe analogiche” del passato, chiamiamole così in onore alla discrezionalità con cui si confrontarono con le narrazioni mediali condivise, costruirono la loro identità come streghe rielaborando, per esempio, il thopos della vechietta con le verruche, l’erborista del villaggio, i miti delle donne di potere e la storia dei roghi e dei pagani che li avevano proceduti. Poche le narrazioni romanze o cinematografiche. Snoccioliamo qualche esempio concreto e conosciuto: Sybil Leek, Doreen Valiente, Aleister Crowley. Dal movimento di rivendicazione femminista ai miti antichi, dalla figura della strega di campagna alla magia cerimoniale.

 

Con il media televisivo, che abbatte la quarta parete entrando direttamente nei salotti, muta anche la figura stereotipata della strega, da anziana, misteriosa, popolana e seguendo il concetto inverso di kalokagathìa (ovvero brutta e cattiva; basti pensare al capolavoro The Wizard of Oz del 1939) diviene giovane incantatrice come in Bell Book and Candle del 1958, madre premurosa in Bewitched del 1964 o una disinibita rocker in Elvira mistress of the Dark del 1988. È però negli anni novanta che si presenta il vero e proprio stacco culturale. Il target si adatta. La strega diventa adolescente, umanizzata dai tipici problemi quotidiani. Il punto di svolta si trova con i prodotti mediali figli di questa generazione: Teen Witch del 1989, The Craft e Sabrina the teenage witch del 1996, Buffy del 97 ma anche Practical Magic e Charmed del 1998.

 

Questo cambio culturale rende appetibile l’ambiente neopagano a una larghissima fetta di audience, lo stimola con canoni estetici moderni, frizzanti, focalizzandone l’attenzione sulla metodologia più che sulla teoria. La corsa alla FashionWitch, una variante della settimana della moda della strega moderna nella costruzione del sé, si fa consumo, imitazione, rielaborazione e identità. La natura popolare, teorica e teologica del culto si annacqua, condita, soprattutto in ambito americano, con componenti della più stravagante “messa in posa” social. E qui un caso limite. Leggevo giorni scorsi un articolo, su una famosissima piattaforma internazionale, di una strega della Silicon Valley che “elimina i virus informatici con la magia”. Si. Parola per parola.

 

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Di orgoglio e Pregiudizio

 

Ora, questa mia riflessione non è una mera critica sociale, non tutti coloro nati nella Google generation (anche chiamata generazione copia-incolla avvenuta dagli anni 90, di cui peraltro faccio parte anche io) sono delle “glitterwitches” ma ciò vuole sottendere un cambiamento intrinseco nella auto rappresentazione del neopagano moderno. Il cambiamento culturale del thopos dell’incantatrice, della stregoneria, dell’arte magica, dapprima vista dal grande e piccolo schermo come dono dell’omino rosso con corna e forcone e successivamente come una religione o culto della terra (basti osservare l’impatto nell’audience italiano della battuta “strega naturale” del film The Blair Witch 2) si riflette sui singoli partecipanti della comunità neopagana. Cambiano i riferimenti linguistici, culturali, sociali. Cambia in parte anche, a mio parere, la necessità di culto e la partecipazione ad esso. I social hanno rivoluzionato totalmente l’ambiente della pratica, dai tutorial al wikihow, dalle instagramwitches al rituale compartecipato, dagli youtubers alle app per le fasi lunari. Ma ciò non è un male, sia chiaro. La duttilità del neopaganesimo è legata a doppio filo con le vite e le esperienze dei suoi partecipanti. E tutto ciò senza dover forzare un giudizio valoriale.

 

Scrive Giuseppe Pisanu: “Le identità sono ancoraggi saldi e irrinunciabili, ma non devono diventare trappole per catturare e dividere i popoli. Il rimedio è nel dialogo. Perché attraverso il dialogo identità diverse imparano a conoscersi e a rispettarsi reciprocamente, sia per quel che hanno in comune, sia per quel che le rende differenti”. Il dialogo generazionale e intergenerazionale si fa quindi chiave di volta, non solo nell’ambito neopagano, per una coesistenza rispettosa e pacifica ma soprattutto per ampliare ciò che sono i propri frame mentali, individualistici, identitari. Il dialogo come passepartout, il confronto pacifico, digitale o vis a vis, come significato e significante. Tutto ciò non implica che dobbiate forzatamente togliervi i vestiti neri, il cappello a punta o il fondotinta verde, basta semplicemente non tirarsi reciprocamente secchiate d’acqua ed accettare che anche una qualunque Glinda possa abbracciare e seguire un sentiero simile al vostro.

 

Stregoneria lucana: il mondo magico 2.0

Le pratiche di magiche, di stregoneria, di guarigione e il mondo che le circonda sono ancora vive in Basilicata, scandiscono le fasi della vita. Un mondo particolare, ancora vicino agli studi che fece Ernesto De Martino.

di Salvatore Fortunato

 

Ci sono cose che vanno raccolte prima che se ne perda la memoria

Isaac Singer

 

LEAD Technologies Inc. V1.01Quest’anno sono stato per la prima volta ad una manifestazione che fanno in un piccolo centro non molto distante da dove abito. Il paesino si chiama Colobraro ed in zona ha la fama di essere un paese che porta sfortuna, anche solo a nominarlo. Ancora oggi si usa dire “quel paese” per indicarlo. Appunto oggi ho sentito definirlo così anche dal prete del mio paese! Su questa leggenda, Colobraro ha creato una manifestazione teatrale itinerante, sicuramente con lo scopo di attirare turisti, ma che si basa (oltre che sull’esperienza e sui ricordi dei nonni) anche sugli studi di un celeberrimo etnologo nonché storico delle religioni: Ernesto de Martino. Nel 1952 lo studioso organizzò una vera e propria “spedizione” in terra di Lucania, esattamente come avrebbe potuto fare un esploratore tra gli indios dell’amazzonia. Egli utilizzò volontariamente questo termine per sottolineare, così come dice esplicitamente un bellissimo documentario audiofonico, che “gli italiani conoscono, qualche volta, il Congo o il Tibet meglio di alcuni aspetti della loro patria”[1]. L’intento era quello di raccogliere materiale sulla cultura tradizionale del mondo popolare di questa regione ed addirittura di dare un contributo al “riscatto delle plebi” meridionali (non dimentichiamo che il de Martino era uomo di sinistra ed impegnato politicamente) e non già quello di “andare alla ricerca del pittoresco”. Nonostante ciò questo studioso non lasciò contenti i lucani con i suoi studi. Si sentirono toccati nell’intimo e quasi si vergognarono di passare come quelli arretrati culturalmente. In questa stessa manifestazione a Colobraro, nel 2014, ne ho percepito il pregiudizio e la costante difesa della modernità, scandita da frasi esplicite tipo “queste cose sono fesserie” ed è “tutto nella tua mente” quasi come se quel grande patrimonio culturale, così a fondo studiato dall’equipe del de Martino, fosse un reperto archeologico da far visitare ai turisti per poi ritornare nella contemporaneità. Ma dopo sessant’anni quel “mondo magico” descritto dall’accademico è un reperto archeologico?

 

La fascinazione 

Il cuore di tutta la magia popolare lucana è la così detta fascinazione (dalle mie parte si dice “affascino”). Ernesto de Martino la definisce così: “condizione psichica di impedimento e di inibizione, e al tempo stesso un senso di dominazione, un essere agito da una forza altrettanto potente quanto occulta, che lascia senza margine l’autonomia della persona, la sua capacità di decisione e di scelta”. [2] E’ in pratica, il termine locale per definire quella forza maligna che in genere viene definita “malocchio”. Il termine ha una indubbia derivazione latina, da “fascinum” che indicava appunto, un maleficio, un mormorio incantatorio. Questa energia negativa (per dirla alla new age) ha un mezzo fisico attraverso cui esso si proietta sulla vittima ed una passione scatenante. Il mezzo sono, notoriamente, gli occhi, mentre la passione motrice è senza ombra di dubbio, l’invidia che nel dialetto delle mie parti viene definito “mirj “. Ricordo che quando ero piccolo alcuni della mia famiglia prendevano, bonariamente, in giro degli zii che stavano in campagna. Quando si faceva un complimento tipo: “come cresce bene tua figlia!” o “quanti bei conigli!” bisognava aggiungere la formula “for affasc’n” (cioè fuori dall’influsso malefico, che il fascino con ti colga perché non ti invidio), altrimenti questi zii si irrigidivano. L’affascino ha un sintomo molto peculiare: il mal di testa. Proprio per questo, pratica magica e terapeutica si intrecciano e si fondono. Colei (in genere è una donna anziana) che riconosce e toglie l’affascino è anche una guaritrice, sempre. Questa “operatrice” è depositaria di formule magiche di carattere sacro (cristiano ovviamente) atte a togliere l’affascino. Parlo al presente perché ancora oggi ci sono alcune di queste “operatrici”, a volte sono anche ragazze (o ragazzi) a cui la nonna o la zia ha passato queste formule (in un giorno santo), ma che su questa “cosa” mantengono il più assoluto riserbo. Nessuno sa, se non per vie traverse, che qualcuno sa togliere l’affascino. Anche chi lo dice in modo più esplicito, tiene sempre ad una certa riservatezza particolare, quasi come ci si vergognasse. Certo parlare di questi argomenti oggi suona sempre un po’ bizzarro, per lo meno. C’è quindi un freno sociale (chi se ne occupa passerebbe per il superstizioso e ignorante, a maggior ragione se si trova in campagna) ed un freno religioso: se sei un buon cattolico queste cose non le devi fare! Non si vive però, nella maggior parte dei casi un contrasto con la religione professata, in fondo le formule sono cristiane… è solo che il prete fa la predica e non è il caso. Meglio tenere “ammucciate” (nascoste) queste cose. Alla fine è sempre una forma di “occultismo”!

Tornando all’affascino. Ci sono vari modi di operare, ogni praticante segue uno o l’altro. Non si sa se per influenze locali diverse o per cos’altro. Un primo metodo è quello di spegnere in una bacinella d’acqua salata, tre tizzoni ardenti presi dal camino (accessorio indispensabile una volta). Si traccia per tre volte, con la mano sinistra, un segno di croce e per ogni volta si recita un Pater, un Ave e un Gloria. Una volta (adesso non so) si pensava che l’affascino fosse stato più forte se il soggetto che l’aveva scagliato avesse tenuto in mano un oggetto di ferro. In quel caso l’affascino era detto “f’rràt” (affascino ferrato). In questo caso ci voleva una formula più forte la quale presupponeva una sorta di dialogo tra l’operatrice che toglieva l’affascino ed il malcapitato che era stato affascinato. Questa la formula usata nel mio paese:

–           “Ch t’ar affascnat?”

–          “D’occhj, u cor ‘a mend”

–          “Chi t’adda sfasc’nà”

–          “U Padre, u Figghie e ru Spir’te Sande”

(-chi ti ha affascinato? –l’occhio, il cuore e la mente! –Chi ti deve sfascinare? –Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo)

Un secondo metodo di uso a Grottole è una sorta di autocura e si usa in casi particolari. Si versa una goccia di olio nella bacinella e si osserva se l’olio si spande o meno: se si spande è affascino e l’acqua (così come nel primo metodo, alla fine dell’operazione) va buttata ad un crocevia di modo che chiunque passi di la, prenda su di sé la forza malevola, liberando chi ha eseguito il rito. Quasi come se l’affascino fosse una forza indistruttibile, che può solo passare da un essere all’altro. Un terzo metodo che ho individuato è una sorta di rito terapeutico-empatico. Al mio paese si dice “ric a cap” cioè dire, nel senso di leggere, scoprire se il mal di testa è fascinatura.  L’operatrice segna sulla testa dell’affascinato (o addirittura su di un suo oggetto, per eseguire un’operazione a distanza) per tre volte il segno della croce e sente su di sé la forza dell’affascino. Nel mentre recita un Pater, un Ave e un Gloria e se l’affascino c’è, la guaritrice comincia a sbadigliare come se patisse su di se la forza malevola. Con questo metodo si capisce non solo se l’affascino c’è o non c’è, ma anche la tipologia di chi lo ha “fatto”. Se si sbadiglia durante il Padre Nostro è stato un maschio, se si sbadiglia durante la preghiera dell’Ave Maria, è una donna, se invece succede durante la recitazione del Gloria allora è stato un religioso. E già… anche preti e frati possono affascinare! Poi si recita una formula di scongiuro. Alcuni dicono che non si “dice la testa” a chi è nato di Venerdì perché, a quanto pare ne è naturalmente immune.  Bisogna precisare che non sono metodi canonici, ogni operatrice segue una o un mix di più metodi. Non so sinceramente perché, ma ho avuto esperienza di ciò. Cambiano anche le formule soprattutto da paese a paese. Se la fascinazione è la forza ostile contro cui si staglia la magia lucana, diversi sono gli ambiti della vita in cui la fascinazione può colpire. Sono quindi specifici i mezzi di difesa. Schematizzerò in questo breve articolo come ci si difende dall’affascino, ancora oggi, nelle fasi che scandiscono la vita.

 

Nascita 

Il momento della nascita è sicuramente, nella mentalità di tutti i popoli, un momento estremamente delicato in cui le forze malevole possono avere la meglio data l’estrema delicatezza e fragilità a cui la donna incinta e poi, il bambino, sono soggetti. Ancor di più qualche decennio fa quando i casi di morti per parto erano ancora, purtroppo, rilevanti. Ci sono delle vecchie superstizioni che perdurano ancora oggi. Certo nella forma del “non è vero ma ci credo” però… Alla donna incinta viene ancora tributata un’attenzione particolare, frutto di antiche credenze secondo le quali, se non viene offerto, un pezzettino di qualsiasi cosa si sta mangiando c’è il rischio che la cosa non data, ma desiderata, possa rimanere impressa là dove la gestante vogliosa si tocchi. Così se la donna incinta ha voglia di caffè perché magari le viene offerto e da lei viene per “cerimonia” rifiutato e in quel momento lei si tocca per esempio il braccio, il bambino nascerà con la voglia di caffè sul suo braccio (una macchia nera). Si raccontano casi in cui una certa donna abbia desiderato carne di cinghiale e toccandosi il volto abbia “m’rcat” (deturpato) il viso del figlio che sarebbe nato con un neo peloso sul volto. Per scongiurare questo rischio tutti sono ancora molto attenti e gentili nei confronti delle donne incinte. Una volta, quando non tutte le voglie potevano essere esaudite, la donna si toccava il fondoschiena di modo che la “voglia” rimanesse in un posto non visibile ai più. L’idea che tutto quello che possa patire la madre segni in qualche modo il figlio è ancora abbastanza diffuso. Se una donna incinta vede qualcosa di “brutto”, un essere deforme, un animale che suscita orrore o cose del genere, subito si segna il pancione e per rendere più efficace la “purificazione” dal cattivo presagio, sputa a terra. Altra superstizione è non dire, soprattutto agli estranei, di essere incinta fino a quando non è più possibile tenerlo nascosto. Questo proprio per evitare che l’invidia colpisca una situazione già precaria di suo. Spesso si nega questa causa e si giustifica il silenzio con un “non si sa mai!”, ma io sono convinto che la causa sia proprio la paura dell’invidia. Sono rimaste poi tutta una serie di mantiche per pronosticare il sesso del nascituro (se la pancia è a punta, ecc.) e la data del parto (calcolando le lune, si dice che se non cambia la luna la donna non può partorire). Ho visto con i miei occhi una signora calcolare il sesso del nascituro con un piccolo rito alquanto particolare: ha segnato la nuca del fratellino ed ha borbottato qualcosa esordendo alla fine con “je jommne” (è maschio!). Una volta nato, il pargolo veniva una volta protetto con uno speciale amuleto: una borsetta di stoffa a forma quadrangolare entro cui si deponevano un santino e dei nastrini. E’ il così detto abitino che ho visto portare anche a qualche mio amico (un po’ più grandicello). Il contenuto è variabile e “segreto” ma si conoscono alcune componenti il cui simbolismo non sfugge: sale per purificare, chicchi di grano per l’abbondanza ecc. Alla divertente manifestazione “Sogno di una notte a Quel Paese” che fanno a Colobraro lo danno come “pass” per l’evento con l’aggiunta di lavanda per rendere il tutto più profumato e gradevole. Un modo per commercializzare una vecchia “superstizione”!

 

Vita 

Volendo dividere il ciclo biologico dell’essere umano potremmo dire che esso sia scandito da una nascita, una morte ed una fase intermedia che rappresenta la vita stessa fatta di azioni quotidiane. Ci si potrebbe chiedere che cosa sia la vita, ma senza inerpicarsi in discorsi filosofici si potrebbe concludere che la vita è essere, essere nel mondo. Questa condizione viene, nella società del benessere, data quasi per scontato, ma in un mondo come quello contadino lucano del dopo guerra se ne respirava la precarietà giorno dopo giorno. La fame, la malattia dovuta a scarse condizioni igieniche, la pressione psicologica di una società patriarcale, rendevano l’essere una condizione che poteva finire da un momento all’altro perché la morte è concepita come un non essere. I nostri nonni, qui in paese, usano spesso una frase simbolica per restringere il campo della loro azione: “fin a quann ci sug” cioè fino a che sono in vita, quindi fino a che esisto. I riti, le tradizioni, le consuetudini, il ripetersi costante di gesti quotidiani sono una difesa contro le forze del caos che, senza di loro, potrebbero prevalere. Il de Martino descrive bene questa paura dell’uomo: “Un’angoscia caratteristica lo travaglia: e quest’angoscia esprime la volontà di esserci come presenza davanti al rischio di non esserci. La labilità diventa così un problema e sollecita la difesa e il riscatto: la persona cerca di reintegrare la propria presenza insidiata”[3]. La magia appare così come quell’insieme di tecniche che servono all’uomo per riscattarlo da questa crisi e rassicurarlo del proprio “esserci” di heideggeriana memoria, quel Dasein che è “progetto che ricade su se stesso”. Questa è per il de Martino la magia e cala il concetto nella concretezza umana, nella quotidianità, nel dramma dell’esistenza precaria. Questo concetto risponde anche ad altre definizioni che diversi etnologi prima di lui diedero al fenomeno. Lévy-Bruhl, per esempio, la definisce “partecipazione mistica” inquadrandola in un’ottica pre-logica, in cui l’uomo rimasto allo stato primitivo, non distingue tra naturale e soprannaturale. Ma merito del de Martino come riporta un altro grandissimo studioso Raffaele Pettazzoni è: “avere… richiamato l’attenzione sul valore etnologico delle esperienze magiche paranormali”[4]. Se si riconosce una forma di realtà in cui nel corso del dramma esistenziale emerge come riscatto di una presenza in bilico allora la magia è reale. Il de Martino si confronta con un grande pensatore: “Per Hegel la magia consta ancora di superstizioni e di aberrazioni di menti deboli: ma questa antitesi fittizia fra cultura e magia deriva appunto da una persistente limitazione dell’orizzonte storiografico, per cui si riconosce alla cultura, alla libertà e alla storia solo il dominio dei valori tradizionali dello Spirito… senza dubbio la liberazione che si compie attraverso la magia è assai elementare, ma se l’umanità non se la fosse guadagnata , non le sarebbe mai stato possibile porre l’accento sulla liberazione che oggi la affatica, la reale liberazione dello Spirito”[5]

 

Morte

Il ciclo si conclude con la morte che come detto in precedenza, qui, viene vista come annichilimento. Proprio in quanto tale fino a poco tempo fa in Lucania il lutto era strettissimo. Le donne si vestivano di nero per molto tempo, gli uomini non si radevano la barba per quaranta giorni e portavano una fascia nera alla manica sinistra della giacca. Durante la fase del lutto non erano ammessi eventi legati, in qualche modo alla gioia come fidanzamenti, matrimoni ecc. In casa si tappava il camino che all’epoca era la “vita” della casa perché esso non solo riscaldava, ma provvedeva anche alla cottura dei cibi. Data questa situazione di semi-abbandono dovuto al dolore, gli amici e i parenti del defunto portavano del cibo ai famigliari più stretti del defunto. Tale pasto era detto “u cunzl’ “, cioè una consolazione per il dolore subito. Le donne, erano “tenute” a delle lamentazioni funebri molto toccanti e spesso si ingaggiavano delle prefiche a posta. Oggi si è attenuato molto tutto questo insieme di consuetudini, ma in minima parte sopravvive. Si tende per esempio a non accendere la tv o a non fare l’albero di Natale per esempio. I manifesti appesi davanti alla porta del defunto si dice debbano consumarsi con il tempo senza essere strappati così come una volta si faceva per una sorta di cravattone nero che veniva messo sulla porta. Il cibo consolatorio rimane sotto forma di dolce ecc.  ma senza chiamarlo in quel modo perché richiamerebbe alla mente “tempi brutti”. C’è ancora qualche anziano che rende tutti partecipi del dolore con pianti struggenti, esprimendo magari anche il dolore di chi rimane composto, con una funzione stranamente catartica e “lenitiva”. Tutto questo rimane ancora oggi, più vivo in campagna. Sempre in campagna è rimasto anche un rito tenuto molto segreto, forse più per vergogna che per altro. Infatti le forze malevole, possono colpire anche la delicata fase che precede la morte, prolungando un’agonia insopportabile. Spesso queste strane forze erano legate alla stanchezza per la fatica insopportabile. Questo è confermato anche dai modi di dire “non ma fig mang a murì” (sono così stanco che non riuscirei nemmeno a morire, a fare cioè l’ultimo sforzo). In questi casi, si chiama una signora (le stesse praticanti che tolgono l’affascino) che ha il compito di accelerare la morte, ristabilendo l’ordine naturale degli eventi. La signora, arriva in segreto nella casa dell’agonizzante che nonostante le sofferenze non riesce a spirare serenamente. Prende una candela e la passa con formule che solo lei sa, per tutto il corpo del malcapitato. In questo modo è come se, con un gesto di magia simpatica, la vita del sofferente e la vita della candela diventino una cosa sola, di modo che al consumarsi della candela e con lo spegnersi della fiamma, si spenga anche la vita aggrappata, da qualche forza occulta, all’esistenza.   Dopo la morte e la consueta veglia si ritorna a casa ma non senza un gesto particolare che ancora oggi usano fare alcuni abitanti dei borghi lucani: lavarsi le mani. C’è ancora la credenza che il miasma, inteso alla greca come effluvio negativo ed oggettivo quasi di carattere materiale, possa contaminare chi vi viene in contatto. Quasi sicuramente nessuno (o quasi) sa cosa sia il miasma ma molti reputano di malaugurio andare al cimitero e poi andare in casa di qualcuno per una visita, ad esempio. Una volta mia nonna si arrabbiò molto perché una parente le portò le partecipazioni di matrimonio dopo essere passata dal cimitero. E fu proprio lei ad insegnarmi che prima di uscire dal cimitero ci si lavano le mani alla fontanella perché se no: “ports a mort a cas” cioè porti il miasma della morte a casa!

 

Memorie di una cultura popolare

 

Oggi molte sono le manifestazioni di così detto folclore. Tutte queste feste e festicciole non appartengono alla cultura popolare che dicono di rappresentare. Oggi il popolare è di moda, basti pensare agli innumerevoli ibridi di musica o alle più disparate sagre poco inerenti al luogo dove si svolgono. Il popolare è diventato marketing e l’evento sopra citato ne è l’esempio lampante. Questo processo ha probabilmente lo scopo di rendere, manipolandola, la realtà popolare piacevole, vendibile, presentabile. Realtà popolare che fu tutt’altro. Sicuramente difficile, complessa ed a lungo occultata. Oggetto di vera e propria vergogna per le realtà periferiche in cui il progresso è arrivato sotto forma di mito, forse un falso mito creato dalla borghesia per citare il maestro Battiato[6]. Il mondo popolare è fatto di profonda umanità cioè di vita reale di sofferenza, di espedienti, di voglia di sopravvivere alla precarietà della vita. I popoli lucani sono rimasti a lungo isolati dai grandi centri culturali e politici, probabilmente per questo si sono conservati tratti così antichi e così vivi. Infatti non vi sono grandi manifestazioni folcloriche e solo adesso iniziano a spuntare. Quest’anno è stata eletta Matera capitale della cultura del 2019 ma ci si dimentica forse che i Sassi così pubblicizzati recentemente sono stati recuperati solo alla soglia degli anni novanta. Negli anni cinquanta erano espressione di estremo degrado, spazi piccolissimi dove le famiglie coabitavano con gli animali da cortile anche per riscaldarsi. Fino agli anni Settanta nel mio paese si andava a lavorare i campi a dorso d’asino. Questo non è una denigrazione del mio stesso popolo, ma uno sprone a non dimenticare quello che è stato e nello stesso tempo un appello a non vergognarsi di quello che siamo. Il mondo magico fa parte di questo bagaglio storico-culturale e non dovremmo affrettarci a scrollarcelo di dosso o, di contro, sfruttarlo come se fosse una merce, ma conservarlo, almeno nella memoria. Io ho trent’anni e già conservo ricordi di storie e leggende locali come quella del famoso “monachicchio”.  Uno spirito dispettoso che, stranamente, nel mio paese ha una forma femminile (a monachedd). Mi hanno raccontato che in campagna si diverte ad intrecciare le criniere dei cavalli e che se si riesce a rubargli il cappello egli sia pronto a donare un tesoro come ricompensa. Ricordo la leggenda della maledizione del mio paese. Si dice che un monaco, che non ricevette accoglienza, se ne andò stizzito battendo uno con l’altro i sandali facendo volare la polvere e maledicendo in questo modo il paese che da quel momento sarebbe stato battuto dal vento. Sarà sicuramente una leggenda ma oggi, a Rotondella soffiano tutti i venti creati!



[1] Documentario audiofonico storico: la spedizione in Lucania di Ernesto de Martino 1952: http://www.youtube.com/watch?v=BpBeGTA1I-s

[2] E. DE MARTINO, Sud e Magia, Feltrinelli, Milano 1982, CAP I, pag. 8

[3] E. DE MARTINO, Il Mondo Magico, prolegomeni a una storia del magismo, “Universale Bollati Boringhieri” 2007, CAP. II, pag. 73

[4] E. DE MARTINO, il Mondo Magico, recensione al Mondo magico di Raffaele Pettazzoni, pag. 263

[5] Ibidem, CAP III, pag. 221 e 222

[6] FRANCO BATTIATO, Up patriots to arms: “le barricate in piazza le fai per conto della borghesia
che crea falsi miti di progresso”

I segreti della bacchetta

Il simbolismo della bacchetta magica può essere efficacemente migliorato ed elaborato.

di Lupo Ghoran

 

La bacchetta, come sappiamo, e’ l’ arma magica, parte del”quartetto elementale”, corrispondente al Fuoco. Ed e’ proprio partendo da questa corrispondenza di base che ho deciso di sviluppare la mia proposta, analizzando la lettera associata e via via ampliando sempre piu’ il discorso in maniera logica e coerente, fino a giungere alle “ramificazioni” di uno strumento che, tradizionalmente, si e’ sempre visto essere composto da un unica parte lignea – o metallica, nel caso dell’ Ayurveda e della radiostesia, anche se in questi ultimi casi l’applicazione e’ diversa e non finalizzata all’ utilizzo in un rito magico propriamente detto.

La lettera corrispondente all’ elemento Fuoco e’ la Shin, la cui forma suggerisce quella di una triplice lingua d fuoco, e la cui natura ignea la rende affine a quella dello spirito, ignea anch’ essa.

Il “potere”, l’ ingrediente magico e la virtu’ della Sfinge correlata e’ la Volonta’, che pur essendo il veicolo diretto verso il compimento della Grande Opera, e’ di natura duplice, ha un inizio ed una fine. Ma la sua duplicita’ non si ferma a quest’ aspetto.

Oltre ad essere l’ arma magica dell’ elemento Fuoco, ritroviamo la Bacchetta, sottoforma di Caduceo, in pugno ad Hermes, il Mercurio romano, il Thoth egizio dio della magia.

L’ organo corrispondente nel corpo umano e’ il Fallo.

Supponiamo di sovrapporre il Caduceo all’ Albero Cabalistico, facendolo coincidere con il pilastro mediano, come ci suggerisce anche la “storiella” della verga di Aronne, chiamata MThHe HeShQD, il cui valore gematrico corrisponde alla somma dei valori dei sentieri che compongono il pilastro e che connettono Malkuth a Kether (Malkuth-Yesod, Tau, 400 +; Yesod – Tipharet, Samek, 60 +; Tipharet – Kether, Gimel, 3 = 463). Avremo una perfetta rappresentazione della bacchetta ideale, il Caduceo che dal Regno ci conduce alla Corona in via retta, evidenziando la direzione della Volonta’. I due serpenti attorcigliati attorno al bastone di Hermes richiamano al contempo sia la Kundalini che compie il medesimo percorso dal Muladhara all’ Ajna Chackra (corrispondenenti anch’ essi rispettivamente a Malkuth e a Kether ), sia la natura duplice di questa Volonta’ Magicka, tale in quanto composta, su modello universale, da due polarita’, solare e lunare, positiva e negativa, dalla corrente Od e da quella Ob. Da notare che sia la Kundalini che i serpenti del Caduceo sono avvolti in tre spire e mezzo…

Avremo quindi tre componenti, la verga e i due serpenti. Un asse attorno cui due forze opposte si bilanciano e si equilibrano. E qui torna la triplicita’ della lingua di fuoco, Shin.

I grimori ci insegnano a procurarci la Bacchetta tagliando con un solo e singolo colpo il ramo di un albero che risulti il piu’ adatto per forma e lunghezza, e il piu dritto possibile. A seconda del grimorio o della tradizione locale, ci viene suggerito talora il ramo di un Nocciolo, quello di un Noce, di un Frassino, di una Quercia o di una Betulla, o anche di Mandragora. Questi alberi ovviamente non sono scelti a caso, sono tutti connessi a particolari pianeti, ognuno evidenzia un diverso aspetto, e quindi a diverse applicazioni a seconda dello scopo del rituale. Si potranno quindi avere piu’ bacchette, di cui servirsi in funzione del tipo di rituale. Molti maestri pero’ sono concordi nel considerare le armi magicke come un qualcosa di unico, che comincera’ ad essere “caricato” durante la costruzione stessa, e che verra’ consacrato una volta completato, venendo cosi’ “votato” al compimento della Grande Opera (o al raggiungimento del traguardo spirituale-iniziatico, se si preferisce), oltre che a quel particolare aspetto-ingrediente essenziale, in questo caso alla forza di Volonta’, insieme a tutti gli altri elementi dell’ Instrumentaria, altrettanto importanti ed indispensabili, costituendo cosi’ l’ insieme del quartetto elementale: indispensabili, essenziali e basilari sia dal punto di vista meramente pratico-rituale operativo, sia da quello simbolico. Sulla base di questa concezione di “unicita”” dello strumento, mi ritrovo ad essere decisamente piu’ incline, piuttosto che ad un corredo di bacchette selezionate in funzione dello scopo, ad un modello di Bacchetta che sia il piu’ completo, onnicomprensivo e versatile possibile.

Come detto prima, potremo scegliere fra diversi tipi di piante per la costruzione del nostro strumento. Ebbene, ne selezioneremo tre, uno per ogni funzione. Cosi’ come abbiamo detto di aver sovrapposto la nostra Bacchetta all’ Albero, allora potremo dire di seguire quel modello dei tre pilastri che, semplificando, ci fara’ ritrovare con un perno centrale, ed affiancati al quale ce ne saranno altri due, uno per ciascun lato, positivo (Chokmah) e negativo (Binah). Avremo dunque una Bacchetta costituita da tre steli affiancati; la seta che avvolgeremo attorno fungera’ da “collante” non solo per scopo fisico-pratico, ma anche per quello simbolico. A conferma della triplicita’ del corpo-bacchetta abbiamo le tre lingue di fuoco della Shin, triplice anch’ essa,ribadiamo.Fino ad ora abbiamo discusso degli aspetti ignei e mercuriali, che qui riassumo, aggiungendo le altre corrispondenze:Elemento Fuoco; lettera Shin; valore 300; XX Arcano Maggiore, l’ Eone ( o Giudizio); Arma Magicka: Bacchetta; Volonta’
Pianeta Mercurio; lettera Beth; valore 2; I Arcano Maggiore, il Mago; Arma Magicka Bacchetta;

Tutte queste corrispondenze sono inerenti sia alla Bacchetta nel suo insieme,composta da ogni suo “pezzo”, sia, nello specifico, al centrale dei tre steli.

Spostando l’ attenzione su quest’ ultimo, dobbiamo ricordarci che l’ 11 e la Kaph sono rispettivamente il numero e la lettera propri della Magia (vedasi dottrina dell’ 1 oltre il 10, ad esempio. Come saprete, lo stesso Crowley non parlava a caso di “MagicK”…). Affiancati ad essi troviamo il pianeta Giove ed il X Arcano Maggiore, la Ruota. Ed anche qui troviamo la Bacchetta, associata a Giove sia in forma Sephirotica (Chesed), che in forma di sentiero (il 22^, tra Chesed e Netzach). Abbiamo come equivalenti di Giove-Zeus divinita’ come Indra e Thor, tutti a presiedere al Tuono, al Fulmine ed alla Tempesta. Ma, dato il fattore controbilanciante dell’ Albero, a Chesed ed al pilastro destro, positivo e maschile, troviamo pero’ associato anche l’ elemento Acqua; infatti a fianco di Zeus troviamo il fratello Poseidone, dio degli Oceani, con cui si contese il dominio del mondo. Sia Thor, che Poseidone che Zeus (quest’ ultimo in particolare con la Formula del Tetragrammaton. L’ analisi del X Arcano ce lo conferma…) sono conosciuti per essere particolarmente versati nelle Arti Magicke (senza contare poi, che nell’ immaginario collettivo, non a caso, la bacchetta magica sia vista come uno strumento capace di emettere scintille e fulmini!). Ecco forniti i legami delle corrispondenze.

La pianta di Giove e’ la Quercia, e sara’ proprio un ramo di questa pianta che noi porremo al centro. La tradizione norrena vuole che l’ Yggdrasil, il famoso albero che fungeva da axis mundi connettendo i nove mondi distribuiti su tre piani sovrapposti, fosse a volte una Quercia, a volte un Frassino, e a volte addirittura un Tasso. Posto quanto detto fin’ ora, e dato che, anticipo, ci serviremo del Frassino piu’ avanti (per esaltare aspetti comuni ad un altro pianeta), la nostra scelta ricadra’ sulla Quercia per lo stelo centrale: avremo cosi’ uniti gli aspetti di Giove e quelli di axis mundi, aspetto quest’ ultimo suggeritoci anche dalla Ruota (il X Arcano, menzionato prima) quale perno e fulcro centrale. Si noti che “Yggdrasil” significa “il bastone (Drasil) di Ygg”, un epiteto di Odino, il quale presenta qualita’ tipicamente mercuriali, oltre che gioviane.

Va ricordato che la Quercia e’ connessa anche a Marte. Cio’ rendera’ ancora piu’ completo il nostro Strumento dimostrando che la scelta della Quercia non e’ affatto casuale, poiche’ presentera’ sul piano Sephirothico gli aspetti sia di Giove – Chesed, che di Marte – Geburah. Il nostro perno avra’ cosi’ racchiusi in se’ l’ elemento amalgamante – unificante – coesivo di Chesed, e quello opposto disgregante – separatorio – di frammentazione di Geburah. Sintesi e Analisi, Solve et Coagula.

Non contenti di tutto cio’, dulcis in fundo, faccio notare che molte qualita’ della Quercia sono condivise anche dal Noce, che, al pari della Quercia, come ancora non ho detto, sono anche tipicamente solari. E condivide altresi’ con lei la natura Marziale, ma non solo. Il frutto della Quercia e’ la ghianda e quello del Noce, ovviamente, la noce. Anticamente la Quercia veniva chiamata Juglans (Jupiter Glans, il glande di Giove), il genere botanico cui appartiene l’ albero del Noce. Eccoci presentato uno dei motivi per cui a questi due alberi vengono attribuite qualita’ Fallico – Solari, oltre che Gioviane.

Ci si procuri dunque un ramo di Quercia ( o di Noce, lo si trovasse piu’ adatto!) di lunghezza equivalente alla distanza fra il proprio gomito e la punta del dito medio e con un diametro di 1,5 – 2 cm. Lo si lasci seccare e lo si speli con la lama utilizzata solamente per le operazioni magicke, il coltello dell’ Arte. Per quanto riguarda il taglio del ramo dalla pianta, l’ uso della roncola si rivelera’ particolarmente pratico ed efficace, superiore alla falce, indicata per il taglio dell’ erba e arbusti dal fusto esile. La roncola, rispetto al machete, se volessimo andare maniacalmente incontro alla tradizione, ha la lama falciforme, e sara’ quindi piu’ confacente nel caso ci si volesse procurare il ramo durante una particolare fase lunare.

Occupiamoci ora degli altri due steli. Data la natura, come ho ribadito, ignea dello strumento, non avrebbe senso bilanciare attorno al nostro perno due forze espresse in termini elementali opposti fuoco – acqua, nemmeno sarebbe attinente alle correnti Od ed Ob ad esse associate. Saranno quindi ovviamente i pianeti Sole e Luna ad interessarci. La scelta della collocazione di ciascuno dei due steli a destra o sinistra e’ a discrezione individuale; si potra’ posizionare lo stelo lunare a sinistra e quello solare a destra – o viceversa – a seconda della concezione soggettiva di collocazione delle forze e soprattutto della prospettiva da cui si osserva la “mappa”. Ognuno fara’ come riterra’ meglio sia. Il mio consiglio resta pero’, in questo caso, di collocare il positivo a destra ed il negativo a sinistra, sul modello dell’ Albero che stiamo seguendo.

Per quanto concerne il lato lunare, potremo scegliere fra ben tre tipi di piante diverse, tutte squisitamente lunari: Mandorlo, Nocciolo e Betulla ( e altre ancora ve ne sarebbero, ma ho deciso pero’ di limitarmi a proporre le tre sopra per motivi di reperibilita’, come nel caso della Mandragora, piuttosto rara, e/o per motivi pratici, e per non allontanarmi troppo dalle linee guida base tradizionali ).

La Verga di Aronne, di cui parlavo prima, era di Mandorlo. Il Nocciolo resta uno degli alberi piu’ diffusi ed utilizzati da sempre per la costruzione della Bacchetta, che esalta l’ aspetto stregonico connesso a deita’ lunari quali Hecate ed Artemide, al pari della Betulla nella tradizione norrena associata a Freya.

A questo ramo sara’ associata la corrente Ob (AUB, 9, la Luce Astrale).

Si scelga una di queste piante e si proceda come sopra.

Fra le piante solari potremo scegliere fra Frassino, Acacia e Noce (nel caso non ce ne fossimo serviti prima). Trovando che l’ Acacia abbia un sentore troppo da vecchio Aeone, e che il Noce sia troppo sbilanciato, la mia scelta ricadra’ sul Frassino poiche’, oltre a nutrire per quest’ albero una certa personale “simpatia”, trovarlo associato anche a Saturno mi porta a considerarlo ideale per il tipo di corrente dell’ attuale Aeone, che questo modello di Bacchetta cerca di incarnarnare nei suoi aspetti Marziali – Solari – Saturnini.

A questo ramo sara’ associata la corrente Od (AUD, la Luce Magica).

Si faccia la propria scelta e si proceda come sopra.

Servendoci della lama dell’ Arte (o di un pirografo se ne si dispone), a meta’ circa della lunghezza del ramo di Quercia, andremo ad incidere una Ken, la runa torcia del Fuoco della Volonta’, fiaccola Prometeica della Saggezza; ed una Eiwaz, la runa fallica simbolo dell’ Yggdrasil. Per far risaltare i segni incisi, si consiglia di ripassare le rune con un pennellino nero.

Si spennelli e si sfreghi ora ogni ramo con olio di Abramelin ( o con qualsiasi altro olio si sia avvezzi utilizzare per le operazioni magicke ) e lo si lasci impregnare il legno. Oltre a partecipare della consacrazione dello strumento, la Bacchetta cosi’ trattata rifulgera’ di splendore dorato alla luce delle candele.

Da uno scampolo di seta si tagli una striscia di 8 cm di altezza e lunga 36 cm che utilizzeremo come “collante” per avvolgere e tenere insieme i tre steli affiancati a mo’ di triangolo avente per base il lunare ed il solare e come vertice il mercuriale – gioviano. 36 e’ il numero mistico di Hod, oltre che un numero fallico – solare (6×6). 8 e’ invece il valore di ABHe, sinonimo di Volonta’; e di DD, sinonimo di Amore. Sulla parte della striscia che restera’ visibile, andremo a riportare, con un pennello od un pennarello nero, il simbolo alchemico del fuoco affiancandolo su ciascun lato con il simbolo di Mercurio. Avvolgiamo stretta la striscia attorno ai nostri tre steli, in modo da ottenere un unica Bacchetta triplice, lasciando visibile e in superficie questa parte dipinta che ho appena descritto.All’ estremita’ di ogni ramo andremo a collocare le pietre corrispondenti. Personalmente, il mio consiglio e’ di inserirle ognuna in una propria spirale porta – pietre e servirsi poi dell’ anello (dove viene fatta passare la corda per poterla portare al collo ) per poterle legare con dello spago agli steli. Un’ altra valida alternativa, per chi non vuole servirsi di metalli, consiste nel fissaggio con un punto di colla a caldo, metodo efficace ed anche estetico se ci si impegna a dosare la giusta quantita’ di colla applicandola nel punto migliore. Eventuali “bave” potranno essere rimosse con un cutter quando la colla si sara’ indurita.Ramo centrale: Opale o AgataRamo lunare: Perla, Pietra Lunare, Cristallo o QuarzoRamo solare: Crisolito o Topazio (dato il costo non indifferente di certe pietre, specie di queste ultime, e’ possibile sostituirle con valide alternative piu’ economiche che molte librerie esoteriche hanno da offrire in abbondanza. Si consultino anche, eventualmente, i manuali di cristalloterapia )Fatto cio’, si consacri la Bacchetta come si e’ soliti procedere. La nostra Arma e’ pronta.

L’Antro Speziato

L’Antro Speziato

tra la magia dei Sabba e la passione dell’Arte

di Maia Aracne

Il nuovissimo libro edito dal Circolo dei Trivi è finalmente online, potete scaricarlo subito

Scorrendo queste pagine avrete modo di conoscere una strega che ha saputo mescolare sapientemente il suo amore per la magia con la passione innata per la buona tavola, perché come scrive Maya: “La strega vive e celebra lo scandire della Ruota dell’Anno portandone anche i sapori e i profumi nelle segrete ricette che cucina nel suo magico antro, cibi squisiti che potranno essere gustati come libagione al termine dei sabba”.

Nel preparare le sue pozioni e le sue ricette l’autrice si lascia guidare dall’istinto, dalla fantasia, dall’ immaginazione, dalle corrispondenze magiche, dalle antiche tradizioni popolari tramandate nei secoli, dalla conoscenza dei sabba e dal rispetto della stagionalità. Ogni alimento ha la propria stagione e se impariamo a rispettare questa fondamentale corrispondenza, anche le nostre pietanze saranno più buone e genuine.

Lasciamo che sia la natura “ad ispirarci e a guidare sapientemente la nostra mano, nel scegliere, nell’amalgamare e nello sposare insieme sapori e gusti che riecheggeranno del ricordo del sabba per cui li stiamo cucinando.”

Non ci resta nulla da aggiungere alle sue parole, se non augurare a Maya che questo monografico sia un gustoso “antipasto” di future pubblicazioni e a voi buon appetito… e buona lettura!

Antro Speziato

versione a colori

versione in bianco e nero per stampa domestica

(dimensione 37 MB)

Maia Aracne (Marcella Caso)

Nasce in un mondo fatto di profumi e sapori nei quali si perde fin da piccolissima, grazie ad una mamma e ad una nonna che le insegnano, giocando, i misteri della buona cucina.
In adolescenza inizia ad avvicinarsi anche al mondo magico, cominciando così a scoprire come certi abbinamenti risuonino in maniera più armonica di altri sia in magia che in tavola.
Passa il tempo e l’Arte si fonde e si confonde con la vita di tutti i giorni, fino a diventarne parte integrante, tanto che Maia riesce a farne addirittura la propria professione. Un mestiere dolce ed esotico nel variegato mondo del cioccolato, dilettandosi come chef a domicilio, per dar modo ai più di sognare a tavola.
Dalle sue esperienze nasce questo monografico, con la speranza di accompagnare le vostre nuove scoperte dell’Arte nell’Arte.