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La Stregoneria si trova nel mezzo

Seconda e ultima parte

 

di Alberto Paganini

 

L’approccio della differenza e quello della somiglianza

Arriviamo adesso al cuore di questo articolo (ma come, dopo tutto questo tempo ancora non siamo arrivati al punto centrale? Eh sì ragazzi, suvvia che leggere nutre la mente!). Leggendo le due (in realtà quattro) risposte principali al mio articolo, “Alla ricerca della stregoneria” e “La Stregoneria Ritrovata”, ho notato che i due approcci all’analisi del fenomeno erano completamente opposti. Confesso di essermi ritrovato stranito ad aver incontrato nelle prime repliche critiche di un tipo e nell’altra critiche del tipo opposto. Solitamente quando ricevi delle critiche queste sono concordi, in questo caso però non è stato così, al che ho riflettuto e mi sono reso conto che, più che critiche, dovevo vedere i due atteggiamenti come diverse visioni, diversi approcci alla Stregoneria, che ho chiamato rispettivamente “approccio della differenza” e “approccio della somiglianza”. Come al solito, veritas in medias res est, e quindi è opportuno bilanciare queste due tendenze in modo equilibrato. A tal fine, ho deciso di tirar fuori gli argomenti che sono usciti in modo da vedere le due posizioni in merito a ciascuno di essi e stilare poi una mia sintesi derivante da entrambe.

– Idromanzia e Magia Cerimoniale: E’ stato asserito che l’idromanzia fosse in realtà un approccio cerimoniale e che quindi il caso di Giuliano Verdena, tessitore mantovano processato nel 1489 che impiegava tale tecnica per mettersi in contatto con la Signora del Gioco, fosse una contaminazione cerimoniale con elementi stregoneschi. In verità, come rivela lo stesso Ginzburg, tale formula era usata in ambito popolare da classi sociali basse già da molto prima, difatti le stesse parole usate dal Verdena erano impiegate anche dalle classi meno abbienti per scoprire i ladri. La formula difatti non ha nulla a che vedere con gli angeli dei grimori, ma si trattava di una recitazione popolare che faceva più o meno così: “Angelo bianco et Angelo santo, per la tua santità et per la mia virginità [o, in alcuni casi, purità] mostrami il vero”. Un’altra versione, sempre usata in magia popolare per trovare i ladri, era “Angelo bianco, Angelo nero, mostrami il vero”. Lo stesso Luigi Zanazzo, autore di un libro favoloso sulle tradizioni di Roma, parla della tecnica della Caraffa, che “consiste in d’una bbottija che la strega ggiudìa, facenno un sacco de scongiuri, ve la prepara, ve la mette su la tavola, e vvoi a quanto drento a ’sta Caraffa ce vedete comparì’ e’ llombetto o la ladra che vv’ha rubbato.” Che fosse collegato alla Buona Società e al volo lo rivelano il processo contro Diell Breull dove una Domina Nocturna invita a guardare dentro catini d’acqua per avere visioni e quello riportato da Eva Pocs di una taltos che, fissando la vista in un catino d’acqua, si trasforma in animale e viaggia fuori dal corpo. Giuseppe Pitrè riporta poi (ne l’“Archivio per lo Studio delle Tradizioni Popolari” I, 327) che a s. Giovanni i contadini del Napoletano mettevano fuori una secchia d’acqua per vedervi riflesse Erodiade e sua madre, collegate alla Stregoneria, come abbiamo visto – questo tra l’altro mostra ancora di più come Erodiade fosse parte della tradizione popolare e non un’invenzione degli inquisitori. Inoltre l’uso di impiegare i catini o i secchi d’acqua per vedere la Processione dei Morti in determinate giornate è presente in Lucania, a Grumo Appula (BA), a Foggia e in molte altre parti d’Italia. A cosa è dovuta, quindi, questa arbitraria esclusione dell’idromanzia dal patrimonio della Stregoneria? Probabilmente a una visione della differenza: l’autore avrà sicuramente notato l’uso dell’idromanzia in ambito cerimoniale e avrà pensato che, essendo presente nella magia cerimoniale, non poteva sussistere anche in quella popolare o nella stregoneria della Buona Società. In realtà anche la magia naturale citata molto spesso dai maghi cerimoniali coincide in buona parte con la magia popolare propriamente conosciuta, perlomeno nelle procedure (molto meno per le formule). Quindi molte tecniche, su questo livello, rimangono comuni. L’idromanzia sarà sicuramente una di queste tecniche. Le procedure più complesse, che fanno solitamente capo alla magia evocatoria e/o richiedono conoscenze astrologiche o di linguaggi (come ad esempio l’impiego di sigilli con caratteri in ebraico), sono invece solitamente quelle che differiscono di più. In contrasto a questa visione, quella della somiglianza tende a vedere tutto come equamente possibile: il cerchio è parte della stregoneria così come lo sono gli scongiuri in dialetto. Tale visione non riesce a distinguere dunque le contaminazioni, che solitamente sono eccezionali e si contano sulla punta delle dita, dalle regole. Pertanto se è vero che talvolta la strega poteva avere un libro del comando, aprire il cerchio, usare sigilli, bisogna tener conto che si trattava di eccezioni. Questo nella pratica di oggi ci dice qualcosa? Assolutamente no, dato che si trattava di esclusioni non per principio, ma per pura mancanza di possibilità di venirne a contatto. Però tale assenza ci fa capire anche che molte di queste procedure, impiegate quasi come dogmi dai moderni esoteristi che non farebbero mai alcun rituale senza aprire il cerchio, chiamare i guardiani o avere tutti e centomila i loro strumenti perfetti, ordinati per elementi, purificati e consacrati, che agiscono con l’ora magica giusta seguendo il corso dei pianeti in maniera impeccabile, sono ben poco essenziali come si suole invece credere.

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– Benandanti e streghe: La visione della differenza fin da subito distingue tra streghe che vanno con la Signora dai benandanti e altri praticanti geograficamente vicini che lottano in spirito per la fertilità. In verità questa divisione geografica è fittizia, pensare che solo il mondo slavo e balcanico abbia il tema delle battaglie in spirito e che dunque i benandanti siano da attribuirsi a questa corrente e differiscano perciò dal resto della stregoneria del nostro Paese è errato: pensiamo ad esempio ai Mazzeri, che combattono anche loro in spirito, e si trovano in Corsica, quindi quasi attaccati alla Sardegna, ben lontano dall’area slava. La visione della differenza sottolineerà come i mazzeri lottino tra di loro, mentre i benandanti lottano contro streghe o spiriti maligni. In realtà anche nel caso dei praticanti centro-europei accomunati ai benandanti vi sono lotte tra gruppi appartenenti alla stessa tipologia. Ad esempio gli zduhaći (presenti in Montenegro, est Erzegovina, parte della Bosnia e nella regione di Sangiaccato della Serbia sud-occidentale) combattono contro altri zduhaći, così come anche – riporto da Shamanistic Elements in Central European Witchcraft (Gábor Klaniczay & Mihály Hoppál: 267-292) – “i táltos[, che] non combattevano le streghe per la fertilità; combattevano tra di loro”. Non solo, Burcardo di Worms scrive nel suo Decretum, già agli inizi dell’anno mille, assieme alle invettive contro il corteo della Domina: “hai creduto, come alcune donne sono abituate a credere, cioè che in virtù di altri arti fornititi dal diavolo di aver attraversato nel silenzio della notte quieta attraverso porte chiuse per volare tra le nubi, dove hai intrapreso battaglia su altri, sia infliggendo sia ricevendo ferite”. Questo ci fa ipotizzare che le leggende sulla Stregoneria fossero inizialmente composte da (almeno) due temi, il primo del corteo di casa in casa (che si stabilizzerà e diventerà il Sabba) e il secondo delle battaglie in Spirito (che via via scomparirà fino a restare solo in alcune aree geografiche, aree dove il complesso del sabba spesso non si svilupperà proprio se non direttamente in forma demonizzata). La visione della somiglianza utilizzerebbe questa scoperta per affermare che non vi fosse differenza alcuna tra le tradizioni stregonesche d’Europa, d’altra parte ciò non è così: nella pratica, essendo il sabba derivato dal corteo di casa in casa che compiva la Domina Nocturna, non ha motivo di esistere o di essere ripreso in molte delle tradizioni centro-europee, che avranno invece una spiccata attenzione sul viaggio in trance. Allo stesso modo, per le aree geografiche che condividono il corteo di casa in casa (e quindi anche il sabba da esso derivato), vi sarà una struttura comune ma molte differenze nella specifica Domina Nocturna omaggiata, nei giorni legati al sabba, nelle procedure e nelle formule impiegate a livello magico e divinatorio, e così via.

– Folklore vs Processi: Un approccio della differenza affermerebbe che bisogna fare affidamento esclusivamente sui processi perché solo in essi era presente direttamente la voce del praticante. Questa idea però è errata per un motivo molto semplice: non possiamo distinguere l’esperienza diretta dalla credenza popolare riportata in un processo. Per questo motivo, buona parte delle testimonianze degli inquisiti altro non è che folklore popolare riportato in aula. In buona sostanza possiamo sapere cosa si credeva, possiamo ipotizzare che venisse messo in atto, ma non possiamo sapere con esattezza da chi. Questo approccio inoltre non tiene conto che la maggior parte delle streghe altro non era che persone che avevano introiettato credenze folkloriche sulle streghe e le avevano rivolte a sé stesse. Che il folklore possa dare una conferma di ciò che troviamo nei processi è dimostrato dalla presenza della figura della Donna del Buon Gioco e di Perchta nelle proprie rispettive leggende popolari locali. L’approccio della somiglianza, partendo da ciò, tende però a esagerare, facendo collimare le date del sabba con le date di qualsiasi festa popolare. In realtà i sabba sono folkloricamente collegati alle streghe, e in particolari casi possono coincidere con le giornate legate al ritorno dei morti in virtù del collegamento tra Processione dei Morti, Caccia Selvaggia e Stregoneria.   L’approccio della differenza tende a essere processo-centrico, per questo motivo esclude che qualsiasi culto pagano sia rimasto ai giorni nostri o fino a un paio di secoli fa, dato che oltre un certo periodo non si riscontra più alcuna menzione di Divinità pagane nei processi. Tutto ciò è sconfermato da esempi lampantissimi che mostrano come episodi di culti pagani siano rimasti fino a pochi decenni fa, pertanto interi sistemi è possibile che siano sopravvissuti fino a un secolo fa: pensiamo a Maimone, celebrato in Sardegna fino a meno di vent’anni fa, al culto di Cupiddo che Aldo Onorati ha testimoniato esistesse fino agli anni ’60, o infine alle testimonianze di Gustav Henningsen che ha mostrato l’esistenza di Donne di Fuori siciliane ancora negli anni ’80. Con ciò non voglio dire che fosse tutto vispo come secoli fa, ma che alcuni focolai sono rimasti quasi fino a noi.

– Spiriti Familiari: sempre presenti e solo di un tipo?: L’approccio della differenza ritiene che i Famigli debbano essere sempre presenti, e che debbano essere presenti solo quelli di un tipo: quelli umani. L’approccio della somiglianza afferma invece che i Famigli non fossero necessari e che potessero essere di ogni genere, dalla pianta al minerale all’umano all’animale. Entrambe queste visioni sono limitative: non è vero che i Famigli fossero sempre presenti, dato che né le donne descritte dal Canon Episcopi, né le seguaci di Abundia del XIII secolo, né le conosciutissime Sibilla e Pierina ne avevano. Inoltre i processi, anche italiani, sono pieni di riferimenti a mutazioni in animale o a cavalcate di notte nell’aria sul dorso di animali. Che essi siano o meno considerabili famigli dipende solo da noi. Allo stesso modo, non è giusto dire che il famiglio fosse sempre assente, è presente in numerosi casi, e la stessa Domina Nocturna, se vogliamo, in quanto alleato, è un Famiglio, e non possiamo avere una Buona Società se manca una Domina Nocturna. Inoltre nonostante teoricamente sia possibile avere famigli di ogni tipo, storicamente alcuni sono più comuni di altri, pensiamo a quelli fatati (soprattutto le fate della casa, come il Browny, come ci dimostra Emma Wilby), umani trapassati (es. Tom Reid per Bessie Dunlop) e animali (pensiamo all’Imp o alle Gatte Masciare che si trasformavano proprio nel loro famiglio).

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– Domina Nocturna vs Dominae Nocturnae Se l’approccio della differenza asserisce che ogni tradizione è da considerarsi religione a sé, senza alcun legame con le altre, quello della somiglianza sembra invece voler affermare che tutte le diverse Dominae Nocturnae siano derivanti da un’unica figura. Che tale figura sia ora Epona, ora una Dea germanica, ora ancora Ecate o chissà quale, non importa. Non si capisce perché, ma la possibilità che le diverse Dee non siano sincretizzabili tra loro sfugge. Eppure, se si trattasse della stessa Dea, perché tutti questi nomi diversi? Che ci sia una base comune è giusto, ma se non riconosciamo la differenza delle varie tradizioni compiamo uno sbaglio.

– Caccia Selvaggia, Processione dei Morti e Stregoneria Spesso che Caccia Selvaggia, Processione dei Morti e Stregoneria siano collegate dà fastidio a chi sostiene la visione della differenza. Tutte fanno capo a un unico tema: quello del viaggio verso il regno degli spiriti. Eppure c’è chi distingue tra spiriti e spiriti: un conto è se gli spiriti sono vivi come le streghe, un altro se sono morti, un altro ancora se sono una muta di cani spirituali. Che i cani rappresentino da sempre le anime dei morti è cosa risaputa, ma tale collegamento spesso è sottolineato dalla presenza, nelle leggende, di cani o cavalli con tre gambe o da racconti in cui demoni e morti asseriscono di potersi mutare in animali. Che gli spiriti fossero tutti bene o male interscambiabili si nota poi da esempi palesi come la presenza di una Regina delle Fate a capo delle streghe che è collegata a Christsonday che viene descritto come un angelo e che manda ai suoi protetti (come ad esempio Bessie Dunlop) dei famigli. All’interno del suo corteo, secondo la leggenda di Tam Lin, e all’interno della sua corte, secondo quanto ci riporta Emma Wilby, si trovano persone morte. La stessa Regina di Elphame viene associata al Diavolo nel processo di Isobel Gowdie. Qui vediamo dunque in maniera quasi interscambiabile: fate, streghe, famigli, morti, angeli e demoni. I famigli stessi vengono descritti da un sacerdote scozzese del XVII secolo, secondo quanto ci riporta Emma Wilby, come dei “diavoli bianchi”, e vengono associati a loro volta a fate della casa come Browny e Robin Goodfellow. Juliana Winkerin, vissuta nel XVI secolo a Umes nelle Alpi Tirolesi, affermò allo stesso modo di far parte della Buona Società, la cui guida a capo di essa veniva chiamata “Regina della Terra degli Angeli”, “Regina degli Elfi” e “Regina degli Angeli”. Come vediamo, ancora una volta angeli, elfi e streghe (ovvero membri della Buona Società) sono visti come interscambiabili. In un clima di questo tipo come si può pensare che esistesse davvero, per la popolazione, una differenza tra classi di spiriti e quindi tra corteo delle streghe, corteo dei morti e corteo del Cacciatore Selvaggio? Senza contare che i tre fenomeni spesso avevano le stesse scadenze calendariali, tradizionalmente quelle deputate al ritorno dei morti: nello stesso periodo di tempo si diceva vagasse il Cacciatore Selvaggio, la Processione dei Morti e il Corteo delle Streghe. Vi sono esempi poi in cui tale collegamento è lampante, come nel caso dello Sluagh, che è connesso a tutti i fenomeni. Esso è composto da defunti morti durante una battuta di caccia, spesso accompagnati da cani ultraterreni detti Cu-sith. Lo Sluagh è una processione fatata, connessa alla caccia al pari del Cacciatore Selvaggio, e a capo vi è la Regina delle Fate, la stessa che governa le streghe. Jacopo Passavanti nel XIV secolo scrive che di chi “dice che vede morti e favella con loro, e che va di notte in tregenda colle streghe”. Quest’affermazione collega i due fenomeni: stregoneria e processione dei morti. Numerosi sono poi i casi, tra cui il più famoso è sicuramente quello descritto da Renward Cysat, cancelliere di Lucerna, dove i morti andavano di casa in casa e si lasciava loro da mangiare, da bere e il letto ben fatto. Questo comportamento era lo stesso che si teneva per il corteo della Domina Nocturna. Inoltre spesso il corteo di morti che andava di casa in casa includeva le anime di persone ancora in vita che volontariamente lasciavano il corpo per essere reclutate dalla processione. Il collegamento con le streghe è evidente. Johannes Mathesius nel XVI secolo parla de “la vecchia Percht con la sua armata furiosa”. Ciò collega la Caccia Selvaggia (chiamata anche armata furiosa) alle streghe, dato che Percht è una Domina Nocturna. Difatti numerosi sono i casi in cui le figure a capo della Caccia Selvaggia sono anche a capo delle streghe. La visione della differenza fa poi distinzione tra Caccia Selvaggia e Processione dei Morti vedendo quest’ultima come meno pericolosa della prima. In realtà è molto probabile che la processione sia stata cristianizzata e che in origine coincidesse con la caccia selvaggia. Questo si intravede in alcune leggende come quella per cui un novello marito, per giocare con i suoi amici, lascia la fede pochi minuti sulle dita di una statua, trovandola poi al ritorno con la mano chiusa. Spaventato, fa finta di niente ma lo spirito della statua lo tormenta la notte e l’uomo decide dunque di fare qualcosa per risolvere la questione. Chiede consiglio quindi a un frate, il quale gli suggerisce di domandare l’aiuto del capo della processione dei morti, ma facendo assoluta attenzione a non rivolgergli la parola per primo. Questo avviso, di non parlare per primo, fa dunque notare come dietro l’aria di innocuità anche la processione dei morti, se non si seguono le giuste regole, rischia di diventare fatale. Anche la Messa dei Morti, variante della processione presente nel sud Italia, è piena di rischi. La leggenda vuole infatti che, vedendo una chiesa illuminata, qualcuno entri a sentir messa, scoprendo poi che si tratta della messa che sentono i morti. Il rischio in questione è quello di rimanere uccisi se non si scappa in tempo. Molte volte ciò non basta e anche coloro che fuggono si ammalano comunque. Inoltre una leggenda sulla Processione dei Morti vuole che, chiedendo un lume alla Processione, quello che si riceve, tornati a casa, è un arto di cadavere. Questo elemento coincide con quello del bottino del Cacciatore Selvaggio di cui ho parlato prima, composto anch’esso da parti di cadaveri e donati a chi gli richiedeva parte della propria caccia. Tra l’altro tutto ciò che ha a che fare con l’Altro Mondo mantiene un’eterna condizione di ambiguità: le Fate, ad esempio, sono sia dispensatrici di doni che coloro che ti sostituiscono tuo figlio con un changeling che deperirà piano piano. La visione della somiglianza, in questo caso, però non deve farci confondere e far pensare che un’equità di significato implichi un’equità di apparenza. Sebbene il significato sia lo stesso, il Cacciatore Selvaggio solitamente si manifesta come un uomo (raramente una donna) guidato da una muta di cani, la Processione dei Morti come un corteo. Oltre a queste forme base, ve ne sono altre più specifiche, di cui parla abbondantemente Claude Lecouteux in “Phantom Armies of the Night”.

Questi sono solo alcuni dei temi tirati in ballo dagli articoli pubblicati, ma sicuramente mi hanno permesso di spiegare al meglio perché ritengo più valido un approccio mediano tra quello della differenza e quello della somiglianza. Questo approccio nello scoprire la Stregoneria mi permette di asserire con risolutezza che, in fondo, la Stregoneria non si deve ricercare tra i due estremi ma si trova nel mezzo. Ringrazio infinitamente gli autori che mi hanno permesso di riflettere in merito ai temi trattati e i gestori del blog per l’ospitalità in questa sede. Per quanto riguarda le fonti da cui ho preso le informazioni contenute in questo articolo, coincidono con la bibliografia citata nel mio articolo precedente: “Alla ricerca della Stregheria”, pertanto per questo dettaglio rimando a tale post.

 

 

 

Santo o Natura? Il Maggio di Accettura

di Salvatore Fortunato

 

 

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Una gita fuori porta …

In questi giorni si sta svolgendo in un piccolo centro della Basilicata, immerso nei boschi, una festa patronale che perpetua antichi riti legati indubbiamente alla fertilità. Una fronda di agrifoglio trasportato a spalla per circa 15 km dalla foresta di Gallipoli, la così detta Cima incontra, in paese, il Maggio, un cerro di quasi trenta metri di lunghezza trascinato da coppie di buoi dal bosco di Montepiano. Inizia così una grande festa con il compimento del loro matrimonio. Con qualche amico quest’anno mi sono recato ad Accettura a respirare quest’aria di festa. Nell’attesa dell’arrivo del Maggio ci siamo recati nella chiesa di San Giuliano dove un lucido prete ci ha dato qualche informazione sulla festività. A quanto pare la Chiesa ad un certo punto si interessa a ciò che succedeva nel paesello lucano e manda qualcuno proprio per controllare cosa “si stava combinando” , come ci ha detto il prete. In effetti dall’archivio parrocchiale si rileva che il culto di san Giuliano è cominciato a manifestarsi dal 1725 ma il patronato ufficiale si ebbe solo nel 1797 dopo una disputa sull’autenticità delle reliquie. L’unione della festa precedente del maggio e la festa di san Giuliano trova la sua conferma nella celebrazione del Centenario nel 1897 anno in cui si posò per la prima volta il santo in largo san Vito.

Dopo la piacevole chiacchierata con don Filardi ci siamo recati al Museo dei culti arborei dove il preparatissimo naturalista Antonio de Bona ci ha spiegato un po’ le origini della festa. “Quando l’uomo vede un oggetto con un certo potere, se lo porta a casadice de Bona facendo l’esempio dell’agrifoglio la cui caratteristica difensiva data dalle spine l’uomo vorrebbe per sé. Partendo da questo concetto è facile capire come l’albero abbia sempre avuto un ruolo principe nell’immaginario dell’uomo. I frutti simboleggiano abbondanza, il legno forza, i rami flessibilità, i fiori bellezza e così via. Da qui il buon Antonio azzarda anche un estemporaneo oroscopo degli alberi riprendendo un po’ il folclore dei celti. Io sarei un castagno.il castagno” prosegue il naturalista “ha dato molto all’uomo quando non aveva da mangiare, pensate alla farina di castagne”. In effetti dai discorsi sull’importanza degli alberi nella storia dell’uomo non posso che fare una breve riflessione. Il grande “ossimoro simbolico” dell’albero. Esso infatti rappresenta la natura selvaggia eppure proprio da esso l’uomo crea la civiltà come ci fa notare il nostro esperto: “dal legno degli alberi l’uomo ha ricavato la ruota, le assi per la ferrovia, i primi aerei”. In effetti è proprio così.

 

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Il simbolo dell’albero

La celebrazione del Maggio di Accettura appare, nelle linee fondamentali, fedele ad uno schema che si ritrova nei culti arborei presenti in Europa. Il Frazer riteneva che questa usanza portasse nel paese “lo spirito fecondatore della vegetazione risvegliatasi con  la primavera”, mentre il Manhanardt vede nell’albero di maggio lo spirito della vegetazione che esercita “i suoi benefici anche sugli animali e sull’intera comunità”. Pochi oggetti sono stati così carichi di contenuti simbolici come l’albero. Esso è simile per certi versi all’uomo: piantato nella terra ma rivolto al cielo conciliando l’alto e il basso, il mondo celeste e quello terreno. L’albero quindi come immagine concreta della verticalità rappresenta l’axis mundi, l’asse del mondo attorno a cui è disposto gerarchicamente il cosmo: pensiamo all’Yggdrasil dei Germani o in maniera più intellettuale l’Albero della Vita della Qabbalah. Scrive Eliade: “Nei miti e nelle leggende sull’Albero della Vita abbiamo spesso trovato implicita l’idea che esso si trova nel centro dell’Universo e collega Cielo, Terra e Inferno. Questo dettaglio di topografia mitica ha valore particolarissimo nelle credenze dei popoli nordici, sia altaici che germanici e centro-asiatici, ma la sua origine è probabilmente orientale (mesopotamica). Gli Altaici, per esempio, sanno che sull’ombelico della Terra cresce l’Albero più alto, gigantesco abete, i cui rami si estendono fino alla dimora di Bai-Ulg„n¯, cioè fino al Cielo. Molto spesso l’albero sta in cima a una montagna, nel centro della Terra. I Tartari Abakan parlano di un monte di ferro sul quale cresce una betulla con sette rami, verosimilmente simbolo dei sette piani del Cielo (ideogramma di origine babilonese, sembra). Nei canti degli sciamani Ostiak Vasjugan, l’albero cosmico ha sette gradini, come il cielo; attraversa tutte le regioni celesti e affonda le radici nelle profondità sotterranee[1]

Per il cristiano l’albero della vita è la croce di Cristo e spesso essa è raffigurata con rami e foglie. Tutto il simbolismo dell’albero però si basano in fondo su di un residuo dell’antica religione “naturale”, per la quale gli alberi non erano soltanto fornitori di legno, ma entità animate e popolate da ninfe e spiriti con i quali l’uomo aveva qualche rapporto sentimentale. Ecco il tema del sentimento inteso come sentimento amoroso connesso quindi inevitabilmente alla fertilità.

 

 

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Matrimonio di fertilità

Il maggio di Accettura non è l’unico esempio di residui di culti arborei in Lucania. Sono però tutti riti “matrimoniali” legati ad un mondo contadino e prevalentemente animistico, tipici di pochissime altre località del Mediterraneo. Tra le località che celebrano i Maggi e i culti arborei in Basilicata oltre alla citata Accettura ci sono Oliveto Lucano, Pietrapertosa e Castelmezzano, inoltre nella zona del massiccio del Pollino a cavallo tra Basilicata e Calabria vi sono Rotonda, Viggianello, Terranova di Pollino, Alessandria del Carretto e Castelsaraceno. In quest’ultimo paesino viene sposata la Cunocchia cioè le fronde di un abete con il tronco robusto di un faggio, la celebre ‘Ndenna: anche qui è un rito d’amore in “onore” questa volta di sant’Antonio in occasione però del Solstizio d’Estate. A Rotonda è il faggio a fare il maschio: l’ A Pitu. Mentre la femmina è la Rocca la cui unione “omaggia” sant’Antonio da Padova. Si può notare che cambiano i Santi e cambiano i tipi di alberi ma rimane sempre una costante: l’unione del Maschile e del Femminile che è per tutta la comunità sicuramente benaugurante. Questo fattore è fondamentale per capire il senso e l’origine della festa. Due alberi si uniscono, la Cima viene innestata al Maggio: è palese l’unione fisica che spesso viene gentilmente definito matrimonio. Questo elemento esclude a parer mio, anche l’ipotesi della derivazione longobarda del Maggio. Il voto longobardo infatti consisteva in una sorta di “torneo” di stampo guerriero dove i cavalieri, a turno si lanciavano al galoppo e, giunti al limite stabilito, ritornavano verso l’albero, afferravano un brandello della cotenna precedentemente appesa tra i rami e mangiandolo esprimevano un voto. Nulla di paragonabile all’unione di due alberi ed alla relativa magia di fertilità. Quando il mio amico, preso dalla foga del “fotoreporter” voleva fare la foto sopra il Maggio, il pastore con il bastone gli ha intimato un secco no: “solo le femmine salgono sul Maggio”. È chiaro quindi che sia rimasta nella memoria collettiva il senso del rito e per quanto la diocesi si sforzi di ammantare di devozione verso un patrono piuttosto che un altro queste antiche celebrazioni, rimane ben chiaro l’intento magico-propiziatorio. In una brochure che don Filardi mi ha gentilmente regalato c’è scritto: “Qualunque sia stato il momento o l’occasione in cui ad Accetura il Maggio sia stato cristianizzato, notiamo che questo incontro ha fatto scomparire gli elementi magici e , conservando i valori buoni, che questa festa primitiva aveva per la comunità, li ha rinsaldati con la fede vivace nel Santo Protettore.[2]. Ovviamente basta recarsi in loco per capire che questa affermazione è palesemente falsa. Ho visto con i miei occhi gente che si portava a casa pezzi di Cima e ho saputo che il Maggio poi viene tagliato e addirittura venduto. Un po’ come al mio paese tutti vogliono portarsi a casa un po’ di brace del falò di sant’Antonio abate per portarsi a casa “la benedizione”. Tutto questo è ovviamente quella che viene definita azione magica per contagio.

 

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Paganesimo nascosto

Se la cristianizzazione risultò così parziale in Oriente e ancor di più in Occidente, a tal punto da richiedere nuove campagne di evangelizzazione, dal Medioevo fino all’età moderna (in alcune aree dell’ Europa fino allo scorso secolo), ciò fu a causa non di una minoranza “raffinata, colta ed influente”,  ma per la resistenza, spesso passiva, opposta dalla massa dei rustici, in altre parole di quei “miserabili strati del proletariato campagnolo” composti da piccoli proprietari, coloni, schiavi, che rimasero fedeli alla religione dei loro padri, sebbene al rango secondo alcuni studiosi “di culti grossolani e naturalistici, di vaghe superstizioni millenarie, di sopravviventi miti popolari[3].

Come sappiamo la cristianizzazione è consistita principalmente nel vietare i vecchi culti e cercare di trasferire, di canalizzare vecchie forme di ritualità verso le nuove figure cristiane: nascono quindi i Santi, figure intermedie tra Dio e l’uomo che a livello cultuale vanno ad intercettare le richieste un tempo rivolte agli Dei. In pratica sono cambiati i simboli, i nomi, ma non la sostanza. Cosa cambia tra un vecchio pagano che va ad abbattere un albero per i propri dei ed un pio cristiano che fa lo stesso per il proprio santo patrono? Nulla. L’unico appunto potrebbe essere che mentre è naturale il collegamento tra il dio X della fertilità e albero X che rappresenta visivamente la fertilità, più difficile è il collegamento tra un probabile martire di Sora ed un albero. Io penso che i nomi non siano importanti ma la voglia di purgare abbia raggiunto livelli contradditori abbastanza evidenti. Nel caso dei Maggi lucani spesso si dice che culto pagano e culto cristiano si sono fusi e questo è senz’altro vero ma, riconoscere le nostre vere radici (a proposito di alberi) significa anche accettarle per quelle che sono senza cercare di oscurare la realtà nascondendo la polvere sotto il tappeto.

Tornando a casa e spiegando lo svolgimento della festa a mia nonna (che non la conosceva)mi ha stupito la sua reazione:che c’entrano con il santo gli alberi che si sposano!?”. Ecco questo piccolo aneddoto fa riflettere sul fatto che, se anche una signora di quasi ottant’anni nata e cresciuta in un piccolo paese capisce il netto contrasto tra la parte cristiana e la parte non cristiana di una festa, forse dovrebbe essere chiaro a tutti che la cristianizzazione è stata solo superficiale e che la religiosità popolare e ancora, dopo tutti questi secoli, in nuce, pagana. Ovviamente è un’affermazione iperbolica la mia, intendendo con “pagano” il residuo magico-propiziatorio legato al mondo naturale che, come era secoli fa così è ora, pronta a rinfocolare la memoria collettiva con immagini suggestive.



[1]Mircea Eliade, Albero – “Axis Mundi”, in Trattato di storia delle religioni, Torino, Boringhieri, 1984, pp. 384 e ss.

[2] Accettura, il maggio di san giuliano – opuscolo a cura del comitato feste san Giuliano, testi di Giuseppe Filardi, pag. 19

[3] Paolo Portone, la strega e il crocifisso, gruppo editoriale castel negrino, pag. 56