Tutti gli articoli di redazione

L’America non è l’Europa…

di Cesare Accorsi

 

 

Wicca: cosa si intende?

 

La Wicca si è sviluppata in maniere peculiari sulle due sponde dell’Oceano Atlantico e le differenze tra l’Europa e l’America sono interessanti da notare. Ovviamente tra i Wiccan dei due continenti, ci sono più cose in comune che differenze, ma queste ultime restano e alcune sono davvero significative. In realtà la maggior parte di queste sono rilevanti solo per gli iniziati, ma cercherò di illustrare sopratutto quelle che sono notevoli in modo generico e possono interessare di più chi è ancora in cerca del proprio sentiero.

Prima di affrontare direttamente ciò che distingue la Wicca nei due continenti, devo sottolineare quanto negli ultimi decenni, ciò che si intende con la parola Wicca, abbia assunto diversi significati, a seconda del luogo e del tempo. Gerald Gardner è giustamente considerato il padre di questa religione; egli infatti, dopo essere entrato a far parte della New Forest Coven, rifondò la religione praticamente dalle basi (con il contributo fondamentale di Doreen Valiente), riscrivendo buona parte della ritualistica ereditata dai suoi iniziatori. Ebbene ad esempio per Gardner il termine the Wica (con una c sola) non indicava tanto la religione, quanto i sacerdoti che la praticavano. Solo nei decenni seguenti alla sua morte, il termine filologicamente più corretto di Wicca venne usato per indicare l’intero cammino religioso.

 

 

Da Buckland in poi…

 

Come molti ricorderanno la Wicca venne “esportata” negli Stati Uniti da Raymond Buckland e da sua moglie Rosmary, all’inizio degli anni ’60, quando la coppia si stabilì nei pressi di New York. Prima di trasferirsi oltreoceano essi erano stati iniziati dalla Gran Sacerdotessa scotto/francese (o franco/scozzese) Monique Wilson, che a sua volta fu una iniziata di Gardner. Successivamente Buckland lasciò la Wicca e la moglie e fondò una sua corrente, che chiamò Seax Wicca e da lì esplose la frammentazione americana in una infinità di gruppi, che ancor oggi si richiamano più o meno propriamente alla Wicca ed è anche cominciato l’uso del termine Wicca in modo molto estensivo.

L’uso estensivo della parola Wicca si riferisce al fatto che, in America, essa ormai non indica più soltanto la Wicca propriamente derivata da Gardner, ma è considerata sinonimo di qualsiasi forma di Witchcraft (stregoneria, anche di tipo non propriamente religioso, anche se non indica qualche forma di culto), inoltre, in certi casi Wicca, è diventato persino un termine intercambiabile con il ben più generico “pagano” (“to be a Wicca” per indicate “to be a pagan”).

Personalmente penso che sarebbe più corretto definire con il termine Neowicca, tutte quelle forme ispirate dalla Wicca originaria, ma che ormai si sono differenziate così tanto, da avere abbandonato molte delle sue caratteristiche fondamentali, come l’iniziazione in una coven (l’utilizzo del termine Wicca eclettica, che molti adoperano in questi casi, non mi pare invece appropriato, in quanto ad esempio la Wicca Gardneriana stessa racchiude degli aspetti eclettici).

Fatta dunque questa doverosa distinzione, torniamo ora al confronto tra la Wicca americana e quella europea, assumendo che d’ora in avanti, quando userò il termine Wicca, lo farò non considerando le forme di Neowicca. Dunque i Buckland giunsero in America e per lungo tempo nella Wicca americana vi fu un solo Book of Shadows (BoS) ed una sola pratica, come conseguenza del loro arrivo. Negli Stati Uniti i Wiccan enfatizzarono molto il fatto che si dovesse rimanere sempre ligi a quella pratica e che non si potesse assolutamente deviare da essa. E ancora oggi alcuni rimangono di questa opinione: i cosiddetti “Hard Gard” (cioè i Gardneriani americani duri e puri).

C’è però  un fatto indiscutibile che cozza duramente con l’opinione espressa dagli “Hard Gard”. In realtà infatti, in quegli stessi anni in cui i Buckland si stabilivano a Long Island, Gerald Gardner stava continuando a lavorare con diverse coven in Europa, guidate ciascuna da una Gran Sacerdotessa (GS). E ciascuna di queste GS ha avuto la sua particolare interpretazione dei rituali e nonostante la struttura di base sia rimasta in sostanza la stessa, essi sono stati espansi, o altri ne sono stati aggiunti, con il risultato di avere ormai molti BoS in gran parte simili, ma comunque differenti, accompagnati ciascuno da diverse pratiche insegnate magari solo oralmente ed alquanto peculiari.

Di conseguenza ciascun “lignaggio” che discende da queste Grandi Sacerdotesse, ha perciò indubbiamente assunto un suo stile, un suo gusto, un suo modo di essere e di fare pratica, mettendo ad esempio la propria enfasi su certi aspetti, rispetto ad altri. Molte coven in Europa, provenienti da differenti origini, lavorano oggi senza problemi assieme, anzi, quando ad esempio capitano raduni tra Wiccan provenienti da vari paesi, essi celebrano le differenze tra di loro, apprezzando reciprocamente le particolarità di ciascuno. Un esempio notevole è quello dei Gardneriani e degli Alessandriani europei, che lavorano e ritualizzano molto spesso assieme e molte persone sono state iniziate in entrambe la tradizioni.

 

 

British Traditional Wicca

In confronto all’Europa, gli Stati Uniti e il Canada sono enormi paesi e… rispetto a noi, lì ci sono in proporzione molti meno Wiccan, ma moltissimi Neowiccan. Laggiù i Wiccan si sono dovuti confrontare di continuo con il Movimento della Dea, con la New Age e con tutta quella miriade di gruppi che, come detto sopra, hanno assunto e utilizzato il termine Wicca in maniera molto estensiva. Di fronte a questa situazione, la principale conseguenza è stata che i Wiccan americani hanno avuto la necessità di definire se’ stessi e la loro Arte, in maniera molto più esplicita rispetto agli europei, così da differenziarsi meglio, riguardo a tutti gli altri gruppi presenti nel loro continente.

Si è così cominciato ad usare il termine “British Traditional Wicca” (BTW) per indicare tutti coloro che in America tracciano il loro lignaggio iniziatico fino a Gardner e allo stesso tempo non hanno apportato significative modifiche ai loro rituali. Alquanto paradossalmente, oggi ci troviamo così nella situazione che negli Stati Uniti ci sono gruppi che vengono considerati BTW, ma che in Europa non sarebbero considerati propriamente parte della Wicca, o al contrario altri gruppi che hanno lasciato il sentiero BTW, ma che in Europa verrebbero serenamente considerati parte dalla Wicca. Inoltre in Europa il termine BTW non viene adoperato assolutamente, infatti qui non può esserci confusione con altri grandi gruppi che hanno adottato estensivamente la parola Wicca per definirsi.

Un’altra grande differenza che emerge è la maniera in cui le divinità vengono considerate negli Stati Uniti e in Canada. Laggiù prevale la visione generale che la Wicca abbia la sua Dea ed il suo Dio, separati da tutte le altre religioni, che vengono conosciuti e venerati solo dopo l’iniziazione e l’ingresso nella coven. Invece per gli Europei la Wicca è considerata più come un’ortoprassi e perciò la visione di ciò che sia il divino, dipende generalmente molto di più da ciò che pensa l’individuo o al massimo da come il culto venga affrontato nella coven, di cui si è scelto di entrare a fare parte.

Un’altra differenza tra Wiccan americani ed europei è data dall’enfasi riservata dai primi nei confronti della formalità. Come esempio, basti ricordare che in America gli Elders (gli anziani) hanno il diritto (e lo pretendono!) di essere chiamati Lady e Lord, sia fuori che soprattutto dentro al Cerchio. Questa cosa è stata copiata persino da molti gruppi Neowiccan, tanto che in America, se capita di andare a leggere qualche sito a tematica, si noterà tutto un fiorire di gente che si da’ del Lord e della Lady…..

In Europa invece, persino grandi personaggi odierni della Wicca, che alcuni studiosi hanno definito giustamente come capi informali di intere tradizioni (e non solo di qualche coven), mantengono sempre un atteggiamento del tutto informale e amichevole, assumendo una piacevole e deliziosa forma di understatement. D’altronde se in Europa qualche Gran Sacerdote pretendesse che ci si rivolgesse a lui, onorandolo con qualche titolo altisonante, probabilmente riceverebbe in cambio solo qualche risatina di scherno.

 

 

Le Chiese Americane

 

Wiccan_priestess_preaching,_USA

 

Per finire il confronto tra i due continenti, direi di concludere delineando la particolare struttura organizzativa che ha assunto la Neowicca (più che la Wicca) americana. Nella Wicca di entrambi i continenti, permane la tipica struttura di suddivisione in coven, indipendenti le une dalle altre, nate per gemmazione da coven madri a coven figlie. La Neowicca americana invece ha copiosamente sfruttato la legislazione presente nei vari Stati degli USA, o delle Province canadesi, per raggrupparsi in congregazioni o chiese riconosciute dallo Stato. In genere sono gruppi di coven che si associano tra di loro, delegando ad una struttura centrale vari aspetti organizzativi e religiosi. Grazie a questa legislazione hanno ottenuto benefici fiscali, contributi statali e spesso ministri neowiccan celebrano matrimoni e funerali riconosciuti dallo Stato, o sono diventati “cappellani” nell’esercito e nelle carceri. Da notare che il termine church oltreoceano non ha una connotazione così negativa per un neopagano, come la potrebbe avere presso di noi. In Europa nessun Wiccan si sognerebbe mai di voler formare una “chiesa”!

Il fascino del Bonzo

Phende

Dona a chi ami ali per volare, radici per tornare e motivi per rimanere

Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama

 

 di Salvatore Fortunato

 

 

Dukkha – la sofferenza

Esiste una religione che è anche filosofia e che è anche pratica spirituale: il Buddhismo. Esso si pone prima di tutto come farmaco, esattamente come l’Epicureismo antico ed il suo tetrafarmaco[1].  Questo può spiegare la grandissima attrattiva che il Buddhismo suscita in tutto il mondo neopagano (e su tutti i cercatori spirituali in genere). Se c’è qualcosa che unisce tutti gli esseri senzienti (per usare un termine adatto), è infatti la sofferenza, il dolore. Questo è sotto gli occhi di tutti e dall’alba dei tempi i saggi di tutto il mondo si interrogano sulla sua origine e sul modo di farla cessare. Per l’antica filosofia occidentale, in genere, è l’attaccamento alla materia che genera sofferenza, l’elevazione spirituale di contro la risana. Ma le antiche filosofie, che spesso tenevano fuori dalle loro grazie la stragrande maggioranza delle masse affamate, ha dovuto cedere il passo alla montante marea del nuovo messaggio: il cristianesimo. Anche il cristianesimo infatti si interroga sul dolore e, addirittura, lo umanizza, gli da un volto che diventa un archetipo ed un esempio per ogni fedele. A differenza delle complesse filosofie precedenti però il messaggio è chiaro e diretto e va a colmare uno dei più antichi bisogni dell’essere umano cioè il bisogno di essere salvati. La salvazione è un grandissimo tema portato alla ribalta proprio dal cristianesimo. Per la filosofia pagana infatti era l’uomo che doveva elevarsi al Divino. Per il cristiano è un Dio che si fa uomo e lo salva e lo fa proprio attraverso la sofferenza. È la croce infatti il simbolo della nuova fede ed indicherà da allora in poi che “ognuno ha la sua croce”, ognuno ha le sue sofferenze, che accetta come Cristo ha accettato le sue sul patibolo. È un messaggio semplice che, se non cura, almeno addolcisce l’animo umano. Ho sempre visto infatti il Cristianesimo, più che un farmaco, una sorta di caramella spirituale verso la sofferenza. Soffri? “Ecco, mangia un po’ di Gesù e tutto è più dolce”. Il Buddhismo invece si propone come vera e propria medicina. Si indica un metodo seguito ad un’analisi razionale. Ciò che colpisce in particolare è che questo metodo sembra funzionare! È quello che io chiamo “il fascino del bonzo”. Il monaco, colui che vive il dharma intensamente, dedicandovi la propria vita appare sereno, tranquillo, raggiante. La sua testa calva ed i suoi abiti particolari suscitano un non so che di luminoso. Forse è questo il segreto del fascino di questa dottrina. Ho infatti visto “nostre” sacerdotesse (di diverse tradizioni), struggersi per il Dharma (Dhammain Pali), prenderne come delle gazze ladre, pezzi di filosofia ed usarne gli oggetti di culto. Penso che sia altrettanto normale per un tipo spiritualmente inquieto, viste queste cose, rivolgersi direttamente alla fonte. Le vie neopagane infatti non si pongono assolutamente nessun problema verso i grandi interrogativi dell’essere umano perché sono per la maggior parte vie “defilosofizzate”. Questo naturalmente vale anche per la sofferenza. Nella Wicca si ha una concezione gnoseologica del dolore ma non ci sono certo trattati che affrontano il tema né esistono discussioni in merito. Spesso mi è capitato di parlare con i “colleghi” e la risposta più comune a riguardo è: “queste cose le lasciamo ad altri …”. Si, ma la riflessione sulla sofferenza? “ma sai, è un percorso pratico, certe cose le lasciamo ad altri …”.

 

Anicca – l’impermanenza

“Tutto scorre” come si suol dir, attribuendo la massima ad Eraclito, che probabilmente non la pronunciò mai. Questo è tutto ciò che un neopagano può dire riguardo ad un altro tema fondamentale dell’essere umano. Perché l’essere non è stabile? perché tutta muta la propria forma? Che cos’è il divenire? A cosa porta? In genere un neopagano, se proprio vuole discutere, va a pescare concetti teosofici che a sua volta sono stati estrapolati dalle filosofie dell’oriente, Buddhismo compreso. Nessuno si aspetterebbe un trattato di ontologia, ma sarebbe stato interessante partire da posizioni come quelle della “durata del tempo” di Bergson, ad esempio. Perché è importante speculare? Semplice perché la teoria aiuta la pratica e molto spesso la precede. Se sai come porti verso il divenire, allora saprai affrontare i cambiamenti della vita e saprai dare consiglio su come fare. Ma per quello ormai c’è lo psicologo che ti dice che sotto sotto te piace soffrì … di la verità Mr. Grey! Per la dottrina buddhista invece la speculazione sul divenire è utile a giungere alla conclusione che la pace deriva dal non attaccamento. Tutta la realtà fenomenica infatti sarebbe un insieme di aggregati che prima o poi si dissolveranno. “Proprio come una goccia di rugiada in cima a un filo d’erba si dissolve rapidamente al levar del sole e non ne rimane più nulla, così la vita degli uomini, come una goccia di rugiada, è di breve durata ed effimera[2] . Anche l’uomo è quindi un insieme di aggregati. I così detti cinque Khandha. Prima o poi questi aggregati si scioglieranno come neve al sole e di quello che noi chiamiamo Io, non rimarrà nulla. Ecco che l’attaccamento verso ciò che è impermanente, mutevole, destinato a dissolversi, reca sofferenza. La presa di coscienza del carattere impermanente di tutte le realtà fenomeniche e della propria individualità, è lo scopo della disciplina mentale, cioè della famosa meditazione buddhista, per raggiungere la liberazione. Moltissimi neopagani integrano la meditazione buddhista nelle loro pratiche, perché? Probabilmente perché l’incantesimo da solo non è in grado di donare quella serenità della mente di cui tutti oggi abbiamo bisogno. Così siamo Buddhisti di giorno, Pagani di notte e Hindu nei week end … o magari Cristiani, in fondo “Parigi val bene una messa.” Si, ma la riflessione sul divenire? “ma sai, è un percorso pratico, certe cose le lasciamo ad altri …”.

 

Anattā – il Non Sé

Secondo l’insegnamento di Buddha, non esiste né atman individuale, né atman universale. Ricordo che l’atman è un concetto vedico che indica il soffio vitale, il concetto che più spesso viene indicato con il Sé e che si potrebbe accostare a quello di Anima individuale. Ora secondo la filosofia Hindu vi è una sostanziale equivalenza tra l’atman e il Brahman cioè l’atman universale, il Divino. Questa teologia sottolinea l’immanenza del divino nell’uomo e quindi scopre la sostanziale divinità insita nell’uomo. Un concetto molto simile a quello della misteriosofia occidentale dopo l’orfismo. Il divino non può quindi essere concepito come altro da Sé. « Chiunque adori una divinità diversa dall’Immensità, pensando ‘Essa è uno, io sono un altro’, non sa. È come un capo di bestiame per gli dèi. »[3]. Ora il Buddhismo annienta questa concezione teologica. Come non vi è alcun Io (che in quanto aggregazione è impermanente) così non vi è alcun Sé né personale né universale. Questo perché tutto è impermanente e quindi non può esistere alcun “soggetto” sia in senso fisico che metafisico. Questa dottrina è veramente fondamentale: se non la si capisce è impossibile una vera conoscenza del Buddhismo perché l’Anatta (Anatman in sanscrito) è forse la sola dottrina specificatamente Buddhista. Tutto, per il Dharma, è un flusso senza un’esistenza indipendente.  Queste nozioni sono alquanto shockanti per un occidentale abituato a pensare ad ogni essere umano con una propria anima individuale. Pensare ad una persona senza anima è allibente eppure la riflessione buddhista è sempre soteriologica, mai pura speculazione teoretica. Ovviamente nel neopaganesimo non c’è né pura speculazione né un intento soteriologico per cui l’anima … C’è? Non c’è? Cos’è? Boh! Ci si affida a Platone, il padre dell’Anima ma poi non ci piace perché la separa dal corpo, allora ci affidiamo alla teoria olistica di derivazione ebraica ma con una spruzzatina di teosofia che non guasta mai … Perché nel Buddhismo si riflette sulla mancanza di Anima? Perché appunto il suo intento è soteriologico per cui si punta a salvare l’uomo, si punta alla liberazione. L’idea di Io, di anima, di Sé è falsa e immaginaria, non corrisponde a nulla nella realtà e , anzi, è la causa di pensieri pericolosi di “me” e di “mio”, di desideri egoistici e insaziabili, dell’attaccamento, dell’odio e della malevolenza, dei concetti di orgoglio ed egoismo. È  la fonte di tutte le difficoltà del mondo, dai conflitti personali fino alle guerre fra le nazioni. Togliendo tutto ciò che è personale il Buddha pensa di liberare il mondo. Sarà per questo che ogni ricercatore spirituale cade prima o poi in questa filosofia. Chi non vuole essere liberato? La stragrande maggioranza dei neopagani sono spiritualmente inquieti come biglie di metallo sul pavimento, pronti ad essere attratti dalla calamita a gambe incrociate. Credo che il neopaganesimo sia veramente e nuovamente pagano, nel senso che non riesce a dare delle risposte alle inquietudini dell’uomo, ma con una differenza rispetto al passato. In passato ci furono circoli culturali aperti alla riflessione e i cui frutti tutti mangiano, ancora oggi, in Occidente. Oggi non vi è più riflessione, per cui da una parte servono continue stampelle (dal Buddhismo, dallo Yoga, dalle tradizioni sciamaniche, dalla Qabbalah masticata male, un po’ da tutto … purché esotico!), dall’altra non ci si pone nemmeno il problema, tanto per chi vuole andarsene la porta è aperta. E la riflessione sull’Anima? “ma sai, è un percorso pratico, certe cose le lasciamo ad altri …”. Si, ma a noi cosa rimane!?

 


[1]La filosofia antica infatti non era pura chiacchiera come è oggi, ma era una vera e propria pratica spirituale che “adiuvava” il culto. N.d.A.

[2] Ariguttaro-Nikaya, VII, 70)

[3] (da Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, I, 4, 10; citato in Alain Daniélou, Miti e dèi dell’India, traduzione di Verena Hefti, BUR, 2008)

SHOCKER: NELLA WICCA NON C’È LA LEGGE DEL TRE

shocker

 

SHOCKER[1]: NELLA WICCA NON C’È LA LEGGE DEL TRE[2]

 

di Seamus McKeon (traduzione di Rossella Di Vaio)

 

Il diffuso equivoco sull’esistenza di una Regola Wiccan o Legge del Tre o Legge del triplice ritorno proviene da un’errata interpretazione di un passaggio in un romanzo scritto da Gerald Gardner, il nonno della Wicca moderna. Il libro era intitolato High Magic’s Aid, e fu scritto da Gardner con il permesso della sua Gran Sacerdotessa. Dovette essere un libro di fiction, perché a quel tempo la stregoneria era ancora illegale in Inghilterra. Nella storia il protagonista si sottopone ad una sorta di rito di iniziazione, in cui gli viene insegnato “mark well when thou receivest good, so equally art bound to return good threefold” tradotto con “fai molta attenzione quando ricevi del bene, perché sei tenuto a restituire ugualmente il bene tre volte”.

 

Questo significa che quando qualcuno fa del bene ad una strega, secondo l’insegnamento stregonesco di questo romanzo assolutamente di fantasia, la strega è tenuta a restituire quel bene in triplice misura. Ben altro rispetto a: “qualsiasi cosa che s’invia nel mondo tornerà a voi triplicato“. Significa in realtà che tutto ciò che si fa ad una strega deve essere restituito dalla stessa strega tre volte, in special modo le buone azioni. Il che significa che è molto, molto vantaggioso per voi benedire, aiutare o sostenere una strega. L’idea è che sia la strega a restituire le cose per tre volte, non l’universo. È la strega stessa l’agente di una risposta triplice, non l’universo. Quindi, se io come strega compio un lavoro magico positivo per un amico che non è una strega, non vi è alcun triplice ritorno, perché alla persona non-wiccan non è mai stato insegnato a rendere le buoni azioni in triplice misura. Se io come strega compio un lavoro magico positivo per la mia vicina di casa non-strega, non vi è alcuna legge del triplice ritorno. Ma se io strega compio un’opera buona per un mio compagno di congrega o un mio amico praticante di stregoneria, allora sia il compagno che l’amico dovrebbero restituire quell’opera buona in triplice misura. D’altro canto se io strega lancio della merda contro la mia vicina stronza, detta vicina non la farà tornare a me, e anche se fosse una strega, me la restituirebbe tre volte soltanto se avesse in qualche modo scoperto che qualcosa è stata fatta contro di lei, e chi è stato, il che significherebbe che ho fatto male il mio lavoro e merito la cattiva retribuzione.

 

È possibile trovare una copia di High Magic’s Aid, che è un romanzo con la funzione di insegnare alcuni principi generali della stregoneria in forma di fiction, qui[3].

 

La parte che abbiamo citato si trova a pag. 188. Si consiglia a chiunque abbia familiarità con l’espressione Legge del Tre di dare una lettura e riflettere su cosa realmente dice e cosa no. Tenete a mente si tratta di un romanzo che Gerald Gardner scrisse per condividere alcuni principi molto generalizzati della stregoneria, insegnatigli quando la stregoneria era ancora illegale in Inghilterra (1949).

 

Il numero follemente alto di voci ignoranti su Internet che strillano “Legge del Tre!” ogni volta che qualcuno parla di magia negativa, tende a gettare la vera fonte nell’oblio in favore di una versione falsa ed edulcorata di questo principio, che viene applicato indistintamente a tutte le opere magiche in un modo piuttosto ignorante e totalitario. Perciò la prossima volta che qualcuno urla questa fasulla fesseria contro di voi ed il vostro operato magico, informateli con molta classe di farsi una cultura e linkategli questo blog.

 

Blessed Be,

Un gardneriano

 

 



[1] Shocker si riferisce ad una pratica erotica svolta con tre dita. Il gesto della mano sta qui ad indicare qualcosa di particolarmente “shoccante” N. d. R

[2] Testo tratto dal blog ‘Gardnerians. No one speaks for all of us, but some are louder than others’: https://gardnerians.wordpress.com/2014/09/28/there-is-no-universal-threefold-law-in-wicca/

Traduzione su gentile concessione dell’autore.  Seamus McKeon è un gardneriano che vive in California e che ci porta il suo tipico e simpatico punto di vista di americano della West Coast su molti temi tipici della Wicca. N. d. R.

[3] http://stoa.usp.br/briannaloch/files/2564/16309/High+Magic%5C’s+Aid+-+Gerald+Gardner.pdf

Da Melusina al femminino castrato

Fallogocentrismo e corpo della donna

di Pietro Colombo

 

 melusina 2

 

La corporeità femminile, l’identità della donna e la sua capacità di generare sono sempre state al centro del dibattito sociale. La femminilità è sempre stata inquisita dalla comunità politica, sociologica, medica e familiare. Ma nulla e nessuno può definire la donna, al singolare, a meno che la donna stessa. Questo è un breve articolo, un articolo scritto da un uomo, un pezzo non solo sulle e per le donne. Queste sono parole di auto-riaffermazione, per chi volesse, mettere in discussione e decostruire il fare societario e in maniera traslata, rivedere le radici delle proprie convinzioni.

 

Il serpentesco dalla doppia natura, la curiosità uccide il gatto

 

Il mito di Melusina[1] è una storia più volte rivisitata, presente in diverse culture, ricreata e narrata in differenti contesti[2] ma con una storyline dai punti comuni. Tralasciando l’origine del mito e le figure mitologiche ispiratrici della donna Melusina vorrei fare qualche riflessione sulla sua narrazione. Il protagonista del folklore sembra essere Raimondino che, mentre è a caccia nei boschi di Colombiers, uccide per errore suo zio. Sconvolto dall’omicidio si rifugia in una selva dove decide di compiere suicidio. Recandosi a una fonte, assetato, incontra tre giovani ma nel girarsi solo una si palesa. È Melusina. Gli rivela di essere al corrente dell’incidente e di poterlo salvare, ma a due condizioni vincolanti: lui la sposerà e non dovrà mai cercarla o guardarla il sabato. Data l’avvenenza della giovane, Raimondino accetta il patto. Il matrimonio porta felicità e prosperità: nascono numerosi figli e le ricchezze del giovane aumentano. Le assenze della fanciulla non passano però inosservate, la gente mormora, si sospetta dell’infedeltà di Melusina e Raimondino diventa sospettoso. Da qui la rottura del tabù. Raimondino si nasconde nella stanza da bagno e attende la moglie, tradendone la fiducia.  La sposa si muta così in una figura antropomorfa, metà donna e metà serpente, intrinsecamente dicotomica. Venuta a sapere del tradimento la giovane scompare, in alcune versioni con i figli, lasciando la superficie e il marito per tornare nelle acque.

Questo mito è stato più volte rimaneggiato, il carattere di curiosità del giovane rispetto alla fata-demone Melusina ha preso piede rispetto al mancato controllo dell’uomo della donna. Melusina non è solo donna, non è solo madre, non è solo fanciulla. Lei è “altro”. E solo lei, nella sua identità può autodeterminarsi e proclamarlo.  La sua corporeità è affar suo, unicamente lei ha il diritto di proclamarsi fata o demone o donna o madre. Il mancato rispetto dei patti, strizzando l’occhio alle Wunschelwybere tedesche, porta a una sola conclusione: l’abbandono dal campo di gioco. Un meccanismo tipicamente morale che porta il “protagonista palese” del mito a interrogarsi. E quindi riflettiamo.

 

Le politiche di controllo societarie nella modernità

 

L’italia è un paese fallocentrico. Basti pensare all’uso terminologico. Riguardate il titolo di quest’articolo, non l’ho scelto a caso. L’uso del maschile per definire la donna, la metafora fisica legata a doppio filo con i testicoli. Ce ne accorgiamo solo quando vi facciamo attenzione. L’utilizzo linguistico porta con sé il livello si significante. E fa cultura. Il movimento femminista nel nostro stato porta con sé un retaggio statale fallocratico, misogino, antropologicamente limitante.  Le politiche del controllo del corpo e dell’identità della donna sono all’ordine del giorno, pensiamoci: l’acceso dibattito sull’aborto, sulla maternità surrogata, sulle quote rosa, la grande narrazione sociale della sindrome premestruale (chi si ricorda la pubblicità delle famose pilloline con le impiegate d’ufficio?), la differenza lavorativa, la creazione della subcultura dell’otto marzo. Queste voci non sono spesso narrazioni dalle donne ma bensì racconti di uomini sulle donne. Apriamoci la testa, un passo culturale alla volta.  Lorella Zanardo, attivita e giornalista italiana, ha realizzato per esempio una serie di documentari[3] sull’utilizzo mediatico del corpo femminile. Per me, che non ho a che fare ne con un corpo ne con un’identità femminile sono stati un sorso di acqua fresca, un modo per osservare come si è creato un precedente ideologico senza precedenti.

 melusina

 

Le streghe, le donne e gli archetipi

 

E nell’universo del neopaganesimo moderno? In che modo emerge la donna, la sua voce, il suo corpo e la sua identità?  Parliamo di archetipi, ovvero: in ambito filosofico, la forma preesistente e primitiva di un pensiero (ad esempio l’idea platonica); in psicologia analitica da Jung ed altri autori, per indicare le idee innate e predeterminate dell’inconscio umano e per derivazione in mitologia, le forme primitive alla base delle espressioni mitico-religiose dell’uomo. In stregoneria è fin troppo noto l’archetipo della dea tripartita, legata alla generatività della donna, divisa da menarca e menopausa. Ma qui le voci delle donne sono diverse. La filiazione non fa parte di tutte le donne così come la maternità non fa parte di tutte le gravide. La voce di un concetto non sviluppa la vostra (di donne) identità ma la arricchisce. La divinità può essere guerriera, amante, madre, poliforme o indeterminata. È compito delle donne autodefinirsi, autorivendicare chi sono singolarmente e cercare di distruggere con un fulmineo colpo di coda sepentina la fallocrazia. E qui la stregoneria aiuta, libera, de-dogmizza. Da uomo, cresciuto da una fervente femminista, sono fermamente convinto come la vostra voce sia in grado di liberarvi, di autoriaffermarvi, singolarmente. La donna è. La donna sa. La donna crea e distrugge:

 

“Perché io sono la prima e l’ultima, Io sono la venerata e la disprezzata, Io sono la prostituta e la santa, Io sono la sposa e la vergine, Io sono la mamma e la figlia, Io sono le braccia di mia madre, Io sono la sterile, eppure sono numerosi i miei figli. Io sono la donna sposata e la nubile, Io sono colei che da’ la luce e colei che non ha mai procreato, Io sono la consolazione dei dolori del parto. Io sono la sposa e lo sposo, E fu il mio uomo che mi creò. Io sono la madre di mio padre, Io sono la sorella di mio marito, Ed egli è il mio figliolo respinto. Rispettatemi sempre, Poiché io sono la scandalosa e la magnifica”.[4]

 



[1] Il nome è per la prima volta presente nel folklore celtico, il termine Melusina, considerata fata nella mitologia è stata traslata grazie al romanzo Histoire de Lusignan (o Roman de Mélusine), scritto da J. d’Arras verso il 1390. Nel periodo medievale è stata inserita nell’araldica grazie alla sua iconografia di donna con doppia coda di pesce.

[2]The Fair Melusina (Albania, Horace E. Scudder). Legend of Melusina (France, Thomas Keightley). The Legend of Beautiful Melusina, the Ancestress of Luxembourg Counts (Luxembourg). Melusina (Soldiers’ Legend) (Luxembourg). The Mysterious Maiden Mélusine (Luxembourg). Melusina (Germany, Ludwig Bechstein). Herr Peter Dimringer von Staufenberg (Germany, Jacob and Wilhelm Grimm). The Water Maid (Germany, August Ey). Brauhard’s Mermaid (Germany, A. Kuhn and W. Schwartz). Melusina (Germany, Joh. Aug. Ernst Köhler).

[3] Visionabili attraverso la sua piattaforma web http://www.ilcorpodelledonne.net/

[4] Inno a Iside ritrovato a Nag Hammadi

Una strega in cerca della Natura

Cronache semiserie

di Pietro Colombo

 

Cronache semiserie di una strega in cerca della Natura

 

 

 

Dalla campagna alla città, tra stivaloni di gomma e aperitivi

 

Gli occhi di tritone e il pungiglione di orbettino sono ormai in disuso, le streghe shakespeariane sono forse rimaste senza nulla da rimestare nel loro grande e fumante calderone. Per citare liberamente il Bardo, padre della letteratura anglosassone: “Quegli esseri dei quali parliamo, sono stati qui veramente, o noi abbiamo mangiato di quella radice insana che fa prigioniera la ragione?”[1]

 

La trasmutazione del fare societario in pillole

 

Ogni strega moderna, nel suo percorso religioso, affronta nella società odierna una ricollocazione semantica del suo rapporto con la natura, con i cicli stagionali e relazione con la terra. D’altra parte abbiamo scelto questo sentiero, un divino immanente, presente nella materia, stillato nella naturalità intorno a noi, dentro di noi.  C’è poco da fare. Essere streghe oggi vuol dire riconsiderare completamente la rappresentazione del neopaganesimo, il “vivere naturale” e il proprio personalistico rapporto con i cicli stagionali, le piante, gli animali; tutto questo comparato ad una società moderna iperstrutturata e autoproclamatasi padrona e garante legale dell’ambiente naturale.

Il passaggio fondamentale, da una società legata a doppio filo con l’ambiente a un fare sociale diversificato avvenne grazie alla rivoluzione industriale, alla grande migrazione dalle campagne alle città, al passaggio dall’artigianato alla produzione tayloristica ma soprattutto grazie alla diffusione ed all’utilizzo della corrente elettrica. La luce, con le prime lampadine ad incandescenza, mutò completamente i costumi ed i ritmi biologici delle persone, dai borghesi agli operai fino ai contadini. Il sole non decretava più il dictat temporale sulla sveglia e la messa a letto, il camino non era più il punto di ritrovo della famiglia ed il luogo di narrazione, l’inverno veniva svestito dalla sua funzione di riposo e radicamento della casa.

Ed ora? Col mutare continuo della nostra società, con la realtà della nostra Italia, patria di fasce climatiche, ambienti e culture diverse, come ci rapportiamo noi “gattoneromunite” moderne con la partecipazione e la celebrazione della natura? Per riprendere le parole di Einstein “la natura non è né ingegnere né imprenditore, e io stesso faccio parte della natura”[2] ma diamo una lettura più leggera e meno nozionistica a tutta la vicenda.

 

Le streghe di campagna e quelle di città

 

L’autoironia è cosa buona e giusta e devo dire che auto-praticarla fa riconciliare con molti aspetti del vivere il sé. Io sono nato e pasciuto in un piccolo centro, un villaggio nel nord della toscana; è in quest’ambiente che ho abbandonato definitivamente il “broom closet” diventando (facendo spallucce a My Little Britain) “the only witch in the village”. Successivamente mi sono trasferito a Roma, città dove ora vivo e tento di lavorare, per completare il percorso universitario.

Personalmente, fin dai primi anni del mio percorso nella stregoneria, ho classificato, vivendole in prima persona, due macrocategorie di wiccan moderni: le streghe di campagna e quelle di città. I topoi delle streghe di campagna sono quei neopagani che vivono in piccoli centri immersi nel verde, il cui contatto con la terra e i contadini è dolorosamente o fortunatamente obbligato. È la fattispecie di donne e uomini che hanno assunto il pragmatismo dei vicini di casa, la passione per i racconti delle contadine che ancora portano i cesti sulla testa, donne e uomini che spesso o per necessità vedono nel web una delle forme aggregative della comunità neopagana moderna. Le streghe amanti delle lunghe passeggiate nei boschi si trovano in questa macroarea, spesso si riconoscono per i capelli arruffati, pieni di rametti, le mani perennemente armate di “cucchiarella” e la bocca arricciata al passaggio dei cacciatori.

Le streghe di città, invece, si diversificano. I condomini-alveari e il grande affollamento fanno sviluppare, dal mio punto di vista, un bisogno psicofisico di ogni ente che richiami l’ambiente naturale. È così che la strega cittadina, se è dotata di pollice verde, riempie la sua casa con foreste di piante; segue a volte, a discapito del perenne smog, uno stile di vita e alimentazione salutista e si rifugia nei pochi parchi pubblici appena ne ha la possibilità. Gli aperitivi con altre streghe sono, per molti, una consuetudine; da qui la strega cittadina riceve gioie e dolori, confronti e chiacchiere da bar.

Ma la natura che ruolo gioca nelle due macrocategorie? Certamente entrambe le tipologie semplicistiche e, diciamocelo chiaro, stereotipate di streghe seguono un sentiero orientato all’animismo e alla permanenza del divino nella materialità ma l’ambiente del vissuto quotidiano gioca un ruolo fondamentale nel percorso del proprio orientamento religioso.

 immagineColombo1

 

Un cambio di paradigma

 

A differenza dei piccoli paesini, le città; con la loro peculiare ecosfera, attraverso la maggiore aggregazione sociale e la modificazione della fauna e flora locale, rendono difficoltoso ma non impossibile il relazionarsi diretto con l’ambiente circostante e far proprio il senso religioso legato alla naturalità così come la campagna impedisce, se non rende difficile, un confronto vis a vis più teorico. Da qui dobbiamo, noi streghe, compiere un passo successivo. La relazione con l’ambiente circostante non è che il livello superficiale. Abbiamo il dovere di leggere, attraverso la filosofia, la sociologia e le testimonianze delle streghe passate come viene rappresentato il concetto di natura. Da qui non darò una definizione ma spunti poiché ognuno ha il diritto-dovere di ragionare con la propria testa. Senza cadere nelle fallacie “dell’epoca d’oro” (ciò che c’era prima è migliore dell’oggi) e in quella della “non causa pro causa” (detta anche della “falsa pista” che consiste nell’assumere illecitamente come causa qualcosa che non lo è) proviamo a fare una riflessione “balenga” secondo il linguaggio della Litizzetto. La natura, soprattutto nel pensiero post-cattolico e post-società industriale è osservata come esterna all’uomo, il concetto di naturalità, vedesi dibattito attuale sulla famiglia tradizionale-naturale, è visto come interno e legittimante. Ma è così? Dobbiamo interrogarci: cos’è il fare sociale? Che ruolo ha il corpo dell’uomo o della donna nella naturalità? In che modo possiamo avvicinarci o reinterpretare secondo la nostra testa e il nostro sentire individuale il concetto religioso e formale di “natura”? Riflettiamo. Doreen Valiente scriveva nel suo Charge of the Goddess[3]:

 

“For I am the Soul of Nature, who giveth life to the universe; from me all things proceed, and unto me must all things return; and before my face, beloved of gods and mortals, thine inmost divine self shall be unfolded in the rapture of infinite joy. Let my worship be within the heart that rejoiceth, for behold: all acts of love and pleasure are my rituals. And therefore let there be beauty and strength, power and compassion, honour and humility, mirth and reverence within you”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] William Shakespeare; Macbeth; Act 1 Scene 3

[2]Albert Einstein; What I Believe, Forum and Century; pp. 193-194

[3] visionabile nella sua interessa all’indirizzo www.doreenvaliente.com 

Il credere non è uguale all’iniziazione

untitled

Il credere non è uguale all’iniziazione[1]

 

di Seamus McKeon (traduzione di Carmelo Moretti)[2]

 

La Wicca non è il cristianesimo. Accettare la Dea come tua Signora e Salvatrice non ti renderà automaticamente un wiccan. Accidenti, nella maggior parte dei casi, anche credere in Gesù Cristo, non ti renderà automaticamente un cristiano, perché per esserlo è richiesto il battesimo, il quale a sua volta necessita (pensa un po’) persino di un vero e proprio cristiano che ti battezzi! Riti di passaggio, riti di ingresso, ordinazioni e iniziazioni sono tutti termini per processi simili, i quali portano un individuo all’interno di un gruppo religioso e necessitano di “un altro”, a sua volta, già iniziato. Così come non si può diventare un prete cristiano per auto decreto, allo stesso modo non ci si può iniziare come sacerdote della Wicca, in quanto tutto ciò viene fatto per noi, da qualcun altro che ci ha preceduto.

Non posso iniziare me stesso alla Massoneria o in una confraternita qualunque, ma questo non significa che travestendomi, io non possa risultare vestito tale e quale ad un rincoglionito fanatico di una confraternita. Potremmo sembrare molto simili, seguendo alcuni tristi modi di fare tipici degli anni ’90. Ma uno sarebbe già un membro della confraternita e l’altro … boh, probabilmente lo potrebbe diventare: chiedendo l’ingresso, impegnandosi, bevendo fino allo sfinimento, per poi essere iniziato[3].

Molti di coloro che si definiscono pagani e che si approcciano alla Wicca, ma che non sono iniziati, hanno la falsa percezione che possono auto-consacrarsi alla Wicca e che possono diventare sacerdoti o sacerdotesse, soltanto leggendo qualche libro e decidere di “sentirsi tali”. La cosa più triste è che questi individui sono quelle stesse persone che non sanno neanche che: nella Wicca viene usato un “certo” Libro delle ombre (in diverse forme che variano leggermente a seconda della corrente Gardneriana, o una sua derivazione, come la Alexandriana, e dal luogo in cui ti trovi); che abbiamo tutti gli stessi riti, eseguiamo gli stessi o simili Sabbat, i quali rievocano la mitologia dei nostri comuni Dei; che eseguiamo rituali strepitosi e sempre unici, durante le lune piene, nonostante condividiamo anche una liturgia apposita, ogni volta che ne abbiamo bisogno. In questo modo la probabilità che la nostra pratica diventi stagnante e noiosa è minima. I nostri rituali sono come la fase di preparazione sul trampolino, dal quale potremmo decidere di eseguire una capriola, un avvitamento o un tuffo ad angelo o persino schiantarci di testa e sprofondare nella merda, pagando il prezzo per qualcosa di cui non eravamo assolutamente pronti. Dopotutto, siamo tutti umani e non possiamo pretendere di essere Greg Louganis[4] (anche se ognuno di noi dovrebbe SEMBRARE il Greg Louganis delle olimpiadi durante gli anni ’90).

untitledOlympicGreg

Questa tipologia di Wiccan IRAB (I read a book – ho letto un libro) sono anche spesso i primi, i più accaniti e i più pressanti nel cercare di affermare interpretazioni errate di alcuni dei nostri insegnamenti, nel tentativo di controllare e frenare altre streghe; un atteggiamento che, a quelli come noi che sono già iniziati, sembra davvero sciocco. Così come sappiamo che non c’è una legge universale o regola del ritorno e anche che la Rede Wicca è composta da soltanto 8 parole e che consiglia, non impone. Così come siamo a conoscenza che per diventare parte della Wicca non basta solo leggere, meditare e interiorizzarne la cultura.

La maggior parte di noi deve cercare e la stragrande maggioranza di noi in effetti lo fa[5]. Ed è anche vero che ci sono alcune streghe che sono state veramente fortunate da ritrovarsi una “coven della porta accanto” o giù per la strada, o magari numerose coven nella stessa città (mi riferisco proprio a voi, di Louisville, Kentucky, o di Sandwich, Massachusetts, a metà della costa sud del Massachusetts, e a Salem).

Ma una parte fondamentale per ognuno dei nostri sentieri da strega è quello che di solito viene definito il “ritorno a casa” nella Wica[6]. E’ una sensazione che tutti noi condividiamo, un qualcosa che ci accomuna tutti. Ci vuole tempo, dedizione e perseveranza e quando finalmente si concretizza nell’iniziazione, la sensazione di essere riusciti a ritornare a casa, è praticamente tangibile. Siamo ritornati un’altra volta in famiglia e questo non è altro che una delle chiavi per risvegliare la magia insita in noi stessi e nei mondi tra i quali stiamo a cavalcioni.

Dunque il primo passo verso l’iniziazione è quello che noi chiamiamo il “cercare”. No, questo non significa salire sulla scopa e dare la caccia ad una sfera dorata volante chiamata boccino[7]. Non significa neanche ricercare false verità per poi spacciarle per veritiere, e credetemi, siamo capaci di farlo, per capire basta soltanto chiedere di Aidan Kelly[8]. La ricerca avviene quando in maniera propositiva si iniziano a cercare le persone giuste per noi stessi.

Molte volte questa ricerca viene fatta su internet, passando al setaccio Witchvox.com, gruppi Facebook, Twitter e tonnellate di altri luoghi. Un botto. Non c’è alcuna garanzia che tu possa trovare qualcosa di neppure lontanamente utile, ma è proprio lì che giace parte del mistero. Ti potrebbe capitare di non trovare per molti mesi o anni, una coven che si trovava proprio nelle tue vicinanze,  prima che i tempi siano maturi per te, prima che tu la noti e la trovi e che finalmente la consapevolezza di tutto il ricercare che ne hai fatto, non venga sbattuto dentro la tua coscienza. Potresti non trovare una coven nel raggio di 500 miglia. Forse dovrai prendere aerei, treni, guidare per grandi distanze, perché hai davvero bisogno che tutto si realizzi e perché tu senta che ne valga la pena. Ciò richiede sacrifici. Queste cose sono già accadute a molti di noi: alcune persone hanno volato regolarmente, per anni, dalla Polonia all’Inghilterra per poter avere il training, l’istruzione necessaria. Alcune persone, invece, hanno solo dovuto attraversare l’isolato! Ma la Wicca c’è persino in Tasmania. TASMANIA! PER AMOR DEGLI DEI! Ho perfino sentito di uno di noi che è stato in Antartide. Uno con le palle!

untitled3

La ricerca è un qualcosa che nasce dentro di noi. A chi dobbiamo rivolgerci quando desideriamo trovare altre streghe? Gente sconosciuta su internet prende iniziative alquanto affascinanti, creando strane situazioni; ma davvero, i primi a cui dovremmo rivolgerci sono gli Dei. Non sai quali siano i Loro nomi tradizionali? Non preoccuparti, Loro sapranno ascoltarti. Noi abbiamo il “monopolio” su come chiamarli, ma anche se Li chiamiamo, non controlliamo la Loro abilità di ascoltare altre streghe che cercano la via per ritornare ad Essi.

In effetti, noi contiamo su questo, che essi vi guidino. Chiedi agli Dei. Traccia il cerchio, accendi le tue candele e lancia Loro un appello onesto e sincero affinché ti guidino nella giusta direzione, ti portino dalle giuste persone e portino le giuste persone da te. Quando si ha un reale bisogno e si chiede l’aiuto degli Dei per riuscire ad ottenere un onesto risultato, si riesce a realizzare una magia straordinaria, specialmente se ciò ti avvicina a Loro e al Loro servizio. La Taumaturgia può essere divertente, ma la Teurgia è dannatamente straordinaria.

Un incantesimo per cercare una coven dovrebbe essere il primo pensiero logico e uno dei primi passi quando si è impegnati nella ricerca. Alcune streghe decidono di inglobare tutto ciò in un rituale per loro stesse, comunemente riconosciuto come dedicazione. Si dedicano ufficialmente verso lo studio dell’Arte per un certo periodo di tempo, spesso fatto di un anno e un giorno, perché questa è la tipica quantità di tempo minima, che una coven aspetta per poter conoscere un cercatore e vice versa. Quando si frequenta una persona in ciascuna stagione, ci si fa un’idea di chi si vuole unire al gruppo e se sia compatibile con esso.

Una dedicazione non è un’iniziazione ma è un punto d’inizio verso essa. Un incantesimo per assisterti, rafforzare la tua risolutezza, per garantire l’intuizione e portare una persona vicina agli Dei, è una grande idea, specialmente quando non ci aggiungi dettagli stringenti e chiedi Loro di aiutarti a far sì che Loro ti ritengano adatto. La magia con la guida dei nostri Dei può compiere tanto.

Nonostante gli incantesimi e la magia siano una questione di visualizzazione e di un intenso potenziamento della propria visualizzazione con energia e intenzione, NON C’E’ NESSUN INCANTESIMO CHE TI INIZI MAGICAMENTE DA SOLO, SECONDO LA TUA TESTOLINA O IL GIUDIZIO DI TUA MADRE, MENTRE MAGARI TUTTI SONO IN CHIESA. Per essere iniziato dovrai passare per il rito di iniziazione Wiccan presente nel Libro delle Ombre. Dannazione, persino se tu volessi percorrere un sentiero eclettico che non utilizza completamente riti wiccan, devi provarci: l’iniziazione sarà sempre necessaria per essere un membro di qualsiasi forma di Wicca, persino se si fanno cose sciocche e non wiccan, come tenersi i vestiti addosso!

untitlPICCOLOed

La parte difficile è che le opzioni sono limitate da ogni cosa, a partire dall’età, sino alla posizione geografica, nella maggior parte dei casi dipendente dalla possibilità di spostarsi e ciò implica anche da quanto si guadagna e dai mezzi di trasporto. Se una di queste cose è abbastanza da costituire per te una barriera, allora è proprio lì che è meglio concentrare i propri sforzi. Non hai sufficienti soldi per un abbonamento dell’autobus? Lavora sulla magia per la prosperità, trova un lavoro migliore o un lavoro in più e costruisciti la via per avere una tua macchina, come mezzo per raggiungere la tua coven. Chiedi aiuto agli Dei. E’ necessario che tu sia il cambiamento che serve, per far sì che la magia ti aiuti, perché gli Dei aiutano chi, in primis, aiuta se stesso. Gli Dei possono anche darti una mano a procurarti un abbonamento per l’autobus. Lo so, perché sono stato quello che ha sborsato 80 $ per permettere ad un amico di essere presente nel cerchio in modo continuo. Dopotutto, siamo una famiglia.

La parte grandiosa è che ne vale la pena. La parte migliore è che l’iniziazione in “The Wica avviene con la famiglia. Diventi un fratello o una sorella nell’Arte e avrai fratelli e sorelle di coven! E in più una reale fottuta tonnellata di fratelli e sorelle dell’Arte sparsi nel mondo, che spesso si riuniscono e magari vi incontrerete al Pantheacon[9]; ti inviteranno magari a casa loro, che ne so… nei Paesi Bassi[10] e solitamente ti tratteranno benissimo, per nessun’altra ragione, oltre al fatto che possiedi qualcosa di unico rispetto al comune: una devozione all’Arte, ai nostri Dei e una forza di volontà tale, da farti sentire sempre a casa in mezzo a tutti noi. L’iniziazione è il benvenuto ed è anche una trasformazione. La consiglio vivamente. Quindi non essere stupido. Alzati e comincia a cercare.



[1]Testo tratto dal blog ‘Gardnerians. No one speaks for all of us, but some are louder than others’.  https://gardnerians.wordpress.com/2015/09/04/belief-does-not-equal-initiation/

[2]N.d.T. Traduzione su gentile concessione dell’autore.  Seamus McKeon è un gardneriano che vive in California e che ci porta il suo tipico e simpatico punto di vista di americano della West Coast su molti temi tipici della Wicca.

[3]In questo caso l’autore fa riferimento alle tipiche confraternite presenti in molti college universitari del suo paese,  l’accesso alle quali prevede quasi sempre un rito di iniziazione abbastanza goliardico, durante il quale non è escluso l’uso abbondante di alcol. I membri si distinguono spesso tra di loro indossando dei tipici abbigliamenti

[4]Celebre tuffatore olimpionico americano, vincitore di innumerevoli medaglie e premi

[5]N.d.T. Il tema della ‘Cerca’ (the Quest) la ricerca spirituale o eroica, e dell’essere ‘cercatori’ (seekers), ha rilevanza nella nostra cultura occidentale da molti secoli e ritorna nella Wicca, in una dimensione magari più ridotta, anche nella semplice ricerca di una coven dove entrare, per poi continuare assieme ad altri il proprio sentiero

[6]Wica, con una ‘c’ sola, come diceva Gardner

[7]Qui ovviamente l’autore fa riferimento ai romanzi di Harry Potter, dove nel gioco del Quidditch il cercatore (seeker), a cavallo di una scopa, cerca di acchiappare il boccino d’oro (Snitch). Subito dopo c’è anche un gioco di parole intraducibile, Snitches get stiches, per significare che la cerca non deve tradursi nello spiare, altrimenti si resta bastonati… sia chi fornisce informazioni non dovute, sia chi le cerca in modo fraudolento

[8]Aidan Kelly è un autore americano molto controverso. Wiccan a fasi alterne, critico feroce sulle origini mitiche della Wicca, da un lato ha cercato di smontare completamente Gardner, affermando che si fosse inventato tutto, dall’altro, proprio grazie alle sue approfondite ricerche documentali, ha aperto tutto un nuovo filone di ricerca, che per paradosso ha portato a scoprire che Gardner non si era inventato affatto la New Forest Coven dove venne iniziato

[9] Uno dei numerosi congressi o conferenze wiccan o neopagane, che si tengono con regolarità in varie parti del mondo

[10]Esperienze effettivamente capitate all’autore

Pop Witches

I consumi identitari delle streghe digitali.

 

 di Pietro Colombo

 

«Tremate, tremate, le streghe son tornate!» urlavano le femministe degli anni 70 in difesa del sacrosanto diritto decisionale sul proprio corpo. Ma qui, adesso, le streghe rinate; o meglio nate pochi anni fa, sono di un’altra natura. Pagane e pagani, ragazze e ragazzi delle nuove generazioni, italiane o americane, pasciute sotto la grande rete crossmediale del Web. Sembra assurdo pensare come, rispetto a pochi anni fa, la comunità neopagana sia cresciuta e abbia fondamentalmente aperto il proprio target grazie alla comunicazione mediale e si sia consolidata o frammentata grazie allo schermo televisivo o ad un palpito di tastiera. 

 

Io faccio parte di quella generazione italiana ibrida, nata a cavallo tra gli immigrati digitali, ovvero coloro che hanno appreso dopo l’adolescenza l’uso delle tecnologie non analogiche e i nativi digitali, termine nato in seno al sociologo Marc Prensky in riferimento a coloro che sono cresciute con l’evoluzione del mobile e la connessione wifi. In questi anni si è assistito ad una graduale ma significativa modificazione della figura della strega nel contesto  socioculturale occidentale e con essa, di conseguenza, ad una differente percezione e costruzione identitaria del singolo neopagano. Il processo d’identificazione, individuazione, imitazione e interiorizzazione risente e ricalca quindi delle costruzioni mediali del contesto moderno. Ma quindi cosa ci dobbiamo aspettare? Un abbandono dei tipici cappelli a cono, mantelloni neri e scope di saggina? Facciamo un passo indietro.

 

Il paradosso del pixel

 

L’avvento del media televisivo decretò un’esplosione dei consumi del singolo, della frammentazione e specificazione degli interessi, della vera e propria creazione di un audience bidirezionale e interessato a tematiche comuni. Le “streghe analogiche” del passato, chiamiamole così in onore alla discrezionalità con cui si confrontarono con le narrazioni mediali condivise, costruirono la loro identità come streghe rielaborando, per esempio, il thopos della vechietta con le verruche, l’erborista del villaggio, i miti delle donne di potere e la storia dei roghi e dei pagani che li avevano proceduti. Poche le narrazioni romanze o cinematografiche. Snoccioliamo qualche esempio concreto e conosciuto: Sybil Leek, Doreen Valiente, Aleister Crowley. Dal movimento di rivendicazione femminista ai miti antichi, dalla figura della strega di campagna alla magia cerimoniale.

 

Con il media televisivo, che abbatte la quarta parete entrando direttamente nei salotti, muta anche la figura stereotipata della strega, da anziana, misteriosa, popolana e seguendo il concetto inverso di kalokagathìa (ovvero brutta e cattiva; basti pensare al capolavoro The Wizard of Oz del 1939) diviene giovane incantatrice come in Bell Book and Candle del 1958, madre premurosa in Bewitched del 1964 o una disinibita rocker in Elvira mistress of the Dark del 1988. È però negli anni novanta che si presenta il vero e proprio stacco culturale. Il target si adatta. La strega diventa adolescente, umanizzata dai tipici problemi quotidiani. Il punto di svolta si trova con i prodotti mediali figli di questa generazione: Teen Witch del 1989, The Craft e Sabrina the teenage witch del 1996, Buffy del 97 ma anche Practical Magic e Charmed del 1998.

 

Questo cambio culturale rende appetibile l’ambiente neopagano a una larghissima fetta di audience, lo stimola con canoni estetici moderni, frizzanti, focalizzandone l’attenzione sulla metodologia più che sulla teoria. La corsa alla FashionWitch, una variante della settimana della moda della strega moderna nella costruzione del sé, si fa consumo, imitazione, rielaborazione e identità. La natura popolare, teorica e teologica del culto si annacqua, condita, soprattutto in ambito americano, con componenti della più stravagante “messa in posa” social. E qui un caso limite. Leggevo giorni scorsi un articolo, su una famosissima piattaforma internazionale, di una strega della Silicon Valley che “elimina i virus informatici con la magia”. Si. Parola per parola.

 

charmed_again_by_oved011again-d45w4w1-1

 

Di orgoglio e Pregiudizio

 

Ora, questa mia riflessione non è una mera critica sociale, non tutti coloro nati nella Google generation (anche chiamata generazione copia-incolla avvenuta dagli anni 90, di cui peraltro faccio parte anche io) sono delle “glitterwitches” ma ciò vuole sottendere un cambiamento intrinseco nella auto rappresentazione del neopagano moderno. Il cambiamento culturale del thopos dell’incantatrice, della stregoneria, dell’arte magica, dapprima vista dal grande e piccolo schermo come dono dell’omino rosso con corna e forcone e successivamente come una religione o culto della terra (basti osservare l’impatto nell’audience italiano della battuta “strega naturale” del film The Blair Witch 2) si riflette sui singoli partecipanti della comunità neopagana. Cambiano i riferimenti linguistici, culturali, sociali. Cambia in parte anche, a mio parere, la necessità di culto e la partecipazione ad esso. I social hanno rivoluzionato totalmente l’ambiente della pratica, dai tutorial al wikihow, dalle instagramwitches al rituale compartecipato, dagli youtubers alle app per le fasi lunari. Ma ciò non è un male, sia chiaro. La duttilità del neopaganesimo è legata a doppio filo con le vite e le esperienze dei suoi partecipanti. E tutto ciò senza dover forzare un giudizio valoriale.

 

Scrive Giuseppe Pisanu: “Le identità sono ancoraggi saldi e irrinunciabili, ma non devono diventare trappole per catturare e dividere i popoli. Il rimedio è nel dialogo. Perché attraverso il dialogo identità diverse imparano a conoscersi e a rispettarsi reciprocamente, sia per quel che hanno in comune, sia per quel che le rende differenti”. Il dialogo generazionale e intergenerazionale si fa quindi chiave di volta, non solo nell’ambito neopagano, per una coesistenza rispettosa e pacifica ma soprattutto per ampliare ciò che sono i propri frame mentali, individualistici, identitari. Il dialogo come passepartout, il confronto pacifico, digitale o vis a vis, come significato e significante. Tutto ciò non implica che dobbiate forzatamente togliervi i vestiti neri, il cappello a punta o il fondotinta verde, basta semplicemente non tirarsi reciprocamente secchiate d’acqua ed accettare che anche una qualunque Glinda possa abbracciare e seguire un sentiero simile al vostro.

 

Wicca&Wicco: il Gender nell’Arte

” Mi ricevi
come il vento la vela.

Ti ricevo
come il solco il seme.”

 (Pablo Neruda, canzone del maschio e della femmina)

Riflessione sul Maschile ed il Femminile nella spiritualità di oggi

di Salvatore Fortunato

L’Athame e la Coppa

Da una recente discussione mi è venuta in mente questa riflessione su di un argomento quanto mai di attualità. Proprio in queste ore, infatti, i politici si stanno scannando in Parlamento sulle unioni civili e la stepchild adoption, mentre gli “intellettuali” si accoltellano a suon di gender. Il Maschile ed il Femminile, (la cui lettera maiuscola indica qui l’espressione sacrale) cosa sono? Nella Wicca si riconosce l’aspetto maschile e quello femminile del Divino, il Dio e la Dea per l’appunto. Quando durante la libagione il sacerdote immerge la lama nella coppa si dice: ” come l’Athame è il Maschile, la Coppa è il Femminile e congiunti portano la loro benedizione“. Ora la congiunzione qui è ovviamente creatrice, ad indicare appunto che come in alto così in basso e cioè che come sul piano fisico l’unione tra un maschio e una femmina porta alla procreazione, così sul piano spirituale è necessaria la conjunctio oppositorum per la Creazione del Tutto. Vivianne Crowley scrive: “Benché in ultima istanza nella Wicca il Divino sia inteso come Uno, in Esso vediamo una dualità. Il Divino è energia, l’energia è movimento e cambiamento, e dove c’è movimento e cambiamento c’è l’attivo e il ricettivo, il flusso e il reflusso. Il Divino viene colto come maschile e femminile, Dea e Dio.[1] Ora fin qui tutto chiaro, ma la domanda è: il Maschile ed il Femminile si riflettono in toto nei maschietti e nelle femminucce? Cioè in poche parole, nel “mondo degli uomini” il Maschile si incarna negli uomini ed il Femminile nelle donne? La realtà ci porta a dire ovviamente no! Ci sono persone che nascono maschi ma si sentono femmine e il contrario. Persone che alcuni sciamani chiamano “due anime”. Questa constatazione di fatto insieme ad anni di studi psicologici (per semplificare la faccenda), dimostrano che sia gli uomini sia le donne hanno dentro di loro un po’ di Maschile ed un po’ di Femminile. È quello che Jung chiama Animus e Anima, con la cui danza ogni iniziato dovrebbe confrontarsi. Ora il problema è: in che percentuale, per usare un termine “molto poetico”, il Maschile ed il Femminile vengono distribuiti nei maschietti e nelle femminucce. Mi sembra chiaro che non sia “equamente distribuito”. E mi sembra invece abbastanza logico pensare che, nella maggior parte dei casi, ci sia più Maschile negli uomini e più Femminile nelle donne (si, sto ridendo da solo mentre scrivo di quantità, tipo problemino delle elementari). Di questo penso, si sia accorto anche Gardner quando trasmise ai suoi la regola per cui l’iniziazione passa da uomo a donna e da donna a uomo oltre che la pratica per cui nel cerchio si sta sempre alternati maschi e femmine. Ci sarebbe anche da dire che i Quattro Elementi, cioè le colonne portanti della nostra vita, spirituale e non, sono concepiti come maschili (Fuoco e Aria) e femminili (Acqua e Terra). Ma, a questo punto bisogna fare un discorso un po’ più serio su cosa sia il Maschile ed il Femminile.

 

Chokhmah e Binah

Per farlo mi riferirò alla Tradizione Esoterica Occidentale, uno dei cui frutti è, per l’appunto, la Wicca. La base di questa Tradizione è la cabala ermetica, gemmata (per così dire) dalla Qabbalah ebraica. Qui la creazione viene spesso descritta come l’atto di unione di due principi opposti ma complementari usando un linguaggio di matrice sessuale. Maschio e Femmina, uomo e donna, sposo e sposa, Abba e Ima cioè il Padre e la Madre, due delle Patzufim, le Espressioni dell’unità di Dio. Abba, (“Padre”) è il Partzuf della sephirah Chokhmah, seguito da Ima (“Madre”), il Partzuf di Binah. Chokhmah che è in cima al pilastro della Grazia, è secondo la cabala ermetica, la forza espansiva, creatrice e vivificante, (il Lingam degli indiani) che però per creare ha bisogno di un ricettacolo, di una Forma, che rappresenta anche un limite: è Binah, il grande mare, la forza ricettiva e limitante che dà forma femminile alla forza maschile. Il Maschile è quindi ciò che si espande, la forza centrifuga dell’universo, il potere proiettivo del Divino. Il Femminile invece è ciò che si oppone all’espansione, ed opponendosi da forma all’universo. É il grande utero, colei che si prende cura di ciò che viene creato, la forza centripeta dell’universo, il potere ricettivo del Divino (ciò che in India si chiama Yoni). Si potrebbe semplificare dicendo che il Maschile è la forza attiva, mentre quella Femminile è quella passiva, ma purtroppo siamo troppo abituati a dare giudizi di valore a questi termini e rischieremmo di incappare nell’errore di pensare a “passivo” come sottomesso. É proprio questo errore, secondo me, che molte femministe inseguono. Dice Dione Fortune: ” In Binah e Chokmah abbiamo il Positivo e Negativo archetipali; la Mascolinità e Femminilità primordiali, stabiliti quando “volto non mirava volto” e la manifestazione era incipiente. È da queste primarie Coppie di Opposti che scaturiscono i Pilastri dell’Universo, tra i quali è intessuta la rete della Manifestazione.[2] I due Principi quindi sarebbero impotenti presi singolarmente. Il femminile è tutto in potenza, ma è inerte. Il Maschile è puro atto, incapace di portare alla nascita di alcunché. Il Maschile è visto quindi come uno stimolo, mentre il femminile come un freno. Sto ovviamente parlando di termini “filosofici” che riguardano principi cosmici e non della triste immagine da commedia all’ italiana in cui lui fa il satiro e lei ha mal di testa!

thYRZ8LUDI

Yin e Yang

Anche in oriente, oltre a i già citati concetti indiani si specula sulle Polarità. Nel Tao Te Ching c’è scritto:

Il Tao generò l’Uno,

l’Uno generò il Due,

il Due generò il Tre,,

il Tre generò le diecimila creature.

Le creature voltano le spalle allo Yin

e volgono il volto allo Yang,

il Ch’i infuso, le rende armoniose.”

Anche qui Yin rappresenta il Negativo, mentre lo Yang il Positivo. Yin è oscurità, luna, femminile, terra e acqua ecc. mentre lo Yang è luce, sole, maschile, cielo, fuoco ecc. il glifo dello Taijitu rappresenta proprio questi due concetti come opposti ma complementari, dove finisce il bianco Yang, inizia il nero Yin. I due principi si fondono l’uno nell’altro senza che nessuno dei due perda la sua identità. E’ importante mettere in evidenza che Yin e Yang non hanno alcun significato morale Buono-Cattivo e che non sono considerati elementi contrastanti, bensì inscindibili. Su questi concetti sono basate tutte le filosofie cinesi e l’intera medicina tradizionale. Il Tao che di per sé è inafferrabile (il Principio Ineffabile dell’occidente) può, tuttavia, essere percepito nell’alternanza dei suoi due aspetti Yin e Yang. L’alternanza delle sue manifestazioni è costitutiva della conoscenza umana del Tao. Lo stesso accade proprio nella Wicca, è il mito del Dio e della Dea che ci permettono di capire la manifestazione divina. E quando Il Dio e la Dea si uniscono allora si percepisce l’Estasi dell’Infinito. Tutto questo si ripercuote anche nel “mondo degli uomini” soprattutto a livello rituale, quando all’ultima iniziazione il Dio viene fatto discendere su di un sacerdote e la Dea su di una sacerdotessa per dar vita al Grande Rito, l’unione mistica di Maschile e Femminile, umano e divino, sacro e profano. In Cina c’è una bellissima espressione per indicare la donna: “l’altra metà del cielo”. Trovo che indichi al meglio la concezione spirituale del femminile sia nella cabala che nel taoismo, sia nella Wicca naturalmente. Ma la Cina ha altro da insegnarci. Secondo la medicina tradizionale cinese infatti tutto ha in sé sia il Maschile Yang sia il femminile Yin. Yin e Yang si creano vicendevolmente, si controllano vicendevolmente e si trasformano l’uno nell’altro. La salute è quindi uno stato di armonia di queste forze. E’ la nostra stessa idea, ma i termini a noi suonano più neutrali che Maschile e Femminile a cui attribuiamo “uomo” e “donna” che invece sono concetti diversi. Mentre i primi sono concetti spirituali i secondi sono sociali.

 

Il Potere Maschile e Femminile

Per lo sciamano (così come per la Strega) quello che conta davvero è il Potere. Definire cosa sia il Potere sarebbe in un certo senso “uccidere” il potere stesso perché l’atto di definire, di individuare, di separare che è tipico Maschile può portare inevitabilmente ad una perdita di Potere. Allo sciamano non interessa tanto cosa il Potere sia, ma cosa il Potere faccia. Il Potere è una sorta di chiave che apre delle porte. E’ quindi distinto dall’energia. E’ come se con l’energia aprissi la porta a spallate mentre il Potere è la chiave con la quale far scattare la serratura. Due chiavi importantissime, se non le più importanti sono appunto il Maschile ed il Femminile. Il potere Maschile è per lo sciamano quello che fa espandere all’uomo il suo territorio. È quello che dà al guerriero la vittoria in battaglia e la conquista nella caccia. L’uomo nelle società tribali, esce e va alla “conquista”. Va a caccia, a procurarsi il nutrimento per il suo popolo. Il Potere Femminile invece non è espansivo, ma il suo contrario. Le donne nelle società tribali si curano della casa, migliorano il territorio. Alcuni vedono l’agricoltura una scoperta femminile per esempio. Il Potere femminile è anche quello che cura il rapporto tra le persone. Le cose belle vengono dal Potere Femminile perché l’uomo che va alla conquista, è sbrigativo e non ha tempo per curare ed abbellire l’ambiente in cui vive. Nella società moderna ovviamente le cose non stanno così, gli uomini che vanno a fare la guerra o vanno a caccia per procurarsi da vivere sono relativamente pochi. Di contro le donne non sono le uniche ad occuparsi della casa e del “territorio”. Ma i Poteri sono sempre gli stessi. Semplicemente uomini e donne usano entrambi i Poteri a seconda dei casi. Anzi, pensiamo alle casalinghe come delle schiave, come non utili alla società. Uno sciamano tradizionale vedrebbe in tutto ciò una perdita di Potere femminile. Il mondo moderno, con la sua frenesia e la sua voglia di conquista non è forse espressione del potere Maschile? Se la risposta fosse affermativa dovremmo dedurre che il Potere femminile è stato messo da parte anche da chi, a quel potere dovrebbe essere più naturalmente predisposta cioè la donna. Ricordo che secondo la concezione sciamanica il femminile non ha a che fare tanto con la donna ma con il cuore. Poiché i due Poteri sono Complementari, privarsi dell’uno o dell’altro significherebbe sbilanciare l’esistenza. Bisognerebbe ripensare quindi al Maschile ed al Femminile in ogni essere umano e riappropriarsi dei loro Poteri tenendo però presente la nostra incarnazione biologica.

 

Animus e Anima: conclusioni junghiane

Secondo Carl Gustav Jung ogni uomo e ogni donna portano dentro di sé una parte dell’altro sesso, sia biologicamente sia psicologicamente. La donna nascosta nella psiche dell’uomo e l’uomo nascosto nella psiche della donna sono degli archetipi potenti e come tali dei ponti verso le zone più profonde del nostro inconscio. Ogni essere umano esprime un’energia dominante, ma contiene, in secondo piano, anche quella opposta. Ecco perché la psiche, quindi, andrebbe vista come una combinazione di principi maschili e femminili. La vita è l’unione di energie complementari, ognuna delle quali tende verso l’altra, compensandola. I due archetipi, Anima (femminile) e Animus (maschile), sono da sempre presenti nell’inconscio collettivo. Nei miti e nelle leggende ad esempio il Femminile è sinonimo di protezione, affettività, cura, conservazione ecc. mentre il Maschile è sinonimo di riflessività, controllo, razionalità, decisione ecc. ovviamente sia il Maschile sia il Femminile hanno degli aspetti positivi e negativi. Jung insiste sempre sull’equilibrio degli opposti e spiega l’innamoramento proprio con l’attrazione che il maschile della donna provoca nell’uomo e viceversa. Tuttavia bisognerebbe ricordare che Animus e Anima sono concetti troppo estranei dalla vita dell’Io per risultare comprensibili. La controparte sessuale, come abbiamo detto, è l’espressione dell’atteggiamento più distante dalla coscienza, meno individuale, più stereotipato e collettivo, più impersonale e in questo senso, come insegnavano i romantici tedeschi, “meno umano e più divino”, quindi più vincolante.  Nella Wicca si vanno ad “attivare” questi archetipi, soprattutto alla prima iniziazione. Questo perché si spalancano le porte dell’inconscio e, come Jung ha scoperto, mentre nell’uomo, l’Io cosciente è maschile, l’inconscio è femminile ed il contrario per la donna. Il lavoro spirituale è quindi anche quello di riscoprire i doni che la nostra parte “opposta” può farci, per essere più consapevoli, forti ed equilibrati nel nostro Io cosciente. Una sorta di integrazione e di armonia delle funzioni. Ma sarebbe bello a questo punto concludere con le parole di Vivianne Crowley che oltre ad essere una Gran Sacerdotessa è anche una psicologa e docente di psicologia delle religioni: “Il viaggio spirituale dell’iniziazione è quel processo che mette in azione tutte le nostre qualità, non quello di raggiungere l’opposto a spese dell’originale. Nella società troviamo un esempio di questo tipo con l’avvento dell’uomo new age. Sebbene molte coppie abbiano fatto esperienza dell’inversione di ruoli con il padre che si prende la responsabilità maggiore nel curare e nutrire, ruoli che sono tradizionalmente attribuiti alla madre, non si tratta di una soluzione definitiva se facendo questo le qualità e gli istinti maschili vengono artificiosamente soppressi. Forse è una stadio necessario per ripristinare il corretto equilibrio, neutralizzando così precedenti schemi di comportamento, tuttavia andando avanti per questa strada, si deve raggiungere un nuovo equilibrio che sia più stabile, dove viene dato sia al femminile che al maschile ciò che gli è dovuto. Nella Wicca, l’obbiettivo è fare in modo che nell’uomo l’esplorazione dei misteri femminili possa sviluppare un ruolo maschile nuovo e più illuminato in cui viene dato spazio sia al pensiero che al sentimento e che il sentimento non sia visto come sola competenza della sacerdotessa e della Dea, ma come una parte importante dell’universo maschile. Il compito finale di un sacerdote wiccan è quello di realizzare dentro di sé le qualità del Dio e facendo questo accedere alla forza creativa della stessa Divinità: perché non era forse Pan ad essere il suonatore del flauto?[3]

 


[1] I Poteri della Wicca, ARMENIA , pag. 11 – 12

[2] Dion Fortune, Cabala Mistica pag. 115

[3] I Poteri della Wicca, pag. 153

Divinazione: piccola escursione tra superstizioni e destino

Non esistono persone con particolari doti. La divinazione non è appannaggio di pochi eletti: il dono è già dentro ognuno di noi

di Nunzia NoviLuna Bux

 

oracle-cards-437688_640

 

Facebook e superstizione

Quando ho deciso di scrivere un articolo per Athame sulla Divinazione, ho subito pensato che tanto è stato detto in proposito e che sarebbe stato difficile portare qualcosa di nuovo. Con questo pensiero in testa, m’è stato naturale in questi giorni notare tra i post dei vari gruppi che frequento assiduamente su Facebook e in qualche forum superstite della rete, proprio quelli che direttamente o indirettamente facevano riferimento alla Divinazione in particolare ed alla premonizione in generale.

Subito sono saltati all’occhio termini talmente consueti che potrei definire addirittura abusati e che mi hanno dato misura di quante convinzioni quasi superstiziose girino attorno all’argomento: futuro, destino, dono.

Ma lasciate che io faccia un passo indietro per condividere quello che è per me il senso della Divinazione. Divinare, lo dice il termine stesso, significa fare un’azione divina, cioè comunicare con quella IntelligenzaConoscenzaSaggezza che è sottesa, o meglio intrinseca, universalmente a Tutto. Va da sé che è necessariamente intrinseca ad ognuno di noi in quanto parte di quel Tutto. Per questo motivo, prima di ogni altra cosa, divinare significa mettersi in contatto con se stessi, conoscersi profondamente, esattamente come sentenzia a Delfi il Gnōthi seautón (Nosce te ipsum) iscritto nella pietra del Tempio di Apollo che ne fece Oracolo.

Cosa ha a che fare dunque il futuro con la conoscenza profonda di sé? Solitamente, quando siamo presi dai problemi e dalla paura, perdiamo più o meno contatto con la nostra lucidità e questo ci impedisce di vedere chiaramente cosa vogliamo davvero e come ottenere quello che desideriamo. Ci troviamo così impelagati in un labirinto di emozioni contrastanti e trovare l’uscita non sempre è così facile. La divinazione, usando tecniche che inducono una trance lucida, ci permette di concentrarci e centrarci, focalizzandoci in modo costruttivo, più che sul problema in sé, sull’obiettivo da raggiungere. In modo figurato sarebbe come mettersi un paio di ali e potersi sollevare al di sopra di quel labirinto: dall’alto l’uscita è ben visibile e venirne fuori diventa un gioco da ragazzi. Ecco che, il futuro diventa un pochino meno favolistico e più concretamente la soluzione migliore o la conseguenza più probabile alle nostre scelte pregresse.

E dal momento che le scelte sono appunto nostre, in che modo il Destino decide del nostro futuro? A che servirebbe conoscere prima qualcosa che si verificherà ineluttabilmente? L’unica risposta che riesco a darmi a quest’ultima domanda è che, conoscendo prima quello che per forza dovrà accadere, io possa mettermi come si suol dire l’anima in pace. Purtroppo per me, la mia indole non me lo consente ed a dispetto di coloro che sostengono che è pura illusione quella di poter esercitare il libero arbitrio, ritengo che la verità sia da cercare nel mezzo: da una parte è vero che non tutto dipende da noi, ci sono fattori più grandi riguardo molti dei quali siamo del tutto inconsapevoli, ma ci sono anche ambiti più a nostra misura in cui molto possiamo fare nel bene e nel male. Ed è in questi ambiti “micro” che i cambiamenti sono possibili e, dal momento che micro e Macro sono parti del Tutto, un cambiamento significativo nel micro è un cambiamento del Tutto e lo influenza anche nel Macro. In questo modo, noi siamo se non del tutto artefici, quanto meno partecipi di quel destino che ora tanto ineluttabile non è più.

 

Lettura come Leggersi

Allora, impegnarsi periodicamente in una lettura delle proprie profondità interiori diventa un esercizio importante ed imprescindibile per chi sceglie un percorso di consapevolezza e di evoluzione spirituale. Un percorso che, indipendentemente dalla forma più o meno religiosa che prende la spiritualità di ognuno, è personale, tanto più dal momento che la comunicazione tra quella IntelligenzaConoscenzaSaggezza e chi la interroga avviene attraverso un linguaggio in codice. Si perché tutto ciò che è universale usa un linguaggio che non è fatto di parole, ma di immagini significative, simboliche. E’ attraverso le immagini simboliche interiori che comunichiamo nella divinazione. Ci sono due livelli su cui lavorano i simboli, un livello soggettivo ed uno oggettivo. Quest’ultimo è quello che appartiene ad una collettività e può dipendere dal contesto temporale e territoriale. Sto pensando alla mente di razza umana che ha creato i famosi archetipi che sono comuni a tutta l’umanità come il concetto di Madre, per esempio. Questa “mappa” di simboli comuni ha permesso nel tempo ai gruppi umani di sviluppare quelle che sono le varie mantiche (Tarocchi, Rune, i Ching, …). Un secondo livello dicevo è quello soggettivo in cui i simboli sono utilizzati a partire da quelli collettivi archetipici ma si connotano di significati personali, per cui il concetto di “Madre” si caratterizza con la personale esperienza della propria madre e delle aspettative a riguardo. Ne consegue che mappare i simboli personali è altrettanto importante che conoscere i significati archetipici, soprattutto se stiamo interrogando l’Oracolo per questioni che prescindono da affari di Stato come una imminente guerra contro un Paese vicino. Chi se non noi stessi i migliori interpreti della mappa personale? Qui subito mi vorreste contraddire con argomentazioni come il Dono. Leggo ovunque che assolutamente non ci si può leggere le rune o le carte (Tarocchi) da soli, che addirittura non bisogna comprarseli perché sarebbero menzonieri. Analizziamo razionalmente un punto per volta: l’unico motivo per cui sarebbe necessario ricevere gli strumenti divinatori in regalo sarebbe quello di una trasmissione, più che di tanti rettangoli di cartone colorati o di pietre incise, eccetera, di un potere/sapere che passa da maestro/a ad allievo/a. In effetti è plausibile che in passato avvenisse proprio in questo modo, come per altri poteri. Una sorta di iniziazione dunque. Questo sarebbe auspicabile anche oggi, implicherebbe un percorso di studio guidato che male non farebbe a tanti amanti del fai da te. Ma non vuol dire che una buona tecnica non si possa apprendere anche da autodidatti e che forti di questa si possa scegliere lo strumento più adatto autonomamente. Infondo, lo strumento deve confarsi alle esigenze di chi deve usarlo. Per cui, se vi sentite affascinati dalla sfera o dalle sibille o da qualunque altro strumento divinatorio, sentitevi in completa libertà di farlo vostro non solo acquistandolo ma scoprendone tutti i segreti. Divinate soprattutto per voi, imparate i vostri simboli personali oltre che quelli collettivi e se qualcuno vi dice che non siete in grado perché non avete il dono semplicemente rispondetegli che voi sognate! Tutti sognano, anche se spesso non lo ricordano. Ed i sogni non sono altro che lo strumento spontaneo di comunicazione con la parte profonda di sé. Fatti di immagini significative simboliche soprattutto personali e soggettive, talmente intime che anche la “gitana più tradizionalmente e generazionalmente preparata” stenterà a riconoscere. E quale motivo ci sarebbe di fornire tutti di uno strumento divinatorio così potente ed accessibile se questi non fossero alla fine in grado di usarlo? Il dono è già dentro ognuno di noi, quindi non c’è interprete migliore per te di te, infatti tu sogni i tuoi sogni, non la gitana di turno. E come per i sogni, anche per gli altri strumenti divinatori è così. Basta imparare una tecnica che funzioni.

 

Un metodo… maieutico

Negli anni ne ho studiate tantissime di tecniche di trance profetica più o meno profonde e mi sono resa conto che più la tecnica è semplice e lascia lucidità più funziona bene con un numero di persone maggiore. Ho per questo motivo messo a punto un metodo di lettura che definirei intuitivo-maieutico piuttosto facile da applicare a tutte le mantiche, dai Tarocchi, al tema Astrologico, alle Rune, ai Sogni e così via. Consiste nel lasciarsi quasi ipnotizzare dall’immagine/simbolo focalizzandovisi e descrivendola come se la si osservasse per la prima volta o la si volesse spiegare a qualcuno che non ne ha nemmeno l’idea, contestualizzando poi la descrizione a tutto tondo (associazioni di idee, sensazioni, emozioni, ricordi, …) così ottenuta alla situazione problematica che si sta analizzando. Se partecipaste ad una lettura condotta in questo modo, notereste che consultante e interprete coinciderebbero non solo nel caso di una autolettura, ma anche se ci fosse, come nei giochi tradizionali, una persona esperta di riferimento (la cartomante nel caso dei tarocchi o la chiromante per la mano, …). Infatti, l’esperto/a con questo metodo non fa altro che guidare con domande mirate chi consulta l’oracolo in una interpretazione personale dei simboli tramite le immagini che emergono e fargli da specchio, cioè ricostruire la lettura usando le parole chiave dell’interpretazione che chi consulta l’oracolo ha usato.

Per concludere, guardatevi dentro attraverso voi stessi/e, siate uno specchio per voi e per gli altri e soprattutto riflettete^^!

 

Celti senza druidi

Il druidismo come fenomeno non pan-celtico

di Mauro Ghirimoldi

An_Arch_Druid_in_His_Judicial_Habit

 

Oggigiorno parlare di Celti fa subito venire in mente la loro casta sacerdotale, i druidi, i quali paiono irrimediabilmente connessi a questa popolazione; ciò pare tuttavia essere un errore, poiché la loro diffusione risulta, dalle fonti, estremamente limitata nel tempo e soprattutto nello spazio. Ritenere che nell’Italia settentrionale ci fossero druidi, ad esempio, è un errore grossolano. Vediamo perché.

 

Una collocazione temporale

Il primo dato da tener presente a riguardo è che le testimonianze del druidismo (soprattutto letterarie, e anche quelle archeologiche, poche o presunte che siano) possono essere ritrovate unicamente nella cultura di La Tène, vale a dire dal VI secolo a.C. in avanti: in precedenza, ovvero durante il periodo Hallstatt (XIII-VII secolo a.C.) non abbiamo traccia alcuna della cultura druidica, e questo non può che indurci a ritenere che la nascita di questa istituzione sia puramente latèniana.

Pare scontato che la cultura orale del druidismo ci abbia privato di testimonianze dirette, e tuttavia quelle degli autori classici non sono ignorabili: le più antiche (del I secolo a.C.) sono, oltre a Cesare, quelle di Diodoro Siculo e Strabone, per quanto si è ritenuto che essi abbiano tratto queste informazioni da testi oggi perduti di Posidonio di Apamea (135-50 a.C.). Questo se non altro ci concede una griglia cronologica relativamente precisa: il druidismo sarebbe dunque nato tra il VI e il II secolo a.C., poco prima o durante quello che è considerato l’apogeo della civiltà celtica ma, come abbiamo visto, molto più di recente rispetto alla nascita della cultura stessa.

 

Cesare, Livio… e i druidi?

La testimonianza più importante resta ovviamente quella di Cesare, che in questa sede ci interessa non tanto per la sua descrizione della casta druidica, ma proprio in ragione della sua stessa esistenza: a differenza degli altri autori sopraccitati (che si rivolgevano a un pubblico di lingua greca), il condottiero romano non avrebbe avuto ragione di descrivere i sacerdoti dei Celti ai suoi connazionali, in particolar modo trattandoli come fossero qualcosa di esotico e particolare, se essi fossero già stati noti ai suoi lettori. Non dobbiamo infatti dimenticare che popolazioni celtiche erano stanziate da lungo tempo in Italia, e con esse i Romani avevano avuto molto a che fare prima di conquistarle: si parla qui di Senoni, Boi, Cenomani, Insubri e di tutte le tribù del centro e nel nord Italia. Possiamo dunque ritenere, credo senza troppi dubbi, che costoro non avessero druidi (anche il vista della totale mancanza di fonti archeologiche), e un discorso analogo si può fare per gli abitanti della Gallia Narbonense (l’attuale Francia meridionale), conquistata nel 121 a.C., dunque dopo l’ipotizzato periodo di nascita del druidismo.

In effetti lo stesso Livio, parlando dei rituali svolti dai Boi dell’Emilia Romagna sul corpo dello sconfitto Postumio, nel 215 a.C., nomina come figure addette al culto un sacerdote e degli antistites (coloro che sovrintendono al tempio), i quali non rientrano nella celebre tripartizione della casta druidica riportata da Strabone (formata appunto da druidi, indovini e bardi); l’autore romano però si premura di specificare che essi non sono sacerdoti, ma semplici aiutanti del sacerdote stesso, che resta comunque uno solo. Torneremo più avanti su questo punto.

I Celti dell’Italia, comunque, non erano certo gli unici a non possedere la celebre casta sacerdotale: non dobbiamo dimenticare, ad esempio, che i Celtiberi (vale a dire quelle popolazioni celtiche stanziate nell’attuale Spagna) si scontrarono coi Romani nel II secolo a.C., e allo stesso modo nessuna fonte letteraria (né archeologica, in realtà) parla di druidi presso di loro.

Andando indietro nel tempo, va ricordato che i Greci conobbero a loro spese i Celti dell’Europa orientale: nel 281 a.C., infatti, un’invasione di queste popolazioni stanziate in Pannonia (regione oggi compresa fra Austria, Ungheria, Slovenia e Croazia) travolse la penisola balcanica, per poi fermarsi in Asia Minore, in quella che venne chiamata Galazia. Di fatto, testimonianze di cultura druidica nell’Asia Minore, in Grecia e in Pannonia ovviamente non esistono; l’unico rimando (e che potrebbe trarre in inganno) si trova in Strabone, il quale riporta che i Galati dell’Anatolia avevano un luogo ove si riunivano, definito drunemeton (letteralmente, e con ogni probabilità, “luogo sacro delle querce”): non c’è comunque nessuna diretta testimonianza della presenza di druidi, anche in vista del fatto che in giro per l’Europa esistono altri nemeton con suffissi diversi (ad esempio vernemeton e novionemetum), e che la quercia è un albero con importanti rimandi mistici in praticamente tutte le religioni indoeuropee.

 

I luoghi del druidismo

Ma dunque dove erano diffusi i druidi? Una locazione puramente geografica (a differenza di Cesare che parla semplicemente di “Gallia”) ce la fornisce Cicerone, il quale dice di aver conosciuto un druido di nome Diviziaco, del popolo degli Edui: veniamo così a sapere che questa tribù celtica della Gallia centrale, stanziata tra il Saona e la Loira, aveva la casta druidica (il fatto che costui fosse realmente un druido resta però una questione dibattuta). Il solito Cesare ci riferisce inoltre che “si reputa che questa dottrina sia nata in Britannia e che poi sia stata portata in Gallia, ed ora, quelli che vogliono conoscere questa disciplina più approfonditamente, perlopiù si recano là per impararla.” (la stessa nozione ci viene dalla saga irlandese sull’eroe Cú Chulainn). Abbiamo dunque la conferma di un’ipotesi di grande importanza: il druidismo non è la religione etnica dei Celti, ma è nato, vale a dire che si è costituito, per l’appunto come un culto, una casta e una chiesa. La Gallia di cui parla il condottiero (il luogo a cui tutti gli autori classici associano il druidismo, e nessun altro) è ovviamente quella che oggi è la Francia del centro e del nord (quella all’epoca non sotto il dominio romano); la Britannia corrisponde invece all’attuale Gran Bretagna.

Testimonianze del druidismo le ritroviamo sparse (sia a livello spaziale che temporale) in Gallia, Britannia e Ibernia (l’attuale Irlanda), luoghi in cui sicuramente la casta era giunta e aveva proliferato, espandendosi a partire dalla grande isola. Essendo però un movimento religioso, e non una tradizione etnica, pare lecito domandarsi se la diffusione del druidismo fosse uniforme: si deve dare per scontato che tutte le popolazioni di quelle zone avessero i druidi, oppure è più lecito pensare che presso alcune tribù tale culto non fosse arrivato, se non addirittura rigettato in vece di tradizioni più ancestrali, soprattutto nei luoghi più distanti (come appunto la Penisola Iberica, l’Italia e i Balcani)? Un parallelo con la diffusione del cristianesimo presso i popoli barbari durante i primi secoli del Medioevo pare inevitabile. Quel che resta certo, comunque, è che il “territorio” dei druidi fosse molto più limitato rispetto a quello della popolazione celtica in sé.

 

Le due religioni dei Celti

Ma dunque, se il druidismo non era la religione originaria dei Celti, allora qual era? Molto semplicemente, essi dovevano avere una religiosità classicamente indoeuropea, dove la figura del re incarnava sia il potere legislativo che quello religioso: era infatti egli che si occupava del culto, ad esempio officiando i sacrifici, probabilmente aiutato da “addetti del sacro”, i quali però erano più che altro funzionari, e non creavano una classe sociale distinta, esattamente come accadeva presso i Germani o nella Roma arcaica. A tal proposito, in un contesto simile la testimonianza di Livio sui Boi diventa molto più chiara, con la figura del sacerdote (se non il capo, almeno un suo rappresentante) e degli antistites.

Anche in vista di determinate parti della dottrina (ad esempio le teorie metempsicotiche), si è pensato che la filosofia di base dei druidi fosse di origine straniera (non a caso gli autori classici la associavano all’orfismo e al pitagorismo): in questo caso il druidismo assume connotati simili allo zoroastrismo, una religione non etnica ma predicata da un certo momento in poi della storia del popolo persiano e che, col passare dei secoli, ha integrato e soppiantato i culti ancestrali. In questo caso i druidi non riuscirono a ottenere un successo completo, forse a causa dell’ostilità di alcune tribù celtiche (del resto si sarebbe trattato, per il re, di rinunciare al suo potere sacrale), forse per la giovinezza del culto che non ebbe il tempo di espandersi in maniera consistente, ma sicuramente anche a causa dell’ingerenza romana, che gli impedì di proseguire il suo sviluppo.