Una strega in cerca della Natura

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Cronache semiserie

di Pietro Colombo

 

Cronache semiserie di una strega in cerca della Natura

 

 

 

Dalla campagna alla città, tra stivaloni di gomma e aperitivi

 

Gli occhi di tritone e il pungiglione di orbettino sono ormai in disuso, le streghe shakespeariane sono forse rimaste senza nulla da rimestare nel loro grande e fumante calderone. Per citare liberamente il Bardo, padre della letteratura anglosassone: “Quegli esseri dei quali parliamo, sono stati qui veramente, o noi abbiamo mangiato di quella radice insana che fa prigioniera la ragione?”[1]

 

La trasmutazione del fare societario in pillole

 

Ogni strega moderna, nel suo percorso religioso, affronta nella società odierna una ricollocazione semantica del suo rapporto con la natura, con i cicli stagionali e relazione con la terra. D’altra parte abbiamo scelto questo sentiero, un divino immanente, presente nella materia, stillato nella naturalità intorno a noi, dentro di noi.  C’è poco da fare. Essere streghe oggi vuol dire riconsiderare completamente la rappresentazione del neopaganesimo, il “vivere naturale” e il proprio personalistico rapporto con i cicli stagionali, le piante, gli animali; tutto questo comparato ad una società moderna iperstrutturata e autoproclamatasi padrona e garante legale dell’ambiente naturale.

Il passaggio fondamentale, da una società legata a doppio filo con l’ambiente a un fare sociale diversificato avvenne grazie alla rivoluzione industriale, alla grande migrazione dalle campagne alle città, al passaggio dall’artigianato alla produzione tayloristica ma soprattutto grazie alla diffusione ed all’utilizzo della corrente elettrica. La luce, con le prime lampadine ad incandescenza, mutò completamente i costumi ed i ritmi biologici delle persone, dai borghesi agli operai fino ai contadini. Il sole non decretava più il dictat temporale sulla sveglia e la messa a letto, il camino non era più il punto di ritrovo della famiglia ed il luogo di narrazione, l’inverno veniva svestito dalla sua funzione di riposo e radicamento della casa.

Ed ora? Col mutare continuo della nostra società, con la realtà della nostra Italia, patria di fasce climatiche, ambienti e culture diverse, come ci rapportiamo noi “gattoneromunite” moderne con la partecipazione e la celebrazione della natura? Per riprendere le parole di Einstein “la natura non è né ingegnere né imprenditore, e io stesso faccio parte della natura”[2] ma diamo una lettura più leggera e meno nozionistica a tutta la vicenda.

 

Le streghe di campagna e quelle di città

 

L’autoironia è cosa buona e giusta e devo dire che auto-praticarla fa riconciliare con molti aspetti del vivere il sé. Io sono nato e pasciuto in un piccolo centro, un villaggio nel nord della toscana; è in quest’ambiente che ho abbandonato definitivamente il “broom closet” diventando (facendo spallucce a My Little Britain) “the only witch in the village”. Successivamente mi sono trasferito a Roma, città dove ora vivo e tento di lavorare, per completare il percorso universitario.

Personalmente, fin dai primi anni del mio percorso nella stregoneria, ho classificato, vivendole in prima persona, due macrocategorie di wiccan moderni: le streghe di campagna e quelle di città. I topoi delle streghe di campagna sono quei neopagani che vivono in piccoli centri immersi nel verde, il cui contatto con la terra e i contadini è dolorosamente o fortunatamente obbligato. È la fattispecie di donne e uomini che hanno assunto il pragmatismo dei vicini di casa, la passione per i racconti delle contadine che ancora portano i cesti sulla testa, donne e uomini che spesso o per necessità vedono nel web una delle forme aggregative della comunità neopagana moderna. Le streghe amanti delle lunghe passeggiate nei boschi si trovano in questa macroarea, spesso si riconoscono per i capelli arruffati, pieni di rametti, le mani perennemente armate di “cucchiarella” e la bocca arricciata al passaggio dei cacciatori.

Le streghe di città, invece, si diversificano. I condomini-alveari e il grande affollamento fanno sviluppare, dal mio punto di vista, un bisogno psicofisico di ogni ente che richiami l’ambiente naturale. È così che la strega cittadina, se è dotata di pollice verde, riempie la sua casa con foreste di piante; segue a volte, a discapito del perenne smog, uno stile di vita e alimentazione salutista e si rifugia nei pochi parchi pubblici appena ne ha la possibilità. Gli aperitivi con altre streghe sono, per molti, una consuetudine; da qui la strega cittadina riceve gioie e dolori, confronti e chiacchiere da bar.

Ma la natura che ruolo gioca nelle due macrocategorie? Certamente entrambe le tipologie semplicistiche e, diciamocelo chiaro, stereotipate di streghe seguono un sentiero orientato all’animismo e alla permanenza del divino nella materialità ma l’ambiente del vissuto quotidiano gioca un ruolo fondamentale nel percorso del proprio orientamento religioso.

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Un cambio di paradigma

 

A differenza dei piccoli paesini, le città; con la loro peculiare ecosfera, attraverso la maggiore aggregazione sociale e la modificazione della fauna e flora locale, rendono difficoltoso ma non impossibile il relazionarsi diretto con l’ambiente circostante e far proprio il senso religioso legato alla naturalità così come la campagna impedisce, se non rende difficile, un confronto vis a vis più teorico. Da qui dobbiamo, noi streghe, compiere un passo successivo. La relazione con l’ambiente circostante non è che il livello superficiale. Abbiamo il dovere di leggere, attraverso la filosofia, la sociologia e le testimonianze delle streghe passate come viene rappresentato il concetto di natura. Da qui non darò una definizione ma spunti poiché ognuno ha il diritto-dovere di ragionare con la propria testa. Senza cadere nelle fallacie “dell’epoca d’oro” (ciò che c’era prima è migliore dell’oggi) e in quella della “non causa pro causa” (detta anche della “falsa pista” che consiste nell’assumere illecitamente come causa qualcosa che non lo è) proviamo a fare una riflessione “balenga” secondo il linguaggio della Litizzetto. La natura, soprattutto nel pensiero post-cattolico e post-società industriale è osservata come esterna all’uomo, il concetto di naturalità, vedesi dibattito attuale sulla famiglia tradizionale-naturale, è visto come interno e legittimante. Ma è così? Dobbiamo interrogarci: cos’è il fare sociale? Che ruolo ha il corpo dell’uomo o della donna nella naturalità? In che modo possiamo avvicinarci o reinterpretare secondo la nostra testa e il nostro sentire individuale il concetto religioso e formale di “natura”? Riflettiamo. Doreen Valiente scriveva nel suo Charge of the Goddess[3]:

 

“For I am the Soul of Nature, who giveth life to the universe; from me all things proceed, and unto me must all things return; and before my face, beloved of gods and mortals, thine inmost divine self shall be unfolded in the rapture of infinite joy. Let my worship be within the heart that rejoiceth, for behold: all acts of love and pleasure are my rituals. And therefore let there be beauty and strength, power and compassion, honour and humility, mirth and reverence within you”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] William Shakespeare; Macbeth; Act 1 Scene 3

[2]Albert Einstein; What I Believe, Forum and Century; pp. 193-194

[3] visionabile nella sua interessa all’indirizzo www.doreenvaliente.com 

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