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Santo o Natura? Il Maggio di Accettura

di Salvatore Fortunato

 

 

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Una gita fuori porta …

In questi giorni si sta svolgendo in un piccolo centro della Basilicata, immerso nei boschi, una festa patronale che perpetua antichi riti legati indubbiamente alla fertilità. Una fronda di agrifoglio trasportato a spalla per circa 15 km dalla foresta di Gallipoli, la così detta Cima incontra, in paese, il Maggio, un cerro di quasi trenta metri di lunghezza trascinato da coppie di buoi dal bosco di Montepiano. Inizia così una grande festa con il compimento del loro matrimonio. Con qualche amico quest’anno mi sono recato ad Accettura a respirare quest’aria di festa. Nell’attesa dell’arrivo del Maggio ci siamo recati nella chiesa di San Giuliano dove un lucido prete ci ha dato qualche informazione sulla festività. A quanto pare la Chiesa ad un certo punto si interessa a ciò che succedeva nel paesello lucano e manda qualcuno proprio per controllare cosa “si stava combinando” , come ci ha detto il prete. In effetti dall’archivio parrocchiale si rileva che il culto di san Giuliano è cominciato a manifestarsi dal 1725 ma il patronato ufficiale si ebbe solo nel 1797 dopo una disputa sull’autenticità delle reliquie. L’unione della festa precedente del maggio e la festa di san Giuliano trova la sua conferma nella celebrazione del Centenario nel 1897 anno in cui si posò per la prima volta il santo in largo san Vito.

Dopo la piacevole chiacchierata con don Filardi ci siamo recati al Museo dei culti arborei dove il preparatissimo naturalista Antonio de Bona ci ha spiegato un po’ le origini della festa. “Quando l’uomo vede un oggetto con un certo potere, se lo porta a casadice de Bona facendo l’esempio dell’agrifoglio la cui caratteristica difensiva data dalle spine l’uomo vorrebbe per sé. Partendo da questo concetto è facile capire come l’albero abbia sempre avuto un ruolo principe nell’immaginario dell’uomo. I frutti simboleggiano abbondanza, il legno forza, i rami flessibilità, i fiori bellezza e così via. Da qui il buon Antonio azzarda anche un estemporaneo oroscopo degli alberi riprendendo un po’ il folclore dei celti. Io sarei un castagno.il castagno” prosegue il naturalista “ha dato molto all’uomo quando non aveva da mangiare, pensate alla farina di castagne”. In effetti dai discorsi sull’importanza degli alberi nella storia dell’uomo non posso che fare una breve riflessione. Il grande “ossimoro simbolico” dell’albero. Esso infatti rappresenta la natura selvaggia eppure proprio da esso l’uomo crea la civiltà come ci fa notare il nostro esperto: “dal legno degli alberi l’uomo ha ricavato la ruota, le assi per la ferrovia, i primi aerei”. In effetti è proprio così.

 

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Il simbolo dell’albero

La celebrazione del Maggio di Accettura appare, nelle linee fondamentali, fedele ad uno schema che si ritrova nei culti arborei presenti in Europa. Il Frazer riteneva che questa usanza portasse nel paese “lo spirito fecondatore della vegetazione risvegliatasi con  la primavera”, mentre il Manhanardt vede nell’albero di maggio lo spirito della vegetazione che esercita “i suoi benefici anche sugli animali e sull’intera comunità”. Pochi oggetti sono stati così carichi di contenuti simbolici come l’albero. Esso è simile per certi versi all’uomo: piantato nella terra ma rivolto al cielo conciliando l’alto e il basso, il mondo celeste e quello terreno. L’albero quindi come immagine concreta della verticalità rappresenta l’axis mundi, l’asse del mondo attorno a cui è disposto gerarchicamente il cosmo: pensiamo all’Yggdrasil dei Germani o in maniera più intellettuale l’Albero della Vita della Qabbalah. Scrive Eliade: “Nei miti e nelle leggende sull’Albero della Vita abbiamo spesso trovato implicita l’idea che esso si trova nel centro dell’Universo e collega Cielo, Terra e Inferno. Questo dettaglio di topografia mitica ha valore particolarissimo nelle credenze dei popoli nordici, sia altaici che germanici e centro-asiatici, ma la sua origine è probabilmente orientale (mesopotamica). Gli Altaici, per esempio, sanno che sull’ombelico della Terra cresce l’Albero più alto, gigantesco abete, i cui rami si estendono fino alla dimora di Bai-Ulg„n¯, cioè fino al Cielo. Molto spesso l’albero sta in cima a una montagna, nel centro della Terra. I Tartari Abakan parlano di un monte di ferro sul quale cresce una betulla con sette rami, verosimilmente simbolo dei sette piani del Cielo (ideogramma di origine babilonese, sembra). Nei canti degli sciamani Ostiak Vasjugan, l’albero cosmico ha sette gradini, come il cielo; attraversa tutte le regioni celesti e affonda le radici nelle profondità sotterranee[1]

Per il cristiano l’albero della vita è la croce di Cristo e spesso essa è raffigurata con rami e foglie. Tutto il simbolismo dell’albero però si basano in fondo su di un residuo dell’antica religione “naturale”, per la quale gli alberi non erano soltanto fornitori di legno, ma entità animate e popolate da ninfe e spiriti con i quali l’uomo aveva qualche rapporto sentimentale. Ecco il tema del sentimento inteso come sentimento amoroso connesso quindi inevitabilmente alla fertilità.

 

 

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Matrimonio di fertilità

Il maggio di Accettura non è l’unico esempio di residui di culti arborei in Lucania. Sono però tutti riti “matrimoniali” legati ad un mondo contadino e prevalentemente animistico, tipici di pochissime altre località del Mediterraneo. Tra le località che celebrano i Maggi e i culti arborei in Basilicata oltre alla citata Accettura ci sono Oliveto Lucano, Pietrapertosa e Castelmezzano, inoltre nella zona del massiccio del Pollino a cavallo tra Basilicata e Calabria vi sono Rotonda, Viggianello, Terranova di Pollino, Alessandria del Carretto e Castelsaraceno. In quest’ultimo paesino viene sposata la Cunocchia cioè le fronde di un abete con il tronco robusto di un faggio, la celebre ‘Ndenna: anche qui è un rito d’amore in “onore” questa volta di sant’Antonio in occasione però del Solstizio d’Estate. A Rotonda è il faggio a fare il maschio: l’ A Pitu. Mentre la femmina è la Rocca la cui unione “omaggia” sant’Antonio da Padova. Si può notare che cambiano i Santi e cambiano i tipi di alberi ma rimane sempre una costante: l’unione del Maschile e del Femminile che è per tutta la comunità sicuramente benaugurante. Questo fattore è fondamentale per capire il senso e l’origine della festa. Due alberi si uniscono, la Cima viene innestata al Maggio: è palese l’unione fisica che spesso viene gentilmente definito matrimonio. Questo elemento esclude a parer mio, anche l’ipotesi della derivazione longobarda del Maggio. Il voto longobardo infatti consisteva in una sorta di “torneo” di stampo guerriero dove i cavalieri, a turno si lanciavano al galoppo e, giunti al limite stabilito, ritornavano verso l’albero, afferravano un brandello della cotenna precedentemente appesa tra i rami e mangiandolo esprimevano un voto. Nulla di paragonabile all’unione di due alberi ed alla relativa magia di fertilità. Quando il mio amico, preso dalla foga del “fotoreporter” voleva fare la foto sopra il Maggio, il pastore con il bastone gli ha intimato un secco no: “solo le femmine salgono sul Maggio”. È chiaro quindi che sia rimasta nella memoria collettiva il senso del rito e per quanto la diocesi si sforzi di ammantare di devozione verso un patrono piuttosto che un altro queste antiche celebrazioni, rimane ben chiaro l’intento magico-propiziatorio. In una brochure che don Filardi mi ha gentilmente regalato c’è scritto: “Qualunque sia stato il momento o l’occasione in cui ad Accetura il Maggio sia stato cristianizzato, notiamo che questo incontro ha fatto scomparire gli elementi magici e , conservando i valori buoni, che questa festa primitiva aveva per la comunità, li ha rinsaldati con la fede vivace nel Santo Protettore.[2]. Ovviamente basta recarsi in loco per capire che questa affermazione è palesemente falsa. Ho visto con i miei occhi gente che si portava a casa pezzi di Cima e ho saputo che il Maggio poi viene tagliato e addirittura venduto. Un po’ come al mio paese tutti vogliono portarsi a casa un po’ di brace del falò di sant’Antonio abate per portarsi a casa “la benedizione”. Tutto questo è ovviamente quella che viene definita azione magica per contagio.

 

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Paganesimo nascosto

Se la cristianizzazione risultò così parziale in Oriente e ancor di più in Occidente, a tal punto da richiedere nuove campagne di evangelizzazione, dal Medioevo fino all’età moderna (in alcune aree dell’ Europa fino allo scorso secolo), ciò fu a causa non di una minoranza “raffinata, colta ed influente”,  ma per la resistenza, spesso passiva, opposta dalla massa dei rustici, in altre parole di quei “miserabili strati del proletariato campagnolo” composti da piccoli proprietari, coloni, schiavi, che rimasero fedeli alla religione dei loro padri, sebbene al rango secondo alcuni studiosi “di culti grossolani e naturalistici, di vaghe superstizioni millenarie, di sopravviventi miti popolari[3].

Come sappiamo la cristianizzazione è consistita principalmente nel vietare i vecchi culti e cercare di trasferire, di canalizzare vecchie forme di ritualità verso le nuove figure cristiane: nascono quindi i Santi, figure intermedie tra Dio e l’uomo che a livello cultuale vanno ad intercettare le richieste un tempo rivolte agli Dei. In pratica sono cambiati i simboli, i nomi, ma non la sostanza. Cosa cambia tra un vecchio pagano che va ad abbattere un albero per i propri dei ed un pio cristiano che fa lo stesso per il proprio santo patrono? Nulla. L’unico appunto potrebbe essere che mentre è naturale il collegamento tra il dio X della fertilità e albero X che rappresenta visivamente la fertilità, più difficile è il collegamento tra un probabile martire di Sora ed un albero. Io penso che i nomi non siano importanti ma la voglia di purgare abbia raggiunto livelli contradditori abbastanza evidenti. Nel caso dei Maggi lucani spesso si dice che culto pagano e culto cristiano si sono fusi e questo è senz’altro vero ma, riconoscere le nostre vere radici (a proposito di alberi) significa anche accettarle per quelle che sono senza cercare di oscurare la realtà nascondendo la polvere sotto il tappeto.

Tornando a casa e spiegando lo svolgimento della festa a mia nonna (che non la conosceva)mi ha stupito la sua reazione:che c’entrano con il santo gli alberi che si sposano!?”. Ecco questo piccolo aneddoto fa riflettere sul fatto che, se anche una signora di quasi ottant’anni nata e cresciuta in un piccolo paese capisce il netto contrasto tra la parte cristiana e la parte non cristiana di una festa, forse dovrebbe essere chiaro a tutti che la cristianizzazione è stata solo superficiale e che la religiosità popolare e ancora, dopo tutti questi secoli, in nuce, pagana. Ovviamente è un’affermazione iperbolica la mia, intendendo con “pagano” il residuo magico-propiziatorio legato al mondo naturale che, come era secoli fa così è ora, pronta a rinfocolare la memoria collettiva con immagini suggestive.



[1]Mircea Eliade, Albero – “Axis Mundi”, in Trattato di storia delle religioni, Torino, Boringhieri, 1984, pp. 384 e ss.

[2] Accettura, il maggio di san giuliano – opuscolo a cura del comitato feste san Giuliano, testi di Giuseppe Filardi, pag. 19

[3] Paolo Portone, la strega e il crocifisso, gruppo editoriale castel negrino, pag. 56

Il fascino del Bonzo

Phende

Dona a chi ami ali per volare, radici per tornare e motivi per rimanere

Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama

 

 di Salvatore Fortunato

 

 

Dukkha – la sofferenza

Esiste una religione che è anche filosofia e che è anche pratica spirituale: il Buddhismo. Esso si pone prima di tutto come farmaco, esattamente come l’Epicureismo antico ed il suo tetrafarmaco[1].  Questo può spiegare la grandissima attrattiva che il Buddhismo suscita in tutto il mondo neopagano (e su tutti i cercatori spirituali in genere). Se c’è qualcosa che unisce tutti gli esseri senzienti (per usare un termine adatto), è infatti la sofferenza, il dolore. Questo è sotto gli occhi di tutti e dall’alba dei tempi i saggi di tutto il mondo si interrogano sulla sua origine e sul modo di farla cessare. Per l’antica filosofia occidentale, in genere, è l’attaccamento alla materia che genera sofferenza, l’elevazione spirituale di contro la risana. Ma le antiche filosofie, che spesso tenevano fuori dalle loro grazie la stragrande maggioranza delle masse affamate, ha dovuto cedere il passo alla montante marea del nuovo messaggio: il cristianesimo. Anche il cristianesimo infatti si interroga sul dolore e, addirittura, lo umanizza, gli da un volto che diventa un archetipo ed un esempio per ogni fedele. A differenza delle complesse filosofie precedenti però il messaggio è chiaro e diretto e va a colmare uno dei più antichi bisogni dell’essere umano cioè il bisogno di essere salvati. La salvazione è un grandissimo tema portato alla ribalta proprio dal cristianesimo. Per la filosofia pagana infatti era l’uomo che doveva elevarsi al Divino. Per il cristiano è un Dio che si fa uomo e lo salva e lo fa proprio attraverso la sofferenza. È la croce infatti il simbolo della nuova fede ed indicherà da allora in poi che “ognuno ha la sua croce”, ognuno ha le sue sofferenze, che accetta come Cristo ha accettato le sue sul patibolo. È un messaggio semplice che, se non cura, almeno addolcisce l’animo umano. Ho sempre visto infatti il Cristianesimo, più che un farmaco, una sorta di caramella spirituale verso la sofferenza. Soffri? “Ecco, mangia un po’ di Gesù e tutto è più dolce”. Il Buddhismo invece si propone come vera e propria medicina. Si indica un metodo seguito ad un’analisi razionale. Ciò che colpisce in particolare è che questo metodo sembra funzionare! È quello che io chiamo “il fascino del bonzo”. Il monaco, colui che vive il dharma intensamente, dedicandovi la propria vita appare sereno, tranquillo, raggiante. La sua testa calva ed i suoi abiti particolari suscitano un non so che di luminoso. Forse è questo il segreto del fascino di questa dottrina. Ho infatti visto “nostre” sacerdotesse (di diverse tradizioni), struggersi per il Dharma (Dhammain Pali), prenderne come delle gazze ladre, pezzi di filosofia ed usarne gli oggetti di culto. Penso che sia altrettanto normale per un tipo spiritualmente inquieto, viste queste cose, rivolgersi direttamente alla fonte. Le vie neopagane infatti non si pongono assolutamente nessun problema verso i grandi interrogativi dell’essere umano perché sono per la maggior parte vie “defilosofizzate”. Questo naturalmente vale anche per la sofferenza. Nella Wicca si ha una concezione gnoseologica del dolore ma non ci sono certo trattati che affrontano il tema né esistono discussioni in merito. Spesso mi è capitato di parlare con i “colleghi” e la risposta più comune a riguardo è: “queste cose le lasciamo ad altri …”. Si, ma la riflessione sulla sofferenza? “ma sai, è un percorso pratico, certe cose le lasciamo ad altri …”.

 

Anicca – l’impermanenza

“Tutto scorre” come si suol dir, attribuendo la massima ad Eraclito, che probabilmente non la pronunciò mai. Questo è tutto ciò che un neopagano può dire riguardo ad un altro tema fondamentale dell’essere umano. Perché l’essere non è stabile? perché tutta muta la propria forma? Che cos’è il divenire? A cosa porta? In genere un neopagano, se proprio vuole discutere, va a pescare concetti teosofici che a sua volta sono stati estrapolati dalle filosofie dell’oriente, Buddhismo compreso. Nessuno si aspetterebbe un trattato di ontologia, ma sarebbe stato interessante partire da posizioni come quelle della “durata del tempo” di Bergson, ad esempio. Perché è importante speculare? Semplice perché la teoria aiuta la pratica e molto spesso la precede. Se sai come porti verso il divenire, allora saprai affrontare i cambiamenti della vita e saprai dare consiglio su come fare. Ma per quello ormai c’è lo psicologo che ti dice che sotto sotto te piace soffrì … di la verità Mr. Grey! Per la dottrina buddhista invece la speculazione sul divenire è utile a giungere alla conclusione che la pace deriva dal non attaccamento. Tutta la realtà fenomenica infatti sarebbe un insieme di aggregati che prima o poi si dissolveranno. “Proprio come una goccia di rugiada in cima a un filo d’erba si dissolve rapidamente al levar del sole e non ne rimane più nulla, così la vita degli uomini, come una goccia di rugiada, è di breve durata ed effimera[2] . Anche l’uomo è quindi un insieme di aggregati. I così detti cinque Khandha. Prima o poi questi aggregati si scioglieranno come neve al sole e di quello che noi chiamiamo Io, non rimarrà nulla. Ecco che l’attaccamento verso ciò che è impermanente, mutevole, destinato a dissolversi, reca sofferenza. La presa di coscienza del carattere impermanente di tutte le realtà fenomeniche e della propria individualità, è lo scopo della disciplina mentale, cioè della famosa meditazione buddhista, per raggiungere la liberazione. Moltissimi neopagani integrano la meditazione buddhista nelle loro pratiche, perché? Probabilmente perché l’incantesimo da solo non è in grado di donare quella serenità della mente di cui tutti oggi abbiamo bisogno. Così siamo Buddhisti di giorno, Pagani di notte e Hindu nei week end … o magari Cristiani, in fondo “Parigi val bene una messa.” Si, ma la riflessione sul divenire? “ma sai, è un percorso pratico, certe cose le lasciamo ad altri …”.

 

Anattā – il Non Sé

Secondo l’insegnamento di Buddha, non esiste né atman individuale, né atman universale. Ricordo che l’atman è un concetto vedico che indica il soffio vitale, il concetto che più spesso viene indicato con il Sé e che si potrebbe accostare a quello di Anima individuale. Ora secondo la filosofia Hindu vi è una sostanziale equivalenza tra l’atman e il Brahman cioè l’atman universale, il Divino. Questa teologia sottolinea l’immanenza del divino nell’uomo e quindi scopre la sostanziale divinità insita nell’uomo. Un concetto molto simile a quello della misteriosofia occidentale dopo l’orfismo. Il divino non può quindi essere concepito come altro da Sé. « Chiunque adori una divinità diversa dall’Immensità, pensando ‘Essa è uno, io sono un altro’, non sa. È come un capo di bestiame per gli dèi. »[3]. Ora il Buddhismo annienta questa concezione teologica. Come non vi è alcun Io (che in quanto aggregazione è impermanente) così non vi è alcun Sé né personale né universale. Questo perché tutto è impermanente e quindi non può esistere alcun “soggetto” sia in senso fisico che metafisico. Questa dottrina è veramente fondamentale: se non la si capisce è impossibile una vera conoscenza del Buddhismo perché l’Anatta (Anatman in sanscrito) è forse la sola dottrina specificatamente Buddhista. Tutto, per il Dharma, è un flusso senza un’esistenza indipendente.  Queste nozioni sono alquanto shockanti per un occidentale abituato a pensare ad ogni essere umano con una propria anima individuale. Pensare ad una persona senza anima è allibente eppure la riflessione buddhista è sempre soteriologica, mai pura speculazione teoretica. Ovviamente nel neopaganesimo non c’è né pura speculazione né un intento soteriologico per cui l’anima … C’è? Non c’è? Cos’è? Boh! Ci si affida a Platone, il padre dell’Anima ma poi non ci piace perché la separa dal corpo, allora ci affidiamo alla teoria olistica di derivazione ebraica ma con una spruzzatina di teosofia che non guasta mai … Perché nel Buddhismo si riflette sulla mancanza di Anima? Perché appunto il suo intento è soteriologico per cui si punta a salvare l’uomo, si punta alla liberazione. L’idea di Io, di anima, di Sé è falsa e immaginaria, non corrisponde a nulla nella realtà e , anzi, è la causa di pensieri pericolosi di “me” e di “mio”, di desideri egoistici e insaziabili, dell’attaccamento, dell’odio e della malevolenza, dei concetti di orgoglio ed egoismo. È  la fonte di tutte le difficoltà del mondo, dai conflitti personali fino alle guerre fra le nazioni. Togliendo tutto ciò che è personale il Buddha pensa di liberare il mondo. Sarà per questo che ogni ricercatore spirituale cade prima o poi in questa filosofia. Chi non vuole essere liberato? La stragrande maggioranza dei neopagani sono spiritualmente inquieti come biglie di metallo sul pavimento, pronti ad essere attratti dalla calamita a gambe incrociate. Credo che il neopaganesimo sia veramente e nuovamente pagano, nel senso che non riesce a dare delle risposte alle inquietudini dell’uomo, ma con una differenza rispetto al passato. In passato ci furono circoli culturali aperti alla riflessione e i cui frutti tutti mangiano, ancora oggi, in Occidente. Oggi non vi è più riflessione, per cui da una parte servono continue stampelle (dal Buddhismo, dallo Yoga, dalle tradizioni sciamaniche, dalla Qabbalah masticata male, un po’ da tutto … purché esotico!), dall’altra non ci si pone nemmeno il problema, tanto per chi vuole andarsene la porta è aperta. E la riflessione sull’Anima? “ma sai, è un percorso pratico, certe cose le lasciamo ad altri …”. Si, ma a noi cosa rimane!?

 


[1]La filosofia antica infatti non era pura chiacchiera come è oggi, ma era una vera e propria pratica spirituale che “adiuvava” il culto. N.d.A.

[2] Ariguttaro-Nikaya, VII, 70)

[3] (da Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, I, 4, 10; citato in Alain Daniélou, Miti e dèi dell’India, traduzione di Verena Hefti, BUR, 2008)

Wicca&Wicco: il Gender nell’Arte

” Mi ricevi
come il vento la vela.

Ti ricevo
come il solco il seme.”

 (Pablo Neruda, canzone del maschio e della femmina)

Riflessione sul Maschile ed il Femminile nella spiritualità di oggi

di Salvatore Fortunato

L’Athame e la Coppa

Da una recente discussione mi è venuta in mente questa riflessione su di un argomento quanto mai di attualità. Proprio in queste ore, infatti, i politici si stanno scannando in Parlamento sulle unioni civili e la stepchild adoption, mentre gli “intellettuali” si accoltellano a suon di gender. Il Maschile ed il Femminile, (la cui lettera maiuscola indica qui l’espressione sacrale) cosa sono? Nella Wicca si riconosce l’aspetto maschile e quello femminile del Divino, il Dio e la Dea per l’appunto. Quando durante la libagione il sacerdote immerge la lama nella coppa si dice: ” come l’Athame è il Maschile, la Coppa è il Femminile e congiunti portano la loro benedizione“. Ora la congiunzione qui è ovviamente creatrice, ad indicare appunto che come in alto così in basso e cioè che come sul piano fisico l’unione tra un maschio e una femmina porta alla procreazione, così sul piano spirituale è necessaria la conjunctio oppositorum per la Creazione del Tutto. Vivianne Crowley scrive: “Benché in ultima istanza nella Wicca il Divino sia inteso come Uno, in Esso vediamo una dualità. Il Divino è energia, l’energia è movimento e cambiamento, e dove c’è movimento e cambiamento c’è l’attivo e il ricettivo, il flusso e il reflusso. Il Divino viene colto come maschile e femminile, Dea e Dio.[1] Ora fin qui tutto chiaro, ma la domanda è: il Maschile ed il Femminile si riflettono in toto nei maschietti e nelle femminucce? Cioè in poche parole, nel “mondo degli uomini” il Maschile si incarna negli uomini ed il Femminile nelle donne? La realtà ci porta a dire ovviamente no! Ci sono persone che nascono maschi ma si sentono femmine e il contrario. Persone che alcuni sciamani chiamano “due anime”. Questa constatazione di fatto insieme ad anni di studi psicologici (per semplificare la faccenda), dimostrano che sia gli uomini sia le donne hanno dentro di loro un po’ di Maschile ed un po’ di Femminile. È quello che Jung chiama Animus e Anima, con la cui danza ogni iniziato dovrebbe confrontarsi. Ora il problema è: in che percentuale, per usare un termine “molto poetico”, il Maschile ed il Femminile vengono distribuiti nei maschietti e nelle femminucce. Mi sembra chiaro che non sia “equamente distribuito”. E mi sembra invece abbastanza logico pensare che, nella maggior parte dei casi, ci sia più Maschile negli uomini e più Femminile nelle donne (si, sto ridendo da solo mentre scrivo di quantità, tipo problemino delle elementari). Di questo penso, si sia accorto anche Gardner quando trasmise ai suoi la regola per cui l’iniziazione passa da uomo a donna e da donna a uomo oltre che la pratica per cui nel cerchio si sta sempre alternati maschi e femmine. Ci sarebbe anche da dire che i Quattro Elementi, cioè le colonne portanti della nostra vita, spirituale e non, sono concepiti come maschili (Fuoco e Aria) e femminili (Acqua e Terra). Ma, a questo punto bisogna fare un discorso un po’ più serio su cosa sia il Maschile ed il Femminile.

 

Chokhmah e Binah

Per farlo mi riferirò alla Tradizione Esoterica Occidentale, uno dei cui frutti è, per l’appunto, la Wicca. La base di questa Tradizione è la cabala ermetica, gemmata (per così dire) dalla Qabbalah ebraica. Qui la creazione viene spesso descritta come l’atto di unione di due principi opposti ma complementari usando un linguaggio di matrice sessuale. Maschio e Femmina, uomo e donna, sposo e sposa, Abba e Ima cioè il Padre e la Madre, due delle Patzufim, le Espressioni dell’unità di Dio. Abba, (“Padre”) è il Partzuf della sephirah Chokhmah, seguito da Ima (“Madre”), il Partzuf di Binah. Chokhmah che è in cima al pilastro della Grazia, è secondo la cabala ermetica, la forza espansiva, creatrice e vivificante, (il Lingam degli indiani) che però per creare ha bisogno di un ricettacolo, di una Forma, che rappresenta anche un limite: è Binah, il grande mare, la forza ricettiva e limitante che dà forma femminile alla forza maschile. Il Maschile è quindi ciò che si espande, la forza centrifuga dell’universo, il potere proiettivo del Divino. Il Femminile invece è ciò che si oppone all’espansione, ed opponendosi da forma all’universo. É il grande utero, colei che si prende cura di ciò che viene creato, la forza centripeta dell’universo, il potere ricettivo del Divino (ciò che in India si chiama Yoni). Si potrebbe semplificare dicendo che il Maschile è la forza attiva, mentre quella Femminile è quella passiva, ma purtroppo siamo troppo abituati a dare giudizi di valore a questi termini e rischieremmo di incappare nell’errore di pensare a “passivo” come sottomesso. É proprio questo errore, secondo me, che molte femministe inseguono. Dice Dione Fortune: ” In Binah e Chokmah abbiamo il Positivo e Negativo archetipali; la Mascolinità e Femminilità primordiali, stabiliti quando “volto non mirava volto” e la manifestazione era incipiente. È da queste primarie Coppie di Opposti che scaturiscono i Pilastri dell’Universo, tra i quali è intessuta la rete della Manifestazione.[2] I due Principi quindi sarebbero impotenti presi singolarmente. Il femminile è tutto in potenza, ma è inerte. Il Maschile è puro atto, incapace di portare alla nascita di alcunché. Il Maschile è visto quindi come uno stimolo, mentre il femminile come un freno. Sto ovviamente parlando di termini “filosofici” che riguardano principi cosmici e non della triste immagine da commedia all’ italiana in cui lui fa il satiro e lei ha mal di testa!

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Yin e Yang

Anche in oriente, oltre a i già citati concetti indiani si specula sulle Polarità. Nel Tao Te Ching c’è scritto:

Il Tao generò l’Uno,

l’Uno generò il Due,

il Due generò il Tre,,

il Tre generò le diecimila creature.

Le creature voltano le spalle allo Yin

e volgono il volto allo Yang,

il Ch’i infuso, le rende armoniose.”

Anche qui Yin rappresenta il Negativo, mentre lo Yang il Positivo. Yin è oscurità, luna, femminile, terra e acqua ecc. mentre lo Yang è luce, sole, maschile, cielo, fuoco ecc. il glifo dello Taijitu rappresenta proprio questi due concetti come opposti ma complementari, dove finisce il bianco Yang, inizia il nero Yin. I due principi si fondono l’uno nell’altro senza che nessuno dei due perda la sua identità. E’ importante mettere in evidenza che Yin e Yang non hanno alcun significato morale Buono-Cattivo e che non sono considerati elementi contrastanti, bensì inscindibili. Su questi concetti sono basate tutte le filosofie cinesi e l’intera medicina tradizionale. Il Tao che di per sé è inafferrabile (il Principio Ineffabile dell’occidente) può, tuttavia, essere percepito nell’alternanza dei suoi due aspetti Yin e Yang. L’alternanza delle sue manifestazioni è costitutiva della conoscenza umana del Tao. Lo stesso accade proprio nella Wicca, è il mito del Dio e della Dea che ci permettono di capire la manifestazione divina. E quando Il Dio e la Dea si uniscono allora si percepisce l’Estasi dell’Infinito. Tutto questo si ripercuote anche nel “mondo degli uomini” soprattutto a livello rituale, quando all’ultima iniziazione il Dio viene fatto discendere su di un sacerdote e la Dea su di una sacerdotessa per dar vita al Grande Rito, l’unione mistica di Maschile e Femminile, umano e divino, sacro e profano. In Cina c’è una bellissima espressione per indicare la donna: “l’altra metà del cielo”. Trovo che indichi al meglio la concezione spirituale del femminile sia nella cabala che nel taoismo, sia nella Wicca naturalmente. Ma la Cina ha altro da insegnarci. Secondo la medicina tradizionale cinese infatti tutto ha in sé sia il Maschile Yang sia il femminile Yin. Yin e Yang si creano vicendevolmente, si controllano vicendevolmente e si trasformano l’uno nell’altro. La salute è quindi uno stato di armonia di queste forze. E’ la nostra stessa idea, ma i termini a noi suonano più neutrali che Maschile e Femminile a cui attribuiamo “uomo” e “donna” che invece sono concetti diversi. Mentre i primi sono concetti spirituali i secondi sono sociali.

 

Il Potere Maschile e Femminile

Per lo sciamano (così come per la Strega) quello che conta davvero è il Potere. Definire cosa sia il Potere sarebbe in un certo senso “uccidere” il potere stesso perché l’atto di definire, di individuare, di separare che è tipico Maschile può portare inevitabilmente ad una perdita di Potere. Allo sciamano non interessa tanto cosa il Potere sia, ma cosa il Potere faccia. Il Potere è una sorta di chiave che apre delle porte. E’ quindi distinto dall’energia. E’ come se con l’energia aprissi la porta a spallate mentre il Potere è la chiave con la quale far scattare la serratura. Due chiavi importantissime, se non le più importanti sono appunto il Maschile ed il Femminile. Il potere Maschile è per lo sciamano quello che fa espandere all’uomo il suo territorio. È quello che dà al guerriero la vittoria in battaglia e la conquista nella caccia. L’uomo nelle società tribali, esce e va alla “conquista”. Va a caccia, a procurarsi il nutrimento per il suo popolo. Il Potere Femminile invece non è espansivo, ma il suo contrario. Le donne nelle società tribali si curano della casa, migliorano il territorio. Alcuni vedono l’agricoltura una scoperta femminile per esempio. Il Potere femminile è anche quello che cura il rapporto tra le persone. Le cose belle vengono dal Potere Femminile perché l’uomo che va alla conquista, è sbrigativo e non ha tempo per curare ed abbellire l’ambiente in cui vive. Nella società moderna ovviamente le cose non stanno così, gli uomini che vanno a fare la guerra o vanno a caccia per procurarsi da vivere sono relativamente pochi. Di contro le donne non sono le uniche ad occuparsi della casa e del “territorio”. Ma i Poteri sono sempre gli stessi. Semplicemente uomini e donne usano entrambi i Poteri a seconda dei casi. Anzi, pensiamo alle casalinghe come delle schiave, come non utili alla società. Uno sciamano tradizionale vedrebbe in tutto ciò una perdita di Potere femminile. Il mondo moderno, con la sua frenesia e la sua voglia di conquista non è forse espressione del potere Maschile? Se la risposta fosse affermativa dovremmo dedurre che il Potere femminile è stato messo da parte anche da chi, a quel potere dovrebbe essere più naturalmente predisposta cioè la donna. Ricordo che secondo la concezione sciamanica il femminile non ha a che fare tanto con la donna ma con il cuore. Poiché i due Poteri sono Complementari, privarsi dell’uno o dell’altro significherebbe sbilanciare l’esistenza. Bisognerebbe ripensare quindi al Maschile ed al Femminile in ogni essere umano e riappropriarsi dei loro Poteri tenendo però presente la nostra incarnazione biologica.

 

Animus e Anima: conclusioni junghiane

Secondo Carl Gustav Jung ogni uomo e ogni donna portano dentro di sé una parte dell’altro sesso, sia biologicamente sia psicologicamente. La donna nascosta nella psiche dell’uomo e l’uomo nascosto nella psiche della donna sono degli archetipi potenti e come tali dei ponti verso le zone più profonde del nostro inconscio. Ogni essere umano esprime un’energia dominante, ma contiene, in secondo piano, anche quella opposta. Ecco perché la psiche, quindi, andrebbe vista come una combinazione di principi maschili e femminili. La vita è l’unione di energie complementari, ognuna delle quali tende verso l’altra, compensandola. I due archetipi, Anima (femminile) e Animus (maschile), sono da sempre presenti nell’inconscio collettivo. Nei miti e nelle leggende ad esempio il Femminile è sinonimo di protezione, affettività, cura, conservazione ecc. mentre il Maschile è sinonimo di riflessività, controllo, razionalità, decisione ecc. ovviamente sia il Maschile sia il Femminile hanno degli aspetti positivi e negativi. Jung insiste sempre sull’equilibrio degli opposti e spiega l’innamoramento proprio con l’attrazione che il maschile della donna provoca nell’uomo e viceversa. Tuttavia bisognerebbe ricordare che Animus e Anima sono concetti troppo estranei dalla vita dell’Io per risultare comprensibili. La controparte sessuale, come abbiamo detto, è l’espressione dell’atteggiamento più distante dalla coscienza, meno individuale, più stereotipato e collettivo, più impersonale e in questo senso, come insegnavano i romantici tedeschi, “meno umano e più divino”, quindi più vincolante.  Nella Wicca si vanno ad “attivare” questi archetipi, soprattutto alla prima iniziazione. Questo perché si spalancano le porte dell’inconscio e, come Jung ha scoperto, mentre nell’uomo, l’Io cosciente è maschile, l’inconscio è femminile ed il contrario per la donna. Il lavoro spirituale è quindi anche quello di riscoprire i doni che la nostra parte “opposta” può farci, per essere più consapevoli, forti ed equilibrati nel nostro Io cosciente. Una sorta di integrazione e di armonia delle funzioni. Ma sarebbe bello a questo punto concludere con le parole di Vivianne Crowley che oltre ad essere una Gran Sacerdotessa è anche una psicologa e docente di psicologia delle religioni: “Il viaggio spirituale dell’iniziazione è quel processo che mette in azione tutte le nostre qualità, non quello di raggiungere l’opposto a spese dell’originale. Nella società troviamo un esempio di questo tipo con l’avvento dell’uomo new age. Sebbene molte coppie abbiano fatto esperienza dell’inversione di ruoli con il padre che si prende la responsabilità maggiore nel curare e nutrire, ruoli che sono tradizionalmente attribuiti alla madre, non si tratta di una soluzione definitiva se facendo questo le qualità e gli istinti maschili vengono artificiosamente soppressi. Forse è una stadio necessario per ripristinare il corretto equilibrio, neutralizzando così precedenti schemi di comportamento, tuttavia andando avanti per questa strada, si deve raggiungere un nuovo equilibrio che sia più stabile, dove viene dato sia al femminile che al maschile ciò che gli è dovuto. Nella Wicca, l’obbiettivo è fare in modo che nell’uomo l’esplorazione dei misteri femminili possa sviluppare un ruolo maschile nuovo e più illuminato in cui viene dato spazio sia al pensiero che al sentimento e che il sentimento non sia visto come sola competenza della sacerdotessa e della Dea, ma come una parte importante dell’universo maschile. Il compito finale di un sacerdote wiccan è quello di realizzare dentro di sé le qualità del Dio e facendo questo accedere alla forza creativa della stessa Divinità: perché non era forse Pan ad essere il suonatore del flauto?[3]

 


[1] I Poteri della Wicca, ARMENIA , pag. 11 – 12

[2] Dion Fortune, Cabala Mistica pag. 115

[3] I Poteri della Wicca, pag. 153

La Disciplina del Silenzio

La Meditazione Occidentale

Quando pensiamo alla meditazione, ci viene subito in mente un bonzo con le gambe incrociate che pronuncia la famosa sillaba Ohm. Ovviamente c’è un po’ di confusione nella testa dell’occidentale medio e spesso il monaco tibetano è confuso con il maestro zen se non con il praticante della meditazione Osho style. Fatto sta, ma sembra ci sia un sentore comune nel considerare quella che viene chiamata meditazione una “roba orientale”. In effetti in occidente il termine meditazione viene dal latino meditatio che può avere diversi significati. Il primo è quello che è rimasto di più in Italiano: riflessione. Il riflettere come pensare. Es.: “sto meditando su…”. Altro significato è quello di abitudine. Interessante invece sembra il significato di preparazione inteso anche come esercizio preparatorio. Il verbo meditor quindi (meditare) può indicare sia il pensare, sia il prepararsi inteso anche come esercitarsi, ma anche il praticare.[1] Trovo estremamente interessante nello studio di un concetto partire dalla sua etimologia perché, secondo me, ne rivela il vero senso. La Meditazione è quindi, anche nel mondo occidentale, un esercizio. Il fine di questo “esercizio”, di questa tecnica è, secondo le filosofia orientali l’unione (Yoga) con l’Assoluto. Ora il punto è: si può trovare anche in Occidente una disciplina del genere? Ho sentito spesso frasi del tipo: “Non ha senso parlare di Oriente ed Occidente siamo tutti fratelli!” e devo dire che, pur essendo in accordo in linea di massima, trovo che ci sia un background culturale proprio di un area di mondo più o meno estesa e che la nostra cultura sia figlia di Platone, di sant’Agostino e di Kant piuttosto che di Confucio, di Patanjali e di Milarepa (e mi scuso per la non citazione di altri Big). Ritengo quindi opportuno, almeno a livello di ricerca, volgere lo sguardo alla cultura in cui siamo immersi. C’è da aggiungere che la meditazione è stata “universalizzata” da studi scientifici che hanno identificato le seguenti componenti in comune con tutti i metodi meditativi: rilassamento, concentrazione, alterato stato di coscienza, sospensione dei processi di pensiero logico e razionale e presenza di una attitudine alla autocoscienza ed alla auto-osservazione.[2]

 

Radici spirituali

Nel 1995 lo studioso di spiritualità classica Nuccio D’Anna[3] scrive per il Cerchio un libricino che io reputo un piccolo tesoro, tant’è che ho intitolato questo articolo proprio nello stesso modo: La Disciplina del Silenzio. In esso l’autore scava, con fonti accurate, nel passato dell’occidente fino alle sue radici spirituali ed accompagna il lettore fino alla nascita del cristianesimo ed oltre, tracciando una linea “spirituale” che collega gli orfici alla mistica cristiana. Per quanto di primo acchito possa sembrare quanto meno bizzarro, soprattutto agli occhi di un neopagano, lo studio ha una logica ed una naturale coerenza che lascia impressionati. Nella prefazione scrive: “se la nostra tesi è esatta, ci troviamo di fronte a tecniche di meditazione incentrate attorno al valore spirituale della Memoria, solidali ad esercizi di respirazione tali da far esperire all’ “uomo divino” una condizione di estasi. Il fatto che si possano ritrovare tracce di tali tecniche dall’età arcaica fino al Neoplatonismo, ci dice che questo complesso mitico – rituale era un costitutivo essenziale della cultura spirituale ellenica esattamente come nell’antica Cina, nell’area della civiltà buddhista, oppure nell’India classica dove, com’è noto, la raffinata speculazione presuppone sempre esercizi di meditazione che lo yoga “classico” di Patanjali ha reso organici ed “ordinati”. A noi sembra dimostrare la stessa cosa in Grecia, dove il Pitagorismo pare aver costituito il “luogo” che ha sostanzialmente riformato ed “organizzato” l’esperienza degli estatici arcaici rendendola “assimilabile” da parte di un filosofo come Platone, per di più in un epoca che certamente guardava altrove. Lo stesso Neoplatonismo, con i suoi debiti verso i rituali teurgici, dal punto di vista spirituale non fa che riprendere tutta l’esperienza mistica della civiltà antica e riadattarla in vista del compito di ridare basi nuove al mondo tardoantico ormai agonizzante.” Lo studio è quindi chiaro, si trovano tracce di tecniche meditative che dagli estatici arcaici passano al pitagorismo che li trasforma (li “intellettualizza”) passandoli alla filosofia platonica che si trasformerà poi in un pozzo dal quale tutto il cristianesimo attingerà. Ripercorriamo brevemente queste tappe. Agli albori della cultura ellenica ci furono degli uomini detti “divini”, degli estatici erranti che usano strane sostanze per “separare l’anima dal corpo”, essi conoscono il futuro e viaggiano di villaggio in villaggio purificando persone e comunità. Si diceva di questi personaggi che vivessero con Aletheia (la Verità) e che operavano cose straordinarie. Uno di essi fu Epimenide di Creta. Egli era un iniziato ai rituali di Zeus Ideo a Creta (Strab., 10, 468) ma anche interprete di Apollo. Questa divinità in particolare è legato a tutti gli estatici arcaici come Abaris che si diceva provenisse dall’Iperboreide, la terra di Apollo e Aristea che dal racconto di Erodoto era veramente ispirato da Febo. (Aristea è legato anche alla mia terra perché si racconta che fece costruire un altare ad Apollo proprio a Metaponto). Altro famoso estatico fu sicuramente Empedocle che scrisse degli inni sacri ad Apollo e di cui si raccontava che potesse dominare i venti, resuscitare i morti, provocare la pioggia e di guarire. E’ Empedocle stesso che ci riporta testimonianze importanti (a nostro interesse) su colui che sicuramente è il personaggio più conosciuto di tutti: Pitagora. Empedocle ci racconta che un uomo di straordinaria sapienza (Pitagora appunto) quando “tendeva la potenza del suo diaframma” (in greco prapides) acquistava una sapienza straordinaria (fr. 129). Ed è lui stesso che dà valore alla tecnica pitagorica quando dice: “felice colui che ha acquistato la ricchezza di prapides divine”[4] Se consideriamo che Empedocle era anche un guaritore e quindi avvezzo alla terminologia specifica legata all’apparato respiratorio (diaframma) capiamo come quella descritta è una vera e propria tecnica del respiro. Questi esercizi respiratori verranno verosimilmente ripresi dai neoplatonici ed è addirittura un Oracolo dello stesso Apollo che lo descrive: “la corrente che si separa in alto dallo splendore di Febo/ e racchiusa nel puro respiro sonoro dell’aria/ ricade incantata mediante canti e parole ineffabili/ sul capo del ricevente puro:/ riempire il soffice rivestimento delle tenere membrane, / ascende attraverso lo stomaco e, sorgendo ancora, / produce un amabile canto dallo strumento mortale”. Questo oracolo viene riportato ed opportunamente commentato da Porfirio che parla di pneuma che discende nel corpo cioè il respiro e che ne esce emettendo un suono dalla bocca. [5] Questo solo per fare una cronistoria delle tecniche respiratorie e per non dilungarmi, ma si potrebbe citare ad esempio Socrate e le sue esperienze di raccoglimento e di concentrazione. Nel Simposio (Symp., 175 a – b) Platone ci racconta che il suo maestro stette fino all’alba in meditazione “com’ è sua abitudine” , durante una preghiera al Sole. Si racconta anche che a Pontidea rimase per un intero giorno in meditazione per “dimorare solo in sé stesso”. Notizie più precise, seppur storpiate e capovolte dall’ironia tipica di Aristofane è nelle sue Nuvole: “Nessuna concentrazione. Non riportare il pensiero su se stesso. Lascialo andare un po’ nell’aria come un insetto tenuto da un filo” (ivi, V, 76, 109). Tali cenni sembrano alludere ad una tecnica che prevedeva il ritorno del pensiero su se stesso. Tutto ciò non può non rimandare all’importanza di Mnemosyne (la Memoria) presso i pitagorici. E qui toccherò solo brevemente i Versi Aurei in cui si consiglia a chi volesse intraprendere la vita pitagorica di contemplare le azioni giornaliere, una sorta di esame di coscienza che preparava alla contemplazione dell’eternità. C’è da dire che probabilmente fu proprio la scuola pitagorica la fucina sapienziale e mistica in cui si crearono delle vere e proprie tecniche di meditazione che purtroppo però non furono codificate in testi come in Oriente. Bisognerebbe ricordare infine anche un’altra corrente spirituale che toccò il nostro Occidente: l’Ermetismo. Nel Corpus Hermeticum si parla di vere e proprie esperienze mistiche di contemplazione della divinità. Queste esperienze, anche se non possono essere imbrigliate in delle tecniche specifiche, si ritroveranno poi in tutta la Mistica Occidentale avendo alcuni caratteri comuni come l’abbandono totale della coscienza sensibile a cui fa da contraltare un estrema vigilanza spirituale. Altro aspetto caratterizzante è la visione di tutte le cose nella loro unità. Un disvelamento del tutto sub specie aeternitatis, per utilizzare un termine della Scolastica. Ultimo aspetto è il ricongiungimento con il Logos, la conoscenza Divina. Non dimentichiamo che l’aspetto centrale dell’ermetismo è, per l’appunto, la Gnosi.

 

Neoplatonismo

Particolare attenzione va dedicata alla corrente che fu definita poi, neoplatonica e cioè la scuola platonica che, rielaborata da Plotino si “arricchisce” di Maestro in Maestro fino a penetrare nel cristianesimo stesso. Esso rappresentava la vera cultura occidentale tardoantica e grazie ad esso fu possibile elaborare un sistema “pagano” da contrapporre al sistema cristiano. Ora come nelle speculazioni indiane, il neoplatonismo punta molto all’ascesi ed alla purificazione e diverse scuole rielaborarono anche gli antichi rituali teurgici. Se partiamo dal “capostipite” notiamo che “ciò che Plotino aveva in vista con tutti questi esercizi, riflessioni, letture, meditazioni e mortificazioni, era agire sulle anime imponendo loro una sorta di ritiro spirituale; egli voleva purificarle, staccarle dal contatto della materia e condurle all’estasi, cioè alla vita in Dio[6]. Il fine del Maestro era quella “fuga del solo verso il Solo” a cui dedicò tutta la sua vita. Per quanto riguarda il rapporto con la materia c’è da dire che il Neoplatonismo è una filosofia che contempla il monismo. Tutto è compenetrato dalla scaturigine prima che è l’Uno. Per comprendere il concetto non si possono non suscitare delle immagini, come si faceva già all’epoca della scuola plotiniana. Immaginiamo l’atto creativo dell’origine prima, la fonte divina che Plotino chiama l’Uno, come l’eruzione di un vulcano. L’Uno non crea ex nihilo volontariamente (come fa il dio biblico quando ordina “fiat lux”) ma lo fa per una sua intrinseca sovrabbondanza, ed esattamente come fa un vulcano, eruttando lascia cadere tutta l’esistenza. La sua estrema propaggine (la lava che allontanandosi dalla fonte si raffredda) è la materia, che però in quanto tale ha ancora al suo interno il fuoco divino. Solo la materia in quanto tale, come concetto limite è la negazione dell’Uno e quindi il Nulla. Ma Plotino dice esplicitamente che la materia come tale non esiste. Ci sono quindi diversi livelli del reale, le famose Ipostasi che degradano energicamente fino alla materia. Dato questo processo, il filosofo si sforzerà di risalire verso la fonte spirituale originaria. Tornare all’Uno non è un sovvertimento della realtà ma con grande sforzo il filosofo può cogliere la propria appartenenza al principio primo. L’estasi di Plotino è un uscire da se, ma per rientrare nel Sé più autentico, per cogliere nell’Uno il principio che ci ha generato e non un estraniazione. Questa “risalita”, che è esattamente la stessa che tutte le tecniche spirituali prevedono, ha tre gradi. La prima è la Conoscenza (la gnosis), dopo di che si procede ad un Avvicinamento per poi giungere all’Unione vera e propria. La condizione di questa ascensione non è indicata in un genere di vita moralmente corretto, che ovviamente è necessario, ma nello “svegliare nel proprio cuore i pensieri divini” i quali, assieme ad una “assidua frequenza del culto divino” costituiscono le vere premesse per l’Unione. In questo processo il maestro è accostato da Plotino a quella del sacerdote, esso può accompagnare il discepolo al vestibolo, ma oltre la soglia ciascuno va da se. Per ritornare all’importanza del culto nelle pratiche neoplatoniche basti citare Marino, che nella biografia del suo maestro (la Vita di Proclo) farà spesso riferimento a queste pratiche scandite da veglie notturne durante le quali adorava gli dei ed in particolar modo il Sole. La mistica solare (che riprende quella tipica degli estatici arcaici) è tipica di tutti i maestri neoplatonici. Il Sole è simbolo visibile dell’Uno e lo si prega di trasferire nell’interiorità dell’orante l’essenza del potere solare evocato. E’ un nume in qualche modo salvifico (teniamo presente che la simbologia ed alcuni aspetti cultuali solari si trasferiranno nel culto di Cristo) e possiamo desumerlo dai bellissimi inni tardoantici, uno per tutti quello contenuto nel De Nuptiis philologiae et Mercurii di Marziano Capella, “Concedi, padre, al mio spirito di ascendere ai cori dell’etere” (II, 195 – 196). E’ quindi una mistica che esalta in modo particolare la visione interiore che conduce allo stesso piano divino che il sole personifica in una dimensione provvidenziale. Questo adeguare il pensiero all’Oggetto Divino ha un metodo particolare simile a quello orientale che evidentemente contempla una forma di concentrazione mentale e distacco dal mondo. Ciò che si intende per concentrazione mentale è chiaro ancor prima di Plotino, già da Numenio di Apamea: l’agire sul pensiero razionale comporta una disciplina della mente che è volta a superare l’attività logico-discorsiva che di per sé non è adatta a raggiungere il divino, di per se inconoscibile. Ecco quindi che alla conoscenza logico-discorsiva, in questo processo di risalita, è necessario sostituire una conoscenza noetica cioè intuitiva che porta il pensiero a superare il dualismo per ritrovare quell’unità che è specchio dell’unità divina. In Porfirio questa dottrina è ripresa nell’ambito di una indagine etica ed ascetica. Nell’Epistula ad Marcellam, X, scrive: “ti sforzerai di rientrare in te stessa raccogliendo via dal corpo le tue facoltà disperse e ridotte in molteplicità, lontane dall’unità […]. Raccoglierai e unificherai le tue intime facoltà se cercherai di articolarle quando sono disordinate e di riportarle alla luce quando sono ottenebrate”. Questa tecnica comincia a farsi sempre più chiara e si capisce che non è un modo di fare isolato ma un modus operandi comune a tutta la scuola. Anche l’ultimo scolarca, Damascio così si esprime nel De Principiis, I, 4: “Se noi facciamo agire anche l’intelletto unitario, e se questo si raccoglie, con gli occhi chiusi, in se stesso, tuttavia quest’ultimo giustamente si semplifica risalendo fino all’Uno, ove vi sia ancora qualche conoscenza dell’Uno”.

 

L’accoglimento della tradizione nel cristianesimo: esicasmo, mistica renana e lectio divina.

In Occidente a differenza che in Oriente la religione che si è posta quale riformatrice culturale ha, nel tempo, annientato la vecchia religiosità. La stessa cosa non è avvenuta in India, ad esempio, dove il Buddhismo non ha annientato né l’induismo in India né il taoismo in Cina e così via.  Tuttavia la tradizione spirituale si è riversata nel nuovo culto e seppur riadattata, se ne possono ancora trovare tracce. Padre Lanfranco Rossi scrive a proposito un interessantissimo saggio[7] il cui studio intende dimostrare come le tecniche meditative dei padri esicasti non sono che l’eredità diretta delle pratiche di elevazione spirituale conosciute ai filosofi pagani.  I primi scritti sull’esicasmo sono di un certo Evagrio Pontico (346 – 399), che era per l’appunto, un neoplatonico. Con molta probabilità quindi l’origine stessa della tecnica è di matrice neoplatonica. Altra dimostrazione di una probabile origine non cristiana dell’esicasmo può essere il fatto storico che ci volle un Concilio nel 1351 in cui fu definitivamente riconosciuta l’ortodossia esicasta. (Concilio che si connotò sicuramente di risvolti politici ma che lascia capire come questa pratica venne vista sempre con sospetto ed ancora oggi comunque essa non è praticata dalle chiese così dette occidentali, tranne piccoli teologi indipendenti). L’esicasmo che dai Padri del deserto, attraverso i due S. Gregorio e S. Giovanni Climaco viene custodito nel Monte Athos è una tecnica psico-fisica in cui il Silenzio rivela una dimensione attiva annullando la dialettica tra soggetto e oggetto (in perfetto stile neoplatonico). L’uomo per l’esicasmo ha un centro di equilibrio spirituale. Questo “altare di Dio” è il cuore (naturalmente non semplicemente l’organo fisico) ed è letteralmente il “luogo” sede della Presenza divina. Attraverso la ripetizione ritmica della formula “Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore” si tende a focalizzare nel cuore l’attenzione dell’orante svegliando le Virtù divine che il Nome veicola. E’ un vero e proprio Mantra cristiano. L’esicasta si siede in un luogo appartato, poggia il mento sul petto e porta la sua attenzione all’ombelico. Proprio come nella mistica ebraica della Merkavà. La concentrazione del pensiero sull’ombelico esprime la volontà di trovare il proprio “centro”. I testi insistono molto anche sulla regolazione del respiro e sui ritmi del cuore. Altra “ondata mistica” interessante è quella così detta renana sorta proprio allo sciogliersi delle fredde speculazioni scolastiche nell’occidente del secolo XIV. Scrive Nuccio D’Anna: “Ci si baserà allora sull’autorità di Sant’Agostino e di San Bernardo, si approfondiranno i neoplatonici della scuola di Chartres e si mediterà sulla mistica delle Tenebre dionisiana, in uno sforzo unificatore di teologia e mistica che rivestirà aspetti di vera Schola contemplativa continuatasi fino alle soglie dell’età umanistico- protestante.”[8]. Lo stesso Meister Eckhart farà un parallelismo tra Dio che è Quiete e l’uomo che deve farsi quiete per raggiungere Dio a cui si può solo “alludere” e non di certo pensare. Il distacco è considerato metodo essenziale. Bisogna rientrare in sé stesso e riscoprirsi uno di fronte al molteplice e proprio in questo si ritrova l’anima simile a Dio che è abisso insondabile. Nel XII secolo, un monaco certosino di nome Guigo II nell’operetta Scala claustralium, meditando su un passo del vangelo, codificò il metodo noto ancor oggi col nome di lectio divina. Questo metodo prevede una “scala” verso Dio fatta di quattro gradini: lectio, meditatio, oratio, contemplatio. L’obiettivo non è portare a termine un certo numero letture, ma entrare in contatto con Dio attraverso la lettura delle Sue parole. A questa tecnica si aggiunge al raccoglimento, alla concentrazione e alla calma una sorta di meditazione attiva, una visualizzazione del passo scelto. In questo caso la Scrittura è uno strumento di meditazione. La lettura è finalizzata non tanto al conoscere o al comprendere il testo letterale, ma a raccogliere messaggi, ispirazioni e suggestioni del testo sacro. Il Catechismo della chiesa cattolica ricorda “La meditazione mette in azione il pensiero, l’immaginazione, l’emozione e il desiderio.”[9] Del resto anche santa Teresa d’Avila insiste sullo sforzo necessario del lavoro interiore. Questo lavoro consiste essenzialmente nel cercare di calmare l’irrequietezza della mente che è data, nel linguaggio classico di Teresa, dalla dispersione delle potenze, o facoltà, dell’anima: intelletto, memoria e volontà.

 

Rielaborazione parallela. Le scuole esoteriche occidentali

Parallelamente al culto ufficiale, come è d’abitudine in Occidente, si sviluppa il pensiero magico. Come è stato più spesso sottolineato la Magia può essere considerato lo Yoga dell’Occidente ed ha quindi una serie di tecniche che portano all’unione con l’Assoluto. Ovviamente per Magia si intende quello che intendeva Giamblico e cioè Opera Divina, Teurgia e non le malie delle contadine. In questo caso il punto di riferimento diviene la mistica ebraica, la così detta Qabbalah. G.Scholem distingue nella Qabbalah vari elementi di origine straniera completamente assimilati nel giudaismo, attribuibili principalmente all’influenza dell’apocalittica e del pensiero ellenistico, ai quali più tardi si sono aggiunte idee gnostiche e neoplatoniche. Nel corso dei secoli da essa promanerà la così detta Cabala cristianeggiante ed ermetica e che, nel rinascimento, si arricchirà delle speculazioni dei Filosofi Naturali, ovviamente neoplatonici. Le scuole esoteriche occidentali riprenderanno questo milieu culturale. L’esoterista W. E. Butler scrive: “la vera magia ci conduce alla unione conscia con l’Io interiore, il Dio in noi …”[10] La meditazione è concepita quindi come una delle Chiavi della magia ma non solo: gli esercizi meditativi, sono il fondamento essenziale, la base, su cui poggia tutta la via del raggiungimento magico. I primi esercizi dell’addestramento magico riguardato proprio il consapevole controllo del respiro ed il rilassamento del corpo. Vi è quindi una Concentrazione. La necessità di una costanza assidua e tenace è stata simboleggiata dagli alchimisti nell’ “Acciaio dei Saggi”, necessario alla operazione prima della composizione del Mercurio, il quale dovrà in seguito agire sui metalli, simboli delle affezioni terrene, che dallo stato di iniziale impurità loro propria, gradatamente sublimati all’ultima perfezione di potenze cosmiche, possono congiungersi all’Essenza identificandosi nella perfezione dell’Opera.

La Tecnica

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Veniamo ora alla tecnica che potrebbe emergere da questo leitmotiv della spiritualità occidentale. Per farlo senza dilungarmi troppo citerò tre fonti.

La prima è Tommaso Campanella: “Bisogna eleggere un luogo, nel quale non si senta strepito d’alcuna maniera, all’oscuro o al barlume di un piccolo lume, così dietro, che non percuota negli occhi, o con occhi serrati.

In un tempo quieto et quando l’uomo si senta spogliato d’ogni passione, tanto del corpo, quanto dell’animo.

In quanto al corpo non senta né freddo ne caldo, non senta in alcuna parte dolore, la testa scarica di catarro e dai fumi del cibo et da qualsivoglia umore; il corpo non sia gravato di cibo, né abbia appetito né di mangiare ne di bere, né di purgarsi, né di qualsivoglia cosa; e stia in questo luogo posato a sedere nella maniera più comoda, appoggiando la testa alla mano sinistra, o in altra maniera più comoda.

L’animo sia spogliato d’ogni minima passione o pensiero, non sia occupato né da mestizia o dolore, o allegrezza o timore, o speranza; non pensieri amorosi, o di cure famigliari, o di cose proprie o d’altri; non di memoria di cose passate o di oggetti presenti, ma essendosi accomodato il corpo come sopra, deve mettersi là, et scacciare dalla mente di mano in mano tutti i pensieri che gli cominciano a girar per la testa.

Et quando ne viene uno, subito scacciarlo, et quando ne viene un altro, subito anco lui scacciare, insino che non ne venendo più, non si pensi a niente al tutto, et che si resta del tutto insensato interiormente ed esteriormente, et diventi immobile come se fussi una pianta o una pietra naturale: et così l’anima, non essendo occupata in alcuna azione, né vegetabile, né animale, si ritira in se stessa, et servendosi solamente degli istrumenti intellettuali, purgata da tutte le cose sensibili, non intende le cose più per discorso, come faceva prima, ma senza argomenti e conseguenze. Fatta Angelo [l’anima] vede intuitivamente l’essenza delle cose nella loro semplice natura, et però vede una verità pura, schietta, non adombrata, di quello che si propone speculare. Perciocchè avanti che si metta all’opra, bisogna stabilire quello che si vuole o speculare, o investigare et intendere; et quando l’anima si trova depurata proporselo davanti, et allora gli parrà di avere un chiarissimo e risplendente lume, mediante il quale non gli si nasconde verità nessuna.

Et allora si sente tal piacere e tanta dolcezza che non vi è piacere a questo mondo che a quello si possa paragona: né anco il godimento di cosa amatissima non ci arriva a gran pezzo.

In tale maniera, che l’anima, pensando di avere a ritornare nel corpo per impiegarsi nelle vili opere del senso, grandemente si duole et senz’altro non ritornerebbe mai se non dubitasse che per la lunga dimora in tale estasi si spiccherebbe al tutto dal corpo.

Perciocchè quelli sottilissimi spiriti nei quali ella dimora se ne sagliano al capo, e però alcuni sentono un dolcissimo prurito nel capo dove son gli istrumenti intellettuali: et a poco a poco svaporano, i quali se tutti svaporassero, senz’altro l’uomo morrebbe.

Et però sono più atti a quest’estasi quelli che hanno il cranio aperto per la cui fessura possano esalare alquanto gli spiriti; altrimenti se ne raduna tanti nella testa che l’ingombrano tutta, et gli organi per così gran concorso si rendono inabili.

Questa credo che sia l’estasi platonica della quale fa menzione Porfirio, che da questa Plotino sette volte fu rapito, et egli una volta; essendo che di rado si trovan tante circostanze in un uomo.

Con tutto ciò, in due o tre anni potrebbe anco succedere tre o quattro volte; et quelle cose che allora si intendono, bisogna subito scriverle et diffusamente, altrimenti voi ve le scordereste et rileggendole poi non l’intendereste”[11]

La seconda fonte è W.E. Butler che nel suo Apprendista Mago da delle istruzioni al suo allievo riguardo la meditazione: “Nelle nostre scuole occidentali solitamente impieghiamo quella che è nota come posizione della “forma divina”. Viene ottenuta in questo modo: siedi eretto sulla tua sedia con la spina dorsale dritta il più possibile; evita di incurvarti. Ricorda che la spina dorsale possiede una leggera curvatura naturale; quindi mantieniti eretto ma stai attento a non sforzare la schiena. I piedi dovrebbero essere appoggiati dritti sul pavimento, le ginocchia unite e le mani dovrebbero essere poste sulle ginocchia. Non incrociare i piedi o le mani in questo esercizio. La posizione è quella di alcune statue egiziane di faraoni… ora devi cominciare a rilassarti… “[12]

La terza viene dagli studi del Gruppo di Ur:” Si cominci in un luogo possibilmente quieto e silenzioso, cercando di eliminare ogni ostacolo esterno alla buona concentrazione, e si assuma la posizione più comoda e più adatta, cosicché il corpo non abbia a risentire il menomo fastidio e non eserciti alcuno sforzo muscolare, abbandonandosi completamente, in posizione di assoluto riposo. È consigliabile l’uso di una poltrona con alto schienale e bracciuoli atti a sostenere completamente gli avanbracci… Tema iniziale della concentrazione è il liberarsi dal modo abituale di pensiero, sentendo il proprio pensiero come qualche cosa di reale, di fisso, di materiale, di massiccio che è nella mente, nel cervello, e si condensa e si raccoglie tutto là dove ha sede, ed acquista tale densità e consistenza che viene stretto, viene afferrato, dominato completamente, preso e posto fuori dal corpo e fuori mantenuto. In questo atto avviene una graduale divisione fra lo spirito cosciente, puramente cosciente di ciò che compie, e l’atto stesso, in quanto compiuto dallo spirito, come qualche cosa che dallo spirito è fuori, su un altro piano di “densità” e con altra e diversa natura; e lo spirito, a poco a poco, concentrandosi, nella tensione di determinare e di sentire il pensiero così concreto, se ne distacca come atto di coscienza… Un altro metodo di concentrazione, più perfetto, ma anche più difficile, consiste nel non occuparsi del pensiero, abbandonandolo a sé stesso, finché, privato della vitalità che gli deriva dall’attenzione, permanga inerte, né più turbi il puro atto di coscienza spirituale. In tale stato è il silenzio.”[13]

 

Considerazioni

Lo scopo di questa breve trattazione è mettere in evidenza la portata spirituale delle diverse scuole occidentali che nulla hanno da invidiare all’Oriente. Molto spesso nelle vie neopagane ed esoteriche si prendono a prestito dall’Oriente tecniche di meditazione che forse poco comprendiamo, non capendo fino in fondo concetti chiave come l’Anatta Buddista o il Moksa induista. Va benissimo fare un percorso serio in una scuola Yoga ecc. ma è altrettanto importante capire le nostre stesse radici spirituali. Di fatti per quanto aperta la nostra mentalità possa essere è fuori da ogni ragionevole dubbio che la cultura che ci ha visti nascere ha influenzato il nostro modo di pensare e di essere, la nostra etica e la nostra spiritualità, anche quando (e, anzi, forse a maggior ragione) la rifiutiamo. Ovviamente con Occidente intendo quell’area geografica accumunata da un certo tipo di cultura variamente influenzata dalla filosofia greca, dalla cristianità e dalle idee illuministe. Prendere a prestito concetti dalle più svariate culture perché ci fa comodo non è solo moralmente criticabile ma, secondo me, inutile perché si rischia di creare un contenitore, un bel mosaico ma che all’interno è completamente vuoto. Nel costruire la nostra “filosofia di vita” credo sia più utile partire dai concetti di cui facciamo esperienza nel nostro vissuto per poi magari correggerne il tiro. In ultimo c’è anche da dire che a livello esoterico le menti dei gruppi hanno una loro specifica consistenza ed importanza, a buon intenditor…

 

 

 


[1] Il, vocabolario della lingua latina – Castiglioni, Mariotti.

[2] Alberto Perez-De-Albeniz, Jeremy Holmes, Meditation: concepts, effects and uses in therapy in International Journal of Psychotherapy, vol. 5, nº 1, marzo 2000, pp. 49–59

[3] Nuccio D’Anna è laureato in filosofia ed ha collaborato con il CNR e con riviste di grande prestigio culturale.

[4] Diel-Kranz, FVS, I, pp. 365, 5 sgg

[5] Porfirio, ap., Eus., Praep. Ev., V, 8, 11 e 12

[6] Bidez, Vie de Porphyre, le philosophe neoplatonicien, Grand, 1913, p. 47

[7] ROSSI LANFRANCO, I filosofi greci padri dell’esicasmo. La sintesi di Nikodemo Aghiorita, Il Leone Verde, 2000. Padre Lanfranco Rossi ha conseguito all’Università di Padova la Laurea in Lettere con indirizzo in Storia delle Religioni. Ha studiato al Pontificio Istituto Orientale fino a conseguire, nel 1993, la licenza in Scienze ecclesiastiche Orientali e, nel 2000, il Dottorato in Teologia patristica orientale, sotto la guida di una figura dello spessore intellettuale e spirituale del padre gesuita, poi cardinale, Tomáš Špidlík. Il volume in questione è la pubblicazione della sua tesi di dottorato.

[8] NUCCIO D’ANNA, La disciplina del silenzio. Mito, mistero ed estasi nell’antica Grecia, Il Cerchio, Appendice C, pag. 189

[9] CATECHISMO CHIESA CATTOLICA – PARTE QUARTA -SEZIONE PRIMA – CAPITOLO TERZO – ARTICOLO 1 – II. La meditazione, 2708

[10] W.E. B UTLER, Il Mago – esercizi e pratiche magiche, Hermes Edizioni, pag. 195

[11] Prattica dell’Estasi Filosofica [testo attribuito a Tommaso Campanella,

tratto dal primo volume delle Opere di Tommaso Campanella

edite a cura di Alessandro D’Ancona, Torino 1854]

[12] W.E. B UTLER, L’Apprendista Mago, la Via della realizzazione Magica, Hermes Edizioni, pag. 36 – 37

[13] Introduzione alla Magia, a cura del Gruppo di Ur – volume primo, Edizioni Mediterranee Roma, pag. 30 – 31

Che Beppo! Io mi sbattezzo!

Si legge in giro che un pagano che non fa lo sbattezzo non sarebbe un vero pagano! Cavalcare battaglie anticlericali non fa di noi dei pagani migliori. La “campagna per lo sbattezzo” è un tema politico che tutti possono condividere o meno. Un neopagano che non condivide tale campagna non è un neopagano di serie B né a maggior ragione un cristiano. In altre parole è la consapevolezza di sentirsi pagano a fare pagana una persona, non una raccomandata!

di Salvatore Fortunato

 

Che Beppo! Al diavolo questo nome che puzza tanto di chierica.

Io ho già sbattezzato le mie figliole: ora sbattezzo me stesso.

Romani! Io voglio essere chiamato cittadino Tesifonte!

dal periodico rivoluzionario Museo

Laicità

Il concetto di laicità è sicuramente di epoca moderna[1].  I popoli antichi non avevano organizzazioni politiche svincolate dalla propria religione e spesso quelli che oggi definiremmo “capi di stato” erano anche le massime autorità religiose. Forse non tutti sanno che il concetto di laicità nasce proprio in seno al cristianesimo, in Marco 12,13-17 si legge la celebre frase «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». Questo concetto non rimase un semplice racconto evangelico, ma si tramutò in realtà allorquando i cristiani si diffusero nell’impero romano e proprio per questa posizione, squisitamente politica, vennero in seguito perseguitati. Questo atteggiamento creò, in seguito, la grande frattura dell’occidente cristianizzato. La divisione tra Cesare e Papa, tra potere spirituale e quello temporale. Questa separazione, in Italia, raggiunge il culmine nel 1929 quando con i Patti Lateranensi si riconoscono due stati indipendenti e sovrani, da una parte quello italiano e dall’altro quello Vaticano. Indipendenti e sovrani, sono da allora, ovviamente, anche i rispettivi ordinamenti giurisdizionali e le rispettive leggi. Ora, la Città del Vaticano è anche però il territorio della Santa Sede che è non solo Autorità religiosa, ma anche Soggetto di diritto internazionale al pari di ogni altro Stato al mondo. Per ribadire il concetto diciamo che tra la Santa Sede e il Governo Federale degli Stati Uniti d’America non vi è alcuna differenza sul piano del diritto internazionale. Avendo questa doppia natura la Santa Sede (che non è la stessa cosa che “Chiesa” che è l’insieme dei fedeli né di “Vaticano” che è lo strumento territoriale della Santa Sede) ha, per molto semplificare, afferenza con atti considerati sia “peccato” sia “delitto” che sono e non sono la stessa cosa. Il caso tipico preso ad oggetto in questo articoletto è l’apostasia.

 

Apostasia 

Il termine apostasia è greco ed è un composto di “apo” cioè “da” che indica il “prendere le distanze da” e “stasis” cioè l’atto di “stare”. Indica l’allontanamento da una dottrina, in particolare religiosa. Nel greco classico sta ad indicare un atto politico e quando la bibbia fu tradotta in greco venne usato questo termine proprio per tradurre l’allontanamento della Legge mosaica quindi una vera e propria defezione politica. Questo concetto permane durante i secoli in Occidente. Ed è questo il senso che rimane nella chiesa cattolica anche quando esso ha un carattere puramente religioso:

“Le scissioni che feriscono l’unità del corpo di Cristo (cioè l’eresia, l’apostasia e lo scisma) 274 non avvengono senza i peccati degli uomini”[2]

La distinzione tra apostasia come peccato da apostasia come delitto è puramente formale. Nel 2006 viene approvato da Papa Benedetto XVI una comunicazione da parte del Pontificio consiglio per i testi legislativi cioè un dicastero della Curia romana (il Governo della chiesa) chiamata ACTUS FORMALIS DEFECTIONIS AB ECCLESIA CATHOLICA[3] in cui viene definito “1. L’abbandono della Chiesa cattolica perché possa essere validamente configurato come un vero actus formalis defectionis ab Ecclesia, anche agli effetti delle eccezioni previste nei predetti canoni, deve concretizzarsi nella:

a)  decisione interna di uscire dalla Chiesa cattolica;
b) attuazione e manifestazione esterna di questa decisione;
c) recezione da parte dell’autorità ecclesiastica competente di tale decisione.

Ed aggiunge “Di conseguenza, soltanto la coincidenza dei due elementi – il profilo teologico dell’atto interiore e la sua manifestazione nel modo così definito – costituisce l’actus formalis defectionis ab Ecclesia catholica, con le relative sanzioni canoniche (cfr. can. 1364, § 1).

Cosa dice il canone 1364 comma 1: “L’apostata, l’eretico e lo scismatico incorrono nella scomunica latae sententiae”

Ora facciamo un passo indietro per meglio comprendere cos’è tutta questa roba!

Il codice di diritto canonico definisce l’apostasia al canone 751 “Vien detta … apostasia, il ripudio totale della fede cristiana”. Questo atto è per la Chiesa un peccato mortale ma diventa anche delitto quando il rifiuto della fede cristiana si ha in modo totale ed esterno in base ad una interpretazione di diversi canoni (1086, § 1, 1117 sul matrimonio e … hey basta co sti canoni mi gira la testa! Non è noioso?). Ora per secoli pochi sono stati i casi di esternazioni formali e se ci sono stati sono stati sporadici e frutto di iniziative di singoli. Questo ha portato il CJC (il codice di diritto canonico) a non occuparsene nello specifico, ma nel 2006 la Curia Romana si pone il problema di una dichiarazione esternata formalmente. Perché? Cosa è successo?

 

L’Associazione per lo Sbattezzo

b_0_0_0_00_images_sbattezzo_sbattezzo_attestato_lowNel 1984 iniziano a Fano una serie di incontri a tematica dichiaratamente anticlericale. In essi si incontrano vari esponenti, di diversa estrazione politica (comunisti, anarchici, socialisti, radicali ecc.) per discutere dei maggiori temi politici di confronto e scontro con il Vaticano. Da questa serie di incontri nascerà nel 1986, dal Circolo Culturale Napoleone Papini, l’Associazione per lo sbattezzo, con lo scopo di impedire alle autorità religiose di compiere “atti di giurisdizione” nei confronti dello “sbattezzato” quest’idea si ispira alla lettera che il politico antifascista e pacifista Aldo Capitini scrisse all’arcivescovo di Perugia nel 1958 in cui dichiara: ”non posso e non voglio dirmi cattolico … La prego, signor Arcivescovo, di fare quegli atti che mi sottraggano alla giurisdizione di gerarchi a cui non riconosco su di me un potere superiore a quello di ogni altro essere.” [4]Vorrei porre l’attenzione sul termine cardine della lettera di Capitini: giurisdizione. Si chiede all’arcivescovo un atto giuridico non un rito religioso. Dall’84 al 2005 quindi (anno in cui si scioglie l’associazione), ispirandosi al Capitini, l’Associazione per lo sbattezzo aiuta gli interessati a dichiarare formalmente di volersi allontanare dalla Chiesa cattolica come atto di libertà (non dimentichiamo l’ambiente politico-culturale!). Pur avendo il merito di parlare per la prima volta apertamente di “modulo di sbattezzo” però, si trattava più che altro di una protesta sociale priva di un qualsiasi valore legale. L’eredità dell’Associazione per lo sbattezzo venne invece accolta da un’altra associazione di promozione sociale nata formalmente nel 1991, l’Unione degli Atei e degli Agnostici razionalisti che aveva (ed ha tutt’ora) come scopo tutelare i diritti civili degli atei e degli agnostici, contribuire all’affermazione della laicità dello Stato e promuovere la valorizzazione sociale e culturale delle concezioni del mondo razionali e non religiose.[5]

 

L’UAAR

L’Unione degli Atei e degli Agnostici razionalisti nel suo manifesto afferma chiaramente la sua ragion d’essere: “il riconoscimento dei diritti civili laici”. L’UAAR non è quindi un ente diversamente religioso ma un’associazione non religiosa “impegnata politicamente” si potrebbe dire, intendendo naturalmente la politica in senso lato. Una delle battaglie dell’associazione (la cui abbreviazione più spesso usata è appunto UAAR) è il così detto “sbattezzo”. Essa, riprendendo l’idea dell’Associazione per lo sbattezzo di inviare lettere con le richieste di cancellazione dal registro dei battezzati, cerca di dare a queste un valore legale, in quanto i primi moduli erano senza valore giuridico (ma anche perché i preti non rispondevano alle lettere!). Così nel 1999 un socio dell’UAAR fa ricorso al Garante per la protezione dei dati personali chiedendo di intervenire nei confronti delle parrocchie refrattarie alla cancellazione della nota di avvenuto battesimo. Cosa risponde il così detto garante per la Privacy? “NELLA riunione odierna, con la partecipazione del prof. Stefano Rodotà, presidente … VISTO il ricorso pervenuto … PREMESSO: 1. Il ricorrente lamenta la mancata cancellazione dei propri dati personali dai registri dei battezzati conservati presso l’archivio parrocchiale … il Garante dichiara infondato il ricorso[6]. In pratica Il Garante dice che non si può cancellare qualcosa che è, nella realtà oggettiva, avvenuto ma resta salvo il diritto da parte del richiedente di far integrare la documentazione. In pratica si appone, sui registri dei battezzati la seguente annotazione: “In forza del decreto dell’Ordinario diocesano, in data … si annota che … nato a … il … ha manifestato la volontà di non far più parte della Chiesa cattolica”. Questa annotazione ha ovviamente delle conseguenze, tra cui l’esclusione dei sacramenti perché è, in pratica, una dichiarazione d’apostasia. Non contenti, quelli dell’UAAR ci riprovano ricorrendo questa volta al Tribunale di Padova nel 2000 che rigetta a sua volta il ricorso. Un altro due di picche motivato così: “l’amministrazione dei sacramenti concerne l’attività più squisitamente religiosa …in altri termini, di attività che rientrano nell’ordine proprio della Chiesa, ossia in quell’ordine che lo Stato italiano riconosce come “indipendente e sovrano” (art. 7 Cost.) … Poiché nella materia, di cui ci occupiamo, non esiste alcuna regolamentazione pattizia fra Stato e Chiesa in ordine alle specifiche sfere di competenza, la loro delimitazione spetta in definitiva agli organi dello Stato preposti alla vigilanza e al “giudizio” nella suddetta materia (Garante e autorità giudiziaria): lo Stato, infatti, si riserva il potere di verificare se sussistano i presupposti per escludere il proprio intervento con riguardo agli atti dell’autorità ecclesiastica.”In pratica si attribuisce la competenza al Garante che già si era espresso in precedenza. Data la reticenza di alcune parrocchie all’annotazione quindi, si procede ad una serie di ricorsi dal 2002.

Io ho inviato la raccomandata con il modulo dell’UAAR al parroco del mio paese nel 2007 che è arrivata precisamente il 26 Novembre. Il 30 mi ha risposto scrivendomi che il prete che mi aveva battezzato non mi aveva “sottoposto” al Battesimo ma aveva soltanto accolto il desiderio dei miei genitori che credevano di farmi del bene introducendomi nella Chiesa Cattolica. Il parroco mi comunica con la sua lettera anche di aver già annotato la mia “inequivocabile volontà di non essere cattolico

C’è da dire che non si può visionare personalmente i registri dei battezzati se il prete non vuole, fa fede la lettera del parroco, firmata.

 

Battesimo e sbattesimo

Per la chiesa cattolica il battesimo è un sacramento, cioè un atto sacro istituito direttamente da Cristo. In particolare il Battesimo è il primo (insieme alla comunione ed alla cresima) dei sacramenti che costituiscono l’Iniziazione cristiana, ecco perché il “Il Battesimo incorpora alla Chiesa[7].  Potremmo definirlo “atto formale d’ingresso” ma ha anche un valore spirituale profondo. Sant’Ambrogio ricorda “donde viene il Battesimo, se non dalla croce di Cristo, dalla morte di Cristo. Tutto il mistero sta nel fatto che egli ha patito per te. In lui tu sei redento, in lui tu sei salvato[8]. Basta questo a far capire l’enorme importanza religiosa che assume ed infatti esso è per la chiesa indelebile. Il già citato ACTUS FORMALIS DEFECTIONIS AB ECCLESIA CATHOLICA chiarisce che “il legame sacramentale di appartenenza al Corpo di Cristo che è la Chiesa, dato dal carattere battesimale, è un legame ontologico permanente e non viene meno a motivo di nessun atto o fatto di defezione.”[9]

Desumiamo quindi che il così detto sbattezzo non è il contrario del battesimo, non è uno s-battesimo religioso, ma un atto formale di valore squisitamente politico e questo non solo perché secondo la Chiesa il battesimo è indelebile, ma è così proprio nelle intenzioni di chi si ha “creato” il così detto sbattezzo. Il termine stesso, sbattezzo compare per la prima volta nel periodico Museo (Museo scientifico, letterario ed artistico, ovvero scelta raccolta di utili e svariate nozioni in fatto di scienze, lettere ed arti belle) dove si raccontano le gesta di un certo Beppo che infuocato dagli ideali anticlericali della Rivoluzione Francese esclama: “Che Beppo! Al diavolo questo nome che puzza tanto di chierica. Io ho già sbattezzato le mie figliole: ora sbattezzo me stesso. Romani! Io voglio essere chiamato cittadino Tesifonte!”. La miglior recensione al libro “Uscire dal gregge[10] e, indirettamente alla “sparata” di Beppo, la fa la professoressa  Simona Morini[11] che scrive per il Sole 24 Ore: “la lotta per lo sbattezzo non e’ una questione di lana caprina, un capriccio irriverente da “laicisti” goliardici, o una “boutade” anticlericale, ma una rivendicazione politica.

 

E ai pagani di Milazzo? …

Ora in tutte queste chiacchiere vi starete chiedendo cosa importi ai neopagani dello sbattezzo … in effetti ce lo siamo chiesti in molti, ma si sa il popolo del web si esprime, ed i pagani ringraziando Fortuna non sono da meno. Si legge in giro che un pagano non sbattezzato non sarebbe un vero pagano! C’è chi sostiene addirittura che lo sbattezzo abbia un valore spirituale e chi crede che la pratica cancellerebbe gli effetti del rito battesimale. Credo, in tutta franchezza,  che i neopagani “di primo pelo” abbiano una sorta di ossessione: il volersi distaccare dal cristianesimo nel quale sono cresciuti. Presi da questa ossessione partono da una posizione fondamentalmente non solo anticlericale, ma anche anticristiana e in particolare anticattolica. Quest’idea, ho notato, fa abbracciare loro campagne dello stesso stampo sostenute magari da associazioni atee. Abbracciare il neopaganesimo è comunque una scelta religiosa per cui, già solo per questo si è più vicini (psicologicamente e socialmente) ad un cristiano che ad un ateo. Cavalcare battaglie anticlericali non fa di noi dei pagani migliori. In una società secolarizzata e laica non si può più non distinguere temi religiosi da temi politici. La “campagna per lo sbattezzo” è un tema politico che tutti possono condividere o meno. Un neopagano che non condivide tale campagna non è un neopagano di serie B né a maggior ragione un cristiano. Questo perché quando si fa una scelta di tipo spirituale ( e quindi interiore) è questa che influisce sull’essere della persona. In altre parole è la consapevolezza di sentirsi pagano a fare pagana una persona, non una raccomandata! Questa tesi è corroborata anche dall’atteggiamento che hanno altre persone che hanno fatto diverse scelte religiose. Pochi buddhisti si sentiranno non cristiani per aver mandato il modulo di sbattezzo, ma si sentono tali proprio perché hanno fatto una scelta diversa, il buddhismo appunto. Ecco perché pochi buddhisti si “battono” per lo sbattezzo. Stessa cosa vale per gli ex-cristiani islamici o per gli ex-cristiani taoisti. Una raccomandata non ha nessun valore spirituale, è la nostra consapevolezza di andare verso un percorso ad avere un grande valore spirituale, perché la spiritualità è un cammino verso qualcosa, non contro qualcosa.


[1] PAOLO SINISCALCO, Le radici della laicità: http://www.dirittoestoria.it/10/memorie/Siniscalco-Radici-laicita.htm

[2] CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA, parte prima, sezione seconda, CAP III, art. 9, paragrafo 3, 817

[3]ACTUS FORMALIS DEFECTIONIS AB ECCLESIA CATHOLICA, Prot. N. 10279/2006: http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/intrptxt/documents/rc_pc_intrptxt_doc_20060313_actus-formalis_it.html

[4] LETTERA ALL’ARCIVESCOVO DI PERUGIA,Da Aldo Capitini, Battezzati noncredenti, Firenze, Parenti, 1961, pp.13-21, visibile qui: http://www.citinv.it/associazioni/ANAAC/libri/batte.htm

[5] Statuto dell’UAAR, articolo 3

[6] Dati sensibili (convinzioni religiose): richiesta di cancellazione dal registro dei battezzati – 13 settembre 1999 [1090502] : http://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/1090502

[7] Catechismo della Chiesa cattolica, PARTE SECONDA, LA CELEBRAZIONE DEL MISTERO CRISTIANO, 1267

[8]  Sant’Ambrogio, De sacramentis, 2, 2, 6: CSEL 73, 27-28 (PL 16, 425-426)

[9]ACTUS FORMALIS DEFECTIONIS AB ECCLESIA CATHOLICA, Prot. N. 10279/2006

[10]  Recensione dell’UAAR: http://www.uaar.it/ateismo/opere/198.html

[11]  Curriculum: http://www.iuav.it/Ricerca1/ATTIVITA-/aree-temat/rappresent/forme-del-/chi-siamo/curricula/morini/index.htm

Stregoneria lucana: il mondo magico 2.0

Le pratiche di magiche, di stregoneria, di guarigione e il mondo che le circonda sono ancora vive in Basilicata, scandiscono le fasi della vita. Un mondo particolare, ancora vicino agli studi che fece Ernesto De Martino.

di Salvatore Fortunato

 

Ci sono cose che vanno raccolte prima che se ne perda la memoria

Isaac Singer

 

LEAD Technologies Inc. V1.01Quest’anno sono stato per la prima volta ad una manifestazione che fanno in un piccolo centro non molto distante da dove abito. Il paesino si chiama Colobraro ed in zona ha la fama di essere un paese che porta sfortuna, anche solo a nominarlo. Ancora oggi si usa dire “quel paese” per indicarlo. Appunto oggi ho sentito definirlo così anche dal prete del mio paese! Su questa leggenda, Colobraro ha creato una manifestazione teatrale itinerante, sicuramente con lo scopo di attirare turisti, ma che si basa (oltre che sull’esperienza e sui ricordi dei nonni) anche sugli studi di un celeberrimo etnologo nonché storico delle religioni: Ernesto de Martino. Nel 1952 lo studioso organizzò una vera e propria “spedizione” in terra di Lucania, esattamente come avrebbe potuto fare un esploratore tra gli indios dell’amazzonia. Egli utilizzò volontariamente questo termine per sottolineare, così come dice esplicitamente un bellissimo documentario audiofonico, che “gli italiani conoscono, qualche volta, il Congo o il Tibet meglio di alcuni aspetti della loro patria”[1]. L’intento era quello di raccogliere materiale sulla cultura tradizionale del mondo popolare di questa regione ed addirittura di dare un contributo al “riscatto delle plebi” meridionali (non dimentichiamo che il de Martino era uomo di sinistra ed impegnato politicamente) e non già quello di “andare alla ricerca del pittoresco”. Nonostante ciò questo studioso non lasciò contenti i lucani con i suoi studi. Si sentirono toccati nell’intimo e quasi si vergognarono di passare come quelli arretrati culturalmente. In questa stessa manifestazione a Colobraro, nel 2014, ne ho percepito il pregiudizio e la costante difesa della modernità, scandita da frasi esplicite tipo “queste cose sono fesserie” ed è “tutto nella tua mente” quasi come se quel grande patrimonio culturale, così a fondo studiato dall’equipe del de Martino, fosse un reperto archeologico da far visitare ai turisti per poi ritornare nella contemporaneità. Ma dopo sessant’anni quel “mondo magico” descritto dall’accademico è un reperto archeologico?

 

La fascinazione 

Il cuore di tutta la magia popolare lucana è la così detta fascinazione (dalle mie parte si dice “affascino”). Ernesto de Martino la definisce così: “condizione psichica di impedimento e di inibizione, e al tempo stesso un senso di dominazione, un essere agito da una forza altrettanto potente quanto occulta, che lascia senza margine l’autonomia della persona, la sua capacità di decisione e di scelta”. [2] E’ in pratica, il termine locale per definire quella forza maligna che in genere viene definita “malocchio”. Il termine ha una indubbia derivazione latina, da “fascinum” che indicava appunto, un maleficio, un mormorio incantatorio. Questa energia negativa (per dirla alla new age) ha un mezzo fisico attraverso cui esso si proietta sulla vittima ed una passione scatenante. Il mezzo sono, notoriamente, gli occhi, mentre la passione motrice è senza ombra di dubbio, l’invidia che nel dialetto delle mie parti viene definito “mirj “. Ricordo che quando ero piccolo alcuni della mia famiglia prendevano, bonariamente, in giro degli zii che stavano in campagna. Quando si faceva un complimento tipo: “come cresce bene tua figlia!” o “quanti bei conigli!” bisognava aggiungere la formula “for affasc’n” (cioè fuori dall’influsso malefico, che il fascino con ti colga perché non ti invidio), altrimenti questi zii si irrigidivano. L’affascino ha un sintomo molto peculiare: il mal di testa. Proprio per questo, pratica magica e terapeutica si intrecciano e si fondono. Colei (in genere è una donna anziana) che riconosce e toglie l’affascino è anche una guaritrice, sempre. Questa “operatrice” è depositaria di formule magiche di carattere sacro (cristiano ovviamente) atte a togliere l’affascino. Parlo al presente perché ancora oggi ci sono alcune di queste “operatrici”, a volte sono anche ragazze (o ragazzi) a cui la nonna o la zia ha passato queste formule (in un giorno santo), ma che su questa “cosa” mantengono il più assoluto riserbo. Nessuno sa, se non per vie traverse, che qualcuno sa togliere l’affascino. Anche chi lo dice in modo più esplicito, tiene sempre ad una certa riservatezza particolare, quasi come ci si vergognasse. Certo parlare di questi argomenti oggi suona sempre un po’ bizzarro, per lo meno. C’è quindi un freno sociale (chi se ne occupa passerebbe per il superstizioso e ignorante, a maggior ragione se si trova in campagna) ed un freno religioso: se sei un buon cattolico queste cose non le devi fare! Non si vive però, nella maggior parte dei casi un contrasto con la religione professata, in fondo le formule sono cristiane… è solo che il prete fa la predica e non è il caso. Meglio tenere “ammucciate” (nascoste) queste cose. Alla fine è sempre una forma di “occultismo”!

Tornando all’affascino. Ci sono vari modi di operare, ogni praticante segue uno o l’altro. Non si sa se per influenze locali diverse o per cos’altro. Un primo metodo è quello di spegnere in una bacinella d’acqua salata, tre tizzoni ardenti presi dal camino (accessorio indispensabile una volta). Si traccia per tre volte, con la mano sinistra, un segno di croce e per ogni volta si recita un Pater, un Ave e un Gloria. Una volta (adesso non so) si pensava che l’affascino fosse stato più forte se il soggetto che l’aveva scagliato avesse tenuto in mano un oggetto di ferro. In quel caso l’affascino era detto “f’rràt” (affascino ferrato). In questo caso ci voleva una formula più forte la quale presupponeva una sorta di dialogo tra l’operatrice che toglieva l’affascino ed il malcapitato che era stato affascinato. Questa la formula usata nel mio paese:

–           “Ch t’ar affascnat?”

–          “D’occhj, u cor ‘a mend”

–          “Chi t’adda sfasc’nà”

–          “U Padre, u Figghie e ru Spir’te Sande”

(-chi ti ha affascinato? –l’occhio, il cuore e la mente! –Chi ti deve sfascinare? –Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo)

Un secondo metodo di uso a Grottole è una sorta di autocura e si usa in casi particolari. Si versa una goccia di olio nella bacinella e si osserva se l’olio si spande o meno: se si spande è affascino e l’acqua (così come nel primo metodo, alla fine dell’operazione) va buttata ad un crocevia di modo che chiunque passi di la, prenda su di sé la forza malevola, liberando chi ha eseguito il rito. Quasi come se l’affascino fosse una forza indistruttibile, che può solo passare da un essere all’altro. Un terzo metodo che ho individuato è una sorta di rito terapeutico-empatico. Al mio paese si dice “ric a cap” cioè dire, nel senso di leggere, scoprire se il mal di testa è fascinatura.  L’operatrice segna sulla testa dell’affascinato (o addirittura su di un suo oggetto, per eseguire un’operazione a distanza) per tre volte il segno della croce e sente su di sé la forza dell’affascino. Nel mentre recita un Pater, un Ave e un Gloria e se l’affascino c’è, la guaritrice comincia a sbadigliare come se patisse su di se la forza malevola. Con questo metodo si capisce non solo se l’affascino c’è o non c’è, ma anche la tipologia di chi lo ha “fatto”. Se si sbadiglia durante il Padre Nostro è stato un maschio, se si sbadiglia durante la preghiera dell’Ave Maria, è una donna, se invece succede durante la recitazione del Gloria allora è stato un religioso. E già… anche preti e frati possono affascinare! Poi si recita una formula di scongiuro. Alcuni dicono che non si “dice la testa” a chi è nato di Venerdì perché, a quanto pare ne è naturalmente immune.  Bisogna precisare che non sono metodi canonici, ogni operatrice segue una o un mix di più metodi. Non so sinceramente perché, ma ho avuto esperienza di ciò. Cambiano anche le formule soprattutto da paese a paese. Se la fascinazione è la forza ostile contro cui si staglia la magia lucana, diversi sono gli ambiti della vita in cui la fascinazione può colpire. Sono quindi specifici i mezzi di difesa. Schematizzerò in questo breve articolo come ci si difende dall’affascino, ancora oggi, nelle fasi che scandiscono la vita.

 

Nascita 

Il momento della nascita è sicuramente, nella mentalità di tutti i popoli, un momento estremamente delicato in cui le forze malevole possono avere la meglio data l’estrema delicatezza e fragilità a cui la donna incinta e poi, il bambino, sono soggetti. Ancor di più qualche decennio fa quando i casi di morti per parto erano ancora, purtroppo, rilevanti. Ci sono delle vecchie superstizioni che perdurano ancora oggi. Certo nella forma del “non è vero ma ci credo” però… Alla donna incinta viene ancora tributata un’attenzione particolare, frutto di antiche credenze secondo le quali, se non viene offerto, un pezzettino di qualsiasi cosa si sta mangiando c’è il rischio che la cosa non data, ma desiderata, possa rimanere impressa là dove la gestante vogliosa si tocchi. Così se la donna incinta ha voglia di caffè perché magari le viene offerto e da lei viene per “cerimonia” rifiutato e in quel momento lei si tocca per esempio il braccio, il bambino nascerà con la voglia di caffè sul suo braccio (una macchia nera). Si raccontano casi in cui una certa donna abbia desiderato carne di cinghiale e toccandosi il volto abbia “m’rcat” (deturpato) il viso del figlio che sarebbe nato con un neo peloso sul volto. Per scongiurare questo rischio tutti sono ancora molto attenti e gentili nei confronti delle donne incinte. Una volta, quando non tutte le voglie potevano essere esaudite, la donna si toccava il fondoschiena di modo che la “voglia” rimanesse in un posto non visibile ai più. L’idea che tutto quello che possa patire la madre segni in qualche modo il figlio è ancora abbastanza diffuso. Se una donna incinta vede qualcosa di “brutto”, un essere deforme, un animale che suscita orrore o cose del genere, subito si segna il pancione e per rendere più efficace la “purificazione” dal cattivo presagio, sputa a terra. Altra superstizione è non dire, soprattutto agli estranei, di essere incinta fino a quando non è più possibile tenerlo nascosto. Questo proprio per evitare che l’invidia colpisca una situazione già precaria di suo. Spesso si nega questa causa e si giustifica il silenzio con un “non si sa mai!”, ma io sono convinto che la causa sia proprio la paura dell’invidia. Sono rimaste poi tutta una serie di mantiche per pronosticare il sesso del nascituro (se la pancia è a punta, ecc.) e la data del parto (calcolando le lune, si dice che se non cambia la luna la donna non può partorire). Ho visto con i miei occhi una signora calcolare il sesso del nascituro con un piccolo rito alquanto particolare: ha segnato la nuca del fratellino ed ha borbottato qualcosa esordendo alla fine con “je jommne” (è maschio!). Una volta nato, il pargolo veniva una volta protetto con uno speciale amuleto: una borsetta di stoffa a forma quadrangolare entro cui si deponevano un santino e dei nastrini. E’ il così detto abitino che ho visto portare anche a qualche mio amico (un po’ più grandicello). Il contenuto è variabile e “segreto” ma si conoscono alcune componenti il cui simbolismo non sfugge: sale per purificare, chicchi di grano per l’abbondanza ecc. Alla divertente manifestazione “Sogno di una notte a Quel Paese” che fanno a Colobraro lo danno come “pass” per l’evento con l’aggiunta di lavanda per rendere il tutto più profumato e gradevole. Un modo per commercializzare una vecchia “superstizione”!

 

Vita 

Volendo dividere il ciclo biologico dell’essere umano potremmo dire che esso sia scandito da una nascita, una morte ed una fase intermedia che rappresenta la vita stessa fatta di azioni quotidiane. Ci si potrebbe chiedere che cosa sia la vita, ma senza inerpicarsi in discorsi filosofici si potrebbe concludere che la vita è essere, essere nel mondo. Questa condizione viene, nella società del benessere, data quasi per scontato, ma in un mondo come quello contadino lucano del dopo guerra se ne respirava la precarietà giorno dopo giorno. La fame, la malattia dovuta a scarse condizioni igieniche, la pressione psicologica di una società patriarcale, rendevano l’essere una condizione che poteva finire da un momento all’altro perché la morte è concepita come un non essere. I nostri nonni, qui in paese, usano spesso una frase simbolica per restringere il campo della loro azione: “fin a quann ci sug” cioè fino a che sono in vita, quindi fino a che esisto. I riti, le tradizioni, le consuetudini, il ripetersi costante di gesti quotidiani sono una difesa contro le forze del caos che, senza di loro, potrebbero prevalere. Il de Martino descrive bene questa paura dell’uomo: “Un’angoscia caratteristica lo travaglia: e quest’angoscia esprime la volontà di esserci come presenza davanti al rischio di non esserci. La labilità diventa così un problema e sollecita la difesa e il riscatto: la persona cerca di reintegrare la propria presenza insidiata”[3]. La magia appare così come quell’insieme di tecniche che servono all’uomo per riscattarlo da questa crisi e rassicurarlo del proprio “esserci” di heideggeriana memoria, quel Dasein che è “progetto che ricade su se stesso”. Questa è per il de Martino la magia e cala il concetto nella concretezza umana, nella quotidianità, nel dramma dell’esistenza precaria. Questo concetto risponde anche ad altre definizioni che diversi etnologi prima di lui diedero al fenomeno. Lévy-Bruhl, per esempio, la definisce “partecipazione mistica” inquadrandola in un’ottica pre-logica, in cui l’uomo rimasto allo stato primitivo, non distingue tra naturale e soprannaturale. Ma merito del de Martino come riporta un altro grandissimo studioso Raffaele Pettazzoni è: “avere… richiamato l’attenzione sul valore etnologico delle esperienze magiche paranormali”[4]. Se si riconosce una forma di realtà in cui nel corso del dramma esistenziale emerge come riscatto di una presenza in bilico allora la magia è reale. Il de Martino si confronta con un grande pensatore: “Per Hegel la magia consta ancora di superstizioni e di aberrazioni di menti deboli: ma questa antitesi fittizia fra cultura e magia deriva appunto da una persistente limitazione dell’orizzonte storiografico, per cui si riconosce alla cultura, alla libertà e alla storia solo il dominio dei valori tradizionali dello Spirito… senza dubbio la liberazione che si compie attraverso la magia è assai elementare, ma se l’umanità non se la fosse guadagnata , non le sarebbe mai stato possibile porre l’accento sulla liberazione che oggi la affatica, la reale liberazione dello Spirito”[5]

 

Morte

Il ciclo si conclude con la morte che come detto in precedenza, qui, viene vista come annichilimento. Proprio in quanto tale fino a poco tempo fa in Lucania il lutto era strettissimo. Le donne si vestivano di nero per molto tempo, gli uomini non si radevano la barba per quaranta giorni e portavano una fascia nera alla manica sinistra della giacca. Durante la fase del lutto non erano ammessi eventi legati, in qualche modo alla gioia come fidanzamenti, matrimoni ecc. In casa si tappava il camino che all’epoca era la “vita” della casa perché esso non solo riscaldava, ma provvedeva anche alla cottura dei cibi. Data questa situazione di semi-abbandono dovuto al dolore, gli amici e i parenti del defunto portavano del cibo ai famigliari più stretti del defunto. Tale pasto era detto “u cunzl’ “, cioè una consolazione per il dolore subito. Le donne, erano “tenute” a delle lamentazioni funebri molto toccanti e spesso si ingaggiavano delle prefiche a posta. Oggi si è attenuato molto tutto questo insieme di consuetudini, ma in minima parte sopravvive. Si tende per esempio a non accendere la tv o a non fare l’albero di Natale per esempio. I manifesti appesi davanti alla porta del defunto si dice debbano consumarsi con il tempo senza essere strappati così come una volta si faceva per una sorta di cravattone nero che veniva messo sulla porta. Il cibo consolatorio rimane sotto forma di dolce ecc.  ma senza chiamarlo in quel modo perché richiamerebbe alla mente “tempi brutti”. C’è ancora qualche anziano che rende tutti partecipi del dolore con pianti struggenti, esprimendo magari anche il dolore di chi rimane composto, con una funzione stranamente catartica e “lenitiva”. Tutto questo rimane ancora oggi, più vivo in campagna. Sempre in campagna è rimasto anche un rito tenuto molto segreto, forse più per vergogna che per altro. Infatti le forze malevole, possono colpire anche la delicata fase che precede la morte, prolungando un’agonia insopportabile. Spesso queste strane forze erano legate alla stanchezza per la fatica insopportabile. Questo è confermato anche dai modi di dire “non ma fig mang a murì” (sono così stanco che non riuscirei nemmeno a morire, a fare cioè l’ultimo sforzo). In questi casi, si chiama una signora (le stesse praticanti che tolgono l’affascino) che ha il compito di accelerare la morte, ristabilendo l’ordine naturale degli eventi. La signora, arriva in segreto nella casa dell’agonizzante che nonostante le sofferenze non riesce a spirare serenamente. Prende una candela e la passa con formule che solo lei sa, per tutto il corpo del malcapitato. In questo modo è come se, con un gesto di magia simpatica, la vita del sofferente e la vita della candela diventino una cosa sola, di modo che al consumarsi della candela e con lo spegnersi della fiamma, si spenga anche la vita aggrappata, da qualche forza occulta, all’esistenza.   Dopo la morte e la consueta veglia si ritorna a casa ma non senza un gesto particolare che ancora oggi usano fare alcuni abitanti dei borghi lucani: lavarsi le mani. C’è ancora la credenza che il miasma, inteso alla greca come effluvio negativo ed oggettivo quasi di carattere materiale, possa contaminare chi vi viene in contatto. Quasi sicuramente nessuno (o quasi) sa cosa sia il miasma ma molti reputano di malaugurio andare al cimitero e poi andare in casa di qualcuno per una visita, ad esempio. Una volta mia nonna si arrabbiò molto perché una parente le portò le partecipazioni di matrimonio dopo essere passata dal cimitero. E fu proprio lei ad insegnarmi che prima di uscire dal cimitero ci si lavano le mani alla fontanella perché se no: “ports a mort a cas” cioè porti il miasma della morte a casa!

 

Memorie di una cultura popolare

 

Oggi molte sono le manifestazioni di così detto folclore. Tutte queste feste e festicciole non appartengono alla cultura popolare che dicono di rappresentare. Oggi il popolare è di moda, basti pensare agli innumerevoli ibridi di musica o alle più disparate sagre poco inerenti al luogo dove si svolgono. Il popolare è diventato marketing e l’evento sopra citato ne è l’esempio lampante. Questo processo ha probabilmente lo scopo di rendere, manipolandola, la realtà popolare piacevole, vendibile, presentabile. Realtà popolare che fu tutt’altro. Sicuramente difficile, complessa ed a lungo occultata. Oggetto di vera e propria vergogna per le realtà periferiche in cui il progresso è arrivato sotto forma di mito, forse un falso mito creato dalla borghesia per citare il maestro Battiato[6]. Il mondo popolare è fatto di profonda umanità cioè di vita reale di sofferenza, di espedienti, di voglia di sopravvivere alla precarietà della vita. I popoli lucani sono rimasti a lungo isolati dai grandi centri culturali e politici, probabilmente per questo si sono conservati tratti così antichi e così vivi. Infatti non vi sono grandi manifestazioni folcloriche e solo adesso iniziano a spuntare. Quest’anno è stata eletta Matera capitale della cultura del 2019 ma ci si dimentica forse che i Sassi così pubblicizzati recentemente sono stati recuperati solo alla soglia degli anni novanta. Negli anni cinquanta erano espressione di estremo degrado, spazi piccolissimi dove le famiglie coabitavano con gli animali da cortile anche per riscaldarsi. Fino agli anni Settanta nel mio paese si andava a lavorare i campi a dorso d’asino. Questo non è una denigrazione del mio stesso popolo, ma uno sprone a non dimenticare quello che è stato e nello stesso tempo un appello a non vergognarsi di quello che siamo. Il mondo magico fa parte di questo bagaglio storico-culturale e non dovremmo affrettarci a scrollarcelo di dosso o, di contro, sfruttarlo come se fosse una merce, ma conservarlo, almeno nella memoria. Io ho trent’anni e già conservo ricordi di storie e leggende locali come quella del famoso “monachicchio”.  Uno spirito dispettoso che, stranamente, nel mio paese ha una forma femminile (a monachedd). Mi hanno raccontato che in campagna si diverte ad intrecciare le criniere dei cavalli e che se si riesce a rubargli il cappello egli sia pronto a donare un tesoro come ricompensa. Ricordo la leggenda della maledizione del mio paese. Si dice che un monaco, che non ricevette accoglienza, se ne andò stizzito battendo uno con l’altro i sandali facendo volare la polvere e maledicendo in questo modo il paese che da quel momento sarebbe stato battuto dal vento. Sarà sicuramente una leggenda ma oggi, a Rotondella soffiano tutti i venti creati!



[1] Documentario audiofonico storico: la spedizione in Lucania di Ernesto de Martino 1952: http://www.youtube.com/watch?v=BpBeGTA1I-s

[2] E. DE MARTINO, Sud e Magia, Feltrinelli, Milano 1982, CAP I, pag. 8

[3] E. DE MARTINO, Il Mondo Magico, prolegomeni a una storia del magismo, “Universale Bollati Boringhieri” 2007, CAP. II, pag. 73

[4] E. DE MARTINO, il Mondo Magico, recensione al Mondo magico di Raffaele Pettazzoni, pag. 263

[5] Ibidem, CAP III, pag. 221 e 222

[6] FRANCO BATTIATO, Up patriots to arms: “le barricate in piazza le fai per conto della borghesia
che crea falsi miti di progresso”

Il Neo del paganesimo

 Il Neo del paganesimo

“C’è un vecchio detto a riguardo di coloro che dimenticano la storia. Non lo ricordo, ma è molto bello.”
Stephen Colbert

di Salvatore Fortunato

Un grande filosofo contemporaneo, Salvatore Natoli, usa coraggiosamente il termine neopaganesimo per parlare di una nuova etica capace di dare un senso all’epoca post-cristiana. Un’etica indubbiamente non cristiana ma non necessariamente anti-cristiana. Per farlo Natoli si riferisce alla visione greca del mondo ma, in particolare, di una certa grecità e non della cultura greca in tutta la sua interezza. Perché questa scelta selettiva? Ce lo dice esplicitamente lui stesso: “Certo ai greci non si torna. Caso mai li si sceglie. Il paganesimo – per quel tanto che è possibile – non designa un’appartenenza, indica solo un’opzione. Anzi è a questo titolo che esso è ancora possibile. Ma che cosa vuol dire che il paganesimo è ancora possibile come opzione? È vero, quel che il tempo consuma si perde irrimediabilmente, ma è altrettanto vero che quanto è accaduto, per il fatto stesso d’essere accaduto, dura indefettibilmente, almeno secondo la classica formula che factum infectum fieri nequit: ciò che è accaduto non è suscettibile in alcun modo di mutamento. Quel che è accaduto in qualche modo resta com’è, e bisogna stabilire come. L’accaduto non è solo qualcosa che cessa d’essere, ma è anche qualcosa che in certo senso guadagna per sé l’eternità. Detto altrimenti, tutto ciò che cessa d’esistere come vita, continua a vivere come idea, resta impregiudicato come modello.[1] Ovviamente il filosofo parla di etica cioè il modo in cui gli uomini scelgono di vivere. Noi, in quanto nuovi pagani, scegliamo un modo di vivere ma anche un modo di praticare la nostra forma di religione, l’interrogativo però è sempre lo stesso: Cosa significa Essere pagani nel nuovo millennio?

 

Paganesimo storico e modernità

Tutti i culti pagani contemporanei intendono riferirsi, in qualche modo, al cosiddetto paganesimo storico (e già qui sorgerebbe un lungo dibattito sul termine “pagano”). La differenza sta proprio nel “modo” in cui ci si riferisce al passato. Abbiamo quindi due elementi, il “passato” cioè quello che viene definito paganesimo storico, ed il “modo di riferirsi ad esso” cioè le modalità con il quale ci si relaziona con questo bagaglio storico. Per il primo elemento, necessita un brevissimo excursus per capire quanto è lontano quel “mondo”. Nel 380 e.v. l’imperatore Teodosio I decreta l’imposizione del cristianesimo quale religione di stato. Due anni dopo, nel 382, l’ara della Vittoria, l’ultimo importante simbolo pagano viene rimosso per sempre dalla Curia romana per decisione di Graziano. Tra il 391 ed il 392 e.v. si susseguirono i decreti teodosiani che sancivano definitivamente l’intolleranza verso la religione preesistente. Si mise al bando ogni genere di sacrificio pagano, si proibì addirittura di volgere lo sguardo verso gli antichi santuari. Si proibirono persino i culti privati con la grave accusa di lesa maestà. Ovviamente il processo di “de-paganizzazione” fu graduale perché gli antichi culti sopravvissero in campagne e luoghi remoti. In oriente, Giustiniano, ancora nel 529 comminava la pena di morte a quanti avessero continuato ad osservare i riti antichi. Più lenta fu la cristianizzazione dell’Europa del nord ed ancora più lenta quella dell’est dove ancora oggi in alcune campagne della Lettonia ci sono piccole comunità pagane. Questo solo in Europa naturalmente, ma l’occidente cristianizzato ha conquistato le Americhe per esempio, l’Oceania e parte dell’Asia. Emerge un dato storico incontrovertibile: la fine di un Mondo, la fine di un’epoca. Eppure dopo più di un millennio di “morte” pagana c’è chi si dichiara ancora pagano. Vi sono altri che non si dichiarano pagani ma addirittura usano altri termini per indicare la prosecuzione di quel mondo ormai scomparso. C’è chi usa termini (simili) come Gentili, praticanti la Religio e così via. Questi ultimi vorrebbero “continuare” le religioni del passato così come erano all’epoca (certo magari togliendo i sacrifici cruenti!), ricostruendo pratiche cultuali attraverso un’attenta analisi documentale, che spesso però è solo ideale. È proprio questo il punto: si può continuare qualcosa che non c’è più? Ed ecco il secondo elemento alla nostra attenzione. Vi sono vari modi attraverso cui i moderni pagani si relazionano con le religioni del passato. Alcuni ammettono semplicemente di ispirarsi ai vecchi culti, altri come i Gentili sopra menzionati, affermano di voler continuare il passato, di continuare una Tradizione. Mentre la posizione di chi si ispira semplicemente è più intuibile, di meno facile comprensione sembra la posizione del continuum.

 

Mala tempora currunt

La nostalgia per il passato è una costante che attraversa ogni generazione . “Si stava meglio quando si stava peggio” è la classica frase qualunquista e nostalgica che si usa dire quando il contatto con la realtà sembra labile, quando il presente è vissuto con paura ed incertezza. Ecco che scatta la nostalgia che, a sua volta,  crea un grande mito, quello dell’età dell’oro, immaginato come un tempo fuori dal tempo dove tutto era bello e “si potevano mangiare anche le fragole”[2]. Così la Roma antica diventa la civiltà dei valori, dell’integrità morale, della religiosità vissuta intensamente… dimenticando che concausa della decadenza dei Fasti romani fu dovuta anche alla dissoluzione morale e che la gravitas romana spesso era in contrasto con il pragmatismo più sfrontato, soprattutto in campo religioso. [3] La Grecia diventa un ideale di perfezione, un’epoca di intellettuali e di uomini razionali … dimenticando la misoginia imperante e l’irrazionalità misticheggiante tipica della grecità.[4] Insomma ogni epoca ha avuto ovviamente dei lati positivi ed altri negativi così come i due aspetti sono insiti nell’uomo stesso. Ora data questa premessa, può avere un senso nel tempo presente ri-evocare quel passato? Appurato il dato incontrovertibile della fine storica di un’epoca e di un culto che senso ha, nel tempo presente, celebrare il natale di Roma o l’anniversario della dedicazione del tempio di Venere (ora distrutto)? Suona un po’ come se ora a Torino volessero celebrare San Nicola di Bari! O come se nel mio piccolo paese ci mettessimo a festeggiare per l’anniversario della dedicazione del Duomo di Milano! Altra questione delicata, a quale passato ci si riferisce? Volendo celebrare (nonostante il discorso di prima) una ritualità romana, o greca o celtica, a quale passato ci si riferirebbe? La Roma dei Re era diversissima da quella degli Imperatori. La Grecia di Atene era diversa da quella di Sparta ed entrambe le città furono diverse da loro stesse nel periodo classico ed in quello ellenistico, tanto per fare un esempio. Ogni comunità aveva le sue festività, i suoi riti e di suoi miti che spostati dal loro contesto perderebbero il loro senso originale. La verità è che la storia non è una serie di diapositive di cui si può tranquillamente scegliere quella che ci piace di più, ma è piuttosto un fiume in piena che tutto travolge, religioni comprese. Attaccarsi alla sua immutabilità non fa che sancirne, definitivamente non solo la  morte, ma la mummificazione, come una guida turistica che mostra un reperto in un museo. Quante ritualità pagane ha preso la chiesa cattolica? Basti pensare alle cose più semplici come portare una statua in processione o incensare un luogo. Si può parlare in questo caso di tradizione, cioè di un passaggio? E quando si può parlare della così sospirata Tradizione?

 

Tradizionalmente tradizionali

La tradizione è un passaggio ininterrotto di forma oltre che di consapevolezza. Se guardiamo al mondo religioso, c’è sempre un passaggio, un travaso da un’anfora all’altra ma non sempre passa la forma e la consapevolezza insieme. Se guardiamo al folklore vediamo che alcune forme (riti carnascialeschi, accensione di fuochi ecc) sono passate da un mondo (quello pagano) ad un altro (quello cristiano) senza un passaggio di consapevolezza. Sono per caso consapevoli i manifestanti mascherati di compiere un gesto apotropaico? Sono per caso consapevoli i paesani che accendono un fuoco per Sant’Antonio che quel fuoco è propiziatorio? Ci sono consapevolezze invece che sono passate in forme diverse, pensiamo ad esempio al culto di un santo. Come prima invocavo una forza con la consapevolezza che possa guarirmi da un male, adesso invoco la stessa forza sotto un’altra forma con la stessa consapevolezza che possa guarirmi da un male. Mentre nel caso in cui ci sia passaggio di forma e consapevolezza, si è certi di trovarsi di fronte ad una tradizione, in questi casi  è dubbio. Il concetto di Tradizione è stato ampiamente trattato da colui il quale viene definito il codificatore dell’esoterismo dottrinale del XX secolo: René Guenon . Egli definendosi esclusivamente come un tradizionalista, esalta l’idea di una Tradizione primordiale, fonte di ogni conoscenza veritiera fin dall’origine e trasmessa, dall’inizio del mondo, senza alterazione attraverso l’iniziazione. Naturalmente, tutto ciò che non si conforma a questa concezione della Tradizione è giudicato antitradizionale, mentre ciò che appare come deformazione dell’iniziazione sarebbe, in realtà, una contro-iniziazione, come nel caso della teosofia, per esempio. Da questa concezione deriva non solo una critica alla scienza, ma anche una forte critica alla religione, considerata come degenerata in moralismo e rea di provocare delle pseudo-spiritualità come ad esempio lo spiritismo. Nonostante ciò, la Tradizione primordiale veicolata dall’iniziazione (cioè l’esoterismo) ha bisogno dell’appoggio della religione (essoterismo). Ma quale religione? È necessario per l’iniziato, secondo Guenon, unirsi alla religione culturale in vigore, considerata come garante del deposito tradizionale proprio ad una razza, ad uno spazio e ad un dato tempo. Conformemente all’esoterismo tradizionale, un iniziato occidentale sarà, quindi, frammassone. Mentre sul piano essoterico sarà cattolico o ortodosso. Guenon stesso si convertirà all’islam, trasferitosi in medio oriente.  Evola fa propria questa idea, ma anziché di principi da conoscere, parla di “stati dell’essere da realizzare”. Entrambi gli esoteristi vedono però la Tradizione su di un piano “ideale”, che non è mai traducibile senza residui in quello storico. Essa è perciò qualcosa che trascende ogni forma storica, per cui fossilizzarsi su determinate forme storicamente condizionate vorrebbe dire per Evola tradire, nel vero senso della parola, la Tradizione. «La tradizione – dice Evola – è, nella sua essenza, qualcosa di metastorico e, in pari tempo, di dinamico: è una forza generale ordinatrice in funzione di principi aventi il crisma di una superiore legittimità (…) forza la quale agisce lungo le generazioni, in continuità di spirito e di ispirazione, attraverso istituzioni,leggi, ordinamenti, che possono anche presentare una notevole varietà e diversità». E subito dopo denuncia come errore fatale «l’identificare o il confondere l’una o l’altra di siffatte formazioni di un passato più o meno lontano con la tradizione in sé stessa »[5]. Il compito dell’uomo tradizionale non é quindi per Evola imbalsamare la storia, di negarla, ma quello di mantenere inalterati, nel tempo, i rapporti rispetto ai principi metafisici che sono immutabili e che rappresentano la Tradizione stessa. Ma se la Tradizione é metafisica, come é possibile la conoscenza di essa? Evola dichiara esplicitamente lo sforzo razionale della filosofia come insufficiente e il sentimento della religione inadeguato a ciò. Il mezzo principe é rappresentato per l’ esoterista dall’esperienza, non solo sensibile, ma anche e soprattutto quella di natura sovrasensibile. Ora molti ricostruzionisti pagani (gentili) fanno proprie le teorie di Evola applicandole però al culto strictu sensu, dimenticando la concezione metafisica e atemporale della Tradizione, imbrigliandola ad un epoca e ripetendo gli stessi gesti, gli stessi riti e celebrando gli stessi avvenimenti di millecinquecento anni fa. Molti si domandano se questo abbia un senso. Spesso poi viene data una colorazione politica alla ricostruzione religiosa, che diventa una ricostruzione culturale tout court. Questo ovviamente solo per dare giustificazione religiosa ad una teoria, quella evoliana, che era squisitamente metafisica e spirituale, ma non religiosa in senso devozionale. Quando Evola voleva spingere il regime fascista a ritornare alla Romanità lo voleva fare attraverso i mezzi propri della Tradizione: I simboli.

 

Indietro tutta o verso l’infinito e oltre?

In conclusione possiamo dire che alcuni pagani tentano di “ricostruire” il passato come se non ci fosse mai stato il crollo di un mondo ed il subentro di un nuovo mondo cristiano, con il suo modo di fare e di pensare. Stranamente sono vittima anch’essi di questo modo di pensare. Si, perché pensare di avere la verità, sentirsi una religione privilegiata e migliore rispetto alle altre é una mentalità tipicamente giudaico – cristiana! I neopagani hanno un approccio che potremmo definire antropologico alla storia. Ogni religione ( come ogni pensiero umano) va contestualizzato. É sempre stato cosi anche nelle antiche civiltà. Pensare di avere la stessa sensibilità di un romano (di quale romano poi?) può essere vista come un’ingenuità anacronistica. É un po’ come voler pensare a tutti i costi come i nostri bisnonni, vestendoci come loro e magari pensare ad un bel matrimonio combinato per i nostri figli. Avrebbe senso? Se é vero che esiste una Tradizione fatta di principi metafisici che passano attraverso i simboli, non si potrebbe impiegare quei simboli e basta? Che senso ha dire: ” Salue Iuppiter” magari in qualche improbabile accento d’ oltre oceano, quando si può benissimo utilizzare la nostra lingua attuale per invocare il padre degli Dei? É necessario celebrare l’inaugurazione di un tempio attualmente inesistente, o forse avrebbe più senso per noi festeggiare l’apertura di un nostro tempio? Ha senso festeggiare l’unificazione dell’Attica sotto la città di Atene che attualmente ha un’altra organizzazione amministrativa? Ai posteri l’ardua sentenza…



[1] S. NATOLI, I Nuovi Pagani. Neopaganesimo: una nuova etica per forzare le inerzie del tempo. Il Saggiatore, Milano 1995, p. 16

[2] Cit. Vasco Rossi, Sally

[3] Basta per esempio vedere il caso dei prodigi. Il desiderio di ottenere segni da parte degli dei si è sempre accompagnato con il bisogno, a volte contraddittorio, di non determinare in anticipo l’azione umana. Da qui tutta una serie di procedure di rifiuto di consultare tali segni, quelle scappatoie ritualizzate, quelle tecniche di capovolgimento di presagi nefasti (come la formula absit omen) , e quel ricorso costante a una controprova se i primi segni apparivano sfavorevoli. Oltre ai presagi c’è da dire che una delle cause dell’ascesa del cristianesimo fu proprio la poca fede che i romani avevano nei propri dei.

[4] Nel ’49 il Dodds c’ha scritto anche un libro: Dodds Eric R. – I greci e l’irrazionale, BUR

[5] J. Evola, Gli uomini e le rovine (1953), Roma 2001, p. 64.

Wicca, sciamanesimo e mode culturali

Wicca, sciamanesimo e mode culturali

Due percorsi di riscoperta paralleli,  fino ad un certo punto …

di Salvatore Fortunato

Nel nostro Occidente, in tempi più o meno recenti, abbiamo assistito al fiorire di percorsi spirituali alternativi alla fede predominante. In primis la Wicca, per quanto ci riguarda a cui Gerald Gardner sostenne di essere stato iniziato nel’39. In seguito pubblicherà Witchcraft Today nel 1954. Tra il ’53 ed il ’57 Doreen Valiente mise mano al Libro delle Ombre, sistematizzando in un certo senso la Wicca. Nello stesso periodo (nel 1956 per la precisione), Michael Harner, durante i suoi studi antropologici in Amazzonia, prendeva la sacra bevanda dell’ ayahuasca, facendo la sua prima esperienza sciamanica. Questi fatti fanno partire di “risvegli” spirituali rimasti paralleli per una ventina d’anni e che in seguito si intrecciarono in alcuni ambienti. C’è però da dire che, mentre la Wicca nasce sin da subito come religione1, il Core Shamanism di Harner vuole essere una metodologia e non una religione.2  Le sue tecniche sciamaniche possono essere applicate da chiunque, al di là del  credo religioso.

Negli anni ottanta nel cerchio sciamanico di un allievo di Harner, Tom Cowan, è presente un membro molto particolare: la sacerdotessa Phyllis Curott. È anche dalla sua esperienza sciamanica che nel 1983 nascerà la il Cerchio di Ara (o Tempio di Ara). E nel 1987 fu  proprio un’ esperienza mistica che la Curott ebbe durante un viaggio sciamanico a Paestum, a dare inizio alla fondazione della Tradizione di Ara. Così Phyllis Curott racconta la sua esperienza: ”Camminai all’interno dei templi, profondamente commossa dalla loro bellezza, ma la mia attenzione venne attratta da un punto in un campo dietro di essi dove decisi di fare un viaggio sciamanico… In presenza dell’antica Dea, le chiesi consiglio e mi fu detto: “costruisci i miei templi”.3  Si intrecciano qui, la religione wicca e la pratica sciamanica. La natura viene considerata incarnazione ed espressione del divino e quindi la più grande maestra nella vita, da sperimentare ogni giorno della vita. Ecco quindi che il viaggio sciamanico diventa pratica rituale all’interno del Cerchio, attraverso il quale percorrere un sentiero spirituale aiutati dal proprio Spirito Guardiano, da Maestri Spirituali e dai Genius Loci. Ovviamente questo incontro è specifico di questa tradizione e non appartiene a tutta la Wicca. Ovviamente occorre distinguere la pratica sciamanica dallo sciamanesimo tradizionale dei popoli nativi: un praticante dello sciamanismo non è uno infatti sciamano!4

Che cosa si intende per sciamanesimo

Nel 1968, l’etnologo americano R. Spencer definì il termine sciamanesimo come trappola semantica. In effetti il fenomeno che si cela dietro questo termine è particolarmente difficile da cogliere. Lo sciamanesimo o sciamanismo, (l’unica differenza è l’origine francese del secondo, da chamanisme) deve il suo nome alla parola šaman con la quale, all’origine, certe etnie tunguse della Siberia indicavano un individuo capace di entrare in contatto con il soprannaturale per aiutare la comunità nel far fronte alle difficoltà quotidiane. Nascono però subito le prime trappole. Innanzitutto c’è controversia tra i linguisti sull’origine della parola sciamano. Alcuni lo fanno risalire addirittura al pali samana (monaco-mendicante). Come fenomeno generale non si sa nemmeno se considerare lo sciamanesimo come religione in senso lato, come pratica magica o piuttosto vedere in esso una istituzione sociale. L’unico elemento su cui concordano gli studiosi è l’estasi rituale. Del resto i punti di vista variano se chi parla è l’etnologo, lo storico delle religioni, il sociologo, lo psicologo, lo psicoanalista o, ancora, lo specialista di arte primitiva. Se a tutta questa confusione aggiungiamo che le “tecniche” degli sciamani variano in base alle aree geografiche in cui si trovano, possiamo capire la complessità del fenomeno. Per quanto riguarda l’estasi poi, uno dei massimi studiosi del fenomeno Mircea Eliade tiene a precisare che non si può dunque considerare un qualsiasi estatico come uno sciamano; questi è lo specialista di una transe durante la quale si ritiene che la sua anima può lasciare il corpo per intraprendere ascensioni celesti o discese infernali.6 Potremmo quindi concludere che in, in generale, lo sciamanesimo è una tecnica, una specializzazione: lo sciamano è un estatico, ma con un particolare metodo; è mago ma usa una “specialità” magica particolare; egli è guaritore e manipolatore del sacro, ma la sua figura non esaurisce né la pratica “medica” della comunità, né quella religiosa. Accanto a lui infatti vi sono altre figure di medicine-men e sacerdoti. Lo sciamanismo, in senso letterale, è quindi un fenomeno siberiano, ma lo stesso fenomeno è stato documentato in altre parti del mondo (America del Nord, Oceania), per questo si può parlare di sciamanismo come fenomeno magico-religioso in generale che coesiste accanto ad altre forme di magia e di religione.  L’estasi, lo stato alterato di coscienza dello sciamano ha un mezzo ed un fine. Il fine è il servizio alla comunità: guarigione di un ammalato, ritrovamento di un disperso, vincere un nemico, ecc. Questo qualifica lo sciamano. In pratica uno sciamano è tale se la comunità per il quale “lavora” lo riconosce come tale, se cioè le sue tecniche “funzionano”. Del resto uno sciamano non si definisce tale, ma viene, appunto, definito da altri.

Pittura rupestre nelle grotte di Les Trois Freres
Pittura rupestre nelle grotte di Les Trois Freres

Il mezzo particolare che caratterizza la pratica sciamanica è il Viaggio. Attraverso l’uso di sostanze psicotrope e/o del suono del tamburo ( che viene chiamato il cavallo dello sciamano presso i Buriati e gli Yakuti), lo sciamano non viene invasato dagli spiriti ma li va a trovare nel loro mondo. Sprofonda quindi in una realtà che un altro famoso autore, Carlos Castaneda, definisce non-ordinaria. Egli ascende in un mondo superiore, celeste oppure si immerge in un mondo inferiore, sotterraneo, infero. Molte e diverse sono le sfumature che può prendere questo mezzo, in base ai popoli. Lo sciamano altaico, ad esempio,  ascende alle regioni celesti durante un complesso rituale che prevede il sacrificio di un cavallo e che si conclude con l’incontro tra lo sciamano ed il dio dell’atmosfera Bai Ulgan che gli darà predizioni sul tempo ed il raccolto.7 Lo sciamano indonesiano invece si costruisce una piccola imbarcazione per “viaggiare” nell’aria alla ricerca dell’anima del malato.8 In un’ottica di rinascita neo-sciamana in occidente, non ha senso quindi imitare una popolazione piuttosto che un’altra nelle loro tradizioni. A meno che, non si vada a farsi iniziare da uno sciamano nativo! E forse neanche in quel caso perché quella pratica nasce in quella comunità ed è adatta per quella gente in particolare.

Michael Harner, famoso antropologo statunitense, teorizzò che le diverse culture sciamaniche avessero un nucleo essenziale di pratiche in comune. Questo nucleo sarebbe essenzialmente il Viaggio. Egli pensò di rendere tali pratiche accessibili agli occidentali, usando come mezzo per ottenere uno stato alterno di coscienza, il tamburo (oltre ai sonagli) escludendo droghe psicotrope. Il Viaggio porta il praticante in mondi che compongono una geografia sacra molto particolare. Vi sono essenzialmente tre zone sacre: un Mondo Inferiore, cioè ctonio, sotterraneo, infero in cui il praticante scende per cercare essenzialmente potere e guarigione. Un Mondo Superiore, un mondo di sopra, al di là del cielo dove si va per avere Saggezza e conoscenza. Infine vi è un Mondo Intermedio che è praticamente l’aspetto non-ordinario della realtà in cui siamo immersi.  La novità-scoperta di Harner è essenzialmente che tutti possono compiere il viaggio in questa realtà non-ordinaria, senza l’intermediazione di una sciamano. Forse da questo concetto si scateneranno critiche verso “questo” sciamanismo, ritenuto foriero di appropriazioni maldestre di culture antichissime, tanto da far definire i praticanti “sciamani di plastica”.9 C’è però da chiarire un punto essenziale: portare lo sciamanismo nella propria vita come pratica spirituale non significa essere sciamani. Lo sciamano, nelle culture tradizionali, viene chiamato dagli spiriti e poi iniziato da un maestro sciamano. Si diventa sciamani attraverso un addestramento lungo e complesso che richiede solitamente mesi e anni, un periodo in cui difficili iniziazioni trasformano letteralmente una persona in un grande guaritore e visionario a beneficio della comunità. Nelle culture native nessuno si auto-definisce uno sciamano, perché sarebbe visto come un vantarsi del proprio potere. Il Neo-sciamanismo quindi potrebbe essere definito dalle parole di Tom Cowan come lo sforzo intenzionale di sviluppare rapporti intimi e duraturi con certi spiriti guida personali, lasciando consciamente la realtà ordinaria per viaggiare nei regni non-ordinari del mondo spirituale.

Gli spiriti più importanti sono sicuramente gli Spiriti Guardiani o Animali Guida. Essi sono l’alter ego dello sciamano ( e del praticante) e gli conferisce potere. Grazie all’aiuto di questo spirito si possono esplorare i mondi non ordinari. Questo spirito non è semplicemente un orso, un falco, un lupo ma sono Orso, Falco e Lupo cioè esso rappresenta l’intero genere, una sorta di Archetipo, di Idea platonica di quell’animale.  Da notare che lo sciamano o il praticante, non vengono invasati da questi spiriti, anzi si potrebbe dire il contrario: lo sciamano si trasforma in quell’animale. Il tema della trasformazione in animale è proprio di origine sciamanica ed forse ha dato origine a miti come quelli della trasformazione delle streghe in gatti ecc. Altri spiriti, detti ausiliari, aiutano appunto il praticante nell’estrazione di intrusioni nocive e sono per lo più piante. Questa sorta di demonologia sciamanica è ovviamente una semplificazione, il core, il nocciolo che sembra palesarsi nelle diverse culture sciamaniche. È ovvio che poi in ogni singolo gruppo etnico, lo sciamano da i suoi nomi agli spiriti e la sua interpretazione delle loro funzioni. In alcuni gruppi lo sciamano predilige quello che i moderni praticanti sciamani chiamano Mondo Superiore o “di sopra” altri quello di sotto. Secondo l’interpretazione neo-sciamanica quindi ( o se si preferisce sciamanismo harneriano!) vi sono tre mondi e gli spiriti abitano prevalentemente uno o l’altro. Nel Mondo Inferiore troviamo principalmente l’Animale Guida, in quello Superiore troviamo i Maestri spirituali (altrimenti detti maestri in forma umana) che sono praticamente spiriti ancestrali o divinità. Nel Mondo Intermedio infine troviamo essenzialmente gli spiriti della natura. Con ognuno di questi spiriti si può instaurare un rapporto, secondo il principio che vede il viaggio sciamanico una rivelazione diretta. Tale pratica ci aiuta a lacerare i veli che separano il mondo visibile da quello invisibile e ad accedere a informazioni ed energie che possono risvegliarci e ristabilire la nostra integrità.10

Commistione e confusione

Nel 1998 il praticante e scrittore Scott Cunningham scrisse un libro che rivoluzionò il modo di concepire la Wicca. Probabilmente lui estremizzò un processo iniziato, sotto alcuni punti di vista, dalla stessa Valiente. Cunningham assorbendo lo spirito new-age volle creare una spiritualità a portata di mano, una Wicca disponibile anche a chi fosse lontanissimo da congreghe di iniziati. Se il suo intento può essere apprezzabile, non altrettanto le conseguenze, soprattutto qui in Italia dove il testo in questione, Wicca: a guide to solitary pratictionary, è stata una delle porte d’ingresso per la conoscenza della Wicca al grande pubblico. Il testo non contiene nessuna pratica tradizionale e purtroppo ha dato la sensazione ai neofiti di poter creare una propria Wicca a proprio uso e consumo. Proprio riguardo ai fraintendimenti che il buon Cunningham ha diffuso, si può leggere nel testo sopracitato un capitolo  (il primo) interamente dedicato a Wicca e Sciamanesimo. Probabilmente l’intento dell’autore è quello di spiegare che nonostante la Wicca sia una religione nuova, essa affonda le radici in pratiche religiose antichissime, ed infatti definisce lo sciamanesimo come il precursore di tutte le religioni.11 Già in questo prende un granchio in quanto, come abbiamo visto, esistono pratiche religiose non sciamaniche. Più avanti si legge una frase ancora più controversa: la Wicca può essere definita una religione sciamanica.12 Ora considerare la Wicca una religione sciamanica equivale a considerare il cristianesimo una religione orfica! Il fatto che nessuno vieti ad un praticante della Wicca di utilizzare tecniche sciamaniche (intese naturalmente nel senso neo del termine) non significa che la Wicca sia sciamanica. La Wicca è nata da diverse componenti e solo in una di queste, gli insegnamenti e le pratiche fondate sulla religione naturale, può rientrarci lo sciamanesimo. I mezzi attraverso cui si entra in uno stato di coscienza rituale, sono dati nella Wicca da quella che viene chiamata Tradizione Esoterica Occidentale. La creazione di un Cerchio rituale, le iniziazioni, i riti teurgici come il Drawing Dawn poco o nulla hanno a che fare con lo sciamanesimo. La magia non è nata dallo sciamanesimo. Cunningham ancora una volta per svincolare la Wicca dalla sua natura misterica, ne devia le origini, mescola le carte in tavola e racconta la sua Wicca, quella cucita per il praticante solitario. Alla pagina seguente leggiamo un’altra particolare affermazione: lo studio dello sciamanesimo rivela molto dell’essenza del vissuto religioso e magico in generale e della Wicca in particolare. Chiunque abbia letto almeno Eliade sa che non è affatto così, caso mai l’esatto contrario: la magia è qualcosa di molto più ampio dello sciamanesimo che ne rappresenta, in alcune aree geografiche una sorta di specializzazione e non quindi l’origine. Il vecchio Gardner, quando ristrutturò la Wicca lo fece attingendo alla magia cerimoniale dell’epoca, nonostante la sua esperienza con i Daiacchi. Le nostre antenate spirituali sono le streghe europee e non gli sciamani siberiani. Ed anche per quanto riguarda la stregoneria storica non v’è dubbio alcuno che parecchi caratteri demonico-orgiastici della stregoneria medievale saranno da ricondursi – o sul piano dei modelli scelti dalle fonti, o su quello dell’effettivo residuo rito-culturale non importa come trasmesso – ai cicli di Ecate e di Dioniso.13 Anche volendo sostenere le congetture euroasiatiche del Ginzburg e vedere uno sfondo sciamanico nei miti e nei riti della stregoneria storica, tanto non si potrebbe affermare un’origine sciamanica della Wicca. L’uso della pratica sciamanica da parte di alcuni ambienti  è venuto dopo ed in particolare negli Stati uniti dove la ricerca di Harner ha suscitato l’interesse per lo sciamanesimo dei nativi americani. La Wicca è una religione eclettica per natura nel senso che non c’è un divieto o un tabù verso pratiche “nuove” ma questo ovviamente a due condizioni naturali. La prima è quella di non snaturare il nucleo essenziale della Wicca, intesa come religione misterica. La seconda è quella di riconoscere la reale origine storica e culturale di questa religione in continuo divenire in accordo con la sua etica di trasformazione.

1 G. GARDNER, La Stregoneria oggi, ed. Venexia, pag. 45

2 M. HARNER, La Via dello Sciamano, ed. Mediterranee, pag. 18

3 P. CUROTT, L’arte della Magia, ed. Sonzogno, pag. 237

4 T. COWAN, Sciamanismo, edizioni Crisalide, pag. 26

6 M.ELIADE, Sciamanismo e le tecniche dell’estasi, ed. Mediterranee, pag. 23

7 Ibid. Pag. 213

8 Ibid. Pag. 383

9 http://www.kelebekler.com/occ/sciamani01.htm

10 S. INGERMAN,  Il Viaggio Sciamanico, ed. Crisalide, pag. 15

11 S. CUNNINGHAM, Wicca, ed. Armenia, pag. 21

12 Ibid. , pag. 22

13 F. CARDINI, Radici della stregoneria, Il Cerchio, pag. 69