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SHOCKER: NELLA WICCA NON C’È LA LEGGE DEL TRE

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SHOCKER[1]: NELLA WICCA NON C’È LA LEGGE DEL TRE[2]

 

di Seamus McKeon (traduzione di Rossella Di Vaio)

 

Il diffuso equivoco sull’esistenza di una Regola Wiccan o Legge del Tre o Legge del triplice ritorno proviene da un’errata interpretazione di un passaggio in un romanzo scritto da Gerald Gardner, il nonno della Wicca moderna. Il libro era intitolato High Magic’s Aid, e fu scritto da Gardner con il permesso della sua Gran Sacerdotessa. Dovette essere un libro di fiction, perché a quel tempo la stregoneria era ancora illegale in Inghilterra. Nella storia il protagonista si sottopone ad una sorta di rito di iniziazione, in cui gli viene insegnato “mark well when thou receivest good, so equally art bound to return good threefold” tradotto con “fai molta attenzione quando ricevi del bene, perché sei tenuto a restituire ugualmente il bene tre volte”.

 

Questo significa che quando qualcuno fa del bene ad una strega, secondo l’insegnamento stregonesco di questo romanzo assolutamente di fantasia, la strega è tenuta a restituire quel bene in triplice misura. Ben altro rispetto a: “qualsiasi cosa che s’invia nel mondo tornerà a voi triplicato“. Significa in realtà che tutto ciò che si fa ad una strega deve essere restituito dalla stessa strega tre volte, in special modo le buone azioni. Il che significa che è molto, molto vantaggioso per voi benedire, aiutare o sostenere una strega. L’idea è che sia la strega a restituire le cose per tre volte, non l’universo. È la strega stessa l’agente di una risposta triplice, non l’universo. Quindi, se io come strega compio un lavoro magico positivo per un amico che non è una strega, non vi è alcun triplice ritorno, perché alla persona non-wiccan non è mai stato insegnato a rendere le buoni azioni in triplice misura. Se io come strega compio un lavoro magico positivo per la mia vicina di casa non-strega, non vi è alcuna legge del triplice ritorno. Ma se io strega compio un’opera buona per un mio compagno di congrega o un mio amico praticante di stregoneria, allora sia il compagno che l’amico dovrebbero restituire quell’opera buona in triplice misura. D’altro canto se io strega lancio della merda contro la mia vicina stronza, detta vicina non la farà tornare a me, e anche se fosse una strega, me la restituirebbe tre volte soltanto se avesse in qualche modo scoperto che qualcosa è stata fatta contro di lei, e chi è stato, il che significherebbe che ho fatto male il mio lavoro e merito la cattiva retribuzione.

 

È possibile trovare una copia di High Magic’s Aid, che è un romanzo con la funzione di insegnare alcuni principi generali della stregoneria in forma di fiction, qui[3].

 

La parte che abbiamo citato si trova a pag. 188. Si consiglia a chiunque abbia familiarità con l’espressione Legge del Tre di dare una lettura e riflettere su cosa realmente dice e cosa no. Tenete a mente si tratta di un romanzo che Gerald Gardner scrisse per condividere alcuni principi molto generalizzati della stregoneria, insegnatigli quando la stregoneria era ancora illegale in Inghilterra (1949).

 

Il numero follemente alto di voci ignoranti su Internet che strillano “Legge del Tre!” ogni volta che qualcuno parla di magia negativa, tende a gettare la vera fonte nell’oblio in favore di una versione falsa ed edulcorata di questo principio, che viene applicato indistintamente a tutte le opere magiche in un modo piuttosto ignorante e totalitario. Perciò la prossima volta che qualcuno urla questa fasulla fesseria contro di voi ed il vostro operato magico, informateli con molta classe di farsi una cultura e linkategli questo blog.

 

Blessed Be,

Un gardneriano

 

 



[1] Shocker si riferisce ad una pratica erotica svolta con tre dita. Il gesto della mano sta qui ad indicare qualcosa di particolarmente “shoccante” N. d. R

[2] Testo tratto dal blog ‘Gardnerians. No one speaks for all of us, but some are louder than others’: https://gardnerians.wordpress.com/2014/09/28/there-is-no-universal-threefold-law-in-wicca/

Traduzione su gentile concessione dell’autore.  Seamus McKeon è un gardneriano che vive in California e che ci porta il suo tipico e simpatico punto di vista di americano della West Coast su molti temi tipici della Wicca. N. d. R.

[3] http://stoa.usp.br/briannaloch/files/2564/16309/High+Magic%5C’s+Aid+-+Gerald+Gardner.pdf

Dove conduce lo spirito

Riflessioni sul cammino spirituale, la ricerca interiore, il cammino della magia e la Wicca, verso i luoghi dello spirito, verso casa…

di Rossella Di Vaio

 

Ripensare agli ultimi vent’anni della mia vita è come osservare le scene di un lungo viaggio di ritorno a casa. E ora che davvero sono tornata a casa, con la vecchia siepe che circonda il mio balcone e i pini maestosi che torreggiano su di me,forse è giunto il momento di affidare alla carta qualcosa del mio cammino. L’antica natura onnipossente, scenario e metafora del mio mondo interiore, è qui quasi immutata e cosa è stato di quel che rappresenta?

Sembra, a mano a mano che uno invecchia | che il passato abbia una diversa forma | e cessi di rappresentare una successione | o, perfino, uno sviluppo […] | Noi abbiamo compiuto l’esperienza, ma non ne cogliemmo il significato | e l’approssimarsi al significato ripropone l’esperienza | sotto diversa forma, oltre ogni senso | che noi possiamo dare alla felicità. || La gente cambia e sorride: l’agonia persiste. | Il tempo che distrugge è il tempo che conserva.[1] Le parole del poeta sul tempo che passa e l’impossibilità di dare un senso, come comunemente s’intende, al proprio vissuto, mi furono care vent’anni fa, quando affrontai la decisione di abbandonare la vita religiosa e uscire dal monastero in cui ero entrata qualche anno prima. Compiere l’esperienza non significa coglierne il significato, l’esperienza necessita d’interpretazione e spesso in questo si sbaglia. L’esperienza, da sola, non insegna. Ma ora che ciò che vivo e sono forse può sembrare un declassamento ad alcuni, quelle parole, pur sempre vere nella loro desolazione, mi ritornano in mente in una luce nuova di serenità. C’è un significato che ripropone l’esperienza, che è l’unica cosa che conta alla fine.

Parlare di stregoneria, magia, rituali pagani è davvero ancora scomodo. Fonte d’ilarità, perplessità e addirittura vergogna e timore, queste parole emergono a fatica ancora oggi dal mio interno per definire quello che pratico, la mia religione (e anche “praticare” e “religione” sembrano parole inadeguate allo scopo, in qualche modo insufficienti). Ma il loro fascino resta intatto, ed è difficile per me trovarne altre per dire come penso al mistero di me stessa, al mistero che ci accompagna dalla nascita alla morte e oltre.

Sono passati quasi quindici anni da quando cominciai a rivolgere parole alla luna (ma sono davvero così pochi?), a raccogliere sassi su cui incidere antichi segni, a riunire in una stanza acqua, sale e incenso, alla luce di una candela di notte; a cercare tra i frammenti del glorioso passato della mia terra, qualcosa che era andato perduto nel tempo, la chiave di un sentire che desiderava rinascere, per compiere quel passo nella direzione che i tempi dello spirito indicavano.

Ma come è stato possibile ciò che agli occhi degli altri può sembrare un totale cambio di rotta? E dove mi ha portato?

Magia e alchimia, causa di persecuzioni e condanne nei secoli scorsi, hanno un’origine nobile e una storia illustre; e la stregoneria, legata al potere femminile, tra leggenda, folclore e mito, con connotazione negativa ben prima dell’avvento del cristianesimo, hanno esercitato certo un grande fascino tra le giovani generazioni. Nuove vie di affermazione individuale in campo spirituale, nell’annullamento totale dei valori dell’era postmoderna, talvolta definite “alternative”. Ma cos’era questa Wicca, che giungeva dalle brumose terre britanniche come la religione delle streghe? E come poteva essere quello che mi mancava? Diventare la mia strada? Ma poi, davvero mi mancava qualcosa?

In realtà non ero alla ricerca di niente, non mi avevano deluso le mie esperienze spirituali, ma il grande fraintendimento delle mie risposte ad esse, e naturalmente tutta la mia esistenza era in uno stato di devastazione. Ma i miei occhi erano aperti e volevo, aspettavo, sapevo che quell’infinito senso a cui avevo deciso di dedicare tutta la mia vita sarebbe venuto a cercarmi ancora, a rivelarsi per me, indicandomi nuove e, forse, più compiute strade.

Così quando mi ritrovai tra le mani il primo libro sulla Wicca fu forse la cosa più illuminante leggere che questa non si proponeva come “la Verità”, l’“unica vera via”, pur chiamandosi religione, e non prevedeva alcuna forma di proselitismo, di conversione per sé o per gli altri. La verità dello spirito si manifesta senza violenze e non può mai essere legata a forme di dovere.

Per il resto era tutto da sperimentare. Niente in effetti era una novità al mio animo, se non alla mia forma mentis. Né il divino femminile, al pari di quello maschile, né il ritrovarsi a celebrare in segreto l’unione tra il sé e il tutto, nemmeno il divino presente in ogni cosa e la magia che si genera quando ci apriamo al sacro e consegniamo il sacro ad ogni cosa. Ma il riscoprire la natura, la propria e quella che ci circonda, riunirsi alla fonte stessa della vita da cui deriva ogni potere, e vivere tutto questo in maniera consapevole e responsabile comporta davvero una fatica e un allenamento pari a quelli di qualunque altro cammino di ascesi, ridimensionamento dell’ego e umiltà che si possano trovare in altre vie. E per certi versi anche superiori, mancando l’appoggio di una qualsiasi dottrina istituzionalizzata.

Per me è stato così. Ho viaggiato tanto in questi anni, ho visto, sentito, provato cose che mai avrei pensato potessero far parte della mia vita un tempo. È stata dura, un viaggio spesso sottoterra, a volte ai confini del vivere sociale e civile a cui ero e sono abituata (ma “chi cerca davvero Dio a volte finisce in posti strani”, come mi disse un amico), soprattutto un viaggio solitario. Non condividevo in niente il vissuto della maggior parte delle persone che incontravo, né tanto meno mi appartenevano certe motivazioni di ribellione, trasgressione, voglia di rivalsa che spesso caratterizzano, più o meno giustamente, chi si pone ad esprimere un sentire “diverso dal comune”.  Tra gli outsider io ero un outsider.

Scherzosamente ho ripetuto che se non fosse stato per lo spirito di sopportazione appreso nel cristianesimo, difficilmente avrei perseverato su questa strada. I paradossi abbondano, ma la solitudine è la compagna costante che conoscono tutti quelli che intraprendono un cammino cosiddetto iniziatico, forse la più preziosa. Prezioso paradosso per qualcosa che essenzialmente devono darti gli altri, ma che non puoi raggiungere se non da solo, perché sia veramente tua.

L’iniziazione forse esemplifica e si svolge proprio sulle dinamiche di questo momento, l’incontro tra l’“io” e l’“altro”, qualunque cosa sia l’“altro”. È quello che determina ogni momento fondamentale della vita, quest’incontro, e l’essenza del momento stesso in cui si viene al mondo. E iniziazione è come rinascere ogni volta, tra dolori, incontro, e riconquista del sé.

L’“altro”, dalla cui relazione definiamo e affermiamo il nostro “sé”, continua ad essere un problema per me. Ma man mano che è cresciuto in questi anni il lavoro di ricostruzione della consapevolezza di me stessa, un ricostruire sulle rovine, così è cresciuta anche la capacità di relazionarmi agli altri. Sembra che ora il coraggio aumenti, sono una persona più forte. La solitudine resta costante e non perde il suo valore, sono sempre un outsider, anche tra i miei fratelli e le mie sorelle. Perché oggi di consessi per riunioni segrete nella notte ne ho ben due, due di cui essere felice e grata. Da uno mi separa il tempo, la loro sapienza giovane fatta d’infinite parole e aspettative piene di speranza, dall’altro lo spazio, la lontananza fisica che è come la sapienza antica, fatta di silenzi, che mi chiede di fare ancora un salto nel vuoto, ogni volta che cerco una risposta. Da entrambi mi separa la vita, quella stessa vita che ci ha uniti. Ma è così si dischiudono per me di volta in volta, come da un prezioso scrigno, i tanti tesori posti in ciascuna delle persone che condividono il mio cammino, è così che alla fine siamo uno, mano nella mano, cuore a cuore, se solo stendo la mano e apro il cuore.

Tutto è fenomeno, come suggerivano i versi del poeta. Ed è inutile, talvolta addirittura pericoloso, forzare un senso al di là dei fenomeni. Ma qualcosa ha determinato quei fenomeni, e posso osservarli e chiedermi dove mi hanno portato. Posso dire di essere andata avanti? Dove mi ha condotto lo spirito?

La spiritualità è stata sempre un impulso forte nella mia vita. Impulso che mi ha portato a fare esperienza di quel bene più grande, più vero, che non potevo non mettere al primo posto, e a cui avevo deciso di dedicare tutta la mia esistenza. La decisione non è stata in alcun modo revocata, ma è cambiato, evolvendosi con il pensiero e la vita, il referente di quella decisione. Perché forse ciò che mi mancava era proprio di restituire il giusto valore alla vita, non sminuirla, in qualche modo disprezzarla, liquidarla per un’altra migliore, spirituale, a venire o chissà dove. Perché se è vero che siamo “esseri spirituali che vivono una condizione materiale”, e non il contrario, forse il modo più naturale di realizzare questa nostra verità è quello di portare lo spirituale in ogni aspetto della vita, del materiale, così che il materiale possa davvero essere consegnato allo spirito, per sempre.

Questo valore alla fine si è imposto, a dispetto di tutto, anche di me stessa, lasciando, potrei dire, che la natura facesse il suo corso. E posso dire oggi di essere più vicina a quella che è la mia natura più profonda. Alla fine non è importante la religione, ovviamente, le religioni non sono un fine, e non esiste una via migliore di un’altra, più giusta, più vera. Oggi mi sembra chiara alla mente, come un tempo lo era al mio cuore che l’amava senza capirla, l’aspirazione di chi cantava tanti anni fa anche solo la possibilità d’immaginare un mondo senza religioni. Ma siamo abbastanza maturi per questo? Per abitare quel luogo al di là delle idee, al di là di ciò che è giusto o ingiusto dove talvolta abbiamo avuto il privilegio d’incontrarci, il solo dove ci si possa incontrare?

Ormai siamo lontani anche dal mito on the road, l’idealizzazione del viaggio in se stesso. Perché il viaggio conduce sempre da qualche parte, che sia un luogo dello spirito, della mente o del corpo. E credo che religione possa significare prendersi cura di questo viaggio, di chi lo compie e della meta, che alla fine sono la stessa cosa, con tutti i mezzi che possediamo e che ci sono più congeniali.

Io sono qui ora, e sono pronta a difendere quello che sono e tutto ciò che la vita mi ha dato, con la forza stessa della vita. Dicono che costruiranno un parcheggio oltre la siepe. Asfalto, automobili e cemento là dove da sempre vivono ciliegi, aranci, noci e peschi,e non c’è niente che io possa fare. Al di là della siepe è al di là delle mie possibilità. O forse no, non sono forse tutt’uno con questo piccolo lembo della mia terra, questa terra che gli antichi vollero chiamare semplicemente Campania? Non è la stessa forza che ci sostiene e può far si che ci sosteniamo l’un l’altra? La vita che scorre tra noi ci parlerà ancora e il tempo ci mostrerà cosa dovrà accadere ad entrambe, il tempo che distrugge è il tempo che conserva.



[1] T. S. Eliot, Quattro Quartetti.