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Stregoneria lucana: il mondo magico 2.0

Le pratiche di magiche, di stregoneria, di guarigione e il mondo che le circonda sono ancora vive in Basilicata, scandiscono le fasi della vita. Un mondo particolare, ancora vicino agli studi che fece Ernesto De Martino.

di Salvatore Fortunato

 

Ci sono cose che vanno raccolte prima che se ne perda la memoria

Isaac Singer

 

LEAD Technologies Inc. V1.01Quest’anno sono stato per la prima volta ad una manifestazione che fanno in un piccolo centro non molto distante da dove abito. Il paesino si chiama Colobraro ed in zona ha la fama di essere un paese che porta sfortuna, anche solo a nominarlo. Ancora oggi si usa dire “quel paese” per indicarlo. Appunto oggi ho sentito definirlo così anche dal prete del mio paese! Su questa leggenda, Colobraro ha creato una manifestazione teatrale itinerante, sicuramente con lo scopo di attirare turisti, ma che si basa (oltre che sull’esperienza e sui ricordi dei nonni) anche sugli studi di un celeberrimo etnologo nonché storico delle religioni: Ernesto de Martino. Nel 1952 lo studioso organizzò una vera e propria “spedizione” in terra di Lucania, esattamente come avrebbe potuto fare un esploratore tra gli indios dell’amazzonia. Egli utilizzò volontariamente questo termine per sottolineare, così come dice esplicitamente un bellissimo documentario audiofonico, che “gli italiani conoscono, qualche volta, il Congo o il Tibet meglio di alcuni aspetti della loro patria”[1]. L’intento era quello di raccogliere materiale sulla cultura tradizionale del mondo popolare di questa regione ed addirittura di dare un contributo al “riscatto delle plebi” meridionali (non dimentichiamo che il de Martino era uomo di sinistra ed impegnato politicamente) e non già quello di “andare alla ricerca del pittoresco”. Nonostante ciò questo studioso non lasciò contenti i lucani con i suoi studi. Si sentirono toccati nell’intimo e quasi si vergognarono di passare come quelli arretrati culturalmente. In questa stessa manifestazione a Colobraro, nel 2014, ne ho percepito il pregiudizio e la costante difesa della modernità, scandita da frasi esplicite tipo “queste cose sono fesserie” ed è “tutto nella tua mente” quasi come se quel grande patrimonio culturale, così a fondo studiato dall’equipe del de Martino, fosse un reperto archeologico da far visitare ai turisti per poi ritornare nella contemporaneità. Ma dopo sessant’anni quel “mondo magico” descritto dall’accademico è un reperto archeologico?

 

La fascinazione 

Il cuore di tutta la magia popolare lucana è la così detta fascinazione (dalle mie parte si dice “affascino”). Ernesto de Martino la definisce così: “condizione psichica di impedimento e di inibizione, e al tempo stesso un senso di dominazione, un essere agito da una forza altrettanto potente quanto occulta, che lascia senza margine l’autonomia della persona, la sua capacità di decisione e di scelta”. [2] E’ in pratica, il termine locale per definire quella forza maligna che in genere viene definita “malocchio”. Il termine ha una indubbia derivazione latina, da “fascinum” che indicava appunto, un maleficio, un mormorio incantatorio. Questa energia negativa (per dirla alla new age) ha un mezzo fisico attraverso cui esso si proietta sulla vittima ed una passione scatenante. Il mezzo sono, notoriamente, gli occhi, mentre la passione motrice è senza ombra di dubbio, l’invidia che nel dialetto delle mie parti viene definito “mirj “. Ricordo che quando ero piccolo alcuni della mia famiglia prendevano, bonariamente, in giro degli zii che stavano in campagna. Quando si faceva un complimento tipo: “come cresce bene tua figlia!” o “quanti bei conigli!” bisognava aggiungere la formula “for affasc’n” (cioè fuori dall’influsso malefico, che il fascino con ti colga perché non ti invidio), altrimenti questi zii si irrigidivano. L’affascino ha un sintomo molto peculiare: il mal di testa. Proprio per questo, pratica magica e terapeutica si intrecciano e si fondono. Colei (in genere è una donna anziana) che riconosce e toglie l’affascino è anche una guaritrice, sempre. Questa “operatrice” è depositaria di formule magiche di carattere sacro (cristiano ovviamente) atte a togliere l’affascino. Parlo al presente perché ancora oggi ci sono alcune di queste “operatrici”, a volte sono anche ragazze (o ragazzi) a cui la nonna o la zia ha passato queste formule (in un giorno santo), ma che su questa “cosa” mantengono il più assoluto riserbo. Nessuno sa, se non per vie traverse, che qualcuno sa togliere l’affascino. Anche chi lo dice in modo più esplicito, tiene sempre ad una certa riservatezza particolare, quasi come ci si vergognasse. Certo parlare di questi argomenti oggi suona sempre un po’ bizzarro, per lo meno. C’è quindi un freno sociale (chi se ne occupa passerebbe per il superstizioso e ignorante, a maggior ragione se si trova in campagna) ed un freno religioso: se sei un buon cattolico queste cose non le devi fare! Non si vive però, nella maggior parte dei casi un contrasto con la religione professata, in fondo le formule sono cristiane… è solo che il prete fa la predica e non è il caso. Meglio tenere “ammucciate” (nascoste) queste cose. Alla fine è sempre una forma di “occultismo”!

Tornando all’affascino. Ci sono vari modi di operare, ogni praticante segue uno o l’altro. Non si sa se per influenze locali diverse o per cos’altro. Un primo metodo è quello di spegnere in una bacinella d’acqua salata, tre tizzoni ardenti presi dal camino (accessorio indispensabile una volta). Si traccia per tre volte, con la mano sinistra, un segno di croce e per ogni volta si recita un Pater, un Ave e un Gloria. Una volta (adesso non so) si pensava che l’affascino fosse stato più forte se il soggetto che l’aveva scagliato avesse tenuto in mano un oggetto di ferro. In quel caso l’affascino era detto “f’rràt” (affascino ferrato). In questo caso ci voleva una formula più forte la quale presupponeva una sorta di dialogo tra l’operatrice che toglieva l’affascino ed il malcapitato che era stato affascinato. Questa la formula usata nel mio paese:

–           “Ch t’ar affascnat?”

–          “D’occhj, u cor ‘a mend”

–          “Chi t’adda sfasc’nà”

–          “U Padre, u Figghie e ru Spir’te Sande”

(-chi ti ha affascinato? –l’occhio, il cuore e la mente! –Chi ti deve sfascinare? –Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo)

Un secondo metodo di uso a Grottole è una sorta di autocura e si usa in casi particolari. Si versa una goccia di olio nella bacinella e si osserva se l’olio si spande o meno: se si spande è affascino e l’acqua (così come nel primo metodo, alla fine dell’operazione) va buttata ad un crocevia di modo che chiunque passi di la, prenda su di sé la forza malevola, liberando chi ha eseguito il rito. Quasi come se l’affascino fosse una forza indistruttibile, che può solo passare da un essere all’altro. Un terzo metodo che ho individuato è una sorta di rito terapeutico-empatico. Al mio paese si dice “ric a cap” cioè dire, nel senso di leggere, scoprire se il mal di testa è fascinatura.  L’operatrice segna sulla testa dell’affascinato (o addirittura su di un suo oggetto, per eseguire un’operazione a distanza) per tre volte il segno della croce e sente su di sé la forza dell’affascino. Nel mentre recita un Pater, un Ave e un Gloria e se l’affascino c’è, la guaritrice comincia a sbadigliare come se patisse su di se la forza malevola. Con questo metodo si capisce non solo se l’affascino c’è o non c’è, ma anche la tipologia di chi lo ha “fatto”. Se si sbadiglia durante il Padre Nostro è stato un maschio, se si sbadiglia durante la preghiera dell’Ave Maria, è una donna, se invece succede durante la recitazione del Gloria allora è stato un religioso. E già… anche preti e frati possono affascinare! Poi si recita una formula di scongiuro. Alcuni dicono che non si “dice la testa” a chi è nato di Venerdì perché, a quanto pare ne è naturalmente immune.  Bisogna precisare che non sono metodi canonici, ogni operatrice segue una o un mix di più metodi. Non so sinceramente perché, ma ho avuto esperienza di ciò. Cambiano anche le formule soprattutto da paese a paese. Se la fascinazione è la forza ostile contro cui si staglia la magia lucana, diversi sono gli ambiti della vita in cui la fascinazione può colpire. Sono quindi specifici i mezzi di difesa. Schematizzerò in questo breve articolo come ci si difende dall’affascino, ancora oggi, nelle fasi che scandiscono la vita.

 

Nascita 

Il momento della nascita è sicuramente, nella mentalità di tutti i popoli, un momento estremamente delicato in cui le forze malevole possono avere la meglio data l’estrema delicatezza e fragilità a cui la donna incinta e poi, il bambino, sono soggetti. Ancor di più qualche decennio fa quando i casi di morti per parto erano ancora, purtroppo, rilevanti. Ci sono delle vecchie superstizioni che perdurano ancora oggi. Certo nella forma del “non è vero ma ci credo” però… Alla donna incinta viene ancora tributata un’attenzione particolare, frutto di antiche credenze secondo le quali, se non viene offerto, un pezzettino di qualsiasi cosa si sta mangiando c’è il rischio che la cosa non data, ma desiderata, possa rimanere impressa là dove la gestante vogliosa si tocchi. Così se la donna incinta ha voglia di caffè perché magari le viene offerto e da lei viene per “cerimonia” rifiutato e in quel momento lei si tocca per esempio il braccio, il bambino nascerà con la voglia di caffè sul suo braccio (una macchia nera). Si raccontano casi in cui una certa donna abbia desiderato carne di cinghiale e toccandosi il volto abbia “m’rcat” (deturpato) il viso del figlio che sarebbe nato con un neo peloso sul volto. Per scongiurare questo rischio tutti sono ancora molto attenti e gentili nei confronti delle donne incinte. Una volta, quando non tutte le voglie potevano essere esaudite, la donna si toccava il fondoschiena di modo che la “voglia” rimanesse in un posto non visibile ai più. L’idea che tutto quello che possa patire la madre segni in qualche modo il figlio è ancora abbastanza diffuso. Se una donna incinta vede qualcosa di “brutto”, un essere deforme, un animale che suscita orrore o cose del genere, subito si segna il pancione e per rendere più efficace la “purificazione” dal cattivo presagio, sputa a terra. Altra superstizione è non dire, soprattutto agli estranei, di essere incinta fino a quando non è più possibile tenerlo nascosto. Questo proprio per evitare che l’invidia colpisca una situazione già precaria di suo. Spesso si nega questa causa e si giustifica il silenzio con un “non si sa mai!”, ma io sono convinto che la causa sia proprio la paura dell’invidia. Sono rimaste poi tutta una serie di mantiche per pronosticare il sesso del nascituro (se la pancia è a punta, ecc.) e la data del parto (calcolando le lune, si dice che se non cambia la luna la donna non può partorire). Ho visto con i miei occhi una signora calcolare il sesso del nascituro con un piccolo rito alquanto particolare: ha segnato la nuca del fratellino ed ha borbottato qualcosa esordendo alla fine con “je jommne” (è maschio!). Una volta nato, il pargolo veniva una volta protetto con uno speciale amuleto: una borsetta di stoffa a forma quadrangolare entro cui si deponevano un santino e dei nastrini. E’ il così detto abitino che ho visto portare anche a qualche mio amico (un po’ più grandicello). Il contenuto è variabile e “segreto” ma si conoscono alcune componenti il cui simbolismo non sfugge: sale per purificare, chicchi di grano per l’abbondanza ecc. Alla divertente manifestazione “Sogno di una notte a Quel Paese” che fanno a Colobraro lo danno come “pass” per l’evento con l’aggiunta di lavanda per rendere il tutto più profumato e gradevole. Un modo per commercializzare una vecchia “superstizione”!

 

Vita 

Volendo dividere il ciclo biologico dell’essere umano potremmo dire che esso sia scandito da una nascita, una morte ed una fase intermedia che rappresenta la vita stessa fatta di azioni quotidiane. Ci si potrebbe chiedere che cosa sia la vita, ma senza inerpicarsi in discorsi filosofici si potrebbe concludere che la vita è essere, essere nel mondo. Questa condizione viene, nella società del benessere, data quasi per scontato, ma in un mondo come quello contadino lucano del dopo guerra se ne respirava la precarietà giorno dopo giorno. La fame, la malattia dovuta a scarse condizioni igieniche, la pressione psicologica di una società patriarcale, rendevano l’essere una condizione che poteva finire da un momento all’altro perché la morte è concepita come un non essere. I nostri nonni, qui in paese, usano spesso una frase simbolica per restringere il campo della loro azione: “fin a quann ci sug” cioè fino a che sono in vita, quindi fino a che esisto. I riti, le tradizioni, le consuetudini, il ripetersi costante di gesti quotidiani sono una difesa contro le forze del caos che, senza di loro, potrebbero prevalere. Il de Martino descrive bene questa paura dell’uomo: “Un’angoscia caratteristica lo travaglia: e quest’angoscia esprime la volontà di esserci come presenza davanti al rischio di non esserci. La labilità diventa così un problema e sollecita la difesa e il riscatto: la persona cerca di reintegrare la propria presenza insidiata”[3]. La magia appare così come quell’insieme di tecniche che servono all’uomo per riscattarlo da questa crisi e rassicurarlo del proprio “esserci” di heideggeriana memoria, quel Dasein che è “progetto che ricade su se stesso”. Questa è per il de Martino la magia e cala il concetto nella concretezza umana, nella quotidianità, nel dramma dell’esistenza precaria. Questo concetto risponde anche ad altre definizioni che diversi etnologi prima di lui diedero al fenomeno. Lévy-Bruhl, per esempio, la definisce “partecipazione mistica” inquadrandola in un’ottica pre-logica, in cui l’uomo rimasto allo stato primitivo, non distingue tra naturale e soprannaturale. Ma merito del de Martino come riporta un altro grandissimo studioso Raffaele Pettazzoni è: “avere… richiamato l’attenzione sul valore etnologico delle esperienze magiche paranormali”[4]. Se si riconosce una forma di realtà in cui nel corso del dramma esistenziale emerge come riscatto di una presenza in bilico allora la magia è reale. Il de Martino si confronta con un grande pensatore: “Per Hegel la magia consta ancora di superstizioni e di aberrazioni di menti deboli: ma questa antitesi fittizia fra cultura e magia deriva appunto da una persistente limitazione dell’orizzonte storiografico, per cui si riconosce alla cultura, alla libertà e alla storia solo il dominio dei valori tradizionali dello Spirito… senza dubbio la liberazione che si compie attraverso la magia è assai elementare, ma se l’umanità non se la fosse guadagnata , non le sarebbe mai stato possibile porre l’accento sulla liberazione che oggi la affatica, la reale liberazione dello Spirito”[5]

 

Morte

Il ciclo si conclude con la morte che come detto in precedenza, qui, viene vista come annichilimento. Proprio in quanto tale fino a poco tempo fa in Lucania il lutto era strettissimo. Le donne si vestivano di nero per molto tempo, gli uomini non si radevano la barba per quaranta giorni e portavano una fascia nera alla manica sinistra della giacca. Durante la fase del lutto non erano ammessi eventi legati, in qualche modo alla gioia come fidanzamenti, matrimoni ecc. In casa si tappava il camino che all’epoca era la “vita” della casa perché esso non solo riscaldava, ma provvedeva anche alla cottura dei cibi. Data questa situazione di semi-abbandono dovuto al dolore, gli amici e i parenti del defunto portavano del cibo ai famigliari più stretti del defunto. Tale pasto era detto “u cunzl’ “, cioè una consolazione per il dolore subito. Le donne, erano “tenute” a delle lamentazioni funebri molto toccanti e spesso si ingaggiavano delle prefiche a posta. Oggi si è attenuato molto tutto questo insieme di consuetudini, ma in minima parte sopravvive. Si tende per esempio a non accendere la tv o a non fare l’albero di Natale per esempio. I manifesti appesi davanti alla porta del defunto si dice debbano consumarsi con il tempo senza essere strappati così come una volta si faceva per una sorta di cravattone nero che veniva messo sulla porta. Il cibo consolatorio rimane sotto forma di dolce ecc.  ma senza chiamarlo in quel modo perché richiamerebbe alla mente “tempi brutti”. C’è ancora qualche anziano che rende tutti partecipi del dolore con pianti struggenti, esprimendo magari anche il dolore di chi rimane composto, con una funzione stranamente catartica e “lenitiva”. Tutto questo rimane ancora oggi, più vivo in campagna. Sempre in campagna è rimasto anche un rito tenuto molto segreto, forse più per vergogna che per altro. Infatti le forze malevole, possono colpire anche la delicata fase che precede la morte, prolungando un’agonia insopportabile. Spesso queste strane forze erano legate alla stanchezza per la fatica insopportabile. Questo è confermato anche dai modi di dire “non ma fig mang a murì” (sono così stanco che non riuscirei nemmeno a morire, a fare cioè l’ultimo sforzo). In questi casi, si chiama una signora (le stesse praticanti che tolgono l’affascino) che ha il compito di accelerare la morte, ristabilendo l’ordine naturale degli eventi. La signora, arriva in segreto nella casa dell’agonizzante che nonostante le sofferenze non riesce a spirare serenamente. Prende una candela e la passa con formule che solo lei sa, per tutto il corpo del malcapitato. In questo modo è come se, con un gesto di magia simpatica, la vita del sofferente e la vita della candela diventino una cosa sola, di modo che al consumarsi della candela e con lo spegnersi della fiamma, si spenga anche la vita aggrappata, da qualche forza occulta, all’esistenza.   Dopo la morte e la consueta veglia si ritorna a casa ma non senza un gesto particolare che ancora oggi usano fare alcuni abitanti dei borghi lucani: lavarsi le mani. C’è ancora la credenza che il miasma, inteso alla greca come effluvio negativo ed oggettivo quasi di carattere materiale, possa contaminare chi vi viene in contatto. Quasi sicuramente nessuno (o quasi) sa cosa sia il miasma ma molti reputano di malaugurio andare al cimitero e poi andare in casa di qualcuno per una visita, ad esempio. Una volta mia nonna si arrabbiò molto perché una parente le portò le partecipazioni di matrimonio dopo essere passata dal cimitero. E fu proprio lei ad insegnarmi che prima di uscire dal cimitero ci si lavano le mani alla fontanella perché se no: “ports a mort a cas” cioè porti il miasma della morte a casa!

 

Memorie di una cultura popolare

 

Oggi molte sono le manifestazioni di così detto folclore. Tutte queste feste e festicciole non appartengono alla cultura popolare che dicono di rappresentare. Oggi il popolare è di moda, basti pensare agli innumerevoli ibridi di musica o alle più disparate sagre poco inerenti al luogo dove si svolgono. Il popolare è diventato marketing e l’evento sopra citato ne è l’esempio lampante. Questo processo ha probabilmente lo scopo di rendere, manipolandola, la realtà popolare piacevole, vendibile, presentabile. Realtà popolare che fu tutt’altro. Sicuramente difficile, complessa ed a lungo occultata. Oggetto di vera e propria vergogna per le realtà periferiche in cui il progresso è arrivato sotto forma di mito, forse un falso mito creato dalla borghesia per citare il maestro Battiato[6]. Il mondo popolare è fatto di profonda umanità cioè di vita reale di sofferenza, di espedienti, di voglia di sopravvivere alla precarietà della vita. I popoli lucani sono rimasti a lungo isolati dai grandi centri culturali e politici, probabilmente per questo si sono conservati tratti così antichi e così vivi. Infatti non vi sono grandi manifestazioni folcloriche e solo adesso iniziano a spuntare. Quest’anno è stata eletta Matera capitale della cultura del 2019 ma ci si dimentica forse che i Sassi così pubblicizzati recentemente sono stati recuperati solo alla soglia degli anni novanta. Negli anni cinquanta erano espressione di estremo degrado, spazi piccolissimi dove le famiglie coabitavano con gli animali da cortile anche per riscaldarsi. Fino agli anni Settanta nel mio paese si andava a lavorare i campi a dorso d’asino. Questo non è una denigrazione del mio stesso popolo, ma uno sprone a non dimenticare quello che è stato e nello stesso tempo un appello a non vergognarsi di quello che siamo. Il mondo magico fa parte di questo bagaglio storico-culturale e non dovremmo affrettarci a scrollarcelo di dosso o, di contro, sfruttarlo come se fosse una merce, ma conservarlo, almeno nella memoria. Io ho trent’anni e già conservo ricordi di storie e leggende locali come quella del famoso “monachicchio”.  Uno spirito dispettoso che, stranamente, nel mio paese ha una forma femminile (a monachedd). Mi hanno raccontato che in campagna si diverte ad intrecciare le criniere dei cavalli e che se si riesce a rubargli il cappello egli sia pronto a donare un tesoro come ricompensa. Ricordo la leggenda della maledizione del mio paese. Si dice che un monaco, che non ricevette accoglienza, se ne andò stizzito battendo uno con l’altro i sandali facendo volare la polvere e maledicendo in questo modo il paese che da quel momento sarebbe stato battuto dal vento. Sarà sicuramente una leggenda ma oggi, a Rotondella soffiano tutti i venti creati!



[1] Documentario audiofonico storico: la spedizione in Lucania di Ernesto de Martino 1952: http://www.youtube.com/watch?v=BpBeGTA1I-s

[2] E. DE MARTINO, Sud e Magia, Feltrinelli, Milano 1982, CAP I, pag. 8

[3] E. DE MARTINO, Il Mondo Magico, prolegomeni a una storia del magismo, “Universale Bollati Boringhieri” 2007, CAP. II, pag. 73

[4] E. DE MARTINO, il Mondo Magico, recensione al Mondo magico di Raffaele Pettazzoni, pag. 263

[5] Ibidem, CAP III, pag. 221 e 222

[6] FRANCO BATTIATO, Up patriots to arms: “le barricate in piazza le fai per conto della borghesia
che crea falsi miti di progresso”

I segreti della bacchetta

Il simbolismo della bacchetta magica può essere efficacemente migliorato ed elaborato.

di Lupo Ghoran

 

La bacchetta, come sappiamo, e’ l’ arma magica, parte del”quartetto elementale”, corrispondente al Fuoco. Ed e’ proprio partendo da questa corrispondenza di base che ho deciso di sviluppare la mia proposta, analizzando la lettera associata e via via ampliando sempre piu’ il discorso in maniera logica e coerente, fino a giungere alle “ramificazioni” di uno strumento che, tradizionalmente, si e’ sempre visto essere composto da un unica parte lignea – o metallica, nel caso dell’ Ayurveda e della radiostesia, anche se in questi ultimi casi l’applicazione e’ diversa e non finalizzata all’ utilizzo in un rito magico propriamente detto.

La lettera corrispondente all’ elemento Fuoco e’ la Shin, la cui forma suggerisce quella di una triplice lingua d fuoco, e la cui natura ignea la rende affine a quella dello spirito, ignea anch’ essa.

Il “potere”, l’ ingrediente magico e la virtu’ della Sfinge correlata e’ la Volonta’, che pur essendo il veicolo diretto verso il compimento della Grande Opera, e’ di natura duplice, ha un inizio ed una fine. Ma la sua duplicita’ non si ferma a quest’ aspetto.

Oltre ad essere l’ arma magica dell’ elemento Fuoco, ritroviamo la Bacchetta, sottoforma di Caduceo, in pugno ad Hermes, il Mercurio romano, il Thoth egizio dio della magia.

L’ organo corrispondente nel corpo umano e’ il Fallo.

Supponiamo di sovrapporre il Caduceo all’ Albero Cabalistico, facendolo coincidere con il pilastro mediano, come ci suggerisce anche la “storiella” della verga di Aronne, chiamata MThHe HeShQD, il cui valore gematrico corrisponde alla somma dei valori dei sentieri che compongono il pilastro e che connettono Malkuth a Kether (Malkuth-Yesod, Tau, 400 +; Yesod – Tipharet, Samek, 60 +; Tipharet – Kether, Gimel, 3 = 463). Avremo una perfetta rappresentazione della bacchetta ideale, il Caduceo che dal Regno ci conduce alla Corona in via retta, evidenziando la direzione della Volonta’. I due serpenti attorcigliati attorno al bastone di Hermes richiamano al contempo sia la Kundalini che compie il medesimo percorso dal Muladhara all’ Ajna Chackra (corrispondenenti anch’ essi rispettivamente a Malkuth e a Kether ), sia la natura duplice di questa Volonta’ Magicka, tale in quanto composta, su modello universale, da due polarita’, solare e lunare, positiva e negativa, dalla corrente Od e da quella Ob. Da notare che sia la Kundalini che i serpenti del Caduceo sono avvolti in tre spire e mezzo…

Avremo quindi tre componenti, la verga e i due serpenti. Un asse attorno cui due forze opposte si bilanciano e si equilibrano. E qui torna la triplicita’ della lingua di fuoco, Shin.

I grimori ci insegnano a procurarci la Bacchetta tagliando con un solo e singolo colpo il ramo di un albero che risulti il piu’ adatto per forma e lunghezza, e il piu dritto possibile. A seconda del grimorio o della tradizione locale, ci viene suggerito talora il ramo di un Nocciolo, quello di un Noce, di un Frassino, di una Quercia o di una Betulla, o anche di Mandragora. Questi alberi ovviamente non sono scelti a caso, sono tutti connessi a particolari pianeti, ognuno evidenzia un diverso aspetto, e quindi a diverse applicazioni a seconda dello scopo del rituale. Si potranno quindi avere piu’ bacchette, di cui servirsi in funzione del tipo di rituale. Molti maestri pero’ sono concordi nel considerare le armi magicke come un qualcosa di unico, che comincera’ ad essere “caricato” durante la costruzione stessa, e che verra’ consacrato una volta completato, venendo cosi’ “votato” al compimento della Grande Opera (o al raggiungimento del traguardo spirituale-iniziatico, se si preferisce), oltre che a quel particolare aspetto-ingrediente essenziale, in questo caso alla forza di Volonta’, insieme a tutti gli altri elementi dell’ Instrumentaria, altrettanto importanti ed indispensabili, costituendo cosi’ l’ insieme del quartetto elementale: indispensabili, essenziali e basilari sia dal punto di vista meramente pratico-rituale operativo, sia da quello simbolico. Sulla base di questa concezione di “unicita”” dello strumento, mi ritrovo ad essere decisamente piu’ incline, piuttosto che ad un corredo di bacchette selezionate in funzione dello scopo, ad un modello di Bacchetta che sia il piu’ completo, onnicomprensivo e versatile possibile.

Come detto prima, potremo scegliere fra diversi tipi di piante per la costruzione del nostro strumento. Ebbene, ne selezioneremo tre, uno per ogni funzione. Cosi’ come abbiamo detto di aver sovrapposto la nostra Bacchetta all’ Albero, allora potremo dire di seguire quel modello dei tre pilastri che, semplificando, ci fara’ ritrovare con un perno centrale, ed affiancati al quale ce ne saranno altri due, uno per ciascun lato, positivo (Chokmah) e negativo (Binah). Avremo dunque una Bacchetta costituita da tre steli affiancati; la seta che avvolgeremo attorno fungera’ da “collante” non solo per scopo fisico-pratico, ma anche per quello simbolico. A conferma della triplicita’ del corpo-bacchetta abbiamo le tre lingue di fuoco della Shin, triplice anch’ essa,ribadiamo.Fino ad ora abbiamo discusso degli aspetti ignei e mercuriali, che qui riassumo, aggiungendo le altre corrispondenze:Elemento Fuoco; lettera Shin; valore 300; XX Arcano Maggiore, l’ Eone ( o Giudizio); Arma Magicka: Bacchetta; Volonta’
Pianeta Mercurio; lettera Beth; valore 2; I Arcano Maggiore, il Mago; Arma Magicka Bacchetta;

Tutte queste corrispondenze sono inerenti sia alla Bacchetta nel suo insieme,composta da ogni suo “pezzo”, sia, nello specifico, al centrale dei tre steli.

Spostando l’ attenzione su quest’ ultimo, dobbiamo ricordarci che l’ 11 e la Kaph sono rispettivamente il numero e la lettera propri della Magia (vedasi dottrina dell’ 1 oltre il 10, ad esempio. Come saprete, lo stesso Crowley non parlava a caso di “MagicK”…). Affiancati ad essi troviamo il pianeta Giove ed il X Arcano Maggiore, la Ruota. Ed anche qui troviamo la Bacchetta, associata a Giove sia in forma Sephirotica (Chesed), che in forma di sentiero (il 22^, tra Chesed e Netzach). Abbiamo come equivalenti di Giove-Zeus divinita’ come Indra e Thor, tutti a presiedere al Tuono, al Fulmine ed alla Tempesta. Ma, dato il fattore controbilanciante dell’ Albero, a Chesed ed al pilastro destro, positivo e maschile, troviamo pero’ associato anche l’ elemento Acqua; infatti a fianco di Zeus troviamo il fratello Poseidone, dio degli Oceani, con cui si contese il dominio del mondo. Sia Thor, che Poseidone che Zeus (quest’ ultimo in particolare con la Formula del Tetragrammaton. L’ analisi del X Arcano ce lo conferma…) sono conosciuti per essere particolarmente versati nelle Arti Magicke (senza contare poi, che nell’ immaginario collettivo, non a caso, la bacchetta magica sia vista come uno strumento capace di emettere scintille e fulmini!). Ecco forniti i legami delle corrispondenze.

La pianta di Giove e’ la Quercia, e sara’ proprio un ramo di questa pianta che noi porremo al centro. La tradizione norrena vuole che l’ Yggdrasil, il famoso albero che fungeva da axis mundi connettendo i nove mondi distribuiti su tre piani sovrapposti, fosse a volte una Quercia, a volte un Frassino, e a volte addirittura un Tasso. Posto quanto detto fin’ ora, e dato che, anticipo, ci serviremo del Frassino piu’ avanti (per esaltare aspetti comuni ad un altro pianeta), la nostra scelta ricadra’ sulla Quercia per lo stelo centrale: avremo cosi’ uniti gli aspetti di Giove e quelli di axis mundi, aspetto quest’ ultimo suggeritoci anche dalla Ruota (il X Arcano, menzionato prima) quale perno e fulcro centrale. Si noti che “Yggdrasil” significa “il bastone (Drasil) di Ygg”, un epiteto di Odino, il quale presenta qualita’ tipicamente mercuriali, oltre che gioviane.

Va ricordato che la Quercia e’ connessa anche a Marte. Cio’ rendera’ ancora piu’ completo il nostro Strumento dimostrando che la scelta della Quercia non e’ affatto casuale, poiche’ presentera’ sul piano Sephirothico gli aspetti sia di Giove – Chesed, che di Marte – Geburah. Il nostro perno avra’ cosi’ racchiusi in se’ l’ elemento amalgamante – unificante – coesivo di Chesed, e quello opposto disgregante – separatorio – di frammentazione di Geburah. Sintesi e Analisi, Solve et Coagula.

Non contenti di tutto cio’, dulcis in fundo, faccio notare che molte qualita’ della Quercia sono condivise anche dal Noce, che, al pari della Quercia, come ancora non ho detto, sono anche tipicamente solari. E condivide altresi’ con lei la natura Marziale, ma non solo. Il frutto della Quercia e’ la ghianda e quello del Noce, ovviamente, la noce. Anticamente la Quercia veniva chiamata Juglans (Jupiter Glans, il glande di Giove), il genere botanico cui appartiene l’ albero del Noce. Eccoci presentato uno dei motivi per cui a questi due alberi vengono attribuite qualita’ Fallico – Solari, oltre che Gioviane.

Ci si procuri dunque un ramo di Quercia ( o di Noce, lo si trovasse piu’ adatto!) di lunghezza equivalente alla distanza fra il proprio gomito e la punta del dito medio e con un diametro di 1,5 – 2 cm. Lo si lasci seccare e lo si speli con la lama utilizzata solamente per le operazioni magicke, il coltello dell’ Arte. Per quanto riguarda il taglio del ramo dalla pianta, l’ uso della roncola si rivelera’ particolarmente pratico ed efficace, superiore alla falce, indicata per il taglio dell’ erba e arbusti dal fusto esile. La roncola, rispetto al machete, se volessimo andare maniacalmente incontro alla tradizione, ha la lama falciforme, e sara’ quindi piu’ confacente nel caso ci si volesse procurare il ramo durante una particolare fase lunare.

Occupiamoci ora degli altri due steli. Data la natura, come ho ribadito, ignea dello strumento, non avrebbe senso bilanciare attorno al nostro perno due forze espresse in termini elementali opposti fuoco – acqua, nemmeno sarebbe attinente alle correnti Od ed Ob ad esse associate. Saranno quindi ovviamente i pianeti Sole e Luna ad interessarci. La scelta della collocazione di ciascuno dei due steli a destra o sinistra e’ a discrezione individuale; si potra’ posizionare lo stelo lunare a sinistra e quello solare a destra – o viceversa – a seconda della concezione soggettiva di collocazione delle forze e soprattutto della prospettiva da cui si osserva la “mappa”. Ognuno fara’ come riterra’ meglio sia. Il mio consiglio resta pero’, in questo caso, di collocare il positivo a destra ed il negativo a sinistra, sul modello dell’ Albero che stiamo seguendo.

Per quanto concerne il lato lunare, potremo scegliere fra ben tre tipi di piante diverse, tutte squisitamente lunari: Mandorlo, Nocciolo e Betulla ( e altre ancora ve ne sarebbero, ma ho deciso pero’ di limitarmi a proporre le tre sopra per motivi di reperibilita’, come nel caso della Mandragora, piuttosto rara, e/o per motivi pratici, e per non allontanarmi troppo dalle linee guida base tradizionali ).

La Verga di Aronne, di cui parlavo prima, era di Mandorlo. Il Nocciolo resta uno degli alberi piu’ diffusi ed utilizzati da sempre per la costruzione della Bacchetta, che esalta l’ aspetto stregonico connesso a deita’ lunari quali Hecate ed Artemide, al pari della Betulla nella tradizione norrena associata a Freya.

A questo ramo sara’ associata la corrente Ob (AUB, 9, la Luce Astrale).

Si scelga una di queste piante e si proceda come sopra.

Fra le piante solari potremo scegliere fra Frassino, Acacia e Noce (nel caso non ce ne fossimo serviti prima). Trovando che l’ Acacia abbia un sentore troppo da vecchio Aeone, e che il Noce sia troppo sbilanciato, la mia scelta ricadra’ sul Frassino poiche’, oltre a nutrire per quest’ albero una certa personale “simpatia”, trovarlo associato anche a Saturno mi porta a considerarlo ideale per il tipo di corrente dell’ attuale Aeone, che questo modello di Bacchetta cerca di incarnarnare nei suoi aspetti Marziali – Solari – Saturnini.

A questo ramo sara’ associata la corrente Od (AUD, la Luce Magica).

Si faccia la propria scelta e si proceda come sopra.

Servendoci della lama dell’ Arte (o di un pirografo se ne si dispone), a meta’ circa della lunghezza del ramo di Quercia, andremo ad incidere una Ken, la runa torcia del Fuoco della Volonta’, fiaccola Prometeica della Saggezza; ed una Eiwaz, la runa fallica simbolo dell’ Yggdrasil. Per far risaltare i segni incisi, si consiglia di ripassare le rune con un pennellino nero.

Si spennelli e si sfreghi ora ogni ramo con olio di Abramelin ( o con qualsiasi altro olio si sia avvezzi utilizzare per le operazioni magicke ) e lo si lasci impregnare il legno. Oltre a partecipare della consacrazione dello strumento, la Bacchetta cosi’ trattata rifulgera’ di splendore dorato alla luce delle candele.

Da uno scampolo di seta si tagli una striscia di 8 cm di altezza e lunga 36 cm che utilizzeremo come “collante” per avvolgere e tenere insieme i tre steli affiancati a mo’ di triangolo avente per base il lunare ed il solare e come vertice il mercuriale – gioviano. 36 e’ il numero mistico di Hod, oltre che un numero fallico – solare (6×6). 8 e’ invece il valore di ABHe, sinonimo di Volonta’; e di DD, sinonimo di Amore. Sulla parte della striscia che restera’ visibile, andremo a riportare, con un pennello od un pennarello nero, il simbolo alchemico del fuoco affiancandolo su ciascun lato con il simbolo di Mercurio. Avvolgiamo stretta la striscia attorno ai nostri tre steli, in modo da ottenere un unica Bacchetta triplice, lasciando visibile e in superficie questa parte dipinta che ho appena descritto.All’ estremita’ di ogni ramo andremo a collocare le pietre corrispondenti. Personalmente, il mio consiglio e’ di inserirle ognuna in una propria spirale porta – pietre e servirsi poi dell’ anello (dove viene fatta passare la corda per poterla portare al collo ) per poterle legare con dello spago agli steli. Un’ altra valida alternativa, per chi non vuole servirsi di metalli, consiste nel fissaggio con un punto di colla a caldo, metodo efficace ed anche estetico se ci si impegna a dosare la giusta quantita’ di colla applicandola nel punto migliore. Eventuali “bave” potranno essere rimosse con un cutter quando la colla si sara’ indurita.Ramo centrale: Opale o AgataRamo lunare: Perla, Pietra Lunare, Cristallo o QuarzoRamo solare: Crisolito o Topazio (dato il costo non indifferente di certe pietre, specie di queste ultime, e’ possibile sostituirle con valide alternative piu’ economiche che molte librerie esoteriche hanno da offrire in abbondanza. Si consultino anche, eventualmente, i manuali di cristalloterapia )Fatto cio’, si consacri la Bacchetta come si e’ soliti procedere. La nostra Arma e’ pronta.