La Disciplina del Silenzio

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La Meditazione Occidentale

Quando pensiamo alla meditazione, ci viene subito in mente un bonzo con le gambe incrociate che pronuncia la famosa sillaba Ohm. Ovviamente c’è un po’ di confusione nella testa dell’occidentale medio e spesso il monaco tibetano è confuso con il maestro zen se non con il praticante della meditazione Osho style. Fatto sta, ma sembra ci sia un sentore comune nel considerare quella che viene chiamata meditazione una “roba orientale”. In effetti in occidente il termine meditazione viene dal latino meditatio che può avere diversi significati. Il primo è quello che è rimasto di più in Italiano: riflessione. Il riflettere come pensare. Es.: “sto meditando su…”. Altro significato è quello di abitudine. Interessante invece sembra il significato di preparazione inteso anche come esercizio preparatorio. Il verbo meditor quindi (meditare) può indicare sia il pensare, sia il prepararsi inteso anche come esercitarsi, ma anche il praticare.[1] Trovo estremamente interessante nello studio di un concetto partire dalla sua etimologia perché, secondo me, ne rivela il vero senso. La Meditazione è quindi, anche nel mondo occidentale, un esercizio. Il fine di questo “esercizio”, di questa tecnica è, secondo le filosofia orientali l’unione (Yoga) con l’Assoluto. Ora il punto è: si può trovare anche in Occidente una disciplina del genere? Ho sentito spesso frasi del tipo: “Non ha senso parlare di Oriente ed Occidente siamo tutti fratelli!” e devo dire che, pur essendo in accordo in linea di massima, trovo che ci sia un background culturale proprio di un area di mondo più o meno estesa e che la nostra cultura sia figlia di Platone, di sant’Agostino e di Kant piuttosto che di Confucio, di Patanjali e di Milarepa (e mi scuso per la non citazione di altri Big). Ritengo quindi opportuno, almeno a livello di ricerca, volgere lo sguardo alla cultura in cui siamo immersi. C’è da aggiungere che la meditazione è stata “universalizzata” da studi scientifici che hanno identificato le seguenti componenti in comune con tutti i metodi meditativi: rilassamento, concentrazione, alterato stato di coscienza, sospensione dei processi di pensiero logico e razionale e presenza di una attitudine alla autocoscienza ed alla auto-osservazione.[2]

 

Radici spirituali

Nel 1995 lo studioso di spiritualità classica Nuccio D’Anna[3] scrive per il Cerchio un libricino che io reputo un piccolo tesoro, tant’è che ho intitolato questo articolo proprio nello stesso modo: La Disciplina del Silenzio. In esso l’autore scava, con fonti accurate, nel passato dell’occidente fino alle sue radici spirituali ed accompagna il lettore fino alla nascita del cristianesimo ed oltre, tracciando una linea “spirituale” che collega gli orfici alla mistica cristiana. Per quanto di primo acchito possa sembrare quanto meno bizzarro, soprattutto agli occhi di un neopagano, lo studio ha una logica ed una naturale coerenza che lascia impressionati. Nella prefazione scrive: “se la nostra tesi è esatta, ci troviamo di fronte a tecniche di meditazione incentrate attorno al valore spirituale della Memoria, solidali ad esercizi di respirazione tali da far esperire all’ “uomo divino” una condizione di estasi. Il fatto che si possano ritrovare tracce di tali tecniche dall’età arcaica fino al Neoplatonismo, ci dice che questo complesso mitico – rituale era un costitutivo essenziale della cultura spirituale ellenica esattamente come nell’antica Cina, nell’area della civiltà buddhista, oppure nell’India classica dove, com’è noto, la raffinata speculazione presuppone sempre esercizi di meditazione che lo yoga “classico” di Patanjali ha reso organici ed “ordinati”. A noi sembra dimostrare la stessa cosa in Grecia, dove il Pitagorismo pare aver costituito il “luogo” che ha sostanzialmente riformato ed “organizzato” l’esperienza degli estatici arcaici rendendola “assimilabile” da parte di un filosofo come Platone, per di più in un epoca che certamente guardava altrove. Lo stesso Neoplatonismo, con i suoi debiti verso i rituali teurgici, dal punto di vista spirituale non fa che riprendere tutta l’esperienza mistica della civiltà antica e riadattarla in vista del compito di ridare basi nuove al mondo tardoantico ormai agonizzante.” Lo studio è quindi chiaro, si trovano tracce di tecniche meditative che dagli estatici arcaici passano al pitagorismo che li trasforma (li “intellettualizza”) passandoli alla filosofia platonica che si trasformerà poi in un pozzo dal quale tutto il cristianesimo attingerà. Ripercorriamo brevemente queste tappe. Agli albori della cultura ellenica ci furono degli uomini detti “divini”, degli estatici erranti che usano strane sostanze per “separare l’anima dal corpo”, essi conoscono il futuro e viaggiano di villaggio in villaggio purificando persone e comunità. Si diceva di questi personaggi che vivessero con Aletheia (la Verità) e che operavano cose straordinarie. Uno di essi fu Epimenide di Creta. Egli era un iniziato ai rituali di Zeus Ideo a Creta (Strab., 10, 468) ma anche interprete di Apollo. Questa divinità in particolare è legato a tutti gli estatici arcaici come Abaris che si diceva provenisse dall’Iperboreide, la terra di Apollo e Aristea che dal racconto di Erodoto era veramente ispirato da Febo. (Aristea è legato anche alla mia terra perché si racconta che fece costruire un altare ad Apollo proprio a Metaponto). Altro famoso estatico fu sicuramente Empedocle che scrisse degli inni sacri ad Apollo e di cui si raccontava che potesse dominare i venti, resuscitare i morti, provocare la pioggia e di guarire. E’ Empedocle stesso che ci riporta testimonianze importanti (a nostro interesse) su colui che sicuramente è il personaggio più conosciuto di tutti: Pitagora. Empedocle ci racconta che un uomo di straordinaria sapienza (Pitagora appunto) quando “tendeva la potenza del suo diaframma” (in greco prapides) acquistava una sapienza straordinaria (fr. 129). Ed è lui stesso che dà valore alla tecnica pitagorica quando dice: “felice colui che ha acquistato la ricchezza di prapides divine”[4] Se consideriamo che Empedocle era anche un guaritore e quindi avvezzo alla terminologia specifica legata all’apparato respiratorio (diaframma) capiamo come quella descritta è una vera e propria tecnica del respiro. Questi esercizi respiratori verranno verosimilmente ripresi dai neoplatonici ed è addirittura un Oracolo dello stesso Apollo che lo descrive: “la corrente che si separa in alto dallo splendore di Febo/ e racchiusa nel puro respiro sonoro dell’aria/ ricade incantata mediante canti e parole ineffabili/ sul capo del ricevente puro:/ riempire il soffice rivestimento delle tenere membrane, / ascende attraverso lo stomaco e, sorgendo ancora, / produce un amabile canto dallo strumento mortale”. Questo oracolo viene riportato ed opportunamente commentato da Porfirio che parla di pneuma che discende nel corpo cioè il respiro e che ne esce emettendo un suono dalla bocca. [5] Questo solo per fare una cronistoria delle tecniche respiratorie e per non dilungarmi, ma si potrebbe citare ad esempio Socrate e le sue esperienze di raccoglimento e di concentrazione. Nel Simposio (Symp., 175 a – b) Platone ci racconta che il suo maestro stette fino all’alba in meditazione “com’ è sua abitudine” , durante una preghiera al Sole. Si racconta anche che a Pontidea rimase per un intero giorno in meditazione per “dimorare solo in sé stesso”. Notizie più precise, seppur storpiate e capovolte dall’ironia tipica di Aristofane è nelle sue Nuvole: “Nessuna concentrazione. Non riportare il pensiero su se stesso. Lascialo andare un po’ nell’aria come un insetto tenuto da un filo” (ivi, V, 76, 109). Tali cenni sembrano alludere ad una tecnica che prevedeva il ritorno del pensiero su se stesso. Tutto ciò non può non rimandare all’importanza di Mnemosyne (la Memoria) presso i pitagorici. E qui toccherò solo brevemente i Versi Aurei in cui si consiglia a chi volesse intraprendere la vita pitagorica di contemplare le azioni giornaliere, una sorta di esame di coscienza che preparava alla contemplazione dell’eternità. C’è da dire che probabilmente fu proprio la scuola pitagorica la fucina sapienziale e mistica in cui si crearono delle vere e proprie tecniche di meditazione che purtroppo però non furono codificate in testi come in Oriente. Bisognerebbe ricordare infine anche un’altra corrente spirituale che toccò il nostro Occidente: l’Ermetismo. Nel Corpus Hermeticum si parla di vere e proprie esperienze mistiche di contemplazione della divinità. Queste esperienze, anche se non possono essere imbrigliate in delle tecniche specifiche, si ritroveranno poi in tutta la Mistica Occidentale avendo alcuni caratteri comuni come l’abbandono totale della coscienza sensibile a cui fa da contraltare un estrema vigilanza spirituale. Altro aspetto caratterizzante è la visione di tutte le cose nella loro unità. Un disvelamento del tutto sub specie aeternitatis, per utilizzare un termine della Scolastica. Ultimo aspetto è il ricongiungimento con il Logos, la conoscenza Divina. Non dimentichiamo che l’aspetto centrale dell’ermetismo è, per l’appunto, la Gnosi.

 

Neoplatonismo

Particolare attenzione va dedicata alla corrente che fu definita poi, neoplatonica e cioè la scuola platonica che, rielaborata da Plotino si “arricchisce” di Maestro in Maestro fino a penetrare nel cristianesimo stesso. Esso rappresentava la vera cultura occidentale tardoantica e grazie ad esso fu possibile elaborare un sistema “pagano” da contrapporre al sistema cristiano. Ora come nelle speculazioni indiane, il neoplatonismo punta molto all’ascesi ed alla purificazione e diverse scuole rielaborarono anche gli antichi rituali teurgici. Se partiamo dal “capostipite” notiamo che “ciò che Plotino aveva in vista con tutti questi esercizi, riflessioni, letture, meditazioni e mortificazioni, era agire sulle anime imponendo loro una sorta di ritiro spirituale; egli voleva purificarle, staccarle dal contatto della materia e condurle all’estasi, cioè alla vita in Dio[6]. Il fine del Maestro era quella “fuga del solo verso il Solo” a cui dedicò tutta la sua vita. Per quanto riguarda il rapporto con la materia c’è da dire che il Neoplatonismo è una filosofia che contempla il monismo. Tutto è compenetrato dalla scaturigine prima che è l’Uno. Per comprendere il concetto non si possono non suscitare delle immagini, come si faceva già all’epoca della scuola plotiniana. Immaginiamo l’atto creativo dell’origine prima, la fonte divina che Plotino chiama l’Uno, come l’eruzione di un vulcano. L’Uno non crea ex nihilo volontariamente (come fa il dio biblico quando ordina “fiat lux”) ma lo fa per una sua intrinseca sovrabbondanza, ed esattamente come fa un vulcano, eruttando lascia cadere tutta l’esistenza. La sua estrema propaggine (la lava che allontanandosi dalla fonte si raffredda) è la materia, che però in quanto tale ha ancora al suo interno il fuoco divino. Solo la materia in quanto tale, come concetto limite è la negazione dell’Uno e quindi il Nulla. Ma Plotino dice esplicitamente che la materia come tale non esiste. Ci sono quindi diversi livelli del reale, le famose Ipostasi che degradano energicamente fino alla materia. Dato questo processo, il filosofo si sforzerà di risalire verso la fonte spirituale originaria. Tornare all’Uno non è un sovvertimento della realtà ma con grande sforzo il filosofo può cogliere la propria appartenenza al principio primo. L’estasi di Plotino è un uscire da se, ma per rientrare nel Sé più autentico, per cogliere nell’Uno il principio che ci ha generato e non un estraniazione. Questa “risalita”, che è esattamente la stessa che tutte le tecniche spirituali prevedono, ha tre gradi. La prima è la Conoscenza (la gnosis), dopo di che si procede ad un Avvicinamento per poi giungere all’Unione vera e propria. La condizione di questa ascensione non è indicata in un genere di vita moralmente corretto, che ovviamente è necessario, ma nello “svegliare nel proprio cuore i pensieri divini” i quali, assieme ad una “assidua frequenza del culto divino” costituiscono le vere premesse per l’Unione. In questo processo il maestro è accostato da Plotino a quella del sacerdote, esso può accompagnare il discepolo al vestibolo, ma oltre la soglia ciascuno va da se. Per ritornare all’importanza del culto nelle pratiche neoplatoniche basti citare Marino, che nella biografia del suo maestro (la Vita di Proclo) farà spesso riferimento a queste pratiche scandite da veglie notturne durante le quali adorava gli dei ed in particolar modo il Sole. La mistica solare (che riprende quella tipica degli estatici arcaici) è tipica di tutti i maestri neoplatonici. Il Sole è simbolo visibile dell’Uno e lo si prega di trasferire nell’interiorità dell’orante l’essenza del potere solare evocato. E’ un nume in qualche modo salvifico (teniamo presente che la simbologia ed alcuni aspetti cultuali solari si trasferiranno nel culto di Cristo) e possiamo desumerlo dai bellissimi inni tardoantici, uno per tutti quello contenuto nel De Nuptiis philologiae et Mercurii di Marziano Capella, “Concedi, padre, al mio spirito di ascendere ai cori dell’etere” (II, 195 – 196). E’ quindi una mistica che esalta in modo particolare la visione interiore che conduce allo stesso piano divino che il sole personifica in una dimensione provvidenziale. Questo adeguare il pensiero all’Oggetto Divino ha un metodo particolare simile a quello orientale che evidentemente contempla una forma di concentrazione mentale e distacco dal mondo. Ciò che si intende per concentrazione mentale è chiaro ancor prima di Plotino, già da Numenio di Apamea: l’agire sul pensiero razionale comporta una disciplina della mente che è volta a superare l’attività logico-discorsiva che di per sé non è adatta a raggiungere il divino, di per se inconoscibile. Ecco quindi che alla conoscenza logico-discorsiva, in questo processo di risalita, è necessario sostituire una conoscenza noetica cioè intuitiva che porta il pensiero a superare il dualismo per ritrovare quell’unità che è specchio dell’unità divina. In Porfirio questa dottrina è ripresa nell’ambito di una indagine etica ed ascetica. Nell’Epistula ad Marcellam, X, scrive: “ti sforzerai di rientrare in te stessa raccogliendo via dal corpo le tue facoltà disperse e ridotte in molteplicità, lontane dall’unità […]. Raccoglierai e unificherai le tue intime facoltà se cercherai di articolarle quando sono disordinate e di riportarle alla luce quando sono ottenebrate”. Questa tecnica comincia a farsi sempre più chiara e si capisce che non è un modo di fare isolato ma un modus operandi comune a tutta la scuola. Anche l’ultimo scolarca, Damascio così si esprime nel De Principiis, I, 4: “Se noi facciamo agire anche l’intelletto unitario, e se questo si raccoglie, con gli occhi chiusi, in se stesso, tuttavia quest’ultimo giustamente si semplifica risalendo fino all’Uno, ove vi sia ancora qualche conoscenza dell’Uno”.

 

L’accoglimento della tradizione nel cristianesimo: esicasmo, mistica renana e lectio divina.

In Occidente a differenza che in Oriente la religione che si è posta quale riformatrice culturale ha, nel tempo, annientato la vecchia religiosità. La stessa cosa non è avvenuta in India, ad esempio, dove il Buddhismo non ha annientato né l’induismo in India né il taoismo in Cina e così via.  Tuttavia la tradizione spirituale si è riversata nel nuovo culto e seppur riadattata, se ne possono ancora trovare tracce. Padre Lanfranco Rossi scrive a proposito un interessantissimo saggio[7] il cui studio intende dimostrare come le tecniche meditative dei padri esicasti non sono che l’eredità diretta delle pratiche di elevazione spirituale conosciute ai filosofi pagani.  I primi scritti sull’esicasmo sono di un certo Evagrio Pontico (346 – 399), che era per l’appunto, un neoplatonico. Con molta probabilità quindi l’origine stessa della tecnica è di matrice neoplatonica. Altra dimostrazione di una probabile origine non cristiana dell’esicasmo può essere il fatto storico che ci volle un Concilio nel 1351 in cui fu definitivamente riconosciuta l’ortodossia esicasta. (Concilio che si connotò sicuramente di risvolti politici ma che lascia capire come questa pratica venne vista sempre con sospetto ed ancora oggi comunque essa non è praticata dalle chiese così dette occidentali, tranne piccoli teologi indipendenti). L’esicasmo che dai Padri del deserto, attraverso i due S. Gregorio e S. Giovanni Climaco viene custodito nel Monte Athos è una tecnica psico-fisica in cui il Silenzio rivela una dimensione attiva annullando la dialettica tra soggetto e oggetto (in perfetto stile neoplatonico). L’uomo per l’esicasmo ha un centro di equilibrio spirituale. Questo “altare di Dio” è il cuore (naturalmente non semplicemente l’organo fisico) ed è letteralmente il “luogo” sede della Presenza divina. Attraverso la ripetizione ritmica della formula “Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore” si tende a focalizzare nel cuore l’attenzione dell’orante svegliando le Virtù divine che il Nome veicola. E’ un vero e proprio Mantra cristiano. L’esicasta si siede in un luogo appartato, poggia il mento sul petto e porta la sua attenzione all’ombelico. Proprio come nella mistica ebraica della Merkavà. La concentrazione del pensiero sull’ombelico esprime la volontà di trovare il proprio “centro”. I testi insistono molto anche sulla regolazione del respiro e sui ritmi del cuore. Altra “ondata mistica” interessante è quella così detta renana sorta proprio allo sciogliersi delle fredde speculazioni scolastiche nell’occidente del secolo XIV. Scrive Nuccio D’Anna: “Ci si baserà allora sull’autorità di Sant’Agostino e di San Bernardo, si approfondiranno i neoplatonici della scuola di Chartres e si mediterà sulla mistica delle Tenebre dionisiana, in uno sforzo unificatore di teologia e mistica che rivestirà aspetti di vera Schola contemplativa continuatasi fino alle soglie dell’età umanistico- protestante.”[8]. Lo stesso Meister Eckhart farà un parallelismo tra Dio che è Quiete e l’uomo che deve farsi quiete per raggiungere Dio a cui si può solo “alludere” e non di certo pensare. Il distacco è considerato metodo essenziale. Bisogna rientrare in sé stesso e riscoprirsi uno di fronte al molteplice e proprio in questo si ritrova l’anima simile a Dio che è abisso insondabile. Nel XII secolo, un monaco certosino di nome Guigo II nell’operetta Scala claustralium, meditando su un passo del vangelo, codificò il metodo noto ancor oggi col nome di lectio divina. Questo metodo prevede una “scala” verso Dio fatta di quattro gradini: lectio, meditatio, oratio, contemplatio. L’obiettivo non è portare a termine un certo numero letture, ma entrare in contatto con Dio attraverso la lettura delle Sue parole. A questa tecnica si aggiunge al raccoglimento, alla concentrazione e alla calma una sorta di meditazione attiva, una visualizzazione del passo scelto. In questo caso la Scrittura è uno strumento di meditazione. La lettura è finalizzata non tanto al conoscere o al comprendere il testo letterale, ma a raccogliere messaggi, ispirazioni e suggestioni del testo sacro. Il Catechismo della chiesa cattolica ricorda “La meditazione mette in azione il pensiero, l’immaginazione, l’emozione e il desiderio.”[9] Del resto anche santa Teresa d’Avila insiste sullo sforzo necessario del lavoro interiore. Questo lavoro consiste essenzialmente nel cercare di calmare l’irrequietezza della mente che è data, nel linguaggio classico di Teresa, dalla dispersione delle potenze, o facoltà, dell’anima: intelletto, memoria e volontà.

 

Rielaborazione parallela. Le scuole esoteriche occidentali

Parallelamente al culto ufficiale, come è d’abitudine in Occidente, si sviluppa il pensiero magico. Come è stato più spesso sottolineato la Magia può essere considerato lo Yoga dell’Occidente ed ha quindi una serie di tecniche che portano all’unione con l’Assoluto. Ovviamente per Magia si intende quello che intendeva Giamblico e cioè Opera Divina, Teurgia e non le malie delle contadine. In questo caso il punto di riferimento diviene la mistica ebraica, la così detta Qabbalah. G.Scholem distingue nella Qabbalah vari elementi di origine straniera completamente assimilati nel giudaismo, attribuibili principalmente all’influenza dell’apocalittica e del pensiero ellenistico, ai quali più tardi si sono aggiunte idee gnostiche e neoplatoniche. Nel corso dei secoli da essa promanerà la così detta Cabala cristianeggiante ed ermetica e che, nel rinascimento, si arricchirà delle speculazioni dei Filosofi Naturali, ovviamente neoplatonici. Le scuole esoteriche occidentali riprenderanno questo milieu culturale. L’esoterista W. E. Butler scrive: “la vera magia ci conduce alla unione conscia con l’Io interiore, il Dio in noi …”[10] La meditazione è concepita quindi come una delle Chiavi della magia ma non solo: gli esercizi meditativi, sono il fondamento essenziale, la base, su cui poggia tutta la via del raggiungimento magico. I primi esercizi dell’addestramento magico riguardato proprio il consapevole controllo del respiro ed il rilassamento del corpo. Vi è quindi una Concentrazione. La necessità di una costanza assidua e tenace è stata simboleggiata dagli alchimisti nell’ “Acciaio dei Saggi”, necessario alla operazione prima della composizione del Mercurio, il quale dovrà in seguito agire sui metalli, simboli delle affezioni terrene, che dallo stato di iniziale impurità loro propria, gradatamente sublimati all’ultima perfezione di potenze cosmiche, possono congiungersi all’Essenza identificandosi nella perfezione dell’Opera.

La Tecnica

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Veniamo ora alla tecnica che potrebbe emergere da questo leitmotiv della spiritualità occidentale. Per farlo senza dilungarmi troppo citerò tre fonti.

La prima è Tommaso Campanella: “Bisogna eleggere un luogo, nel quale non si senta strepito d’alcuna maniera, all’oscuro o al barlume di un piccolo lume, così dietro, che non percuota negli occhi, o con occhi serrati.

In un tempo quieto et quando l’uomo si senta spogliato d’ogni passione, tanto del corpo, quanto dell’animo.

In quanto al corpo non senta né freddo ne caldo, non senta in alcuna parte dolore, la testa scarica di catarro e dai fumi del cibo et da qualsivoglia umore; il corpo non sia gravato di cibo, né abbia appetito né di mangiare ne di bere, né di purgarsi, né di qualsivoglia cosa; e stia in questo luogo posato a sedere nella maniera più comoda, appoggiando la testa alla mano sinistra, o in altra maniera più comoda.

L’animo sia spogliato d’ogni minima passione o pensiero, non sia occupato né da mestizia o dolore, o allegrezza o timore, o speranza; non pensieri amorosi, o di cure famigliari, o di cose proprie o d’altri; non di memoria di cose passate o di oggetti presenti, ma essendosi accomodato il corpo come sopra, deve mettersi là, et scacciare dalla mente di mano in mano tutti i pensieri che gli cominciano a girar per la testa.

Et quando ne viene uno, subito scacciarlo, et quando ne viene un altro, subito anco lui scacciare, insino che non ne venendo più, non si pensi a niente al tutto, et che si resta del tutto insensato interiormente ed esteriormente, et diventi immobile come se fussi una pianta o una pietra naturale: et così l’anima, non essendo occupata in alcuna azione, né vegetabile, né animale, si ritira in se stessa, et servendosi solamente degli istrumenti intellettuali, purgata da tutte le cose sensibili, non intende le cose più per discorso, come faceva prima, ma senza argomenti e conseguenze. Fatta Angelo [l’anima] vede intuitivamente l’essenza delle cose nella loro semplice natura, et però vede una verità pura, schietta, non adombrata, di quello che si propone speculare. Perciocchè avanti che si metta all’opra, bisogna stabilire quello che si vuole o speculare, o investigare et intendere; et quando l’anima si trova depurata proporselo davanti, et allora gli parrà di avere un chiarissimo e risplendente lume, mediante il quale non gli si nasconde verità nessuna.

Et allora si sente tal piacere e tanta dolcezza che non vi è piacere a questo mondo che a quello si possa paragona: né anco il godimento di cosa amatissima non ci arriva a gran pezzo.

In tale maniera, che l’anima, pensando di avere a ritornare nel corpo per impiegarsi nelle vili opere del senso, grandemente si duole et senz’altro non ritornerebbe mai se non dubitasse che per la lunga dimora in tale estasi si spiccherebbe al tutto dal corpo.

Perciocchè quelli sottilissimi spiriti nei quali ella dimora se ne sagliano al capo, e però alcuni sentono un dolcissimo prurito nel capo dove son gli istrumenti intellettuali: et a poco a poco svaporano, i quali se tutti svaporassero, senz’altro l’uomo morrebbe.

Et però sono più atti a quest’estasi quelli che hanno il cranio aperto per la cui fessura possano esalare alquanto gli spiriti; altrimenti se ne raduna tanti nella testa che l’ingombrano tutta, et gli organi per così gran concorso si rendono inabili.

Questa credo che sia l’estasi platonica della quale fa menzione Porfirio, che da questa Plotino sette volte fu rapito, et egli una volta; essendo che di rado si trovan tante circostanze in un uomo.

Con tutto ciò, in due o tre anni potrebbe anco succedere tre o quattro volte; et quelle cose che allora si intendono, bisogna subito scriverle et diffusamente, altrimenti voi ve le scordereste et rileggendole poi non l’intendereste”[11]

La seconda fonte è W.E. Butler che nel suo Apprendista Mago da delle istruzioni al suo allievo riguardo la meditazione: “Nelle nostre scuole occidentali solitamente impieghiamo quella che è nota come posizione della “forma divina”. Viene ottenuta in questo modo: siedi eretto sulla tua sedia con la spina dorsale dritta il più possibile; evita di incurvarti. Ricorda che la spina dorsale possiede una leggera curvatura naturale; quindi mantieniti eretto ma stai attento a non sforzare la schiena. I piedi dovrebbero essere appoggiati dritti sul pavimento, le ginocchia unite e le mani dovrebbero essere poste sulle ginocchia. Non incrociare i piedi o le mani in questo esercizio. La posizione è quella di alcune statue egiziane di faraoni… ora devi cominciare a rilassarti… “[12]

La terza viene dagli studi del Gruppo di Ur:” Si cominci in un luogo possibilmente quieto e silenzioso, cercando di eliminare ogni ostacolo esterno alla buona concentrazione, e si assuma la posizione più comoda e più adatta, cosicché il corpo non abbia a risentire il menomo fastidio e non eserciti alcuno sforzo muscolare, abbandonandosi completamente, in posizione di assoluto riposo. È consigliabile l’uso di una poltrona con alto schienale e bracciuoli atti a sostenere completamente gli avanbracci… Tema iniziale della concentrazione è il liberarsi dal modo abituale di pensiero, sentendo il proprio pensiero come qualche cosa di reale, di fisso, di materiale, di massiccio che è nella mente, nel cervello, e si condensa e si raccoglie tutto là dove ha sede, ed acquista tale densità e consistenza che viene stretto, viene afferrato, dominato completamente, preso e posto fuori dal corpo e fuori mantenuto. In questo atto avviene una graduale divisione fra lo spirito cosciente, puramente cosciente di ciò che compie, e l’atto stesso, in quanto compiuto dallo spirito, come qualche cosa che dallo spirito è fuori, su un altro piano di “densità” e con altra e diversa natura; e lo spirito, a poco a poco, concentrandosi, nella tensione di determinare e di sentire il pensiero così concreto, se ne distacca come atto di coscienza… Un altro metodo di concentrazione, più perfetto, ma anche più difficile, consiste nel non occuparsi del pensiero, abbandonandolo a sé stesso, finché, privato della vitalità che gli deriva dall’attenzione, permanga inerte, né più turbi il puro atto di coscienza spirituale. In tale stato è il silenzio.”[13]

 

Considerazioni

Lo scopo di questa breve trattazione è mettere in evidenza la portata spirituale delle diverse scuole occidentali che nulla hanno da invidiare all’Oriente. Molto spesso nelle vie neopagane ed esoteriche si prendono a prestito dall’Oriente tecniche di meditazione che forse poco comprendiamo, non capendo fino in fondo concetti chiave come l’Anatta Buddista o il Moksa induista. Va benissimo fare un percorso serio in una scuola Yoga ecc. ma è altrettanto importante capire le nostre stesse radici spirituali. Di fatti per quanto aperta la nostra mentalità possa essere è fuori da ogni ragionevole dubbio che la cultura che ci ha visti nascere ha influenzato il nostro modo di pensare e di essere, la nostra etica e la nostra spiritualità, anche quando (e, anzi, forse a maggior ragione) la rifiutiamo. Ovviamente con Occidente intendo quell’area geografica accumunata da un certo tipo di cultura variamente influenzata dalla filosofia greca, dalla cristianità e dalle idee illuministe. Prendere a prestito concetti dalle più svariate culture perché ci fa comodo non è solo moralmente criticabile ma, secondo me, inutile perché si rischia di creare un contenitore, un bel mosaico ma che all’interno è completamente vuoto. Nel costruire la nostra “filosofia di vita” credo sia più utile partire dai concetti di cui facciamo esperienza nel nostro vissuto per poi magari correggerne il tiro. In ultimo c’è anche da dire che a livello esoterico le menti dei gruppi hanno una loro specifica consistenza ed importanza, a buon intenditor…

 

 

 


[1] Il, vocabolario della lingua latina – Castiglioni, Mariotti.

[2] Alberto Perez-De-Albeniz, Jeremy Holmes, Meditation: concepts, effects and uses in therapy in International Journal of Psychotherapy, vol. 5, nº 1, marzo 2000, pp. 49–59

[3] Nuccio D’Anna è laureato in filosofia ed ha collaborato con il CNR e con riviste di grande prestigio culturale.

[4] Diel-Kranz, FVS, I, pp. 365, 5 sgg

[5] Porfirio, ap., Eus., Praep. Ev., V, 8, 11 e 12

[6] Bidez, Vie de Porphyre, le philosophe neoplatonicien, Grand, 1913, p. 47

[7] ROSSI LANFRANCO, I filosofi greci padri dell’esicasmo. La sintesi di Nikodemo Aghiorita, Il Leone Verde, 2000. Padre Lanfranco Rossi ha conseguito all’Università di Padova la Laurea in Lettere con indirizzo in Storia delle Religioni. Ha studiato al Pontificio Istituto Orientale fino a conseguire, nel 1993, la licenza in Scienze ecclesiastiche Orientali e, nel 2000, il Dottorato in Teologia patristica orientale, sotto la guida di una figura dello spessore intellettuale e spirituale del padre gesuita, poi cardinale, Tomáš Špidlík. Il volume in questione è la pubblicazione della sua tesi di dottorato.

[8] NUCCIO D’ANNA, La disciplina del silenzio. Mito, mistero ed estasi nell’antica Grecia, Il Cerchio, Appendice C, pag. 189

[9] CATECHISMO CHIESA CATTOLICA – PARTE QUARTA -SEZIONE PRIMA – CAPITOLO TERZO – ARTICOLO 1 – II. La meditazione, 2708

[10] W.E. B UTLER, Il Mago – esercizi e pratiche magiche, Hermes Edizioni, pag. 195

[11] Prattica dell’Estasi Filosofica [testo attribuito a Tommaso Campanella,

tratto dal primo volume delle Opere di Tommaso Campanella

edite a cura di Alessandro D’Ancona, Torino 1854]

[12] W.E. B UTLER, L’Apprendista Mago, la Via della realizzazione Magica, Hermes Edizioni, pag. 36 – 37

[13] Introduzione alla Magia, a cura del Gruppo di Ur – volume primo, Edizioni Mediterranee Roma, pag. 30 – 31

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1 Response

  1. Roberto cardia scrive:

    Davvero molto interessante

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