Celti senza druidi

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Il druidismo come fenomeno non pan-celtico

di Mauro Ghirimoldi

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Oggigiorno parlare di Celti fa subito venire in mente la loro casta sacerdotale, i druidi, i quali paiono irrimediabilmente connessi a questa popolazione; ciò pare tuttavia essere un errore, poiché la loro diffusione risulta, dalle fonti, estremamente limitata nel tempo e soprattutto nello spazio. Ritenere che nell’Italia settentrionale ci fossero druidi, ad esempio, è un errore grossolano. Vediamo perché.

 

Una collocazione temporale

Il primo dato da tener presente a riguardo è che le testimonianze del druidismo (soprattutto letterarie, e anche quelle archeologiche, poche o presunte che siano) possono essere ritrovate unicamente nella cultura di La Tène, vale a dire dal VI secolo a.C. in avanti: in precedenza, ovvero durante il periodo Hallstatt (XIII-VII secolo a.C.) non abbiamo traccia alcuna della cultura druidica, e questo non può che indurci a ritenere che la nascita di questa istituzione sia puramente latèniana.

Pare scontato che la cultura orale del druidismo ci abbia privato di testimonianze dirette, e tuttavia quelle degli autori classici non sono ignorabili: le più antiche (del I secolo a.C.) sono, oltre a Cesare, quelle di Diodoro Siculo e Strabone, per quanto si è ritenuto che essi abbiano tratto queste informazioni da testi oggi perduti di Posidonio di Apamea (135-50 a.C.). Questo se non altro ci concede una griglia cronologica relativamente precisa: il druidismo sarebbe dunque nato tra il VI e il II secolo a.C., poco prima o durante quello che è considerato l’apogeo della civiltà celtica ma, come abbiamo visto, molto più di recente rispetto alla nascita della cultura stessa.

 

Cesare, Livio… e i druidi?

La testimonianza più importante resta ovviamente quella di Cesare, che in questa sede ci interessa non tanto per la sua descrizione della casta druidica, ma proprio in ragione della sua stessa esistenza: a differenza degli altri autori sopraccitati (che si rivolgevano a un pubblico di lingua greca), il condottiero romano non avrebbe avuto ragione di descrivere i sacerdoti dei Celti ai suoi connazionali, in particolar modo trattandoli come fossero qualcosa di esotico e particolare, se essi fossero già stati noti ai suoi lettori. Non dobbiamo infatti dimenticare che popolazioni celtiche erano stanziate da lungo tempo in Italia, e con esse i Romani avevano avuto molto a che fare prima di conquistarle: si parla qui di Senoni, Boi, Cenomani, Insubri e di tutte le tribù del centro e nel nord Italia. Possiamo dunque ritenere, credo senza troppi dubbi, che costoro non avessero druidi (anche il vista della totale mancanza di fonti archeologiche), e un discorso analogo si può fare per gli abitanti della Gallia Narbonense (l’attuale Francia meridionale), conquistata nel 121 a.C., dunque dopo l’ipotizzato periodo di nascita del druidismo.

In effetti lo stesso Livio, parlando dei rituali svolti dai Boi dell’Emilia Romagna sul corpo dello sconfitto Postumio, nel 215 a.C., nomina come figure addette al culto un sacerdote e degli antistites (coloro che sovrintendono al tempio), i quali non rientrano nella celebre tripartizione della casta druidica riportata da Strabone (formata appunto da druidi, indovini e bardi); l’autore romano però si premura di specificare che essi non sono sacerdoti, ma semplici aiutanti del sacerdote stesso, che resta comunque uno solo. Torneremo più avanti su questo punto.

I Celti dell’Italia, comunque, non erano certo gli unici a non possedere la celebre casta sacerdotale: non dobbiamo dimenticare, ad esempio, che i Celtiberi (vale a dire quelle popolazioni celtiche stanziate nell’attuale Spagna) si scontrarono coi Romani nel II secolo a.C., e allo stesso modo nessuna fonte letteraria (né archeologica, in realtà) parla di druidi presso di loro.

Andando indietro nel tempo, va ricordato che i Greci conobbero a loro spese i Celti dell’Europa orientale: nel 281 a.C., infatti, un’invasione di queste popolazioni stanziate in Pannonia (regione oggi compresa fra Austria, Ungheria, Slovenia e Croazia) travolse la penisola balcanica, per poi fermarsi in Asia Minore, in quella che venne chiamata Galazia. Di fatto, testimonianze di cultura druidica nell’Asia Minore, in Grecia e in Pannonia ovviamente non esistono; l’unico rimando (e che potrebbe trarre in inganno) si trova in Strabone, il quale riporta che i Galati dell’Anatolia avevano un luogo ove si riunivano, definito drunemeton (letteralmente, e con ogni probabilità, “luogo sacro delle querce”): non c’è comunque nessuna diretta testimonianza della presenza di druidi, anche in vista del fatto che in giro per l’Europa esistono altri nemeton con suffissi diversi (ad esempio vernemeton e novionemetum), e che la quercia è un albero con importanti rimandi mistici in praticamente tutte le religioni indoeuropee.

 

I luoghi del druidismo

Ma dunque dove erano diffusi i druidi? Una locazione puramente geografica (a differenza di Cesare che parla semplicemente di “Gallia”) ce la fornisce Cicerone, il quale dice di aver conosciuto un druido di nome Diviziaco, del popolo degli Edui: veniamo così a sapere che questa tribù celtica della Gallia centrale, stanziata tra il Saona e la Loira, aveva la casta druidica (il fatto che costui fosse realmente un druido resta però una questione dibattuta). Il solito Cesare ci riferisce inoltre che “si reputa che questa dottrina sia nata in Britannia e che poi sia stata portata in Gallia, ed ora, quelli che vogliono conoscere questa disciplina più approfonditamente, perlopiù si recano là per impararla.” (la stessa nozione ci viene dalla saga irlandese sull’eroe Cú Chulainn). Abbiamo dunque la conferma di un’ipotesi di grande importanza: il druidismo non è la religione etnica dei Celti, ma è nato, vale a dire che si è costituito, per l’appunto come un culto, una casta e una chiesa. La Gallia di cui parla il condottiero (il luogo a cui tutti gli autori classici associano il druidismo, e nessun altro) è ovviamente quella che oggi è la Francia del centro e del nord (quella all’epoca non sotto il dominio romano); la Britannia corrisponde invece all’attuale Gran Bretagna.

Testimonianze del druidismo le ritroviamo sparse (sia a livello spaziale che temporale) in Gallia, Britannia e Ibernia (l’attuale Irlanda), luoghi in cui sicuramente la casta era giunta e aveva proliferato, espandendosi a partire dalla grande isola. Essendo però un movimento religioso, e non una tradizione etnica, pare lecito domandarsi se la diffusione del druidismo fosse uniforme: si deve dare per scontato che tutte le popolazioni di quelle zone avessero i druidi, oppure è più lecito pensare che presso alcune tribù tale culto non fosse arrivato, se non addirittura rigettato in vece di tradizioni più ancestrali, soprattutto nei luoghi più distanti (come appunto la Penisola Iberica, l’Italia e i Balcani)? Un parallelo con la diffusione del cristianesimo presso i popoli barbari durante i primi secoli del Medioevo pare inevitabile. Quel che resta certo, comunque, è che il “territorio” dei druidi fosse molto più limitato rispetto a quello della popolazione celtica in sé.

 

Le due religioni dei Celti

Ma dunque, se il druidismo non era la religione originaria dei Celti, allora qual era? Molto semplicemente, essi dovevano avere una religiosità classicamente indoeuropea, dove la figura del re incarnava sia il potere legislativo che quello religioso: era infatti egli che si occupava del culto, ad esempio officiando i sacrifici, probabilmente aiutato da “addetti del sacro”, i quali però erano più che altro funzionari, e non creavano una classe sociale distinta, esattamente come accadeva presso i Germani o nella Roma arcaica. A tal proposito, in un contesto simile la testimonianza di Livio sui Boi diventa molto più chiara, con la figura del sacerdote (se non il capo, almeno un suo rappresentante) e degli antistites.

Anche in vista di determinate parti della dottrina (ad esempio le teorie metempsicotiche), si è pensato che la filosofia di base dei druidi fosse di origine straniera (non a caso gli autori classici la associavano all’orfismo e al pitagorismo): in questo caso il druidismo assume connotati simili allo zoroastrismo, una religione non etnica ma predicata da un certo momento in poi della storia del popolo persiano e che, col passare dei secoli, ha integrato e soppiantato i culti ancestrali. In questo caso i druidi non riuscirono a ottenere un successo completo, forse a causa dell’ostilità di alcune tribù celtiche (del resto si sarebbe trattato, per il re, di rinunciare al suo potere sacrale), forse per la giovinezza del culto che non ebbe il tempo di espandersi in maniera consistente, ma sicuramente anche a causa dell’ingerenza romana, che gli impedì di proseguire il suo sviluppo.

 

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2 Responses

  1. Alberto Paganini scrive:

    Ciao, posso chiederti che ne pensi delle teorie che, prendendo esempi dalle saghe, affermano che vi fosse una differenza sostanziale tra la reincarnazione “orientale” (simile a quella di pitagorismo e orfismo) e quella celtica?
    Quest’ultima avrebbe previsto che solo particolari individui, in via del tutto eccezionale, rinascessero, e spesso in linee familiari o come animali, questi ultimi non per motivi legati al peccato o a concetti simili a karma negativi. I debiti che si compivano verso qualcuno, infatti, in alcune saghe sembra si pagassero al creditore nell’oltretomba, e non in una successiva vita, nè quest’ultima incarnazione – quando eccezionalmente si rinasceva – veniva in qualche modo “penalizzata” per il debito preso.

    In questo senso non avrebbe maggiormente senso pensare che sì, non tutti i sacerdoti erano druidi, ma che i druidi, piuttosto che provenire da “fuori”, o essere un culto misterico, fossero semplicemente degli “addetti del sacro”, dei funzionari che – probabilmente per motivi inizialmente logistici, dato che il Re non può essere presente ovunque – diventarono una classe distinta acquisendo sempre più potere?
    In fondo conflitti tra sacerdoti e regnanti su chi avesse il potere supremo si trovano anche in altre civiltà, pensiamo ad esempio all’Egitto.
    Piuttosto che credere che fossero una religione diversa, non è più semplice ritenere che fossero funzionari che hanno assunto maggiore potere e hanno creato una classe sociale distinta, autonomia sacrale questa che solo alcuni dei popoli celti hanno avuto?

  2. Alberto Paganini scrive:

    Poi volevo chiederti invece che ne pensi di quest’altra ipotesi (che non condivido ma è interessante) per cui anche se Cesare pensa che non fosse un fenomeno panceltico, lo sarebbe ugualmente per via di altre fonti:
    http://www.electricscotland.com/history/celts/celt11.pdf
    Secondo te porta dei punti interessanti e/o validi? Oppure no? Qual è la tua idea?

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