ALLA RICERCA DELLA STREGONERIA

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Parte Seconda

 

di Mauro Ghirimoldi

 

 

LA STREGONERIA “SCIAMANICA” ITALIANA

 

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A partire dalla seconda metà del XIV secolo fino al XVII, l’Italia settentrionale fu teatro di molti processi per stregoneria, in particolare nelle zone collinari e montane: i casi più eclatanti, di cui ci sono arrivati gli atti processuali, sono quelli della Valle d’Aosta, di Rifreddo (Cuneo), di Venegono Superiore (Varese), di Pisogne (Brescia) e della Val di Fiemme (Trento), ma abbiamo numerose testimonianze anche per quanto riguarda il Biellese, l’Ossola, il Novarese, la Valtellina, il Comasco, il Lecchese, il Pordenonese e il Friuli, oltre che Milano, che detiene il primato della menzione della Signora del Gioco; ci furono ovviamente anche processi nel resto d’Italia, ma in numero nettamente minore rispetto a quelli delle zone nominate. Cercherò qui di schematizzare brevemente le caratteristiche della stregoneria propriamente detta, ovvero quella forma di magia diversa dalla summenzionata negromanzia, e che prevedeva se non pratiche, almeno celebrazioni comunitarie; come detto, mi limiterò qui ai processi italiani, in quanto sono di primario interesse nella nostra indagine.

1) Comunità iniziatica. La stregoneria funzionava più o meno secondo caratteristiche semplici e comuni a tutte le zone interessate: una strega più anziana avvicinava quella che le sembrava una novizia promettente (a Venegono questo accadeva fuori da una chiesa, dopo la messa, mentre in Val di Fiemme le streghe andavano direttamente a casa della predestinata, o ancora in Valcamonica la strega avvicinava la novizia incontrandola in maniera “fortuita” per i campi), e le presentava un bel giovane straniero, che le prometteva grandi poteri se avesse deciso di divenire suo amante, o la conduceva direttamente al ritrovo. In genere le streghe si ritrovavano assieme per celebrare i propri riti (fossero essi le processioni milanesi, i sabba della tradizione tarda, e via dicendo), a differenza dei negromanti che potevano avere tutt’al più degli allievi.

2) Spiriti famigliari. La creatura che veniva presentata alla novizia veniva identificata dagli inquisitori con un demone, ed è giusto dire che ogni congrega aveva più demoni che assistevano le streghe. Non si sa se fossero uno per ognuna o uno per più di una, fatto sta che il comportamento di questi spiriti era lo stesso che in genere viene attribuito ai totem nelle tradizioni sciamaniche: Benvenuta di Navi detta Pincinella, una strega camuna processata nel 1518, “dice di aver medicato molte persone, secondo quello che mi insegnava il demone, il quale stava sempre presso di me, perché mi voleva bene. Chiestole il nome di questo demone, risponde che si chiama Giuliano; e disse che quando faceva quegli incantesimi sui malati, e pronunciava il nome di Dio, della Vergine Maria e di san Giuliano, intendeva il suo demone, e disse che Giuliano è stato 13 anni dentro una sua gamba, e la consigliava su tutto quel che doveva fare.” Riguardo a chi le aveva insegnato le medicine, la Pincinella risponde che alcune le ha apprese dalle persone, altre gliele ha rivelate Giuliano nel cuore, altre a parole quando le domandava e gli appariva, a volte di giorno e a volte di notte, per andare al Gioco. Dice che Giuliano le era apparso la sera prima, sulla porta di casa all’ora di cena, dicendole che se non avesse rivelato quelle cose all’Inquisizione le avrebbe fatto guadagnare dei soldi: c’era infatti a Brescia un gentiluomo, disse, al quale era caduta una borsa con 50 ducati d’oro nella latrina, e dava la colpa alla massara; se la Pincinella glielo avesse rivelato, ne avrebbe avuti la metà, ma lei a quanto pare preferiva stare coi frati che l’avrebbero uccisa[1]. Casi simili li possiamo vedere in molti altri processi, e possiamo anche notare che, a differenza dei demoni evocati tramite i libri di magia, ovvero quelli della tradizione demonologica, quelli legati al Buon Gioco avevano nomi umani o soprannomi vezzeggiativi (Martino, Angelino, Giuliano, Costanzo, Giorgio,…), e sempre in forma umana apparivano, e mai animale (se non, in specifici casi, per condurre le streghe al sabba sul loro dorso). A proposito dell’essere amante di demoni, nel processo venegonese del 1520 Caterina Fornasari chiariva che “per quanto riguarda la sostanza e l’essenza del coito, il piacere era minore, perché il membro di Martino non era né duro né rigido come quello di un vero corpo e, quando era nella vulva, risultava cosa fredda, mentre negli abbracci, nei baci, nelle tenerezze e carezze di ogni tipo, provava maggior piacere, perché Martino le dava la sensazione di prediligerla sinceramente e profondamente[2] (una testimonianza simile la ritroviamo anche nel summenzionato processo di Pisogne, in quelli della Val di Fiemme, e in altri ancora).

3) Il Buon Gioco e la sua Signora. Le pratiche stregonesche erano semplici: in determinate notti (in genere di giovedì, e non solo in quello delle quattro tempora, specifico di alcune regioni) le streghe si ritrovavano in un luogo prestabilito e isolato, e si davano a eccessi di ogni tipo assieme ai loro demoni; gli atti di profanazione dell’eucarestia, il cannibalismo rituale e la presenza stessa del Diavolo dovrebbero essere aggiunte posteriori, dovute forse all’agire dell’Inquisizione, forse alla modifica dell’immaginario delle streghe stesse. Per fare un esempio concreto, se nel Trecento a Milano si parlava della Signora del Gioco (Madonna Oriente), a cavallo fra Quattrocento e Cinquecento essa diventa una figura minore (ma ancora presente ai sabba), per poi scomparire del tutto nei processi di fine secolo. Come detto, le streghe si recavano ai sabba a volte nella carne, altre nello spirito: il Malleus maleficarum attesta che una strega, quando voleva volare al raduno, si stendeva sul letto e vi andava in spirito, dopo essersi cosparsa parti del corpo con uno strano unguento e volando fuori dalla cappa del camino, a volte cavalcando scope o animali, o trasformandosi in animale essa stessa. Non sappiamo ovviamente i dettagli dei riti che si svolgevano in segreto, se non che avessero a che fare con dell’acqua (elemento che ricorre sin dalle prime testimonianze milanesi), e che avessero ovviamente una componente sessuale (ma non così nel processi trecenteschi); la maggior parte dei partecipanti erano donne, per quanto siano attestati anche stregoni uomini. La negromanzia non solo non prevedeva riti comunitari, ma come abbiamo visto non aveva alcuna componente che potesse rimandare al volo notturno o alla sessualità.

4) Magia istintiva. Sugli effetti della magia delle streghe, per la maggior parte le testimonianze parlano del loro agire tramite il tocco, col quale potevano far ammalare o uccidere, senza bisogno di pronunciare incantesimi (ad esempio, la venegonese Tognina del Cilla afferma che hanno fatto morire un ragazzo di circa dodici anni, che custodiva le bestie, toccandole tutte loro a una tibia; e questo fu a persuasione di Elisabetta, la quale lo ha toccato per prima, e a causa di quel tocco il ragazzo si è sentito male ed è morto[3]); allo stesso modo potevano entrare nelle case passando da aperture minuscole, probabilmente anche rendendosi invisibili; era loro facoltà anche scatenare tempeste per devastare i raccolti: da qui nasce forse la leggende dei tempestari (particolarmente in Emilia). Anche qui, si tratta di una forma di magia diametralmente opposto a quella negromantica, che prevedeva una ritualistica più o meno complessa.

Dalle descrizioni dei rituali e dalla teologia esplicata dalle streghe stesse, quello che viene chiamato Buon Gioco sembra essere una religione più che una pratica magica: se la negromanzia era volta a ottenere qualcosa, la stregoneria (che potremmo a buon diritto definire “sciamanica”) si fondava su figure precise, aveva delle cerimonie fisse, richiedeva un’iniziazione che permetteva l’accesso a un gruppo coeso e che forniva un contatto costante col soprannaturale, non solo durante la pratica magica vera e propria. Si è supposto, a mio avviso lecitamente, che la stregoneria fosse dunque un culto pagano sopravvissuto alle persecuzioni, anche in vista del fatto che (aggiungo io) prima del Trecento e della formazione degli Stati regionali italiani, gli estesi spazi del contado erano amministrati da signori locali che non facevano capo a nessun potere centrale, e gli stessi ecclesiastici, prima dell’istituzione delle pievi, avevano una possibilità di monitoraggio della propria giurisdizione estremamente limitata[4].

Ciò detto, la coesione dimostrata tra le streghe, la conoscenza delle reciproche congreghe anche a grande distanza e una tutto sommato similare struttura del culto mi indurrebbero a pensare che questa religione sia nata come (o derivi da un) culto misterico, più che essere una sopravvivenza clandestina di un qualche culto locale pagano non altrimenti attestato. Se gli inquisitori parlavano di Diana (inadatta per principio a un culto orgiastico, vista la sua verginità, come già intuiva nel 1527 Giovanni Francesco II Pico della Mirandola[5]), gli studiosi moderni hanno voluto identificare la Signora del Gioco con Epona, con tanto che la cosa mi sembra, per più di un motivo, abbastanza forzata, non ultimo il carattere guerresco e l’assenza di magia nella figura di questa dea, come anche la scarsa presenza, nel Buon Gioco italiano, di anime di defunti, cui ella è connessa e su cui ritorneremo brevemente.

 

FARE CHIAREZZA: NEGROMANZIA E STREGONERIA

Mi sembra opportuno riportare ora alcuni esempi delle due pratiche magiche, spesso confuse fra loro dalla gente dell’epoca (e purtroppo ancora oggi).

Il primo caso, forse uno dei più eclatanti, riguarda un processo tenutosi a Cassano d’Adda nel 1520: alcune donne vengono accusate di “stregoneria”, e raccontano all’inquisitore di aver appreso alcune arti da un certo presbitero Bartolomeo che risiedeva nella presente terra per educare il quale la persona succitata faceva più e diversi incantesimi, che lui stesso scriveva in un suo libro nel quale aveva anche scritto molte altre cose come allora aveva detto a lui il teste”, o ancora “imparai questo a Milano da una donna del Rizo che stava a quel tempo con il capitano della giustizia […] e questa femmina del Rizo fece quest’incanto con i grani d’allume per vedere se uno che mi voleva tenere a sua disposizione e che mi aveva tolto a Caravaggio, dalla strada, mi volesse bene o no, e così fatta questa cosa, mise i grani sul focolare, il grano del mio predetto uomo che non si congiunse con quello messo a mio nome, per cui codesta donna mi disse di andare dal capitano di giustizia a far si che lui mi lasciasse.” Si parla dunque anche di come alcune delle inquisite abbiano praticato la magia nella solitudine della propria casa: “Interrogata più volte e di nuovo confessò e viene confessato che molte volte aveva invocato e aveva adorato il Diavolo che a lui era apparso a volte sotto la forma di capro, altre sotto la forma di abate sotto il nome di Baladas [probabilmente Barbas], al qual Diavolo chiese molti segreti dei maestri e della medicina…”, o ancora “che anche la succitata donna insegnò che avrebbe fatto nella camera di quello un cerchio con un coltello e che accendeva una candela benedetta e quella stessa candela accesa teneva in mano e che nuda entrava nel detto cerchio e dopo aver piegato le ginocchia poste in terra, così curvata invocava il Gran Demone o Diavolo che colà si avvicinava a lei e dopo che era alla sua presenza che la strega allo stesso Diavolo diceva ciò che voleva e che dal Diavolo la strega otteneva tutto ciò che chiedeva”, e segue il classico incantesimo d’amore, simile a quello riportato nella parte sulla negromanzia. Ma, a un certo punto del processo, l’inquisitore chiede a una delle donne sotto tortura “se mai fu nel Gioco”, al che lei risponde: “Monsignore io non so quale sia il Gioco, ma ho sempre vissuta da buona cristiana.”, e prima ancora: “Interrogata se mai fu nel luogo delle streghe con la Cossina soprannominata la Formiglia, rispose ‘Monsignore non fui mai né con lei né con altri.’…” e ancora oltre, dopo altre torture: “Monsignore io ho detto il vero né mai faccio il Gioco e non so quello che sia Gioco.”[6]In tutto ciò è palese che il processo verte su casi di negromanzia, e tuttavia l’inquisitore chiede alle processate se si siano mai recate al sabba, cosa che esse, sotto tortura, asseriscono di non conoscere: questo basta (almeno a noi) a chiarire che non facevano parte di alcuna comunità stregonesca, e che in genere streghe e negromanti non si frequentavano.

Un altro caso abbastanza eclatante, e riportato dal Paganini come caso di stregoneria in quanto vi compare la figura della Signora del Gioco, è quello di Giuliano Verdena, un tessitore mantovano processato nel 1489: stando ai testimoni, egli è solito trarre le sorti riempiendo un vaso d’acqua (talvolta benedetta), accostandola a un lume e facendo guardare nell’ampolla un bambino o una bambina, che devono pronunciare una formula magica riguardante gli angeli. L’uomo consulta un suo libro per interpretare ciò che i fanciulli vedono: sono riportati due casi, nei quali essi vedono una volta una processione di molte persone “che sembrano musulmani”, guidati da Lucifero con un libro in mano, e nell’altra la Signora del Gioco che, “vestita di panni neri, col capo chino”, appare a Giuliano stesso dichiarandosi pronta a rivelargli “il potere delle erbe e la natura degli animali”[7]. Si tratta di uno splendido esempio di negromanzia (e più precisamente di catottromanzia o di idromanzia), un rituale già attestato da Giovanni di Salisbury, il quale racconta che un prete dedito alla divinazione spalmava sulle unghie sue (all’epoca giovanissimo) e di un altro ragazzino un unguento riflettente, nel quale si materializzavano segni, nomi e immagini demoniache[8]. L’interesse del Verdena è, a suo stesso dire, quello di scoprire i segreti scritti sul libro di Lucifero, e quelli che può insegnargli la Signora del Gioco per aiutare la Cristianità contro l’assalto dei Turchi: non c’è nella sua pratica (né nella sua ambizione) alcunché che rimandi alla stregoneria propriamente detta. Il caso in questione è comunque degno di nota, in quanto ci mostra un interesse dei negromanti per la stregoneria e le arti che essa comportava, e che evidentemente non erano ad appannaggio della loro magia ritualistica e scritta sui libri: questo, unito alla mentalità inquisitoria, può essere stato un importante fattore nella “cristianizzazione” della visione del Buon Gioco, nel quale proprio in quel periodo iniziano a comparire uomini di Chiesa ai sabba (come sul Tonale a inizio XVI secolo).



[1]Luisa Muraro, La Signora del Gioco. Episodi della caccia alle streghe, Feltrinelli (1977), pp. 165-170.

[2]Anna Marcaccioli Castiglioni, Streghe e roghi nel Ducato di Milano. Processi per stregoneria a Venegono Superiore nel 1520, Thelema (1999), p. 95.

[3]Ibid. (1999), p. 135.

[4]A tal proposito, su tale questione socio-politica, si veda Giorgio Chittolini, La formazione dello Stato regionale e le istituzioni del contado. Secoli XIV-XV, Unicopli (1979)

[5]Nel suo La strega infatti dice che “noi sappiamo che Diana stessa (il giuoco della quale or noi scopriamo a onta e dispregio del Demonio) fu liberale della virginità che fingeva d’amare, forse per incitar quelli ch’abborrivano la lussuria.”

[6]AA. VV., Processi di streghe in Lombardia, Meravigli (2006), pp. 126-143

[7]Carlo Ginzburg, I Benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Einaudi (1966), pp. 77-78.

[8]Franco Cardini – Marina Montesano, Arte gradita agli dèi immortali. La magia tra mondo antico e Rinascimento, Yume (2015), pp. 119-120.

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2 Responses

  1. Alberto Paganini scrive:

    Abbiamo scambiato opinioni in privato, ma vorrei precisare una cosa tra le mille discusse (escludendo quelle su Caccia Selvaggia e Sabba, su unità della Stregoneria e su Leland) anche in pubblico, vale a dire l’aspetto dell’idromanzia.
    Nel caso in esame di Giovanni Verdena, infatti, sebbene possa apparire come un caso di magia cerimoniale (o come si usa dire qui, negromanzia), il rituale era usato in ambito popolare con le esatte parole per scoprire i ladri molto prima da classi sociali basse.
    Infatti non riguarda “gli angeli”, ma una formula popolare che faceva così: “angelo bianco et angelo santo, per la tua purità et per la mia santità, mostrami il vero”. Un’altra versione, sempre usata in magia popolare per trovare i ladri, era “angelo bianco, angelo nero, mostrami il vero”.
    Infatti l’undici dicembre 1578 un certo Ippolito da Ferrara, uomo residente in contrada Santa Chiara a Pesaro, si presenta al vicario dell’inquisitore per sporgere denuncia: una vicina, donna Lena, gli ha riferito che in casa di Santa de’ Bernacchi si tengono pratiche magiche. Donna Lena può dirlo perché era passata diciamo per caso da Santa e vi aveva trovato una specie di altare improvvisato e, sotto l’altare, tre ragazze ciascuna con una candela in mano, e una donna incinta; in mezzo a loro, appoggiato su un banchetto, un’inghistara, ossia una brocca piena d’acqua; e con loro le organizzatrici del rito: donna Sensa e Bernardina Spadona. E mentre le tre ragazze recitavano la formula: “Angelo bianco angelo nero mostrami chi ha tolto quelli denari”, all’interno della brocca era comparso un diavolo che indicava il responsabile del furto che era il motivo per cui si faceva l’incantesimo.
    Un altro caso, avvenuto nel 1584 a Venezia, è il caso di tale Giulia. La ragazza diciannovenne, pentita o forse abbandonata da un ricco amante greco, aveva trovato rifugio nella casa del Soccorso, istituto fondato nel 1577 che accoglieva PROSTITUTE ravvedute e donne sole. Non potendo essere assolta dal confessore delle convertite né potendo lasciar la casa, viene sentita dall’inquisitore appositamente avvertito. In seguito alla deposizione di Giulia il tribunale apre un processo. Dalle sue deposizioni si ricava un ampio repertorio di pratiche superstiziose. Una delle prime ad essere confessata è proprio quella che riguarda l’“esperimento dell’inghistara”. Infatti quando l’inquisitore chiede: “se essa constituta ha mai fatto alcuna cosa superstitiosa con abuso de altri sacramenti o d’acqua benedetta o cera benedetta o simile cosa o invoccatione de demonii per fare furti (non si intende per rubare, ma per trovare cose rubate) o altri suoi dissegni”. Giulia così risponde: “io mi raccordo essendo putta pezzenina mi ingenochiai, come mi fu insegnato, per ritrovare una cosa rubata, et vi era una ingestara piena d’acqua santa, et sotto al fondo dell’ingestara vi era una vera benedetta d’oro, che fosse d’una donna maridada, et io teneva una candella benedetta ardente in mano, et io stava in zenocchion et diceva: Angelo Biancho, Angelo santo, per la tua santità et la mia virginità fammi vadere il vero e la verità, chi ha hauto quelle robbe trovate; et io lo dissi tre volte solamente, ma mi doleva le zenocchia et mi levai su né volsi stare più a vedere; et non viddi cosa alcuna in detta ingestara, ne so se si trovasse. Et questo fu in casa mia, ma non mi raccordo ad instantia de chi lo facesse”. Giulia prosegue poi narrando con la stessa puntualità le altre pratiche superstiziose da lei esercitate: il “buttar fave” recitando l’orazione di santa Lena, cioè di sant’Elena, “l’esperimento della cordella” accompagnato dallo scongiuro per togliere il sonno, il “dar martello con lo scongiuro della catena e lo scongiuro del muro”, e la trascrizione delle parole della consacrazione dell’ostia su foglie di belladonna o di salvia e date da mangiare nella minestra per farsi voler bene. Ma nonostante la gravità delle colpe confessate dalla giovane, l’inchiesta viene chiusa senza condanna.
    Si tratta in entrambi i casi di donne di basso rango, una addirittura che trova rifugio in un istituto che accoglie prostitute.
    Questo penso basti a scagionarlo dalla correlazione con la magia cerimoniale.
    Se ciò non bastasse vi sono vari processi in cui una Domina Nocturna (es. in Assia nel 1630 durante il processo contro Diell Breull) invita a guardare all’interno di catini d’acqua per ottenere visioni e infine la stessa Eva Pocs racconta di un caso in cui una taltos, ovvero una strega ungherese, affermava di aver fissato in un catino d’acqua prima di trasformarsi e viaggiare in spirito, ergo il procedimento dell’idromanzia ritengo sia legittimamente collegato al volo in spirito.
    Se ciò non fosse ancora abbastanza, vi era l’usanza di guardare nei catini e nei secchi d’acqua durante le giornate legate alla Processione dei Morti per vederla, e sebbene Mauro non concordi che processione dei morti e corteo stregonesco abbiano la stessa origine, diversi storici sono del parere opposto ma soprattutto, indipendentemente dal collegamento tra sabba e processione dei morti, la processione dei morti resta un fenomeno della cultura popolare e non di classi alte (che erano legate alla magia cerimoniale aka negromanzia), quindi ancora una volta l’idromanzia si ritrova anche in un contesto magico non-cerimoniale ma popolare. Infatti ancora oggi in Lucania si usa dire che guardare nei secchi d’acqua il giorno dei morti porti a vedere i morti.

  2. Mauro scrive:

    Ciao, vado subito in media res.
    1) Non è che “qui si usa dire” negromanzia: questo è proprio il termine che i praticanti di quest’arte usavano per indicare loro stessi, vedi il Picatrix I, 2 o il Manuale di Monaco 12, foll. 29r-31v.
    2) A me sembra che una formula che dice “angelo bianco, angelo nero” riguardi sì gli angeli; per le varie distinzioni tra angeli, demoni e spiriti ti rimando alla prima parte dell’articolo.
    3) Tutti i negromanti usavano l’idromanzia, non collegata al volo in spirito; abbiamo DUE casi, peraltro molto tardi, nei quali questa cosa si collega al volo in spirito: questo vorrebbe dire che l’idromanzia è SEMPRE collegata al volo in spirito?
    4) Distinguere le forme di magia non per princìpi e modalità di pratica, ma in base alla classe sociale dalla quale sono derivate, è a mio avviso altamente questionabile.
    5) Sulla processione, i molti studiosi in questione partono tutti dal lavoro di Ginzburg: di questo come ben sai tratterò nella terza parte dell’articolo, e nel caso approfondiremo nei commenti come già stiamo facendo in privato.

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